Perchè non bisogna temere il disagio psichico

Spesso mi capita di incontrare nelle persone delle resistenze sulla possibilità di riconoscere il proprio disagio psichico e di affrontarlo con una opportuna psicoterapia. Penso addirittura che ci sia un timore a farlo, ancora molto diffuso.

Allo stesso tempo ho osservato una proliferazione di corsi inseriti all’interno dell’area del benessere.

Niente di male in questo naturalmente, dal momento che forse oggi, più che in passato c’è un’attenzione particolare alla salute e al collegamento tra psiche e corpo.

Si potrebbe anche dire che sia un bene che molti colleghi si siano dati da fare a sviluppare seriamente questo settore, perché è giusto che gli psicologi pongano l’attenzione prima di tutto sulla salute e sulla prevenzione della malattia, piuttosto che occuparsi unicamente della psicopatologia e della sua cura in ambito psicoterapico.

Tuttavia oltre al fatto che tali corsi sono spesso promossi indiscriminatamente non solo da colleghi del settore e da professionisti di aree limitrofe ma anche da figure con la più vasta e variopinta gamma di titoli, mi è capitato non poche volte di sentire in questi ambiti affermazioni avventate riguardanti l’inutilità della psicologia, della psicoterapia e degli psicoterapeuti in generale, descritti spesso come dei mangiasoldi che fanno parlare per ore e perdere anni dietro a trattamenti privi di risultato.

Per contro, sembra che basti fare meditazione, yoga, o qualche corso al limite tra l’esoterismo e la ricerca d’avanguardia, per risolvere ogni sorta di difficoltà della vita  per di più in un batter d’occhio.

Quando sento tali affermazioni mi vengono in mente alcuni meccanismi di difesa che la mente usa quando è in grave difficoltà.

Sto parlando di diniego, onnipotenza e svalutazione.

I meccanismi di difesa che allontanano dalla realtà

A volte capita che qualche paziente molto sofferente non sia in grado di osservare ed accettare interamente la propria condizione mentale e la propria situazione esistenziale, sentendo di non avere le risorse psichiche per affrontare né l’una né l’altra.

Questi pazienti possono risolvere temporaneamente il problema scotomizzando* porzioni della realtà psichica, attraverso operazioni mentali che li portano a non accorgersi neanche più di stare male.

Si convincono così di essere invincibili, immaginano soluzioni a buon mercato per quanto fantastiche, il tutto in un clima di euforia maniacale e di disprezzo per chiunque la pensi diversamente o per qualunque cosa si ponga come ostacolo a questo stato mentale.

Diniego appunto, onnipotenza e svalutazione.

Ecco mi sembra che il sistema di funzionamento di molti di quelli che  promuovono questi corsi sia il medesimo.

Esaltazione onnipotente visibile nella facilità estrema con cui promettono  il raggiungimento di qualsiasi obiettivo, disprezzo per coloro che la pensano e operano diversamente. Il tutto spesso condito da una crassa ignoranza di quello che disprezzano e infine diniego dell’angoscia sottostante: quella di non sentirsi in grado di affrontare una formazione seria.

In questo modo il loro diniego collude con quello di coloro che sperano in altrettante soluzioni a buon mercato per il proprio malessere.

Vorrei chiarire che ho il massimo rispetto per discipline come lo yoga e per pratiche come la meditazione. Inoltre non coltivo uno scetticismo a priori nel campo della ricerca di confine. Anzi sono sempre molto interessata a riguardo perché penso che da molte idee che appaiono estreme possano derivare interessanti innovazioni.

Tuttavia l’utilità e il valore di qualsiasi cosa, dipende dall’uso che se ne fa e dal contesto in cui è inserita.

Anche la psicoterapia non è la panacea per tutti i mali e di certo può fallire nel risolvere determinati disturbi per cui la persona chiede aiuto. Ci sono poi anche nel mio campo persone che non lavorano seriamente e questo può portare alcuni a farsi un’idea negativa della categoria.

Ma se è svolta con professionalità da chi la pratica, essa non può non portare allo svilupparsi di una maggiore consapevolezza di sé.

In questo senso raggiunge sempre un obiettivo fondamentale per l’essere umano.

Saltare a piè pari la conoscenza del proprio inconscio e di come funziona, quando ci si trova di fronte a seri disturbi psicologici la trovo un’operazione pericolosa.

E pensare di raggiungere la guarigione da malattie psichiche e fisiche, o semplicemente un benessere stabile e duraturo attraverso pratiche spirituali occasionali o adattamenti occidentalizzati di tali pratiche mi sembra addirittura utopistico anche per persone che si trovino in condizioni di buon equilibrio psichico.

Troppo spesso ho visto fare un uso strumentale e opportunistico di tali discipline.  Ed ho visto anche nascondere varie forme di disagio dietro un’adesione acritica e dipendente nei confronti di gruppi rigidamente dediti ad esse.

Disciplina ferrea e costanza di anni, sono condizioni imprescindibili per la maggior parte delle persone per ottenere un qualche risultato significativo in questi ambiti, soprattutto per comprenderne il significato profondo.

Nulla vieta dunque di seguire queste strade se la ricerca è onesta e seria ma in questo caso non sono affatto più facili o agevoli e veloci di un’analisi personale.

Anzi direi che un’analisi personale potrebbe essere il primo gradino, la base capace di facilitare un percorso spirituale. Se non altro perché dopo aver esplorato in lungo e in largo il mondo interno conscio e inconscio, potrebbe sorgere il naturale desiderio di andare oltre e una maggiore capacità di farlo.

 

Siamo nati in occidente e in Europa. La psicoanalisi nasce con Freud in un ambito che costituisce il nostro substrato culturale, che ce ne rendiamo conto o meno. E’ parte di noi sia che l’accettiamo, sia che la ripudiamo o che la ignoriamo.

Partiamo da ciò che siamo, cerchiamo di capirlo a fondo e poi andiamo oltre eventualmente. Avere una solida base da cui partire per poi scoprire che a un passo esiste il mondo spirituale…

Il disagio psichico come opportunità

Dunque penso che non si debba temere il disagio psichico ma piuttosto vederlo come un’opportunità enorme di crescita della consapevolezza di sé e di capacità di entrare in contatto con la realtà.

Certo ne faremmo volentieri a meno. Ma dal momento che ci dobbiamo fare i conti, se ci dobbiamo fare i conti, tanto vale cogliere la possibilità che è insita in esso: quella di essere obbligati a rimaneggiare completamente il proprio assetto mentale se si vuole superare il dolore che tale disagio comporta.

Sembra che da esso rifuggiamo tutti volentieri.

Eppure se non ci fosse il dolore mentale non distingueremmo ciò che è reale da ciò che non lo è. Esso viene ad avvisarci che da qualche parte abbiamo omesso di accorgerci della reale essenza di noi stessi. E per questo stiamo perdendo la nostra “anima”.

C’è qualche mistificazione in atto. Qualche autoinganno, qualche distorsione o illusione che prima o poi sarà destinata a crollare facendoci stare molto male.

In questo senso temo che anche la farmacoterapia rischi di essere usata indiscriminatamente non tanto per supportare un lavoro sul profondo alleviandone il dolore concomitante, ma come risoluzione definitiva ed univoca. Una vera e propria industria  capace di favorire la  dipendenza farmacologica, che ancora una volta allontana dalla possibilità di sviluppare un processo di crescita. Cosa tanto più grave quando viene pensata come unica soluzione per bambini molto problematici.

Chi soffre di qualche forma di psicopatologia grave è particolarmente lontano dalla verità profonda del proprio sé, ma paradossalmente potrebbe esservi più vicino della maggior parte delle persone.

Perché ha l’opportunità, molto prima degli altri, di mandare in frantumi le illusioni della propria mente malata, cioè condizionata.

Naturalmente tale opportunità può essere colta in diversi modi. Qualcuno potrebbe arrivare all’illuminazione in pochi istanti a causa di un intenso dolore psichico. Ma per la maggior parte un lungo e paziente lavoro, attraverso il prezioso strumento della psicoterapia, sarebbe altamente auspicabile.

Questo vale  per l’individuo adulto e per le famiglie dove il disagio sia espresso da un bambino o da un adolescente.

Si tratta di un momento in cui tutta la famiglia deve rimettere in discussione il suo funzionamento e spesso i genitori arrivano, a causa del dolore dei propri figli, a riconoscere il loro e a trasformarlo in qualcosa di nuovo e più vitale.

Sono percorsi spesso lunghi, difficili e penosi. Si devono attraversare zone di totale confusione, incredulità, paura, angoscia, rabbia. Per arrivare però a territori nuovi, dove i legami affettivi interni ed esterni si consolidano e diventano più veri.

L’esperienza di sé diventa più ricca e variegata, l’amore per la vita giustificato da nuova consapevolezza, perché si approfondisce la capacità di descrivere con le parole la propria esperienza interiore.

La possibilità di nominare ciò che prima non aveva nome perché oscurato alla coscienza, è la prerogativa di Dio. Dio crea attraverso la parola. Non è anche questo, qualcosa di profondamente spirituale per l’essere umano?

Interi universi ci abitano, ma allo stesso tempo ci condizionano procurando rigide limitazioni se non li possiamo nominare perché ci sono ignoti.

Chi ci garantisce che il rivolgerci esclusivamente a pratiche di meditazione o medicine “alternative” che bypassino un lavoro di introspezione della psiche non sia uno dei tanti modi con cui il nostro mondo inconscio ci condiziona allontanandoci così dalla possibilità non solo di curarci davvero ma addirittura di progredire spiritualmente?

Sarebbe un bel paradosso no?

Penso che, perlomeno, valga la pena di rifletterci.

 

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

* Glossario   Scotomizzare: dal greco scotòma: oscuramento, ottenebramento, operazione mentale   inconscia attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della   sua coscienza o della memoria, un evento o un ricordo a contenuto penoso o   sgradevole (Treccani)

 

Immagini: Pixabay