
Penso che possa essere molto utile per gli insegnanti imparare ad osservare la relazione didattica alla luce di alcuni concetti psicoanalitici come transfert controtransfert e identificazione proiettiva.
A volte, quando gli insegnanti sono in difficoltà con determinati studenti, chiedono agli psicologi “strategie” per fronteggiare la situazione ovvero piani dettagliati che portino alla soluzione del problema.
Senza avere nulla contro questo modo di procedere, mi sono però convinta, negli anni, che possa anche essere utile tentare di approfondire la conoscenza di sé e delle proprie emozioni prima di cercare la soluzione del problema.
E da approfondire c’è decisamente tanto.
La relazione didattica: transfert e identificazione proiettiva
La relazione insegnante-studente infatti, in quanto tale, è soggetta a dei fenomeni che sono ubiquitari: presenti cioè in tutte le relazioni.
Ma limitandoci adesso al contesto scolastico, possiamo dire che il minore intrattiene con l’adulto un rapporto che sollecita risposte analoghe a quelle che entrambi hanno vissuto con i propri genitori, nella primissima infanzia.
Questo è il fenomeno del transfert. Cioè la riattualizzazione dei vissuti, siano essi piacevoli o conflittuali, che hanno caratterizzato le relazioni primarie.
E’ evidente come l’insegnante venga investito di fantasie e aspettative che in certi casi possono essere anche molto difficili da reggere. Egli può essere idealizzato, oppure odiato e disprezzato e non sempre queste risposte da parte degli studenti dipendono dal suo comportamento o dal suo modo di essere, ma piuttosto da “proiezioni”.
Esse a volte sono così potenti da obbligarlo ad adeguarvisi e a comportarsi inconsapevolmente e involontariamente in determinati modi, nei quali non si riconosce e che sente come disfunzionali.
Se questo accade, l’insegnante sta subendo la pressione di una identificazione proiettiva, cioè una proiezione con la quale si è inconsciamente identificato. Ha cioè assunto involontariamente il ruolo che l’altro, altrettanto inconsciamente lo ha costretto a recitare.
Questo fenomeno, che in origine sarebbe alla base della comunicazione profonda tra il neonato e la madre, nei suoi aspetti patologici, può portare ad assumere atteggiamenti dannosi per sé e per gli altri.
La relazione didattica: controtransfert e transfert dell’insegnante
Naturalmente se siamo propensi ad identificarci con un certo ruolo o spinti fortemente ad assumere un certo atteggiamento è perché l’altro, ha contattato una parte di noi, magari latente e sopita, che però all’occasione emerge con tutta la sua forza condizionante.
In questo caso l’insegnante sentirà prepotentemente determinate emozioni o stati d’animo che si ripetono sempre uguali in presenza di quel determinato studente. Potrebbe provare per esempio irritazione, o pena, o ansia. Sentirsi particolarmente protettivo o viceversa indifferente.
E questo è il controtransfert.
Magari poi, a causa di questi sentimenti si sentirà spinto ad attaccare lo studente con particolare accanimento. Oppure potrebbe scoprirsi ad essere stranamente indulgente o a rispondere addirittura con soggezione.
Il controtransfert dunque è il sentimento che accompagna la relazione con quel determinato allievo e che finisce spesso col caratterizzarla in maniera rigida. E l’identificazione proiettiva è la spinta inconscia che sentiamo, ad adeguarci e ad agire in conseguenza di tali sentimenti.
C’è da aggiungere, tanto per complicare un po’ di più il quadro, che anche l’insegnante vive il suo transfert, che sarà diverso con ogni studente.
Per esempio ci sono allievi che ci ispirano immediata simpatia, altri il contrario. Alcuni diventeranno i nostri preferiti. Se osserviamo bene, potrebbe essere che le preferenze o le antipatie nascono da qualcosa di noi stessi che riconosciamo in quei particolari studenti.
Entrare in contatto con le emozioni
E’ proprio a causa di questi processi cristallizzati (transfert, controtransfert e identificazione proiettiva) che si creano quelle difficoltà apparentemente insormontabili con un determinato allievo e se non si analizza in profondità la costellazione di proiezioni reciproche, transferali e controtransferali si finisce col convincersi che non ci sia niente da fare o in alternativa si cercano rapide soluzioni attraverso misure disciplinari che coinvolgano eventualmente anche la famiglia.
Penso allora che al di là di tutte le altre modalità di intervento, sicuramente valide, prendersi del tempo per pensare e soprattutto restare a contatto con le proprie emozioni sgradevoli, in modo da dare ad esse un significato che colleghi i vari aspetti di sé e dell’altro, invece di disfarsene, possa essere estremamente utile, anche per permettere agli insegnanti di dare un valore umano profondo alla propria professione, sottoposta alla pressione alienante del risultato e della programmazione, almeno tanto quanto lo è l’allievo.
Mi rendo conto però che di tempo non ce n’è o ce n’è sempre meno. E che la possibilità di incontrarsi in gruppo a pensare con calma sia attualmente quasi un’utopia data la situazione emergenziale. Essa tra le altre cose ha alterato pesantemente la relazione tra l’insegnante e la sua classe che invece di essere presente e viva all’interno di un’aula dove emozioni e proiezioni circolano liberamente da uno all’altro per convergere sulla sua persona, è parcellizzata e filtrata dal sistema della didattica a distanza.
Intanto mi limiterò a concludere che utilizzare una chiave di lettura psicoanalitica possa sempre offrire un’opportunità di conoscenza alla quale non bisognerebbe rinunciare tanto facilmente se vogliamo comprendere a fondo le difficoltà che incontriamo nelle nostre relazioni, e, non meno importante, rendere la nostra vita più ricca di significato.
Di Marina Mollica
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