Sintomo e società

 

Ritengo che il sintomo di un individuo sia espressione del disagio dell’ intera società.

Cioè vedo sintomo e società così inestricabilmente intrecciati da diventare una cosa sola.

Sintomo e società: il percorso verticale

Comincerò col dire che il sintomo di un individuo  è il punto culminante dell’espressione di qualcosa che non ha funzionato a livello familiare.

Il membro che si ammala all’interno di un contesto familiare è colui che funge da ricettacolo delle patologie degli altri membri, principalmente i genitori.

Per sopravvivere ad esse è costretto ad assumere il ruolo di colui che raccoglie la sofferenza delle ferite presenti in loro.

Così quando pensiamo al sintomo di un individuo dobbiamo tenere a mente la relazione tra questo e i suoi familiari in modo tale che dal numero uno passiamo al numero tre: un figlio e due genitori.

Ma questa sofferenza non elaborata che si trasforma in sintomo e  che sembra partire dai genitori, ha a sua volta origine un pò più a monte.

Infatti i due genitori hanno ricevuto l’eredità psicofisica  dei propri genitori, facendosi portatori dei loro fardelli più o meno nascosti.

E così il numero sale a sette. Un figlio, due genitori e quattro nonni.

Poi salirà a quindici: un figlio, due genitori, quattro nonni, otto bisnonni…

Potremmo procedere in questo modo attraverso le ramificazioni dell’albero genealogico, con una progressione esponenziale.

Si tratta di un percorso verticale a ritroso nel tempo che si estende a ventaglio e che ci porta fino alle origini dell’umanità, quando chissà, forse essa davvero godeva di una condizione paradisiaca, perduta con il peccato originale.

Sintomo e società: il percorso orizzontale

Ma vi è anche un percorso orizzontale: ogni famiglia infatti è inserita in un tessuto sociale più ampio.

Una rete di relazioni interconnesse dove avvengono scambi infiniti e reciproci.

I fardelli cui accennavo prima e che si tramandano da una generazione all’altra, provengono da esperienze dolorose e traumatiche frutto dell’intreccio tra l’individuo con tutto il suo bagaglio e l’ambiente circostante.

Proprio come un virus che si diffonde in maniera incredibilmente veloce (e allo stato attuale delle cose pare che tutto il mondo lo abbia dovuto constatare), così il male di ogni individuo, portatore della sofferenza familiare, si propaga in tutte le pieghe della società assumendo le più svariate forme.

La depressione dell’uno si intreccia con la rabbia dell’altro. Il bisogno di prevalere con quello di subire.

Come calamite dai poli opposti, i vari disturbi in maniera maggiore o minore, si attrarranno e formeranno coppie di innamorati o di amici o di collaboratori che sono potenzialmente in grado di trasformarsi in aggregazioni cariche di conflitti di varia natura.

Strutture come gruppi, correnti e istituzioni per quanto innocenti possano sembrare a prima vista contengono potenzialmente il germe del conflitto, pronto ad esplodere alla prima occasione.

Conseguenze

Si assisterà così, su larga scala al tragico spettacolo di una fazione contro l’altra, di un giudizio contro l’altro.

E la cosa ha dell’incredibile perché pur essendo tutti ma proprio tutti contaminati ci sarà sempre chi a livello individuale o come parte di un gruppo, punterà il dito in avanti, come se il male fosse sempre lì e non qui.

Ci sarà sempre questa divisione io-tu e noi-loro.

Perfino negli ambiti che dovrebbero essere i più scevri da conflitti, come quello scientifico o artistico, persistono  rivalità, competizioni e guerre intestine.

Eppure si continua a credere che il malato, il folle sia quello che rientra nella casistica del manuale dei disordini mentali.

Devo dire che spesso questi malati hanno, nel loro tessuto sociale la funzione di capri espiatori. Essi come dei catalizzatori ci permettono di credere che tutto il male si concentri su di loro.

Questo ci fa sentire migliori in quanto parte della schiera dei sani.

Fino a quando qualche disturbo non colpisce anche noi, riportando le cose all’equilibrio.

Sono giunta a credere che ci sia una profonda equanimità nel modo con cui le malattie, fisiche o mentali che siano, prendono tutti prima o poi.

Esse sembrano svolgere la triste ma quanto mai necessaria funzione di ricondurre la mente alla ragione, ricordandole di essere completamente delirante e fuori strada.

Ma si spera che arrivi il meraviglioso giorno, pieno di luce, nel quale non sarà più necessaria alcuna malattia o alcun tipo di sofferenza per abbandonare la nostra, personale e sociale, follia.

Auguriamoci che per allora ci sia ancora qualche essere umano sulla faccia della terra.

 

Di Marina Mollica

e-mail:  info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Foto di Geralt da Pixabay