Narcisismo patologico: una porta per l’illuminazione

Introduzione

Oggi vorrei soffermarmi sull’impatto che il narcisismo patologico ha sulla vita di una persona che ne è affetta, sul grado di dolore mentale che esso provoca ma anche sull’opportunità che questo grado estremo di sofferenza offra.

Opportunità per il “narcisista”*,  qualora fosse in grado di arrivare ad una sufficiente consapevolezza del suo disturbo tanto da voler cambiare attraverso un lavoro di psicoterapia.

Opportunità per la sua “vittima”( inconsciamente consenziente e perciò catturata da una ragnatela mortale), nel momento in cui il dolore diventasse a tal punto insopportabile da desiderare di uscirne diventando consapevole  degli innumerevoli inganni del sistema di pensiero narcisistico che la domina.

E infine opportunità per tutti coloro che direttamente o indirettamente venissero a contatto con questo dramma.

* [Per convenzione mi riferirò, parlando del narcisismo, al genere maschile, beninteso ovviamente che tale patologia riguarda anche il genere femminile. Inoltre userò le virgolette per designare colui che soffre di tale patologia, allo scopo di sottolineare come spesso vi si pensi in termini squalificanti e denigratori e come invece egli si trovi a vivere coattivamente in una tragica vicenda umana].

Non voglio fare una trattazione clinica del disturbo narcisistico di personalità. Quello che mi interessa invece è descriverne l’aspetto di grave sofferenza mettendo l’accento sul fatto che esso potrebbe essere visto come una delle manifestazioni estreme del disagio profondo in cui versa la nostra società. Manifestazione che  si situa lungo un continuum dove il narcisismo di ciascuno è presente in varie misure.

Penso che il confine tra narcisismo sano e narcisismo patologico sia diventato molto sottile nel sistema  in cui ci troviamo a vivere, tanto da portarmi ad avere l’impressione che la confusione tra l’uno e l’altro sia piuttosto diffusa.

Per questo, osservare la modalità con cui si esplica una relazione basata sul narcisismo patologico e il danno che essa infligge a tutti coloro che ne sono implicati, può essere un’occasione unica per risvegliare le coscienze assopite.

La vita “normale”

Ognuno di noi si identifica con un’idea di sé legata ai vari ruoli che occupiamo nell’area affettiva, professionale e sociale. L’attaccamento all’immagine che abbiamo di noi stessi è tale da condizionare profondamente la nostra vita.

Se tutto funziona secondo i piani, le varie tappe socialmente condivise devono essere raggiunte entro determinati limiti di età e questo fa sentire narcisisticamente al sicuro.

A volte capitano degli imprevisti e l’immagine che si ha di sé ne viene minacciata.

Se si è abbastanza abili, o fortunati o entrambi si riesce a riportare il fiume al suo normale decorso e questo comporta un incremento della forza interiore che si manifesta come autostima.

Naturalmente la vita non ci lascia mai in pace e quando siamo riusciti a raggiungere qualche importante obiettivo o i maggiori traguardi prefissati, ne svela il lato effimero, se non altro attraverso l’invecchiamento, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Tuttavia ogni fase della vita ha le sue crisi, le sue difficoltà e le sue necessarie elaborazioni e questo sembra far parte del pacchetto.

Siamo avvezzi all’idea che presto o tardi invecchieremo, ci ammaleremo, qualche persona cara verrà a mancare e così via. E’ nell’ordine naturale delle cose, anche se poi cerchiamo di allontanare da noi tale pensiero e ci illudiamo inconsciamente che queste eventualità non riguardino noi.

Dunque tutto questo è parte del vivere quotidiano, e giorno per giorno ci facciamo i conti più o meno consapevolmente.

La società occidentale poi ha inventato milioni di modi per rendere il nostro soggiorno sulla terra quanto più gradevole possibile, in modo che possiamo dimenticarci della nostra vulnerabilità almeno per un pò.

“Ricordati che devi morire!” diceva un religioso nel film di Troisi intitolato  “Non ci resta che piangere” e lui rispondeva: ” E mò me lo segno!”.

Ma si trovavano a ridosso del medioevo.

Allora fin qui tutto bene.

La relazione con il “narcisista patologico”: un baratro infernale

Se non che la nostra società, tra le altre cose, produce su larga scala le guerre, il terrorismo, le manipolazioni di massa, i vari tipi di estremismo, i fanatismi, le ideologie più aberranti e, su “piccola” scala, il narcisismo perverso.

E qui per qualcuno cominciano guai seri perché ci troviamo sull’orlo della follia, di fronte ad un baratro oscuro che dà le vertigini, che non ha fine, come non c’è fine al grado di sofferenza che tale patologia infligge.

Nel narcisismo patologico, tutti i terrori più ancestrali, arcaici ed incontrollabili prendono le sembianze di demoni che assumono il controllo dell’intera esistenza.

Fame, bramosia, abbandono, impotenza, rabbia, odio, disgregazione e morte sono i nomi di questi demoni di cui “il narcisista” cerca costantemente di disfarsi, portandoseli dentro come una orribile compagnia a lui stesso nascosta.

Assieme alla sua distruttività essa viene precocemente trasformata in una specie di “gang mafiosa” (Rosenfeld, 1971), o di setta clandestina che ne controlla e ne domina la personalità ridotta ad un fatiscente fantoccio, minacciandolo costantemente di morte e torture indicibili, se non farà quanto gli viene comandato, ma anche, come descrive Meltzer (1968), promettendogli di proteggerlo contro il terrore in cambio della sua fedeltà.

A questo punto la scelta è tra la propria sopravvivenza ad ogni costo o quella dell’altro.

Si perché l’altro diventa la vittima designata, l’agnello sacrificale, da fornire periodicamente al famelico mostro, alla minacciosa congrega.

Egli oscilla tra il sentirsi fedele al patto omertoso con la sua società segreta identificandosi con i suoi valori: onnipotenza, controllo, supremazia, superiorità, dominio, e la disperata ricerca di un’isola felice che gli permetta di sfuggire alla sua schiavitù.

Per questo cerca una partner ideale, perfetta con cui creare una simbiosi salvifica e inebriante, che per un pò allontani e anestetizzi dal dolore del cancro già diffuso.

Ma non passa istante che ogni perfezione, non venga contaminata, ogni ideale non venga intaccato e messo in dubbio, così da trasformarsi velocemente  nel suo contrario: un misero feticcio da buttare perché incapace di proteggere dalle nuove pressanti richieste della “gang” che si pone come unico, vero, intramontabile ideale a cui asservirsi 

L’ infelice si salva agli occhi dei suoi persecutori interni scaricando la colpa sulla vittima, già colpevole di non essere stata in grado di salvarlo da essi.

E’ così che sorge un odio devastante nei confronti dell’altro sentito come traditore e al contempo minaccia per la sopravvivenza della propria identità.

L’altro,  con la sua semplice presenza che è alterità,  è causa di un conflitto insanabile.

Ogni differenza, ogni distinzione proposta nella relazione, è un attacco all’esistenza psichica di questo sventurato, dato che la percezione di una coesione del senso di sé è mantenuta faticosamente attraverso la costruzione di un’immagine tanto grandiosa quanto labile.

Sentimenti positivi o negativi sortiscono il medesimo effetto: quello di fargli sentire il rischio intollerabile di una potenziale dipendenza. Ciò potrebbe smascherarlo ed esporlo in prima persona alla vendetta dei suoi persecutori.

E’ per questo che non si fa scrupolo di mentire, manipolare, raggirare, pur di impedire all’altro di scoprire il suo punto debole: il terrore di diventare lui stesso vittima sacrificale in luogo di quella da lui designata.

Ed è per questo che la relazione con lui si pone in termini di “mors tua vita mea”.

Le regole della relazione narcisistica potranno suonare più o meno così:

Se entri in relazione con me non ne puoi più uscire.

Se ne esci è solo da morta.

Se non muori ti ritroverò.

Se ti ritroverò ti considererò colpevole di tradimento e perciò ti torturerò prima di finirti.

Se sei in relazione con me è per la mia unica soddisfazione.

Ma se mi soddisfi ti odio perchè mi controlli.

Se mi controlli lo farò per primo.

Se non mi soddisfi ti disprezzo.

Se ti disprezzo ti tormento per farti pagare la delusione che mi infliggi.

Se continui a stare con me a queste condizioni sei più miserabile di me e questo mi autorizza ad approfittare di te che non vali niente.

Se il motivo per cui stai con me non è la tua inferiorità, allora trami qualcosa

Potresti essere più pericolosa e perfida di me.

Ma se ti metterai contro di me perderai.

Se vincerai, prima o poi te la farò pagare a carissimo prezzo.

Perché non puoi fare a meno di me e non farai a meno di me.

Da questa specie di decalogo risulterà chiaro che egli  si pone come unico dio dell’altro, coltivando al contempo l’illusione di una totale autonomia, una vera e propria autarchia nella quale l’altro non può avere spazio.

Il sentimento di solitudine ed incomunicabilità è dilagante ma ancora più devastante è quello di una totale inconsistenza di sé e della relazione, che viene denegata costantemente attraverso varie misure difensive.

La rabbia è lo stato mentale prevalente, una rabbia debordante, incontrollabile a volte, che può esplodere violentemente o essere evacuata in maniera strisciante attraverso aggressioni più o meno nascoste.

Tuttavia l’origine interna di tale rabbia non viene da lui riconosciuta. Se lo fosse, dovrebbe fare i conti con una immagine di sé fallimentare.

Dunque  per giustificarne l’esistenza deve attribuirne la causa proprio all’altro, che diventa nemico pericoloso e perciò odiato, o disprezzato quando le circostanze lo permettano.

Egli vive in una costante minaccia di assedio da parte del suo presunto nemico esterno, ne immagina i pensieri, cerca di prevederne le mosse, anticipandole con operazioni strategiche incredibilmente sofisticate, attaccando e contrattaccando di continuo.

Vive nella costante ossessione di essere vinto, umiliato, smascherato, dominato, deriso, punito, violentato e questo inferno personale da lui costruito lo fa sentire in diritto di difendersi infliggendo le medesime umiliazioni e punizioni che teme da parte dell’altro o che crede di aver ricevuto.

Tenta di far cadere l’altro in situazioni relazionali claustrofobiche, senza via di uscita. Lo costringe a comportarsi in modo tale che questo si conformi quanto prima alle sue nefande aspettative, quasi a provarne sollievo.

Ma qualora il malcapitato cadesse nel tranello, provocherebbe una trionfante punizione e ulteriori macchinazioni da parte del suo perseguitato persecutore.

Ogni tentativo di far ragionare questo prigioniero di sé stesso, sarà vissuto come un tentativo di controllo su di lui o come una manipolazione simile a quelle che lui mette continuamente in atto per costruire, volente o nolente, lo scenario infernale che ha in mente.

Ogni tentativo di conciliazione sarà vissuto come una resa a volte perfino sospetta e strumentale.

I significati saranno sistematicamente distorti. Le migliori intenzioni annullate. Qualsiasi azione da parte della vittima risulterà sbagliata. Non ci sarà modo di uscirne. Né con le buone né con le cattive.

Ogni ribellione diventerà una violenza perpetrata ai suoi danni .

Ogni presa di distanza un abbandono e di conseguenza una illegittima, inaccettabile, terrorizzante punizione inflitta ad un essere inerme.

In questo senso essa sortirà l’effetto temporaneo di calmare la belva inferocita  che sente in sé stesso, trasformandola in un animale spaventato e momentaneamente messo all’angolo ma poi per questo ancor più carico di odio profondo, viscerale, violento, presto trasformato in bramosia di vendetta che passerà sotto il nome di giustizia.

Ogni mezzo sarà lecito per ottenere un risarcimento.

E ad aggravare la pena di questo girone d’inferno il dubbio ossessivo, devastante, logorante, di essere lui stesso,  la fonte di tutto questo orrore, il mostro, il colpevole.

Un dubbio sedato per l’appunto attraverso la continua ricerca delle prove a favore della colpevolezza dell’altro e della sua indegnità.

Una volta ottenute tali prove, estorte con ogni genere di manipolazione, scatterà la fase punitiva. Ma la violenza sarà tale da travolgere lo stesso giudice insieme alla vittima. In una totale confusione tra sé e l’altro. Riproponendosi così daccapo il ciclo del dubbio.

Rimarrà un’unica via di fuga, quella di cercare una nuova relazione, una nuova vittima, intatta, vergine, da idolatrare per tenere il più a lungo possibile lontano, il fantasma mostruoso della devastazione che presto travolgerà anche lei.

Se tale è l’inferno del “narcisista”, non lo è da meno quello della sua controparte.

In un rapporto di specchi che si riflettono l’uno nell’altro, la confusione è il tema dominante, dove la domanda assillante: “sono io o è lui”, finisce per trovare la tragica, ancorché paradossalmente liberatoria risposta, in un semplice:”sono io”. In questo modo sarà preservato il legame d’amore cui la “vittima” non riesce a rinunciare.

Il senso di colpa e di inadeguatezza sono dunque gli altri due aspetti ineludibili della relazione narcisistica, in un progressivo svilimento di sé.

Il senso di intrappolamento e angoscia poi derivano dal fatto che si desidera risolvere un enigma che non ha soluzione se non nell’auto annientamento.

Il desiderio onnipotente di cambiare le cose e di controllare a propria volta fa da contraltare al controllo subito. In una spirale distruttiva che non ha fine.

Come uscire dunque da questo labirinto mortale?

Dietro al narcisismo il dolore: il crollo delle illusioni

Quella del “narcisista” e della sua “preda”, schiavi l’uno dell’altro e a un tempo di se stessi, è una relazione emblematica, che ricorda quella che intercorre tra il servo e il suo padrone.

In quanto tale mi sembra che potrebbe riguardare ciascuno di noi, quando siamo invischiati in vari tipi di dipendenze illusorie, tutte facenti capo al bisogno di salvaguardare il nostro fragile ego.

Oserei dire che il narcisismo come sistema di pensiero e modalità di funzionamento è a tal punto generalizzato e inflazionato nella nostra società, a tal punto nutrito ed alimentato e parte del vivere comune, da sollevare il sospetto che si tratti di una forma molto pericolosa di illusione collettiva, capace di stravolgere i significati, di mistificare la realtà e così di annientare ogni nostra capacità critica.

Prendiamo ad esempio l’immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro mondo, come costrutto solido ed intoccabile. Che si tratti di convinzioni politiche o ideologiche, di adesione ad un certo gruppo sociale o religioso, o di idee su come dobbiamo sentirci e apparire, ci aggrappiamo ad esso e vi restiamo attaccati con tutte le nostre forze, al punto da cadere spesso in varie forme di alienazione pur di salvaguardarlo dinanzi ai nostri occhi e soprattutto a quelli degli altri.

Gli obiettivi che ci proponiamo nella vita diventano più importanti della vita stessa, specialmente se fin dalle prime battute della nostra presenza qui, non siamo stati proprio fortunati.

Lottiamo perennemente per un risarcimento, per lo più senza saperlo e ci tuffiamo a capofitto nel futuro, nella speranza di cancellare il passato.

Dimentichiamo così l’innocenza del bambino estatico dinanzi ad un oggetto che cattura tutta la sua attenzione, in pace quando non sa che un futuro lo aspetta e un passato lo ha condizionato.

“Se non ritornerete come bambini…”

Ma non siamo in grado di farlo o non siamo abbastanza motivati per farlo e quindi ci concediamo brevi momenti di fuoriuscita dalla morsa della mente adulta, nei ritagli di tempo e con modi codificati dalla nostra previdente società.

Tutto sommato un disagio che sta sullo sfondo delle nostre esistenze è tollerabile, ci facciamo i conti come fosse una tassa da pagare e ci conviviamo civilmente. Ma è proprio questa abitudine quiescente e passiva di sopportare a volte l’insopportabile che ci allontana dalla possibilità di entrare in contatto con l’essenza della vita, la parte più vera di noi stessi.

Ed ecco che osservare il funzionamento narcisistico proprio e altrui (meglio se  attraverso un lavoro terapeutico), può diventare un’occasione unica per liberarsene e comprendere il contagio ipnotico cui la mente socializzata ci sottopone.

Tutti i suoi idoli cui diamo tanta importanza: potere, successo, controllo, reputazione da un lato, ma anche amore, felicità, bellezza, perfezione, bontà dall’altro, devono essere gettati via in un sol colpo, se non si vuole essere sgretolati da quel tritacarne che è il pensiero narcisistico.

Quando si è imbrigliati nella rete soffocante della relazione narcisistica infatti si può diventare acutamente consapevoli del fatto che il  dolore cui si è sottoposti non ha giustificazione, nemmeno se motivato dalla necessità di proteggere tutto ciò che riteniamo più prezioso.

Niente come il dolore obbliga a tornare in se stessi. E’ come una domanda implacabile alla quale si deve per forza trovare risposta. Non c’è più modo di fuggire, non ci sono più palliativi che fungano da anestetici.

Esso è tale da scuotere così profondamente le fondamenta dell’essere di un individuo che diventa impossibile rimanere nel torpore. O ci si sveglia o si soccombe.

Ci si trova di fronte ad un bivio: cedere al ricatto degli attaccamenti o lasciar andare tutto e arrendersi.

Non essere più ricattabili: la resa e il risveglio

E la resa è un vero atto d’amore nei confronti di se stessi. Abbandonare tutto per amore di se stessi. Di quella parte  autentica di sé la cui essenza è assoluta, perché in essa risiede la vita.

Come dicevo la vita non ha valore solo a condizione che le cose vadano come ci aspettiamo. La vita è un assoluto cioè ab- solutus “libero da ogni vincolo ” e in quanto tale un mistero.

Abbandonare tutto non significa scappare su un’isola deserta o ritirarsi nella tipica roccaforte narcisistica del silenzio. Non significa nemmeno rinunciare a ciò in cui crediamo, ai nostri sogni o desideri.

Abbandonare significa abbandonarsi, cioè accettazione completa, totale di ciò che è per come è, per fare spazio. Per dare spazio al nuovo. Alla possibilità di creare.

E questo equivale a distacco. Distaccarsi smettendola di identificarsi con il groviglio di pensieri ed emozioni che ci caratterizzano, che sono il nostro tanto idolatrato patrimonio.

Il risveglio può solo avvenire entrando in contatto con il  qui ed ora, riscoperto come unico momento, unica realtà capace di dare consistenza e solidità, pur nel suo fluire.

Eckart Tolle, un maestro spirituale dei nostri tempi, ci ricorda il potere insito nel momento presente.

Non c’è dubbio ossessivo, pensiero tormentoso, angoscia, dolore o paura che non possa essere dileguato attraverso la consapevolezza della propria presenza.

Volgere l’attenzione interamente, intensamente e profondamente al momento presente porta ad un graduale consolidamento della percezione del proprio Essere che inizia a brillare come un astro nascente.

Ci si accorge della nobiltà dell’essere umano e della infinita bellezza di cui è parte. Al contempo si accresce il senso di pace, grazie alla capacità di fare silenzio.

E la vita umana si riscopre come sacra. Non solo se è in grado di offrire qualcuna delle gioie che siamo abituati a desiderare,  ma in se stessa, in assoluto.

Ciascuno di noi è un assoluto, indipendentemente dal fatto che sia stimato apprezzato o amato da qualcuno.

Ciascuno di noi è.

Se non ce ne dimentichiamo, se lo riscopriamo possiamo salvarci dal ricatto mortale ed alienante del narcisismo quale che sia la sua forma o il grado della sua presenza.

Possiamo allora fare qualcosa per evitare il prodursi di quelle condizioni che favoriscono tale patologia, come quando invece di accogliere con amore i nostri figli, ci aspettiamo da loro ogni genere di soddisfazioni, trattandoli come trofei, immolandoli all’implementazione del nostro ego, anche se mascheriamo tali intenzioni con la giustificazione che quanto facciamo è per “il loro bene”.

Che ne sappiamo noi del loro bene, dal momento che non conosciamo nemmeno quale sia il nostro!

Rispettiamoli per la vita e l’infinita saggezza che portano in sé e godiamo della loro presenza senza aspettarci nulla se non che siano se stessi.

Non aspettiamo che sia il loro disagio a farci ricordare del nostro e non anneghiamo un eventuale malessere sotterraneo nel lavoro, nelle relazioni sociali, negli hobbies o perfino nei corsi di crescita personale.

Non aspettiamo che sia una depressione conclamata a farci occupare della nostra interiorità.

Non convinciamoci che una crisi di coppia, preceduta da innumerevoli conflitti o incomprensioni sia dovuta al partner sbagliato.

Non permettiamoci di guardare davvero i nostri figli nel momento in cui una loro sofferenza grave ci faccia accorgere che non sono quello che immaginavamo.

Non facciamoci delle domande su noi stessi solo quando loro sono nella disperazione.

Non guardiamo agli altri come a dei prolungamenti di noi stessi, secondo la relazione “che il corpo di un organismo ameboide ha con gli pseudopodi che emette” (Freud, 1914).

Il narcisismo patologico rende inconsapevoli dell’altro in quanto persona intera e separata da sé.

L’altro è un vero e proprio oggetto, una cosa messa lì per il proprio uso e consumo, un cestino da riempire con i propri contenuti interni. Un utensile da gettare qualora la sua funzionalità dovesse venir meno.

Ma quante volte ci accade lo stesso? Con che occhi guardiamo all’altro se dalla relazione con lui non possiamo averne un tornaconto? Quante volte lo guardiamo a partire dai nostri schemi fatti di bisogni, desideri, emozioni e quindi lo guardiamo senza vederlo veramente? Quante volte cerchiamo di forzare la relazione dentro questi schemi?

Cerchiamo di rimanere sensibili e desti, di non lasciarci travolgere dalle abitudini insensate e folli della nostra società che ci dispongono in uno stato di obnubilamento costante accompagnato però da inquietudine e bramosia compulsiva.

Cerchiamo di sviluppare la consapevolezza attraverso una visione di profondità, fatta di studio, di lavoro su sé stessi, di ricerca, ma al contempo di accettazione incondizionata di ciò che è.

E’ un paradosso all’interno del quale trovare l’equilibrio è possibile se si conserva una mente vigile, attenta e non vorace.

E ne vale la pena. Perché è in gioco la nostra libertà e la libertà di tutti.

 

Indicazioni bibliografiche

Freud, S., ZurEinfuhrung des Narzissmus, trad. it. Introduzione al narcisismo, in Opere , vol. VII.

Meltzer D., Terror Persecution and Dread (1968).

Rosenfeld H.A., A Clinical Approach to the Psychoanalytic Theory of the Life and Death Instincts: an Investigation into the Aggressive Aspects of Narcissism, Int. J. Psycho-Anal., vol. 52 (1971a) cit. in Steiner J., “Le relazioni oggettuali narcisistiche e le organizzazioni patologiche della personalità: una rassegna in letteratura”, ne “I Rifugi Della Mente”, Bollati Boringhieri ed. pp73-78 (1996) .

Tolle E., The Power of now (1999), trad it. Il Potere di Adesso, ed. My Life (2013)

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Di Marina Mollica

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