Quando vi è una sofferenza mentale che va oltre la capacità di sopportazione del soggetto, la risposta ad essa può essere uno stato psicotico.
Ciò accade se l’esperienza emotiva è di natura traumatica, oppure quando la personalità è troppo immatura per farvi fronte.
Se lo stato psicotico diventa la modalità di risposta abituale alla sofferenza mentale, si sviluppa la malattia mentale.
Lo stato mentale psicotico comporta una profonda alterazione del rapporto con la realtà (esterna e interna) ed in termini psicoanalitici può essere inteso come una grave incapacità di comprendere la propria esperienza emotiva.
Fondamenta della comprensione dell’esperienza emotiva
La capacità di comprendere l’esperienza emotiva trova le sue fondamenta nel rapporto primario con la madre.
Il neonato si trova inizialmente in una condizione in cui l’esperienza mentale e quella corporea sono la stessa cosa.
Tutte le potenti sensazioni da cui viene travolto, trovano una costante interpretazione da parte della madre, che, con la sua istintiva capacità di sintonizzarsi riesce a coglierne i bisogni emergenti.
Quando il neonato prova delle sensazioni spiacevoli, le espelle col pianto.
Contemporaneamente al riflesso corporeo del pianto si sviluppa un meccanismo mentale definito proiezione.
Con la proiezione il neonato immagina di disfarsi dello stimolo disturbante e del disagio mentale che esso comporta. Il dolore espulso ora viene vissuto dal bambino come se fosse causato dal mondo esterno.
La madre accoglie la proiezione del suo bambino e la interpreta, cioè dà ad essa un significato.
Quindi risponde in modo da restituire al bambino qualcosa che lo farà sentire meglio.
Ad esempio se il bambino piange perché ha fame, gli darà il latte.
Assieme al latte, che è il nutrimento per il corpo, il bambino assimila delle sensazioni di rassicurazione e soddisfazione (introiezione).
Ma non solo: oltre al contenuto (latte, rassicurazione, benessere) egli introietta la capacità materna di dare un significato alla sua esperienza emozionale.
In poche parole con ripetute esperienze di soddisfacimento, il bambino impara a comprendere i propri stati mentali, così come la madre li comprende.
Impara la capacità di decodificare, di dare un significato all’esperienza emozionale.
Esperienza emozionale e meccanismi di difesa
Qui vale la pena soffermarsi allora brevemente su cosa sia l’esperienza emozionale. Con essa si intende l’insieme di sensazioni, emozioni e fantasie inconsce (in quanto il neonato non ha ancora sviluppato la capacità di pensare), presenti nella mente in un dato momento.
L’esperienza emozionale può essere compresa quando è possibile contenere le proprie emozioni, restando a contatto con esse anche se sono spiacevoli o dolorose.
Ciò significa non fare ricorso a meccanismi di fuga ed evacuazione dell’esperienza emotiva come per esempio, un eccesso di proiezione o di identificazione proiettiva.
Identificazione proiettiva e scissione
Quest’ultimo concetto lo si deve a Melanie Klein (1946) che si riferisce ad un meccanismo della mente in base al quale il neonato, oltre ad espellere il disagio, immagina di espellere parti di sé per metterle nella madre.
E’ grazie all’identificazione proiettiva, che la madre può sentire come si sente il suo bambino. Perché ora quella parte che era nel bambino è dentro di lei.
Accanto alla proiezione e all’identificazione proiettiva vi è un altro meccanismo di cui la mente fa uso per proteggersi dal dolore: quello della scissione.
La mente del neonato tiene nettamente separate tra loro le esperienze sentite come gratificanti da quelle spiacevoli perché non è ancora in grado di integrarle.
Quando il neonato è in uno stato mentale caratterizzato dal dolore, farà esperienza di sé e del mondo che lo circonda come se fosse assolutamente e solamente cattivo. In quel momento la mente non avrà accesso all’altra faccia dell’esperienza (quella buona) e viceversa.
In questo modo il neonato può proteggere quanto di buono ha vissuto nella relazione con la madre, tenendolo lontano da tutto ciò che vi è stato di negativo.
I tre meccanismi menzionati (proiezione, identificazione proiettiva e scissione) sono da ritenersi necessari per il normale sviluppo della mente dell’individuo.
D’altro canto, se l’esperienza da affrontare oltrepassa la capacità della mente di farvi fronte, il ricorso massiccio ad essi comporta una grave distorsione dello sviluppo nella direzione della psicosi.
Stato mentale psicotico ed esperienza emotiva
Dunque veniamo al problema dello stato mentale psicotico: se vi è un fallimento della capacità di comprendere l’esperienza emotiva, essa non potrà essere utilizzata per la costruzione della capacità di pensare.
Quella capacità a cui Bion (1962) si riferisce quando parla di funzione alfa, che permette di pensare i pensieri e che in parte, è costituita dall’introiezione della capacità di contenimento materno.
La funzione alfa trasforma le sensazioni e le emozioni in modo che esse possano essere usate per il pensiero simbolico.
Il formarsi del pensiero simbolico è fondamentale perché è unicamente grazie ad esso che il bambino è in grado di mantenere il contatto con le esperienze buone avute nella relazione con la madre, quando questa non c’è o è presente come madre deludente e frustrante.
Il bambino, quando il suo sviluppo mentale lo consente, può ricordare, tenere a mente qualcosa di buono anche mentre è arrabbiato e frustrato. E questo gli garantisce la continuità nell’esperienza psichica.
Diversamente le fratture provocate da esperienze disturbanti, non mitigate da quelle positive stabilizzatesi nel proprio Sé, finiranno col provocare corrispondenti fratture nel tessuto mentale.
Stato mentale psicotico: eccesso di frustrazione e caduta della scissione
Abbiamo visto dunque che il meccanismo di scissione è indispensabile per salvaguardare le esperienze buone e con esse l’immagine di sé e della madre come altrettanto buone.
Attraverso lo svilupparsi del pensiero simbolico il bambino comincerà ad essere in grado di rimanere in contatto con tali esperienze pur trovandosi in una situazione frustrante.
Questo permetterà di integrare gradualmente ciò che sembra cattivo con la buona base costruita.
La percezione di sé e dell’altro diverrà così sempre più complessa, sfumata e realistica.
Tuttavia, quando il grado di frustrazione è tale da risultare intollerabile, per il neonato diventa impossibile tenere inizialmente separate esperienze di segno opposto.
Si creano così invasioni di campo nell’area delle poche esperienze buone, con gravi confusioni tra buono e cattivo e conseguenti angosce di morte perché tutto ciò che è buono viene distrutto.
La mente è costretta ad utilizzare allora in modo ancora più massiccio il meccanismo della proiezione e della scissione con un formarsi di frammenti terrificanti nella mente, quando questi tornano indietro come un boomerang per via dell’introiezione.
Si tratta di una vera e propria minuta parcellizzazione della personalità che risulta così frammentata in altrettanti Sé.
L’instabilità dello stato mentale psicotico
E’ tipico dell’esperienza psicotica non avere un senso di identità stabile proprio a causa delle numerose linee divisorie tra le varie parti di sé.
Il risultato da un punto di vista emozionale è una totale instabilità, un cambio continuo di umore, prospettiva, modalità di funzionamento sotto l’effetto di angosce distruttive e di morte.
La mente allora cerca di evacuare i contenuti non metabolizzati, dato che manca della capacità di pensare.
Un eccesso di proiezione e di identificazione proiettiva svuotano il Sé che finisce con il confondersi completamente con il mondo esterno.
In alcuni casi vi possono essere allucinazioni, quando pezzi del proprio apparato percettivo assieme alle relative sensazioni ed emozioni non metabolizzate nel pensiero, vengono proiettati fuori di sé.
La personalità rischia di essere invasa continuamente da angosce confusionali, minacciata dall’esterno e incapace di distinguere la propria esperienza emotiva da quella dell’altro.
Stato mentale psicotico e narcisismo onnipotente
L’incapacità di comprendere il proprio mondo interiore e il conseguente allontanamento dalla realtà interna ed esterna è aggravata da un altro meccanismo di difesa.
Si tratta del ritiro narcisistico cioè un ritiro onnipotente dalle figure genitoriali, con la fantasia di poter soddisfare autarchicamente i propri bisogni fondamentali.
Un esempio è il vuoto mentale o la fantasia di appropriarsi di una parte della madre o di un suo sostituto per non sentire la dipendenza da lei.
O ancora un atteggiamento mentale caratterizzato dalla sensazione di poter fare e ottenere tutto.
Il narcisismo onnipotente inteso dunque come lo stato mentale che nega la dipendenza dalle figure materna e paterna, diventa una componente stabile della personalità psicotica.
Ai genitori interiorizzati viene onnipotentemente negato il loro ruolo e in questo modo viene meno la capacità di contenimento dell’individuo.
Impotenza dello psicotico
La comprensione emotiva dunque può essere pregiudicata da emozioni troppo intense, specialmente se dolorose e dal senso di onnipotenza, che è stato posto a difesa della mente esposta ad un eccesso di sofferenza.
La causa di una eccessiva frustrazione la si può rinvenire nelle anamnesi, in eventi emozionali traumatici, avvenuti in una fase precoce della vita, quando la capacità del Sé non era sufficiente a contenere il sovraccarico di stimoli sensoriali ed emotivi.
Anche una indisponibilità materna dovuta ad esempio a depressione potrebbe essere causa di una sofferenza mentale indigeribile.
L’incapacità di contenere le emozioni trasformandole in pensieri, provoca un ingorgo per cui i contenuti emozionali possono solo essere evacuati nella proiezione, nell’identificazione proiettiva, con relative scissioni, nell’acting out (azioni aggressive e impulsive) o restare incistati nella mente generando tormento e sofferenza.
Tutto questo è alla base della condizione di grave impotenza dello psicotico, pur celata dietro l’onnipotenza.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Riferimenti bibliografici:
Bion, W.R. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.
Bion, W.R. Una teoria del pensiero, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, International Journal of Psycho-Analysis 1962.
Klein, M. (1946) Note su alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.
Rustin, M. et al. a cura di, Stati psicotici nei bambini, Mondadori ed. 1999, Milano.
