In questo articolo parlerò della psicoterapia psicoanalitica infantile, come modello di intervento specifico all’interno del più vasto campo dei trattamenti di psicoterapia infantile.
Mi riservo di tornare in seguito sull’argomento per approfondirlo con altri articoli.
Psicoterapia psicoanalitica: esplorazione di un mondo sommerso
La psicoterapia psicoanalitica infantile si caratterizza per avere come interesse principale, l’esplorazione del mondo interno della persona, sia conscio che inconscio.
Essa fa riferimento a diverse teorie che in generale hanno in comune il fatto di considerare l’essere umano come mosso da spinte di cui è solo in minima parte consapevole.
Pensieri, scelte, comportamenti che si svolgono nell’attualità, sono per lo più il risultato di un agglomerato di esperienze vissute nella prima infanzia con le proprie figure di riferimento principali, in primo luogo i genitori. Tali esperienze sono disponibili al recupero della memoria in maniera parziale e frammentaria o non lo sono affatto se sono avvenute in epoca preverbale.
Se consideriamo infatti che la memoria narrativa richiede l’uso del linguaggio, è chiaro che tutto ciò che accade nel primo anno di vita, soprattutto nei primi mesi, e che costituisce la base della costruzione della personalità, rimane depositato in una memoria inconscia, al confine tra lo psichico e il corporeo.
Ma anche gli avvenimenti successivi subiscono lo stesso destino dato che il bambino piccolo, pur cominciando a sviluppare il linguaggio, a causa della prolungata immaturità psicofisica, non possiede comunque gli strumenti cognitivi per sottoporre a critica ciò che accade. Di fatto, dipende integralmente dai genitori per la propria sopravvivenza e per la costruzione della propria mente.
Inconscio: l’organizzatore nascosto
Tutte le situazioni relazionali di cui l’essere umano farà esperienza, dunque, saranno depositate in una memoria inconscia, automatica e costantemente attiva nell’influenzare la vita quotidiana.
Tali esperienze si configureranno come specie di reti di informazioni collegate tra di loro da “nessi associativi”. Da esse deriveranno le immagini che si possiedono di sé e dell’altro, i vissuti ad esse collegati e, conseguentemente, gli schemi entro i quali ci muoviamo.
Questo bagaglio, prevalentemente inconscio assieme alla nostra eredità biologica, sarà il responsabile del modo con cui saremo in grado di affrontare la nostra vita e così pure di eventuali disturbi della sfera cognitiva, affettiva, somatica ecc.
Vorrei qui far riflettere sulla valenza del termine “inconscio” che significa ciò di cui non siamo consapevoli e che per questo agisce indisturbato su di noi, almeno fino a che non irrompa, inaspettata, una crisi, in grado di generare una condizione di dolore mentale insostenibile.
Per essere più precisi, tale crisi genera una situazione di allarme che porta la persona a cercare, con tutti i mezzi noti a propria disposizione, di ripristinare il controllo e, fondamentalmente, lo status quo.
Se tali tentativi non hanno successo, cioè se la persona sente che le risorse interne o esterne, di cui solitamente era in grado di disporre non sono più sufficienti, vivrà questa situazione come angoscioso sentimento di impotenza.
La presa di coscienza dei propri limiti nel fronteggiare la nuova situazione si trasformerà prima o poi in una richiesta d’aiuto.
Solo a questo punto ci sarà la disponibilità ad affrontare un cambiamento tramite l’osservazione di ciò che prima sfuggiva alla coscienza. Cioè di tutti quegli aspetti, dentro di sé, che in qualche modo hanno contribuito a creare le premesse per il costituirsi della situazione attuale.
Anche quando le difficoltà riguardano il bambino la richiesta d’aiuto, da parte dei genitori nei confronti dello psicoterapeuta infantile, viene spesso fatta solo dopo aver tentato diverse altre soluzioni e solo nei casi in cui queste si siano rivelate del tutto insoddisfacenti.
A volte passano anni prima che un disturbo di natura psicologica, insorto magari già in età prescolare, venga affrontato al livello che gli compete, cosa che in certi casi può compromettere l’efficacia di un trattamento di psicoterapia o complicarne notevolmente l’andamento.
Il compito dello psicoterapeuta psicodinamico
Il compito dello psicoterapeuta che lavora in ambito psicoanalitico, è proprio quello di aiutare chi si rivolge a lui a comprendere ciò che succede e a dargli un significato che colleghi ciò che è conscio con ciò che non lo è.
A partire dal problema che ha portato la persona a chiedere aiuto, lo psicoterapeuta cerca di portarla ad una graduale presa di coscienza delle cause profonde di quella richiesta e di ciò che si nasconde dietro al sintomo, che spesso costituisce la punta di un iceberg.
Farà parte della fase di accertamento comprendere la natura del disagio, la sua gravità, il suo essere eventualmente legato a fattori contingenti (ad esempio un lutto, o una separazione) e quanto questi vadano a minare la stabilità interiore della persona a causa di eventuali fragilità rimaste magari latenti fino a quel momento.
Età evolutiva e psicoterapia psicoanalitica
Chiariti questi aspetti di ordine generale, possiamo dire che la psicoterapia psicoanalitica infantile si configura come un’area specifica della terapia psicoanalitica. Anzitutto perché si occupa dell’età evolutiva. Un’età in cui cioè l’individuo è ancora in fase di sviluppo e pertanto dipendente dal contesto familiare. La terapia del bambino quindi coinvolgerà tutta la famiglia in modo più o meno diretto.
Anche se sarà il bambino ad essere seguito settimanalmente, periodicamente anche i genitori saranno chiamati a partecipare a colloqui di aggiornamento sulla situazione. Colloqui che permetteranno al terapeuta di capire l’impatto che la terapia ha sul sistema familiare e sull’ambiente sociale del bambino, e che daranno ai genitori la possibilità di chiarire dubbi o comprendere più a fondo le problematiche del proprio figlio. Potrà via via diventare più chiaro come esse si inscrivano nel contesto familiare e in taluni casi potrà emergere il bisogno per uno o entrambi i genitori, di accedere ad una terapia per sé.
Come lavora lo psicoanalista infantile
I genitori faranno l’esperienza di come il terapeuta lavora. Il suo compito principale infatti, non è tanto quello di fornire soluzioni pratiche, quanto quello di contenere innanzitutto la loro ansia, mantenendo la capacità di pensare in situazioni difficili, aiutandoli così a sviluppare in se stessi la medesima capacità assieme a quella di osservare e di riflettere sul significato non immediatamente evidente, di quanto accade al bambino.
Allo stesso modo avverrà nel lavoro col bambino. Egli farà esperienza di un luogo dove potrà essere accolto da una persona in grado di mantenere un atteggiamento di osservazione neutrale rispetto a ciò che avviene nella stanza durante la seduta.
I bambini infatti portano nella seduta tutto ciò che accade nel loro mondo interno; le loro angosce, i loro bisogni, i desideri, i loro impulsi e relativi conflitti, e infine le fantasie che fanno riguardo a tutto questo. Tutto ciò sarà espresso prevalentemente attraverso il gioco (o in certi casi con il disegno) che via via sarà sostituito dalle parole con l’avanzare dell’età.
Dato che la stanza di terapia sarà il luogo dove i bambini porteranno anche i propri impulsi distruttivi, è chiaro che in questo luogo non ci si può aspettare che si comportino bene.
Il terapeuta infantile non ha il ruolo di un educatore, pertanto non è interessato a produrre un determinato comportamento nel suo paziente ma ad osservare e comprendere ciò che succede nella stanza, per poi descriverlo (cioè metterlo in parole) ed eventualmente attribuirvi un significato.
Tale significato potrà essere comunicato se il terapeuta sente che il bambino è in grado di accoglierlo. Altrimenti sarà tenuto nella propria mente e utilizzato come indicazione per il proseguo della terapia.
Per questo sarà molto importante che i genitori comprendano in che cosa la psicoterapia psicoanalitica infantile si differenzia rispetto ad altri tipi di trattamento. L’attenzione è sui processi interni e non sul fatto che il bambino soddisfi determinate aspettative, modificando il proprio comportamento esteriore.
Una trasformazione dello stato mentale del bambino avverrà attraverso una progressiva interiorizzazione del funzionamento della mente del terapeuta e questo è un processo che richiede tempo.
Così come la personalità si costruisce negli anni, più il bambino sarà grande, più tempo ci vorrà per ottenere una trasformazione profonda.
Aspettarsi dei progressi o la risoluzione in tempi brevi del problema per cui il bambino è stato portato in terapia, non è molto realistico.
A volte succede che ci sia un immediato e tangibile miglioramento, dovuto alla risposta del bambino alla situazione terapeutica cioè al fatto di aver trovato uno spazio per sé dove essere accolto. Ma cambiamenti che resistano nel tempo, possono avvenire solo con un lungo e paziente lavoro da parte di tutti.
Di Marina Mollica
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