Il potere curativo dell’arte

 

Il potere curativo dell’arte deriva dalla possibilità di rielaborare parti di sé attraverso di essa.

Secondo Freud (1908) infatti la creatività dell’artista funziona in modo analogo alla fantasia del bambino durante il gioco ed ha origine in essa.

L’artista, come il bambino, riesce ad integrare nell’opera d’arte quelle tensioni che nascono nella propria esperienza infantile ed è grazie a questa integrazione riuscita che l’opera d’arte suscita interesse e godimento nello spettatore il quale si identifica con la mente inconscia del suo autore elaborando così le proprie tensioni interne.

In altre parole attraverso l’opera d’arte avviene un incontro tra la psiche dell’artista e quella dello spettatore in modo tale che le soluzioni apportate dalla creatività dell’uno risolvono in profondità i conflitti dell’altro.

Penso sia per questo che le opere d’arte ci donano appagamento ed entusiasmo dato che riportano in qualche modo la nostra intera persona ad un equilibrio più profondo.

Dunque l’arte in quest’ottica ha un ruolo fondamentale nella società.

Essa ha un potere curativo ed evolutivo che nasce da una delle nostre risorse più importanti: la creatività.

Non solo il processo di identificazione che avviene durante il godimento di un’opera d’arte, ci permette di riconoscerci nell’altro ritrovandone i drammi insiti in noi stessi, ma ci permette di ricomporli in un ordine superiore.

Partecipiamo così ad una evoluzione sia personale che collettiva.

Il potere curativo dell’arte: il contatto diretto con l’opera artistica

Penso però a questo proposito, che perché il potere curativo dell’arte si esplichi pienamente, vi debba essere un contatto diretto con l’opera creativa. Un contatto che coinvolga contemporaneamente tutti i nostri sensi.

Ascoltare musicisti mentre eseguono un brano dal vivo, vedere ballerini o attori dalla platea di un teatro o guardare un quadro esposto a qualche metro da noi, non è la stessa cosa che sperimentarli tramite qualche apparato digitale, per quanto sofisticato e in grado di sedurre la mente possa essere, convincendola di trovarsi di fronte ad una esperienza soddisfacente.

Ci si può dimenticare della incredibile complessità e ricchezza di risonanze interiori che si vivono quando si è immersi nello stesso ambiente in cui l’opera d’arte prende vita.

Nel contatto diretto con l’artista o con la sua opera, noi possiamo essere un tutt’uno con essi vibrando con loro nello stesso tempo e nello stesso spazio.

Lasciarsi persuadere dalle ragioni che ci portano a fruire delle creazioni artistiche seduti comodamente a casa, magari con minore dispendio economico e di tempo, significa tuttavia accontentarsi di una esperienza in qualche modo sbiadita, potenzialmente capace di portarci ad un impoverimento progressivo per quanto inconsapevole.

Quando ci abituiamo ai surrogati rischiamo di dimenticare il sapore originale delle cose.

Ma ciò che perdiamo è qualcosa di infinitamente più importante di una esperienza più piacevole o intensa.

Penso che quello che rischiamo di perdere sia la parte più vera di noi stessi.

Quella che ci permette di sperimentare in modo insostituibile un senso di comunione con la collettività di esseri umani e di trascendere così ogni egoistico interesse personale in funzione del principio universale che che ci accomuna e ci fa evolvere nella nostra umanità.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Freud, S. Il poeta e la fantasia, 1908 in Opere vol. 5 Bollati Boringhieri, 1989 Torino

Comunicazione affettiva ed autoregolazione

 

 

La comunicazione affettiva ed emotiva tra bambino e genitori è di fondamentale importanza per l’autoregolazione del bambino.

Le emozioni dei genitori infatti influiscono sulla capacità del bambino di gestire le proprie e di conseguenza hanno una profonda influenza sul suo sviluppo e sulla sua capacità di inserirsi nel proprio ambiente sociale e fisico.

Nell’affrontare i propri compiti evolutivi infatti il bambino sperimenta continuamente emozioni che rapidamente diventano di segno negativo, quando egli non riesce a perseguire i propri obiettivi con facilità.

E’ qui che la mediazione del genitore attraverso la propria risposta emotiva diventa fondamentale.

Ad esempio se un bambino, mentre impara a compiere i primi passi, cade, una madre potrà cercare di sostenere la sua capacità di persistere nei propri tentativi.

Ciò avverrà attraverso una comunicazione caratterizzata da una tonalità emotiva positiva che si sostituirà ad una eventuale reazione di frustrazione del bambino.

Il bambino allora, osservando la risposta materna, imparerà intuitivamente a regolare e a mantenere il proprio equilibrio emozionale interno oltre che a sostenere le inevitabili frustrazioni del processo di apprendimento.

Comunicazione affettiva ed autoregolazione: l’interferenza dello stato emotivo del genitore

Dunque lo stato emotivo di chi si prende cura del bambino, è fondamentale nel determinare il modo con cui egli sia in grado di fronteggiare le sfide e le difficoltà della sua crescita e nel favorire o meno la sua capacità di valutare gli aspetti del proprio ambiente.

Allo stesso tempo gli permette di sopportare meglio le frustrazioni derivanti da eventuali insuccessi contribuendo a trasformare le emozioni negative in emozioni più positive.

Tuttavia se un genitore si trova in una condizione mentale che altera e disturba la  percezione di ciò che il bambino fa o sente,  saranno influenzati negativamente i i suoi processi di pensiero, quelli emotivi e comportamentali.

Il bambino infatti si sintonizza istintivamente sul vissuto emotivo del genitore ed in tal modo regola il proprio.

Ma tale capacità inconscia di sintonizzarsi è ostacolata quando il genitore stesso è disturbato da fattori che interferiscono con la sua capacità di ascoltare i segnali del bambino.

Un esempio di come la difficoltà di sintonizzazione nel genitore porti allo svilupparsi di un disturbo nel bambino, lo possiamo osservare nell’ambito del rapporto nutrizionale, quando il piccolo di un anno, ad esempio, cerca di ottenere l’autonomia durante il pasto.

Se la mamma è troppo preoccupata di controllare il comportamento del figlio, ad esempio pretendendo che non sporchi e risulta in questo modo particolarmente intrusiva, il bambino può sviluppare un rifiuto per il cibo e una maggiore tendenza all’infelicità e all’insoddisfazione (Stein, 2002).

Questo tipo di interferenza può esplicarsi anche durante lo svolgimento delle altre funzioni fisiologiche.

 Conclusione

Se un genitore dunque invece di favorire il naturale processo di crescita del bambino, permettendogli di sperimentare ed esplorare le proprie possibilità, è distolto nell’esecuzione di questo compito dalle proprie aspettative ed ansie, si instaura un conflitto tra i tentativi di esprimersi da parte del piccolo e gli interventi prevalentemente svalutanti e coercitivi del genitore.

La mancata sintonizzazione crea un’interferenza che genera disturbi emozionali e svariati tipi di comportamenti disfunzionali che possono col tempo cronicizzarsi, mentre il bambino perde la capacità di autoregolare i propri affetti.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia:

Alan Stein (et al.) “La trasmissione intergenerazionale del disturbo” in: Un bisogno vitale, E. Quagliata, a cura di, Astrolabio, Roma, 2002.

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Sintomo e società

 

Ritengo che il sintomo di un individuo sia espressione del disagio dell’ intera società.

Cioè vedo sintomo e società così inestricabilmente intrecciati da diventare una cosa sola.

Sintomo e società: il percorso verticale

Comincerò col dire che il sintomo di un individuo  è il punto culminante dell’espressione di qualcosa che non ha funzionato a livello familiare.

Il membro che si ammala all’interno di un contesto familiare è colui che funge da ricettacolo delle patologie degli altri membri, principalmente i genitori.

Per sopravvivere ad esse è costretto ad assumere il ruolo di colui che raccoglie la sofferenza delle ferite presenti in loro.

Così quando pensiamo al sintomo di un individuo dobbiamo tenere a mente la relazione tra questo e i suoi familiari in modo tale che dal numero uno passiamo al numero tre: un figlio e due genitori.

Ma questa sofferenza non elaborata che si trasforma in sintomo e  che sembra partire dai genitori, ha a sua volta origine un pò più a monte.

Infatti i due genitori hanno ricevuto l’eredità psicofisica  dei propri genitori, facendosi portatori dei loro fardelli più o meno nascosti.

E così il numero sale a sette. Un figlio, due genitori e quattro nonni.

Poi salirà a quindici: un figlio, due genitori, quattro nonni, otto bisnonni…

Potremmo procedere in questo modo attraverso le ramificazioni dell’albero genealogico, con una progressione esponenziale.

Si tratta di un percorso verticale a ritroso nel tempo che si estende a ventaglio e che ci porta fino alle origini dell’umanità, quando chissà, forse essa davvero godeva di una condizione paradisiaca, perduta con il peccato originale.

Sintomo e società: il percorso orizzontale

Ma vi è anche un percorso orizzontale: ogni famiglia infatti è inserita in un tessuto sociale più ampio.

Una rete di relazioni interconnesse dove avvengono scambi infiniti e reciproci.

I fardelli cui accennavo prima e che si tramandano da una generazione all’altra, provengono da esperienze dolorose e traumatiche frutto dell’intreccio tra l’individuo con tutto il suo bagaglio e l’ambiente circostante.

Proprio come un virus che si diffonde in maniera incredibilmente veloce (e allo stato attuale delle cose pare che tutto il mondo lo abbia dovuto constatare), così il male di ogni individuo, portatore della sofferenza familiare, si propaga in tutte le pieghe della società assumendo le più svariate forme.

La depressione dell’uno si intreccia con la rabbia dell’altro. Il bisogno di prevalere con quello di subire.

Come calamite dai poli opposti, i vari disturbi in maniera maggiore o minore, si attrarranno e formeranno coppie di innamorati o di amici o di collaboratori che sono potenzialmente in grado di trasformarsi in aggregazioni cariche di conflitti di varia natura.

Strutture come gruppi, correnti e istituzioni per quanto innocenti possano sembrare a prima vista contengono potenzialmente il germe del conflitto, pronto ad esplodere alla prima occasione.

Conseguenze

Si assisterà così, su larga scala al tragico spettacolo di una fazione contro l’altra, di un giudizio contro l’altro.

E la cosa ha dell’incredibile perché pur essendo tutti ma proprio tutti contaminati ci sarà sempre chi a livello individuale o come parte di un gruppo, punterà il dito in avanti, come se il male fosse sempre lì e non qui.

Ci sarà sempre questa divisione io-tu e noi-loro.

Perfino negli ambiti che dovrebbero essere i più scevri da conflitti, come quello scientifico o artistico, persistono  rivalità, competizioni e guerre intestine.

Eppure si continua a credere che il malato, il folle sia quello che rientra nella casistica del manuale dei disordini mentali.

Devo dire che spesso questi malati hanno, nel loro tessuto sociale la funzione di capri espiatori. Essi come dei catalizzatori ci permettono di credere che tutto il male si concentri su di loro.

Questo ci fa sentire migliori in quanto parte della schiera dei sani.

Fino a quando qualche disturbo non colpisce anche noi, riportando le cose all’equilibrio.

Sono giunta a credere che ci sia una profonda equanimità nel modo con cui le malattie, fisiche o mentali che siano, prendono tutti prima o poi.

Esse sembrano svolgere la triste ma quanto mai necessaria funzione di ricondurre la mente alla ragione, ricordandole di essere completamente delirante e fuori strada.

Ma si spera che arrivi il meraviglioso giorno, pieno di luce, nel quale non sarà più necessaria alcuna malattia o alcun tipo di sofferenza per abbandonare la nostra, personale e sociale, follia.

Auguriamoci che per allora ci sia ancora qualche essere umano sulla faccia della terra.

 

Di Marina Mollica

e-mail:  info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

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Terapia infantile in quarantena

Oggi vorrei fare qualche riflessione sulla situazione che si è venuta a creare per la terapia infantile durante il periodo di quarantena.

Dato che difficilmente i bambini sono in grado di mantenere le distanze di sicurezza e rispettare le più semplici norme igieniche, si è reso necessario mettere in quarantena le terapia infantile stessa.

Perché sospendere le terapie infantili

Durante una terapia infantile infatti i bambini si muovono, corrono, si avvicinano, ti abbracciano. Giocano, disegnano, prendono in mano oggetti che poi consegnano nelle tue mani.

Ti chiedono di condividere spazi anche ristretti e di ascoltare le loro espressioni di sé.

A volte per arrivare a raccogliere la loro sofferenza in termini psichici, devi raccogliere i loro umori nelle più svariate forme.

Se sono molto piccoli o molto disturbati devi occuparti prima di tutto del loro corpo e attraverso questo della loro mente, proprio come farebbe una mamma.

Per questo non è in alcun modo opportuno chiedergli di rispettare la distanza di sicurezza.

Supponiamo che un piccolo paziente lanci oggetti al tuo indirizzo, o  ti chieda di manipolare con lui una pasta modellabile. Immaginiamo che durante una corsa urti contro di te o, spaventato da una propria fantasia, si rifugi tra le tue braccia.

Supponiamo ancora che stia immaginando di essere nel bel mezzo di una tempesta e ti chieda di metterti con lui sotto una coperta.

In tutti questi casi ( e sono solo alcune delle innumerevoli possibilità di contatto), per rispettare le norme di sicurezza, il terapeuta dovrebbe inibire il gioco spontaneo, espressione del libero flusso associativo delle idee e forzare il comportamento entro il rigido schema della nuova regola.

Molto probabilmente non riuscirebbe nell’intento e se ci riuscisse avrebbe mandato in malora la terapia.

Dunque di fronte alla necessità di rispettare le norme per evitare il contagio l’unica alternativa possibile è stata quella di mettere in quarantena la terapia infantile stessa.

Terapia infantile in quarantena: possibili conseguenze

Ci sono bambini che intrattenendo un rapporto prevalentemente distruttivo con i propri oggetti interni, non sono in grado di sostenere una separazione dal proprio terapeuta, senza che ciò sia equiparabile per loro ad una vera e propria morte dell’altro e di sé.

Non avere il terapeuta a disposizione, può significare fare i conti con un vuoto incolmabile e terrificante che assume la forma di un oggetto cattivo.

L’assenza diventa presenza che attacca ed aggredisce (Bion, 1962).

E’ così che proliferano fantasie di persecuzione e di morte.

E a poco serve che si cerchi di compensare il venir meno del nutrimento stabile delle sedute con qualche telefonata di saluto o peggio con videochiamate.

Questo tipo di contatti, lungi dal rassicurare sulla presenza del proprio terapeuta e sul fatto che egli non sia scomparso in un vuoto senza senso, non fa altro che accentuare la distanza.

L’incontro attraverso un video può confermare le angosce più profonde, legate al dissolvimento del sé.

Angosce di tipo autistico o psicotico che portano ad una invasione di contenuti terrificanti della mente.

Vedere ma non poter toccare, immagini e audio privi di una consistenza reale e proiettati su uno schermo piatto, può favorire processi dissociativi a causa di sensazioni che giungono in maniera frammentata, scissa, che aggravano il rischio di frammentazione della personalità.

In alternativa sentire solo la voce del terapeuta al telefono, obbliga il bambino a comunicare attraverso la parola con uno sforzo di strutturazione del pensiero e della capacità narrativa che potrebbe coglierlo del tutto impreparato.

In altri casi potrebbe accentuarsi una già preponderante capacità verbale, sviluppata in maniera abnorme a copertura di un sé evanescente e di una identità inesistente.

Terreno fertile insomma per il rafforzamento di quello che Winnicott definisce falso sé (Winnicott, 1958).

Di certo portare avanti un trattamento in queste condizioni è, nei casi più gravi, del tutto improponibile e probabilmente superfluo nelle altre situazioni, dato che manca la vasta gamma di possibilità creative offerte all’interno della stanza d’analisi.

Un discorso a parte meriterebbe tutta la questione della difficoltà dei bambini oggi, ad esprimere una creatività spontanea, dipendenti come sono dall’appiattimento affettivo indotto dal video.

Ricondurli forzosamente ad un mezzo così povero a mio avviso risulta svantaggioso anche nella situazione meno compromessa.

Esprimersi nella stanza d’analisi

Adulti, adolescenti e preadolescenti con i quali il rapporto sia basato prevalentemente sul dialogo, possono dunque continuare a sviluppare il contatto con il loro terapeuta attraverso la parola ma per un bambino è di fondamentale importanza poter condividere il proprio mondo interno attraverso l’uso e la manipolazione di materiali condivisi.

Il bambino può utilizzare pupazzi, macchinine, pasta modellabile, carta, colla, per creare mondi che acquistano solidità e concretezza all’interno della stanza in cui si trova anche il terapeuta.

Possono attraverso di essi esplorare il proprio mondo interno, proiettandolo nelle loro storie e nei loro personaggi che prenderanno vita nella stanza che rappresenta il corpo e la mente del terapeuta (klein, 1921-1958).

Essa diventerà il ricettacolo delle loro fantasie, così come la mente del terapeuta, accoglierà fantasmi e angosce, offrendo un contenimento attraverso quella che Bion chiama reverie materna (Bion, 1962).

Dunque per il bambino è fondamentale trovarsi nella stanza del terapeuta, ambiente neutrale che diventerà lo scenario per la riproduzione di un mondo fantasmatico che con l’accompagnamento del terapeuta verrà esplorato progressivamente.

Trovarsi invece davanti ad uno schermo, in un luogo del proprio quotidiano, inibisce la proiezione ed impoverisce il rapporto con un terapeuta ora ridotto a mero fantasma molto più inconsistente dei fantasmi interni di natura persecutoria e depressiva, che prendono corpo senza che li si possa elaborare.

A ben poco dunque serve l’ immagine virtuale del terapeuta, la cui presenza è rarefatta e parcellizzata.

A questo punto la scelta è tra una perdita della terapia vissuta come totale e definitiva,  oppure la prosecuzione di un trattamento fantoccio.

Esso rischia di andare a compromettere il lavoro fatto fino a quel momento e  richiede al piccolo paziente un grosso sforzo per tenere separate le immagini buone interiorizzate nel rapporto con il proprio terapeuta, da quelle cattive che  ora prendono corpo.

Il rischio di confusione è alto e a molti bambini non resta che estraniarsi, far sentire al terapeuta tutta la sua impotenza ad aiutarli, allontanandosi dal contatto o mantenendolo in modo del tutto fittizio.

Conclusioni

Per concludere, solo attraverso una piena integrazione di tutti gli aspetti dell’esperienza istintuale e relazionale è possibile lo svilupparsi dell’individuo come soggetto.

Mentre il neonato vive i suoi diversi stati fisiologici come se fossero dissociati e indipendenti l’uno dall’altro, la madre con le sue cure  crea un collegamento tra essi favorendo lo svolgersi del processo di personificazione cioè il passaggio da uno stato di non-integrazione ad una piena integrazione (Winnicott, 1958).

Quando questo processo avviene in modo parziale  l’angoscia della disintegrazione diventa emergente.

Il forte disagio manifestato da certi bambini di fronte all’utilizzo di piattaforme informatiche per svolgere attività quotidiane e intrattenere relazioni, sembra mostrare come esse aggravino il rischio di una regressione a stadi precoci dello sviluppo nei quali non si sia compiuta una piena integrazione.

Inoltre sembra indurci a riflettere sul fatto che, anche  nel migliore dei casi, rischiamo di abdicare alla bellezza e pienezza della realtà naturale, in favore di parti di sé sempre più depauperate e artificiali per quanto mascherate da un facile adattamento.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Bion, W. R.  1962 Learning from Experience Heinemann- Medical Books, Ldt trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando editore, 1972.

Klein, M. 1921-1958, Scritti 1921-1958, Boringhieri, 1978.

Winnicott, D.W. 1958 Through Paediatrics to Psycho-Analysis, Tavistock Publications, London, 1958. Trad it Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze,1975.

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Per chi non ha voce

 

Per chi non ha voce

tra la  violenza dei familiari

e quella degli altri

“Che sono bravi…”

“Che sono buoni…”

 

Per l’odio che prova pensa alla morte.

Dell’altro se è fortunato

Di sé quando è alla fine

Non può più scappare

né chiedere aiuto:

tra quelle mura

di chi gli è nemico

che è fuori

che è dentro.

Mica una tregua

 

Stare a casa come un abisso

I legami una rete mortale

La solidarietà una beffa ai suo danni

Nessuno lo sente

Ha perso la mano

che lo teneva ancorato alla terra

Precipitare è la norma

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Foto: Malgorzata Tomczak da Pixabay

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fantasia inconscia nel bambino

La fantasia inconscia nel bambino può essere intesa come la prima forma di vita mentale dell’essere umano.

Essa è presente fin dalla nascita se non prima e costituisce il modo con cui il neonato traduce le proprie esperienze in immagini, depositate poi nella memoria.

Le esperienze del neonato sono di natura istintuale e legate principalmente all’area dell’alimentazione, della evacuazione e dell’eccitazione genitale.

Esse provocano sconvolgimenti emozionali e pulsionali molto potenti ed è grazie alla capacità materna di contenerli dando ad essi un significato che il neonato impara a fare altrettanto.

In altre parole il contatto tra la mente della madre e quella del bambino permette a quest’ultimo di trasformare gli istinti in fantasie che costituiscono i primi rudimenti del pensiero (Bion, 1962)

Su questa base si forma la struttura inconscia della mente adulta.

E’ fondamentale dunque comprendere il significato profondo delle fantasie infantili per arrivare ad una piena comprensione dell’essere umano.

Fantasia inconscia materna e impatto sul bambino

Nel prestare le sue cure la madre dà un significato alle prime esperienze sensoriali ed istintuali del bambino (siano esse piacevoli o frustranti) e lo dà sulla base delle proprie fantasie inconsce.

Ad esempio quando il bambino piange una mamma può interpretare questo segnale come fame indipendentemente dal fatto che ciò corrisponda al bisogno reale del piccolo.

Le fantasie inconsce della madre infatti possono favorire la comprensione od ostacolarla.

Nel corso di questo processo si crea la relazione tra il corpo del neonato e quello della mamma e contemporaneamente tra le due menti.

Si costituirà così il complesso mondo della vita psichica del bambino, influenzata da quelle materna, che sarà il risultato del legame  tra i due mondi interni in contatto tra loro.

Qualche esempio di fantasia inconscia nel bambino

Il termine fantasia inconscia fa riferimento al concetto di simbolo come qualcosa che collega tra loro due oggetti, dato che uno rappresenta l’altro.

Ad esempio il gioco rappresenta il mondo interno del bambino con i suoi desideri, timori, bisogni.

Dobbiamo a Melanie Klein (1932, 1978) l’accurata descrizione del mondo delle fantasie infantili e del loro significato.

Qui farò alcuni esempi che mostrano come il bambino, attraverso il gioco, cerchi di padroneggiare un mondo caotico, fatto di pulsioni violente e travolgenti in cui sono concretamente coinvolte la vita e la morte.

Per esempio se il rapporto con la madre sarà stato caratterizzato da molta frustrazione e rabbia, il bambino potrebbe fantasticare di attaccare lei e il suo corpo con tutti i mezzi a sua disposizione.

Un gioco che rappresenti queste aggressioni potrebbe essere quello di sporcare, imbrattare, gettare oggetti in giro.

Tale gioco è l’equivalente dell’atto di espulsione anale vissuto come aggressione ed eliminazione di una madre rifiutata e rifiutante.

Se il bambino è particolarmente spaventato dalla propria aggressività potrebbe passare molto tempo a costruire recinti per animali feroci oppure potrebbe usare solo cuccioli di animali e mettere in una zona separata quelli più aggressivi.

Se invece desidera penetrare il corpo della madre per esplorarlo e possederlo, saranno frequenti i giochi legati ai mezzi di locomozione come treni che entrano in gallerie, o automobiline in movimento o una palla lanciata nel canestro.

Fingere di cucinare cibi, preparare dolci con la pasta modellabile, ha a che fare con le esperienze di nutrizione e con gli affetti ad esse connesse.

Naturalmente il tipo di cibo e il modo con cui viene preparato potrà farci capire se tale esperienza sarà stata più o meno buona.

Cadere facilmente o far cadere oggetti è l’equivalente del cadere dalle braccia della madre o dalla sua mente.

In pratica rappresenta l’angoscia di essere abbandonati, rifiutati, dimenticati.

Alcuni bambini potrebbero divertirsi a far cadere ripetutamente bambole, macchinine, o altro per controllare attivamente un’esperienza altrimenti ingestibile.

La psicoterapia: un aiuto allo sviluppo del pensiero

Questi sono solo alcuni esempi molto schematici di come le fantasie inconsce  rappresentino e organizzino il mondo del bambino in relazione a quello delle figure di riferimento principali.

In realtà esse sono collegate tra loro in modo fluido e dinamico e vengono rappresentate all’interno del gioco in modo complesso ed in continua evoluzione.

Tali fantasie sono il prodotto della fusione tra la mente con i suoi stati emozionali e il corpo con le sue pressioni istintuali.

Il poter mettere in parole il significato possibile di queste fantasie è di grande aiuto per i bambini.

Essi sentono in questo modo contenute e mitigate le angosce di morte che vi fanno parte.

L’ elaborazione di tali fantasie permette una graduale trasformazione della struttura inconscia della mente ed un più facile accesso al mondo del pensiero consapevole.

Ciò è alla base dello sviluppo della personalità nella direzione di una evoluzione maturativa e della sanità mentale.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Bion, W. (1962) “A theory of thinking” Trad. it “Una teoria del pensiero”, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma 1970.

Klein, M. – (1932) La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze (1970)

 – (1978) Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.

 

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Il bambino in psicoterapia

Oggi vorrei chiarire una questione legata alla cura del bambino in psicoterapia.

C’è chi afferma che sia inutile quando non dannoso avviare il bambino alla psicoterapia, dal momento che il problema nasce a livello familiare.

Quindi la cura dovrebbe essere rivolta ad uno dei genitori o ad entrambi piuttosto che al bambino.

Premesso che sicuramente un eventuale disturbo psicologico del bambino, insorge a causa di una problematica che ha origini nella famiglia e che lavorare a questo livello è certamente necessario, ciò non significa però che basti a risolvere il problema del bambino.

Anzi sempre più fonti confermano che, anche dopo che si sia risolto un eventuale disturbo psichiatrico del genitore, il disagio insorto nel bambino permane (Rutter, 1989).

Inoltre non sempre i genitori che si rivolgono ad un professionista per segnalare qualche problematica importante del loro figlio, sono in grado di farsi carico della consapevolezza di essere loro la fonte del disagio, al punto da chiedere una cura per se stessi.

Spesso hanno un vago sentore del loro contributo al problema, ma poi non riescono ad affrontarlo se non attraverso un intervento diretto sul figlio.

Ragioni per cui i genitori preferiscono mandare il bambino in psicoterapia

Ciò può accadere per diverse ragioni.

Anzitutto in certi casi il disagio del bambino è così conclamato da essere percepito come prioritario.

Trascurare questo aspetto in favore di una indicazione alla cura del genitore segnalerebbe come minimo una forma di insensibilità da parte del terapeuta.

Certo, quando il bambino è molto piccolo, si può prendere in considerazione l’idea di lavorare sulla coppia mamma-bambino e/o sulla triade genitori – figlio.

Ma già dai due anni in poi, è opportuno considerare un approccio individuale, magari preceduto da un lavoro a livello familiare.

Ci possono poi essere ragioni pratiche come quelle economiche, che obbligano i genitori a concentrare le loro risorse sul proprio figlio.

Infine ci sono genitori che sono in grado di prendersi cura del proprio dolore solo attraverso la cura del bambino.

Può succedere infatti che vi sia una resistenza da parte del genitore, ad affrontare problematiche riferite a sé, ma di fronte a quelle del proprio bambino non riesca a sottrarsi alla necessità di intervenire.

In altre parole i figli possono esprimere attraverso il proprio disagio quello dei genitori. Essi diventano il punto di fuoriuscita delle tensioni materne e paterne ed intervenire su questo vertice di osservazione può essere in alcuni casi la prima cosa da fare se non l’unica che si possa fare.

Un esempio 

Se un bambino per esempio non dorme o manifesta degli importanti disturbi del comportamento a scuola, trascurare un intervento diretto per concentrarsi su una eventuale depressione materna, porterebbe nel frattempo all’aggravarsi della problematica comportamentale del bambino.

Anzitutto perché la cura di una depressione richiede molto tempo. Poi perché una volta che si sia strutturato un disturbo nel bambino, esso prende una strada propria che può portare ad ulteriori complicazioni.

Si pensi ad un bambino che oltre a manifestare comportamenti di opposizione violenta, cominci ad essere conseguentemente etichettato dai compagni e dai  loro genitori.

Di seguito si aggiungerebbero problematiche di apprendimento, con compromissione della resa scolastica, dell’autostima ecc.

E’ evidente come un intervento solo sulla madre o sui genitori del bambino in questione otterrebbe dei risultati del tutto parziali.

Tra l’altro chiedere ad un genitore di dimenticare l’angoscia sollevata dal disturbo del bambino, per affrontare una eventuale problematica di cui magari  in quel momento non è nemmeno consapevole, può risultare estremamente persecutorio e far sentire il genitore incompreso e rifiutato.

Piuttosto è importante aiutare i genitori a pensare, in un momento in cui per loro è certamente difficile farlo, a causa di emozioni angosciose.

Conclusione

In conclusione sono del parere che vada accolta la richiesta dei genitori e il modo con cui essa si esplica, perché essa ci fornisce il punto di accesso più adatto all’intervento.

Sarà nostra cura in seguito, cercare di fornire loro elementi nuovi su cui riflettere, portandoli eventualmente a considerare un intervento per sé stessi.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Indicazioni bibliografiche

Rutter, M. (1989), “Psychiatric disorder in parents as a risk factor for children”, in Schaffer, D., Phillips, I. e Enger , N. B. (a cura di), Prevention of Mental Disorder, Alchool and Other Drug Use in Children and Adolescents, Office for Substance Abuse, USDHHS, Rockville Maryland.

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Difficoltà alimentari precoci

 

Per trattare l’argomento delle difficoltà alimentari precoci all’interno della relazione genitori- bambino, farò riferimento allo studio clinico condotto da Mariangela Mendes de Almeida Pinheiro.

In questo studio l’autrice esplora la correlazione tra modelli relazionali della diade madre-bambino ed eventuali difficoltà alimentari del neonato.

La cornice teorica di riferimento è quella che fa capo al pensiero di M. Klein e W. Bion che esplorano i processi psichici precoci  legati alle prime esperienze nutritive.

La psiche e la sua capacità o meno di assimilare ed elaborare esperienze emotive viene vista come analoga ad un apparato digerente.

I processi di assimilazione ed evacuazione possono essere paragonati a quelli di introiezione e proiezione di contenuti psichici.

Il bambino fa esperienza di stati psicofisici che possono essere vissuti come stimolazioni travolgenti e non metabolizzabili senza l’intervento di una mente in grado di dare un significato ai suoi molteplici segnali e quindi di contenerli e restituirli elaborati e digeriti.

La madre deve avere uno spazio mentale disponibile ad accogliere le proiezioni del suo bambino che vengono poi restituite in forma assimilabile e pronta per una nuova introiezione (Bion, 1962).

E’ così che si struttura la capacità di pensare del neonato come attraverso l’alimentazione si sviluppa il suo corpo.

In questo senso  le precoci esperienze alimentari diventano un prototipo che delinea la modalità di assunzione della realtà esterna  e di relazione comunicativa con essa.

L’ipotesi dell’autrice è che vi sia dunque una correlazione tra difficoltà alimentari del bambino e la modalità della diade o della famiglia di elaborare esperienze emotive, attraverso sintonizzazione e contenimento.

Con il suo studio dunque ha potuto individuare alcuni tratti comuni tra i casi studiati.

Questi aspetti comuni si riferiscono a difficoltà legate ai genitori, al bambino e alla relazione genitore-bambino che hanno inciso sulle difficoltà precoci di alimentazione.

Difficoltà alimentari precoci: i genitori

Per quanto riguarda le difficoltà dei genitori, gli elementi individuati sono:

  • la presenza di gravidanze conflittuali: durante la gravidanza le madri avevano fantasie cariche di angoscia rispetto agli scambi nutritivi, vissuti come momenti in cui il neonato avrebbe potuto prosciugare in modo parassitario, le risorse materne.
  • parti difficili: a causa di complicazioni durante il parto le madri, nella fase immediatamente successiva, si sentivano così stremate ed esaurite da non provare inizialmente attaccamento nei confronti del piccolo.
  • precocità dello svezzamento o dell’abbandono dell’allattamento al seno: l’allattamento al seno durava al massimo tre mesi e vi era il ricorso al biberon come sostituto del seno sentito come più rassicurante. Erano infatti presenti pensieri ostili durante la gravidanza, da cui le madri sentivano di dover difendere il bambino, come se il loro latte ne fosse il veicolo velenoso e carico di tali proiezioni.
  • depressione materna: nelle madri vi era la presenza di una depressione postnatale. Essa impediva loro di avere la disponibilità mentale ad accogliere i bisogni del bambino che a sua volta sviluppava la propensione ad una pseudo autosufficienza, o ad occuparsi dei bisogni della madre evitando di chiedere per sé.
  • importanza del cibo: il cibo veniva utilizzato come strumento di controllo e diventava il veicolo principale per la manifestazione del disturbo relazionale.
  • svalutazione delle proprie capacità materne: le madri si sentivano inadeguate nella loro funzione legata alla nutrizione o venivano criticate dai familiari nella gestione di tale funzione. Erano presenti conflitti tra coniugi a questo riguardo e la presenza di nonni era vissuta in termini di rivalità piuttosto che di sostegno. Il rifiuto di nutrirsi da parte del bambino aggravava il vissuto materno.
  • tensioni nei rapporti familiari: nelle famiglie erano presenti tensioni conflittuali difficilmente elaborabili, caratterizzate da aspetti di intrusività, iperprotettività e rigidità.
  • lutti non elaborati: erano presenti aborti precedenti, perdita dei genitori durante l’infanzia che aggravavano la percezione di rischio di morte, di fronte alle difficoltà alimentari del bambino.

Difficoltà alimentari precoci: il bambino

Per quanto riguarda le difficoltà del bambino:

  • inibizione dell’esplorazione con la bocca: in questi bambini l’inibizione delle attività orali si inseriva in un quadro più ampio di inibizione del comportamento esplorativo attraverso la bocca. il mordere poi, essendo un comportamento legato all’aggressività, veniva sentito come potenzialmente distruttivo cosa che generava difficoltà nell’alimentazione. In questo modo i bambini potevano evitare il contatto con i sentimenti ostili e proteggerne le madri.
  • pseudoindipendenza: i bambini mostravano una tendenza al ritiro e all’autosufficienza, mentre vivevano con disagio coccole o vicinanza da parte dei genitori.  Il bisogno di evitare sentimenti di dipendenza permetteva di esercitare un controllo su eventuali impulsi ostili. Ciò si rifletteva anche nell’ambito dell’alimentazione.

Difficoltà alimentari precoci: il rapporto genitore bambino

Infine per quanto riguarda le difficoltà del rapporto genitore-bambino

  • offerta di cibo come reazione ad un disagio: l’autrice osserva come offrire cibo quando il bambino esprimeva disagio, era un modo per le madri di tamponare la propria angoscia indipendentemente dai reali bisogni espressi dal bambino. In questo modo, in luogo di un contenimento si aveva una evacuazione di angosce tramite l’offerta di cibo. Questa indisponibilità a pensare e contenere potrebbe essere collegata con i problemi alimentari del bambino che rappresentano il suo tentativo di metabolizzare assieme al cibo, un’esperienza indigeribile.
  • proiezioni massicce o ostili che interferiscono con la capacità del genitore di entrare in relazione con il bambino reale: vi sono dei “fantasmi” familiari che influenzano in modo massiccio la relazione della madre con il bambino, al punto tale che il bambino per quello che è scompare e viene sostituito con quello presente nella mente del genitore. Il rifiuto del cibo da parte del bambino può essere inteso come un tentativo di proteggersi da tali proiezioni per lo più ostili.
  • mancanza di contenimento e tipo di relazione: in queste famiglie era evidente una incapacità di contenere eventuali stati di malessere del bambino che venivano identificati con una sua incapacità di digerire il cibo. In questo senso ogni disturbo nel funzionamento psicofisiologico del bambino innescava ed aggravava il disturbo alimentare.  Contemporaneamente vi era una specie di “contenimento piatto” inteso come una indifferenza o distacco nei confronti del bambino, che, a seconda delle caratteristiche di quest’ultimo, provocava reazioni che andavano dal ritiro a forme estreme di comunicazione per tenere viva la relazione.

Elementi di rischio e di recupero

 

Per quanto riguarda gli aspetti delle diadi/famiglie che facilitano una risoluzione delle difficoltà alimentari o in alternativa le aggravano, l’autrice sottolinea come anzitutto vi sia una differenza di tipo quantitativo che ha un impatto sull’esito del disturbo.A seconda dell’intensità delle proiezioni di fantasmi familiari infatti era più o meno possibile entrare in contatto con i bisogni del bambino reale.

Da un punto di vista qualitativo invece l’autrice, rifacendosi a Fraiberg (1975), afferma come non necessariamente esperienze traumatiche e relativi fantasmi familiari portino allo svilupparsi di una problematica relazionale. Ciò che fa la differenza è la possibilità del genitore di rimanere a contatto con il proprio dolore, senza negarlo o rimuoverlo, tenendo viva la sua esperienza passata in modo da essere in grado di proteggere il proprio bambino da essa invece di proiettarla inconsapevolmente.

Un altro elemento rilevante è la capacità del bambino di avere un impatto sulla mente del genitore. I bambini si differenziano per la loro capacità di esprimere i propri bisogni e di comunicare o entrare in contatto con il genitore. Queste differenze possono offrire uno spazio di negoziazione nella relazione e di trasformazione delle angosce del genitore alle prese con l’ansia sollevata dalle difficoltà del bambino stesso.

Infine importante è anche il diverso valore attribuito dai genitori alla pseudoindipendenza del bambino. Quando questa veniva alimentata era meno facile che vi fosse un cambiamento.

In conclusione l’intensità, il contenuto, la qualità e la permeabilità delle proiezioni genitoriali, le capacità individuali di metabolizzare il dolore e accettare la dipendenza, il tipo di contenimento disponibile nella famiglia, sono tutti fattori che incidono sulla possibilità o meno di creare relazioni che favoriscano la crescita e lo sviluppo del bambino.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Indicazioni bibliografiche

Bion, W. (1962) Learning from Experience, Heinemann, Londra. Trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Fraiberg, S., Adelson,E. e Shapiro, V. (1975), “Ghosts in the nursery: a psychoanalitical approach to impaire infant-mother relationships”, in Fraiberg, S., Clinical Studies In Infant Menthal Health, Tavistock, Londra 1980. Trad it. “I fantasmi nella stanza dei bambini”, in Il sostegno allo sviluppo, Cortina, Milano 1999.

Klein, M. (1978) Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.

Mendes de Almeida Pinheiro, M. (2002) “Studio clinico delle difficoltà precocidi alimentazione: fattori di rischio e di recupero nelle iniziali difficoltà di relazione tra genitori e neonato”, in E. Quagliata (a cura di) Un Bisogno Vitale, casa editrice Astrolabio- Ubaldini ed. Roma, 2002.

 

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Psicoanalisi: un metodo di cura oltre le parole

Psicoanalisi: un metodo di cura che, contrariamente a quanto si pensi, va oltre le parole.

Mi è capitato spesso di sentir dire che andare dallo psicoanalista non serve a niente, tutte chiacchiere di anni, su problemi presenti e passati.

Questo è uno dei tanti luoghi comuni, così come lo è quello che porta ad immaginare uno psicoterapeuta come un esperto che, in quanto tale, saprà risolvere il problema, aiutando il paziente con consigli, ragionamenti e convincimenti.

La durata

Stupisce come si consideri normale un percorso di anni ed anni per l’apprendimento di qualsiasi disciplina scolastica e ci si aspetti invece di cambiare la mente di un individuo in breve tempo, con qualche magico accorgimento.

La trasformazione non avviene, come si crede comunemente, ragionando su un determinato problema, sviscerandolo assieme al terapeuta, ricevendo indicazioni e suggerimenti o semplicemente confrontandosi con lui.

Non è dovuta nemmeno al fatto di parlare per anni delle proprie vicende personali, della propria storia passata e contingente.

La trasformazione profonda di un individuo avviene all’interno di un incontro significativo con un altro individuo. 

Per questa ragione la relazione analitica, come ogni altra relazione, ha bisogno di tempo per svilupparsi e mettere radici profonde.

Il cambiamento

Ciò che porta al cambiamento è l’incontro della mente del paziente, con quella del terapeuta.

E’ un contatto profondo che riguarda anche e soprattutto le parti inconsce della personalità, che vengono “sentite” dall’analista e gradualmente rese consce attraverso la parola ma non solo.

Non si tratta solo di spiegazioni verbali, ma di ritmi nel tempo, che devono trovare sempre più accordo e sincronismo.

Una stessa frase detta in un momento piuttosto che in un altro può sortire effetti completamente diversi. Così come avviene per un concetto presentato con un certo tipo di struttura della frase piuttosto che con un’altra.

Senza contare l’intonazione, lo sguardo, la velocità dell’eloquio, l’intensità dell’emissione vocale, l’espressione facciale e la postura, (quando vi sia il contatto vis a vis).

Tutti i parametri della comunicazione non verbale che sono poi quelli fondamentali nella comunicazione madre-bambino.

La comunicazione madre bambino

Una madre che parla al suo neonato non pensa di certo che egli possa comprendere le sue parole. Non fino a che non avrà sviluppato un vocabolario sufficiente a definire in termini di concetti il mondo che lo circonda.

Tuttavia gli parla, utilizzando tutta la ricca gamma di coloriture linguistiche e paralinguistiche di cui è istintivamente a conoscenza, e immaginando che egli la possa comprendere.

Ha cioè fiducia nelle potenzialità evolutive del suo bambino, così come il terapeuta ne ha nei confronti del suo paziente.

L’ intenzione comunicativa materna unita alla disponibilità recettiva ad accogliere le comunicazioni del bambino, dotandole di significato,  porterà il piccolo a sentire che il suo mondo interno ed esterno non sono caotici ma comprensibili. 

Bion parla di “reverie”  della madre (1962). Quella particolare capacità, quello stato mentale di ricevere e contenere le comunicazioni del bambino,  espressione di dolore o di piacere, sentendole dentro di sè e dotandole di significato.

Ella le restituisce poi al suo piccolo come se fossero state digerite.

Per questa ragione, potenti sensazioni psicofisiche che potrebbero travolgere la mente del neonato, diventano assimilabili e contribuiscono alla crescita della sua mente.

In altre parole si crea l’apparato per pensare.

Relazione analitica

Dunque, con tutti i pazienti e in particolare con quelli più gravi, è fondamentale il modo con cui avviene la comunicazione, piuttosto che il suo contenuto.

A ciò si aggiunga la riflessione dell’analista sulla relazione in corso, non necessariamente esplicitata con le parole, ma che deve portare ad una scelta terapeutica piuttosto che un’altra.

Tale riflessione si avvale di ciò che l’analista sente in presenza del suo paziente, il cosiddetto controtransfert, che funge da guida costante per comprendere il vero significato da dare a ciò che il paziente fa in un determinato momento nella e sulla relazione, con o senza le parole.

“Sentire” il paziente per comprenderne l’assetto mentale non ha a che fare con una riflessione intellettuale astratta ma con quella capacità di cui ogni essere umano è dotato che ha a che vedere con l’empatia acquisita fin dai primi contatti con l’altro significativo.

L’analista ha sviluppato una raffinatissima sensibilità e consapevolezza rispetto ad ogni sfumatura di questo sentire e alle sue implicazioni sul piano relazionale.

Collegherà poi tutto questo al suo bagaglio di conoscenze, ma solo a posteriori in modo da non avere sul momento, la mente ingombra di sapere astratto invece che una conoscenza di prima mano del paziente.

Come diceva Bion “senza memoria e senza desiderio” (1967).

Quindi la cura avviene nel contatto autentico tra due esseri umani, di cui uno dei due, si spera abbia sviluppato una consapevolezza e integrazione del sé sufficienti a contenere il sé disintegrato e sofferente del paziente, così come si spera che una madre sia in grado di contenere e integrare le angosce del proprio neonato.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Indicazioni bibliografiche

Bion, W.R. (1962) Learning from Experience, Heinemann London, trad. it. Apprendere dall’Esperienza, Armando Roma, 1988.

Bion, W.R. (1967) Appunti su memoria e desiderio, in Cogitationes, Armando Roma 1996.

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Ruolo del padre nello svezzamento

 

Il ruolo del padre è fondamentale nel sostenere e facilitare la coppia mamma- bambino durante il processo di allattamento e svezzamento.

Infatti, anche se durante i primi mesi di vita il neonato costituisce assieme alla madre un’unità simbiotica dalla quale il padre sembra essere escluso, in realtà quest’ultimo è presente, non solo fisicamente come supporto alle attività materne, ma soprattutto nella mente della madre.

Questa presenza, quando vissuta come significativa e solida, agevola l’evolversi del rapporto mamma-bambino, dalla simbiosi alla separazione ed individuazione del piccolo (Mahler,1975)

Di conseguenza, quando la prospettiva di un recupero graduale del proprio corpo e dell’intimità sessuale oltre che affettiva col marito, è vissuta dalla madre come desiderabile e naturale, per lei diventa possibile e tollerabile accettare di separarsi dall’unione con il corpo del proprio bambino invece di prolungare ad oltranza l’allattamento.

Ostacoli allo svezzamento

Vi sono tuttavia madri che arrivano a sostituire il marito con il figlio, quando il rapporto con il primo sia conflittuale e insoddisfacente, erotizzando la relazione del bambino con il seno.

Ciò accade anche quando il neonato sia di sesso femminile.

Se per una madre poi il cambiamento e la separazione sono vissuti con angoscia, diventa più difficile per il bambino separarsi da lei.

Di conseguenza il suo distacco dal seno per lasciarsi andare al sonno oppure ad attività esplorative, che sono il preludio dell’attività simbolica del pensiero, avviene con difficoltà.

Il ruolo del terzo, nella coppia mamma-bambino può anche in questo caso essere d’aiuto, in quanto favorisce uno spazio di confronto e differenziazione.

Purtroppo vi sono casi in cui la madre fatica a gestire una relazione che preveda più di due membri o altri casi in cui il padre è troppo geloso dell’intimità esclusiva della moglie col figlio, che viene vissuto come rivale della coppia.

Può allora succedere che il padre rinunci o trovi impossibile svolgere il suo ruolo.

Un’altra difficoltà può insorgere quando il padre è fisicamente assente per motivi di lavoro, oppure quando una rivalità con il proprio padre lo faccia sentire inadeguato nell’assumersi il ruolo che gli compete.

In questo caso la madre può sentirsi abbandonata ed escludere ritorsivamente il marito nella gestione delle cure al bambino.

A volte, il fatto che la madre si concentri sul rapporto con i figli può far comodo ad entrambi i genitori, per non affrontare problematiche interne alla coppia.

Accade così che vengano portate a termine diverse gravidanze consecutive per procrastinare il momento in cui i genitori dovranno trovarsi faccia a faccia con i loro problemi.

In tutti i casi ciò avviene a scapito dello sviluppo dell’autonomia dei figli.

Per concludere, possiamo dire che il bambino sarà in grado di tollerare quell’insieme di frustrazioni che vanno sotto il nome di svezzamento (Winnicott, 1971), quando accanto alla madre vi sia un marito che con la sua presenza (reale e immaginata) le permetta di pensare alla separazione come ad un recupero di potenzialità invece che esclusivamente come perdita.

 

Di Marina Mollica

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Cenni bibliografici

Mahler, M (1975) The psychological birth of the human infant: symbiosis and individuation, Maresfield Library (1985) trad it. La nascita psicologica del bambino, Torino, Boringhieri, 1978.

Winnicott, D.W (1971) Playing and reality, Tavistock; Harmondsworth: Penguin, 1974. trad it. Gioco e Realtà, Roma, Armando, 1974.