Del delitto di Paderno

 

Del delitto di Paderno vorrei parlare in modo tangenziale per porre l’accento su alcune riflessioni che esso mi ha portato a fare.

Riguardo al fatto, mi limiterò a dire che ogni azione efferata, non premeditata, equivale a una scarica incontrollata, una evacuazione di angosce che non è stato possibile metabolizzare attraverso la funzione del pensare. Si tratta di una difesa estrema che in qualche modo pone all’esterno lo scenario di relazioni con gli oggetti primari (genitori e fratelli), interiorizzate nell’infanzia, di solito traumatiche e riattualizzate nell’agito, a seguito di un evento scatenante.

Se c’è un accoltellamento sanguinolento dove delle vittime impotenti, terrorizzate e sbigottite si vedono dilaniare le carni in un lago di sangue possiamo rovesciare questa immagine e riferirla a quanto provato dal ragazzo che evidentemente si sentiva vittima impotente e disperata di qualcosa che lo faceva a brandelli. Possiamo anche pensare che in casi come questo ci siano parti dissociate della personalità che coesistono senza che nessuno, probabilmente nemmeno il soggetto in questione ne sia del tutto consapevole. La parte traumatizzata, dissociata e silente continua a sussistere in un mondo a parte, tanto più virulento quanto più denegato. Ma quello che è certo è che prima o poi tornerà a farsi sentire irrompendo nella vita quotidiana.

Il nostro mondo interno, che non è il semplice riflesso di quello esterno ma è certamente in relazione ad esso, determina come ci sentiamo e cosa facciamo. Ed è paradossale che pur essendo questo punto sotto gli occhi di tutti, sia tanto difficile esserne consapevoli.

Per esempio liquidiamo il pianto di un bambino come capriccio, il rifiuto come maleducazione, il non fare e non obbedire come assenza di una disciplina severa ecc. invece di domandarci cosa stia succedendo davvero. E il piccolo disimpara a sentire come significativo ciò che prova appoggiandosi completamente a ciò che è imposto dall’esterno per interpretare quello che gli succede dentro.

In famiglie dove poi accadono tragedie come quella di cui sopra, viene da pensare che siano in opera distorsioni massicce della comunicazione all’interno di relazioni caratterizzate dal principio implicito e quindi non riconosciuto ma denegato, del “mors tua vita mea”.

Ma naturalmente per esprimere un parere accurato sarebbe necessario conoscere ogni dettaglio della vita personale del ragazzo, la sua storia evolutiva per capirci.

In questa sede invece mi interessa di più soffermarmi su aspetti che riguardano il contesto più ampio in cui questa famiglia era inserita. Il nostro contesto sociale così come lo possiamo osservare oggi.

E, visto che si parlava di agiti (azioni impulsive di scarica di tensioni emozionali private dell’accesso al pensiero simbolico), vorrei riportare ciò che qualcuno mi aiutava a osservare: essi si innestano su una società che favorisce fortemente l’agire piuttosto che il pensare.

Siamo fin da piccoli inseriti in un circuito di aspettative e progetti che ci spingono a fare: a fare presto e fare bene. Velocità si identifica con avanguardia, benessere e potere: pensiamo ad esempio alla tecnologia la quale, sostituendoci sempre più velocemente nelle nostre funzioni, ben lungi dall’offrirci spazi liberi e potenzialmente creativi, non fa altro che imporci una accelerazione progressiva dei nostri processi mentali e comportamentali per i quali non c’è tempo né spazio di gestazione. Siamo imbrigliati in consuetudini sociali, familiari, lavorative che escludono fantasia, fantasticheria, libera associazione di idee, fluttuare dell’attenzione e vuoti mentali. Perfino il tempo “libero” è inteso prevalentemente come qualcosa di organizzato e strutturato, cosicché dobbiamo attivarci per rilassarci. Ci perdiamo i ritmi naturali dell’esistenza che del resto miriamo a far diventare sempre più artificiale: si pensi all’IA. Dunque efficienza e risultato innanzi tutto. E i piccoli devono adeguarsi, inseriti come sono, sempre più precocemente, nel circuito del sapere e del saper fare. Della produttività insomma.

Del resto a questo proposito i programmi scolastici sembrerebbero dare sempre più spazio a materie che garantiscano al futuro lavoratore una formazione degna di un mondo produttivo: le lingue straniere, in testa l’inglese, e poi l’informatica, la tecnologia, l’economia ecc. per non parlare dell’alternanza scuola-lavoro. Guai a studiare per il sapere. Dobbiamo al più presto ricordarci che tutto è in funzione dell’inserimento nel mondo del lavoro e dei crediti formativi conseguenti. 

Un discorso a parte va fatto per la sempre maggiore presenza nelle scuole, degli psicologi e di progetti volti a rendere i giovani maggiormente consapevoli di se stessi nonché dei loro processi emotivi, cognitivi e comportamentali. Tutte cose utilissime sulla carta, peccato che se questi progetti sono inseriti nella cornice complessiva dell’utilitarismo efficientistico essi hanno già perso la battaglia in partenza. Infatti sembra che l’unico scopo di una buona psicologia sia rendere meglio adattato l’individuo e più funzionale all’ambiente. Ottimo, ma siamo ancora nel regno dell’apprendere per fare, o meglio dell’apprendere per avere: più benessere, più efficienza, più sicurezza ecc. e non dell’essere. Se ci trovassimo nella dimensione dell’essere potremmo osservare con calma e in silenzio, quanto accade, lasciar decantare ogni reazione emozionale disturbante, lasciar emergere immagini, sentimenti, riflessioni, pensieri, senza giudizi o imposizioni dettate da categorie: giusto-sbagliato, utile-dannoso, efficiente-inutile o da sillogismi del tipo: se il tuo comportamento è conforme alle attese sociali allora sei sano e felice. Sto parlando di quel processo creativo di soluzione e scoperta di nuove idee e nuove prospettive che non viene solo dal brainstorming, tempesta di cervelli che si devono impegnare attivamente per raggiungere in gruppo il risultato più veloce e soddisfacente, ma anche del lasciar fluttuare la mente, del dare spazio a un tempo del riposo o di un vuoto apparentemente senza senso.

Ma tutto questo è incompatibile con la strutturazione sempre più massiccia e capillare di ogni nostro momento del mondo esterno e interno. Per questo i giovani, assieme a noi che glielo insegniamo, sono costretti a tirare avanti la carretta: “Concentrati! Dacci dentro! programma il tuo futuro!” E e se vuoi pensare fallo secondo le griglie della psicologia istituzionale, strutturando schemi, formulando obiettivi e misurando risultati. Efficienza innanzi tutto: avanti, avanti, avanti! “Chi si ferma è perduto…” E se poi un giovane compie un gesto folle in questa rincorsa all’oro, restano tutti di sasso. Eppure alla macchina in corsa, la benzina l’abbiamo fornita noi. Ma pretenderemmo, dopo averla lanciata, che fosse munita di freni adatti a contenere ogni spinta iniziale.

Fin dalla primissima età, identificati con genitori che non sanno ascoltare nemmeno se stessi, a loro volta i bambini e poi giovani, finiscono per non ascoltarsi. Ciò significa che non danno peso, valore, significato a ciò che sentono e per questo spesso non sono nemmeno in grado di mettere in parole il loro sentire. Ma anche qualora lo fossero, quelle parole non rivestirebbero alcuna valenza affettivo emotiva perché fin dalla più tenera età private delle loro connessioni naturali con le emozioni, gli stati affettivi, i sentimenti, le angosce che le caratterizzavano. Ho avuto molti pazienti in possesso di un lessico ricchissimo e a volte estremamente tecnico, appreso tramite i progetti scolastici e dal web, sulle loro condizioni mentali ma inadatto a favorire la capacità di identificare i nessi tra il sentire e l’agire.

E mi sono accorta che proprio i pazienti che stanno più male, quelli che spesso non hanno il controllo dei propri impulsi sono quelli più in difficoltà nel dare significato e valore a ciò che pensano e sentono, come se fin da piccolissimi fossero stati abituati a denegare in modo massiccio una grossa fetta della loro esistenza mentale, perdendo così il contatto con il loro mondo interno per poi ritrovarsi ad essere travolti da tsunami psicoemotivi altrimenti definiti disregolazione emozionale.

Il problema è familiare? Può darsi. C’è una psicopatologia? Può darsi. Ma dobbiamo finirla di pensare alla psicopatologia come a una entità monolitica e inscalfibile che una volta diagnosticata mette a posto la coscienza della collettività. E dobbiamo smettere di pensare a queste situazioni come casi che non ci riguardano se non per puntare il dito e individuare l’ennesimo capro espiatorio atto a nascondere i nostri peccati. Le forme della psicopatologia sono costrutti mentali utili più ai professionisti del settore che non ai pazienti. Meglio comprendere che dietro un’etichetta diagnostica esiste un mondo complesso e irripetibile, fatto di storia personale, di eventi esteriori intrecciati a quelli interiori non del tutto corrispondenti ad essi ma arricchiti da fantasie e fantasmi. E tali eventi sono per lo più esperienze relazionali con persone significative, prima di tutto i nostri genitori e poi quelle del mondo sociale, i pari e gli adulti.

E dunque giungiamo alla strage di Paderno. Come si spiega un delitto così orrifico? Anzitutto abbandoniamo la pretesa della spiegazione lapidaria. Come si può pensare a un’azione umana qualsiasi come a qualcosa che non sottenda la più estrema complessità? Secondo: abbandoniamo l’idea della colpa e delle etichette annesse: colpa dei genitori, colpa della patologia, colpa di questi giovani ormai perduti.

Ricordiamoci che ciò che appartiene a uno appartiene a tutti, che espressioni estreme di comportamento sono la punta di un iceberg in grado di farci incagliare almeno per quel breve istante di sbigottimento. Da esso però ci affranchiamo prontamente per seguire la vicenda non diversamente da come seguiremmo una telenovela di dubbio gusto o riempiendoci con le informazioni di giornali pronti a vendere a buon mercato spiegazioni più o meno accessibili a tutti. Esse ci aiutano a metterci il cuore in pace specie se arrivano da esperti del settore. Ma dimentichiamo che anche le parole degli esperti, sfornate attraverso articoli che devono essere velocemente fruibili, finiscono con l’essere ridotte a pochi concetti spesso fraintesi e non compresi in profondità.

Le domande che vi ponete: “cosa è successo?” e “come si spiega?” vi toccano davvero? Allora è iniziato un processo di evoluzione. Ma c’è qualcuno che abbia tempo per dedicarsi a questo?

Di Marina Mollica

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Il valore della psicoanalisi

 

Se dovessi dire quale metodo di cura ritengo migliore fra tutti, direi senza esitare: la psicoanalisi. E naturalmente ciò risponde al fatto che l’ho scelta come professione, come ambito di ricerca, come scopo di vita, e anche come cura, sentendo fin dall’inizio del mio percorso di studi alla facoltà di Psicologia, un particolare interesse per l’approccio psicodinamico.

Tuttavia, considerando altri modelli terapeutici, che sembrano dare in base alle ricerche ottimi risultati in tempi relativamente brevi, mi sono spesso domandata, al di là della mia predisposizione personale e della mia preferenza, per quale ragione consiglierei ancora e nonostante tutto la terapia psicoanalitica.

Si tratta di una domanda dal valore etico e deontologico dato che chiedere a una famiglia di impegnare per lungo tempo le sue risorse nella direzione dell’approccio che pratico, non è responsabilità di poco conto.

Le ragioni atte a giustificare la scelta potrebbero dipendere dal tipo di disturbo segnalato e dalla predisposizione del paziente per esempio.

Tuttavia una risposta di carattere più generale mi è balzata alla coscienza nel corso di una seduta nella quale, nonostante le apparenze, sentivo che qualcosa non stava funzionando.

Sulla scorta di questa impressione e seguendo alcuni nessi associativi tra le parti del discorso del paziente, ho cominciato a portare alla sua attenzione alcune osservazioni di cui in quel momento non sembrava conscio e che a prima vista avevano l’apparenza di dettagli irrilevanti. Seguendo questo filo conduttore siamo arrivati assieme a mettere in luce sentimenti che se non fossero stati colti e condivisi, lo avrebbero lasciato solo con la sua parte sofferente più profonda.

Spesso i pazienti celano l’esistenza del dolore prima di tutto a se stessi e naturalmente al terapeuta, dato che farlo emergere spaventa. Esso fa entrare in contatto con la propria vulnerabilità. Difese di tutti i tipi si ergono contro questa presa di coscienza. Esse potrebbero essere considerate come mura di cinta che nel momento in cui nascondono e proteggono, allo stesso tempo isolano e indeboliscono chi vi si cela dietro.

Così ecco la risposta alla domanda iniziale. L’esperienza di poter entrare in contatto con ciò che è nascosto dentro di sé può apparire a prima vista come l’apertura di un pericoloso vaso di Pandora. Tuttavia, assistiti da un compagno di viaggio, quale è il proprio analista, si ha l’occasione di risalire la china di un inferno congelato per liberare una nuova corrente vitale che si sperimenta come sentimento di esserci. E’ come se l’immagine di sé dapprima sfocata si mettesse a fuoco e questo facesse provare un grande sollievo assieme a gioia che a volte trova sfogo attraverso lacrime liberatorie.

Penso che tutto questo sia molto differente dall’imparare attraverso esercizi e ragionamenti (le cosiddette strategie che in molti mi chiedono), ad essere funzionali all’ambiente in cui si è inseriti, abolendo sintomi disturbatori. Non dimentichiamo infatti che le categorie psicopatologiche del DSMV sono enunciate in termini di “disturbo”.

Si cerca di eliminare l’elemento disturbatore ma chi è che viene disturbato? Il bambino/adolescente/adulto o i genitori, la scuola, gli amici, il luogo di lavoro ecc.?

Non mi si fraintenda. Non ho intenzione di negare il valore del poter avere una vita più scorrevole e comportamenti più adattivi.

Ma se tutto inizia e finisce qui, temo che ci stiamo perdendo qualcosa di fin troppo significativo perché almeno non si tenti di ricordarlo.

A che serve togliere sintomi comportamentali e cognitivi attraverso tecniche riabilitative se poi nel sottofondo siamo ancora completamente addormentati nel mondo di sogno creato da condizionamenti interni ed esterni? Come faccio a sapere chi sono, o chi non sono, se il mio unico scopo è aderire a un contesto sociale che mi vuole privo di elementi di disturbo per me e per gli altri? Preferisco tenermi i miei sintomi che almeno mi ricordano che una parte di me sta ancora dormendo ed è cieca a realtà più profonde e infine più elevate.

Dante e Virgilio erano dovuti passare per l’inferno prima di giungere al Paradiso.

E il Paradiso per me è il sentimento di esserci che si rinforza improvvisamente, ogni volta che si giunge a una maggiore comprensione di sé. Perché si sottrae la propria coscienza al mondo dell’inconscio e quindi della ripetitività involontaria e automatica, definita da Freud coazione a ripetere. Si raggiunge per un breve, impagabile istante la consapevolezza di poter essere liberi da passato e futuro che mollano la loro presa e lasciano intravvedere un orizzonte sconfinato di quiete e potenzialità. Un istante del genere, per quanto breve, trasforma l’intera esistenza e la rivitalizza. Forse perché in realtà si entra in contatto con una realtà universale che in quanto tale è fuori dal tempo e permette di liberare energia psichica disponibile per il pensiero creativo.

Si tratta in una parola di assaporare la libertà.  E non credo sia poco.

Di Marina Mollica

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Immagine: Pixabay (Michelangelo: dettaglio)

Il paradosso del controllo

Il paradosso del controllo in terapia

Alcuni pazienti chiedono fin dall’inizio e per tutto il tempo di durata del trattamento, la garanzia che il lavoro del professionista che hanno di fronte sia efficace e utile, sottoponendolo  ad un costante “controllo qualità”.

Ma naturalmente i parametri per decidere se i loro test di controllo sono superati con successo, ce li hanno in mano loro.

Creano così un autentico circolo vizioso, dato che invece di affidarsi alla cura e al curante, si affidano ancora una volta a sé stessi e al proprio modo di giudicare le cose che però è quello che andrebbe curato.

In pratica generano essi stessi l’ostacolo all’efficacia che tanto stanno cercando, pronti a svalutare il terapeuta alla minima deflessione.

E a poco vale il fatto che fino a quel momento il loro giudizio sia stato magari favorevole.

Questo occhio giudicante non riposa mai e attacca il valore del loro sé e di chi si appresta ad allearvisi con una vera e propria propaganda terroristica.

Essi nella loro vita quotidiana sono tormentati dal bisogno del controllo al punto che tutto il loro spazio mentale ne viene occupato fino all’angolo più recondito. Ciò si traduce di fatto in una follia ossessiva che prende la forma di una voragine senza fine.

Ed è proprio tale funzionamento che impedisce loro di lasciarsi andare alla dipendenza dal terapeuta, che invece è conditio sine qua non, affinché una cura possa aver luogo. 

Il paradosso del controllo: influenze sociali

Certamente questi pazienti soffrono di un disagio importante ma mi domando se questo non venga intensificato, per non dire sostenuto da una società che avalla proprio tale modo di funzionare.

Si perché se non siamo sempre al massimo della nostra efficienza in tutti gli ambiti della nostra vita, e non raggiungiamo i nostri obiettivi, da quello professionale a quello personale, nel più breve tempo possibile, siamo da buttare, da evitare come la peste, quasi potessimo essere contagiosi.

E allora vai con il pensiero positivo, con le strategie per raggiungere ciò di cui abbiamo bisogno in una settimana e mezza, con la coscienza della nuova era.

Ci sono fior di corsi che spaziano trasversalmente attraverso le varie discipline, dalla medicina (tradizionale, omeopatica, olistica o naturale che sia) alla psicologia, dalla religione alla filosofia ma solo rigorosamente orientale.

E le tecniche che vanno per la maggiore, quasi tutte mutuate dalla grande corrente di prodotti cognitivo comportamentali, promettono benessere ed efficienza. Come la mindfulness, una rivisitazione della meditazione yogica, resa fruibile per le esigenze del consumatore occidentale medio.

E nel frattempo i percorsi scolastici delle scuole superiori (o secondarie di secondo grado) sono sempre più all’insegna di una formazione adatta alle richieste del mercato, con buona pace dei licei classici sempre più snobbati per la loro pretesa anacronistica di far perdere tempo con lingue morte come latino e greco.

Mentre fin dalla più tenera infanzia siamo bombardati da test con i quali veniamo misurati rispetto ad un mitologico gruppo standard.

Test d’ingresso, test in uscita, prove di livello,  questionari di efficienza, di efficacia, di soddisfazione del cliente. Siamo prodotti da vendere, basta vedere i profili social che altro non servono se non a vendersi come cose.

Ma l’amore? La pazienza? L’essere anziché l’avere dove li mettiamo? Suppongo nel cestino come facciamo con un semplice click per eliminare documenti dal nostro computer e relazioni interpersonali dalla nostra vita.

E intanto corri, corri, corri, ma per andare dove? E chi lo sa? Non c’è neanche il tempo per porsi questa domanda in fondo. Verso la tanto agognata felicità no di certo, e nemmeno verso il successo, se per successo si intende una vita fatta di soddisfazione duratura.

Ma cosa conta la soddisfazione duratura quando possiamo far credere al mondo intero che siamo vincenti?

E così torniamo all’argomento iniziale: come posso dire io a questi pazienti che c’è da aver pazienza, che per guarire ci vuole tempo, che i risultati veloci la maggior parte delle volte non durano; che sarebbe meglio dimenticare l’obiettivo di liberarsi subito dai sintomi, (il senza memoria e desiderio di Bion penso che qualche volta potrebbe valere non solo per il terapeuta) che c’è qualcosa di più profondo e significativo della guarigione che loro hanno in mente ed è l’esperienza del viaggio insieme all’analista: un viaggio di cui si conosce la meta ma non la strada per arrivarci; che nel frattempo su questa strada ci saranno varie tappe per conoscere il Sé e che in ultima analisi la conoscenza del Sé, o consapevolezza è l’unica cosa che conta davvero?

Utopia bella e buona, forse un po’ colorata di delirio di onnipotenza.

In fondo le argomentazioni sono che la vita costa, che le sedute costano e che il tempo che ci vuole, quando è troppo è sprecato.

In fondo la pensiamo un po’ tutti così e i soldi spesi per risvegliare la propria consapevolezza non valgono quelli investiti in una bella vacanza o in un cellulare. E potrei anche essere d’accordo, se di queste cose non si fosse schiavi.

Quindi che senso ha una terapia analitica in un mondo di terapie a pacchetti sempre più brevi, specifici ed altamente performanti? (Almeno così dicono).

Che l’uomo di oggi sia bene integrato, adattato e resiliente. Inclusivo, green e capace di far soldi. Giovane o eternamente giovanile, atletico, cosmopolita e in perenne movimento. Se poi riesce a non morire mai…

Di tutto il resto che ci importa? Non pretendiamo di curare questi nostri pazienti perché la società gli dà ragione.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Foto: pixabay

I giovani e lo shifting

 

I giovani e lo shifting

Oggi vorrei parlare dello shifting, una pratica che a quanto pare, complice il social Tik Tok, si sta diffondendo rapidamente tra gli adolescenti più giovani.

Lo shifting consiste nello spostarsi con la mente in una realtà parallela ritenuta più gratificante di quella attuale ( a questo proposito qualcuno invoca il concetto di multiverso teorizzato dalla fisica quantistica tanto in voga ai nostri giorni).

Per creare questa realtà fittizia, è possibile utilizzare immagini presenti nel proprio subconscio e programmarle in modo da creare una Realtà Desiderata (DR).

L’espressione realtà desiderata, mette per l’appunto l’accento sulla possibilità di costruire un mondo che soddisfi ogni più recondito desiderio, senza limiti di sorta (una delle aspirazioni più diffuse ad esempio nella comunità dei tik tokers, sembra essere l’incontro con Draco Malfoy, personaggio della saga di Harry Potter).

Tale realtà parallela viene raggiunta non attraverso qualche supporto tecnologico, come succede nel “metaverso”, ma semplicemente addestrando la propria mente a raggiungere una specie di trance, attraverso una sorta di autoinduzione ipnotica.

A questo scopo, ci sono due tecniche principali relative alla presenza o meno di uno stato di sonno, che sono spiegate con dovizia di particolari da ragazzini esperti, in vari video o blog pronti all’uso .

Ecco due link di riferimento: 

https://www.youtube.com/watch?v=ZuRIRi2ejys&ab_channel=AmiraShifting

https://www.youtube.com/watch?v=ViuCLOvdU2g&ab_channel=%E2%80%A2Nova%E2%80%A2.

I giovani e lo shifting: effetti avversi

I sentimenti che i giovani utenti esprimono nei commenti ai video sono un misto di eccitazione, curiosità, timore ed ansia. Ciononostante tutti sembrano decisi a provare l’esperienza indipendentemente dall’alone vagamente diabolico che la circonda.

A questo riguardo infatti nel suo blog una ragazzina afferma con assoluta sicurezza e padronanza che lo shifting appartiene alle arti della stregoneria a pieno titolo, e cita con estrema competenza una serie di aspetti tecnici a supporto della sua tesi.

Non mancano anche gli effetti avversi descritti con una nonchalance che lascia disarmati.

Questi piccoli esperti dell’argomento, assicurano che non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Che vale la pena sopportare acuti mal di testa, spossatezza, disidratazione, alterazioni del ritmo sonno veglia, vertigini, nausea, tremori, allucinazioni, ecc. ecc. per poter fare un’esperienza che, a loro dire, non deve essere assolutamente trascurata.

Shifting e frammentazione

Bene, anzitutto vorrei fare una breve premessa: l’evoluzione della mente nel corso dello sviluppo, avviene attraverso una progressiva integrazione delle sue varie parti, tanto che il concetto di salute mentale, a mio parere, si potrebbe identificare con il concetto di integrazione.

Quanto più una mente o una personalità è disintegrata, cioè frammentata, tanto più essa è a rischio di crollo psicotico.

Di fronte ad esperienze estremamente frustranti la mente del bambino molto piccolo si scinde in modo da tenere separate e distinte quelle buone che devono essere protette dalla contaminazione di quelle cattive.

Se il grado di frustrazione supera la tollerabilità, l’invasione di contenuti distruttivi provoca ulteriori scissioni che portano ad una vera e propria parcellizzazione della mente.

Questa frammentazione può essere considerata come qualcosa di equivalente alle crepe in un vaso di cristallo, pronto ad andare in mille pezzi al minimo urto.

Quanto più, quindi, le esperienze dolorose e spiacevoli della prima infanzia possono essere assimilate all’interno di una struttura di personalità coesa, tanto più essa risulta forte.

Fatta questa premessa, quello che mi domando è cosa significhi per un giovane, cercare soddisfazione in una fantasia schizoide che altro non è se non una realtà scissa della mente in cui ci si rifugia per evitare stress e frustrazione derivanti da relazioni conflittuali, ricorrendo ad un vero e proprio diniego temporaneo della realtà.

Di sicuro tra le due realtà, quella reale e quella di fantasia, non ci può essere integrazione.

I giovani e lo shifting: una fuga schizoide che confonde le idee

Semmai, per costruire questa realtà immaginaria vengono mutuati contenuti dal mondo subconscio. Come spiegano alcuni: sogni e fantasie che però potrebbero sfuggire al proprio controllo.

A questo scopo nei tutorial si esorta alla stesura di uno “script”: un copione che permetta di avere una certa padronanza del mondo che si vorrà creare.

I ragazzini più esperti avvertono: non c’è alcun pericolo che la situazione sfugga di mano ma meglio essere prudenti. Si potrebbe non essere più in grado di tornare indietro.

A me vengono in mente quei racconti come “Peter Pan” o la “Storia infinita” dove i protagonisti raggiungevano realtà fantastiche volando o semplicemente entrando in un libro che faceva da portale.

Quando il film terminava i giovani spettatori, che si erano temporaneamente identificati con il protagonista della storia, tornavano alla propria realtà sentita come ricca e interessante se non altro perché propria: arricchita cioè delle proprie proiezioni. 

Mettevano quindi rapidamente da parte i sogni, che parlavano della lotta tra bene e male e della fatica di diventare grandi, e affrontavano le frustrazioni della realtà quotidiana per fare pace con gli inevitabili aspetti deludenti di essa.

Ora invece le storie fantastiche si sono trasformate in realtà in cui ad essere protagonisti anziché spettatori, sono i ragazzini stessi.

Diventa perciò difficile, complice la fascinazione dell’onnipotenza, distinguere quale sia quella vera: la DR (realtà desiderata)  o la CR (realtà corrente)?

Ed ecco che il fantasma di non saper tornare indietro, credo rappresenti il timore di perdersi in una progressiva alienazione del sé.

I giovani e lo shifting: onnipotenza e diniego

Quindi  c’è una specie di irrefrenabile onnipotenza, favorita dalla comunità giovanile del mondo virtuale dei social, che porta questi ragazzini a pensarsi come Dio, in grado di creare dei mondi e di viverci per periodi di tempo progressivamente più lunghi.

Basta un pò di costanza e di esperienza.

Ragazzini che hanno eliminato la figura del padre e della madre (e perfino dei pari) sostituendosi a loro.

In un mondo dove il problema di diventare adulti, integrando quindi dentro di sé queste figure con pregi e difetti, è bypassato e risolto magicamente attraverso l’allucinazione del desiderio.

La realtà esterna, che comprende l’altro e la relazione con lui, è denegata. L’altro, con le proprie caratteristiche indipendenti da noi, scompare e viene sostituito da un oggetto di propria fantasia, sempre disponibile e soddisfacente.

Praticamente una regressione alla fase allucinatoria del neonato, di freudiana memoria, quando, inconsapevole della separazione tra sé e la madre, è convinto di essere lui a creare il seno. Ma, guarda caso, lo sviluppo della sua mente avviene proprio nel momento in cui si accorge che così non è.

Che tipo di crescita potrà mai essere possibile quindi se si finisce a tempo indeterminato nella risacca stagnante della soddisfazione tossicomanica?

I giovani e lo shifting: confusione

E come se non bastasse si aggiunge un alone misticheggiante alla già davvero confusa situazione. Si, perché pratiche di meditazione come lo yoga, potrebbero essere utili a favorire il viaggio “transliminale”.

E così, al posto di una scissione cui segua una buona integrazione tra aspetti contrapposti della realtà, abbiamo un gran pasticcio dove bene e male, magia e spiritualità, scienza e superstizione, coraggio ed incoscienza, conoscenza di sé e alienazione dal sé, sono tutti mescolati, al punto che nemmeno loro, questi giovani, sanno più di cosa si sta parlando.

Ed è per questo che dall’eccitazione, trapela l’ansia, e dietro la voglia di sperimentare ed esplorare sembra nascondersi la disperazione di non trovare modi migliori, che attingano alla realtà reale, per ottenere qualche soddisfazione.

E intanto i ragazzini che si fanno promotori di questa via di fuga, novelli pifferai magici e profeti di un nuovo modo di vivere, hanno da guadagnarci se non altro per la visibilità che ottengono sui social, grazie alla loro ostentata esperienza di un mondo che promette felicità a costo zero.

I giovani e  lo shifting: quale responsabilità degli adulti?

In tutto questo mi domando quale sia la responsabilità di noi adulti.

Quanto siamo stati incapaci di occuparci delle ferite dei nostri figli, troppo presi forse dalle nostre?

Quanto li abbiamo illusi di poter risolvere facilmente ogni problema, senza dover fare i conti con il dolore che probabilmente noi per primi abbiamo denegato in noi stessi?

Quanto li abbiamo danneggiati concedendo loro troppo facilmente la possibilità di evadere attraverso il mondo offerto dal cellulare che altro non ha fatto se non alimentare l’illusione di avere il controllo su tutto e tutti?

Un po’ come quando lo stregone aveva lasciato Topolino in balia di poteri magici che poi però gli erano sfuggiti di mano.

Ma la differenza tra lo stregone e noi genitori è che nel momento in cui ci siamo accorti che i nostri figli si appropriavano di un potere più grande di loro, non siamo più stati capaci di riportarli nei ranghi.

Abbiamo troppa paura di scontentarli e farli soffrire. Del resto così fan tutti.

Condividiamo con loro la ricerca spasmodica di gratificazioni a buon mercato, soprattutto raggiungibile col denaro, e con una buona immagine sociale.

Quanto crediamo di sapere e saper gestire la nostra realtà, al punto tale da perdere la consapevolezza di quanto invece non lo sappiamo fare?

Quanto li abbiamo lasciati soli, noi per primi sconosciuti a noi stessi, inconsapevoli al punto da non saper più sentire nemmeno l’ordine naturale delle cose?

Quando abbiamo perduto tutti la strada?

Quanto è oscura la caverna del Bianconiglio di cui si parla nei video e  nella quale siamo precipitati con loro?

E che grado di sofferenza collettiva è stato raggiunto per rendere possibile una scelta su così larga scala che renda preferibile la rottura totale con il mondo reale, la fuga lontano da esso in un mondo di relazioni preconfezionate, anziché poter godere di quelle reali per quanto imprevedibili e dolorose possano essere?

Quale livello di violenza e di crudeltà, di cecità e sordità ai sentimenti degli altri, di appiattimento affettivo devono essere stati raggiunti nel mondo sociale dei giovani perché si preferisca fuggire da tutto senza cercare una mediazione o un confronto?

E quanto questo mondo è lo specchio del malfunzionamento di quello adulto?

Spero che queste domande déstino un senso di allarmante minaccia. Perché penso che mai come adesso siamo a rischio di perdere i nostri figli e quando saranno perduti loro, saremo davvero perduti anche noi.

 

Di Marina Mollica

e -mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

immagine: Prettysleepy da pixabay

 

Non avrai altro Dio all’infuori di me

Da quando circolano concetti come emergenza sanitaria, obbligo vaccinale e green pass mi accorgo di come si sia istituita una nuova religione che, in quanto tale, ha le sue divinità e i suoi fedeli.

Nella società dei consumi in cui ci troviamo a vivere, basata sull’investimento delle proprie energie sul benessere, sulla salute e sulla soddisfazione di ogni possibile esigenza (per non dire capriccio) individuale; sul successo e sulla condivisione di un’immagine di sé che sia approvata dal maggior numero di persone, non avrei mai pensato di arrivare a rendermi conto che ancora una volta la massima istanza dietro tutto questo sia un disperato bisogno di credere in un qualche tipo di dio.

Ci siamo progressivamente liberati di tante rigidità della religione cattolica, ci siamo aperti a tutte le religioni.

Abbiamo raggiunto progressi inimmaginabili in ambito sociale con il femminismo, con la lotta agli atteggiamenti fobici nei confronti delle minoranze.

Abbiamo inneggiato alle nuove economie green basate su principi ecologici e sostenibili ed ora di fronte alla minaccia della morte che, nonostante il meraviglioso progresso tecnologico e sociale, torna a farla da padrona nel nostro immaginario, cadiamo in preda al terrore, come se ci fossimo del tutto dimenticati che essa fa parte del pacchetto.

Come è possibile che il potere delle nostre nuove divinità (tecnologia, medicina, e progresso culturale e scientifico), ci deluda a tal punto?

Ed ecco allora che per non cadere nella disperazione di un vuoto senza fine, (quello che si cerca di occultare alla coscienza) o di un terrore senza nome, per dirla con Bion, ci si aggrappa unghie e denti con ancora maggior determinazione, con pervicace ostinazione, con incomprensibile euforia alla terra promessa del dio vaccino e del suo messaggero il green pass.

Allora mi torna alla mente il primo comandamento e la sua valenza profonda.

Se togliamo di mezzo l’unico Dio, mettendo al suo posto il nostro narcisismo, finiamo con il diventare succubi di attitudini luciferine inseguendo, come Icaro, un cielo sfuggente, fino a precipitare sotto i raggi del sole.

Non sto parlando di fede ma di consapevolezza del limite.

Il narcisismo, virus dilagante in questa società, impedisce di accettare le conseguenze del limite imposto dall’esistenza: primo fra tutti la morte e con essa tutti gli altri limiti naturali quali il confine tra realtà e fantasia e tra mondo interno ed esterno.

Ma quando Lucifero ha la pretesa di mettersi al posto di Dio finisce col precipitare all’inferno.

E così noi che abbiamo messo le istanze del nostro Io al primo posto ora ci troviamo soli in un mondo terrificante, dove imperversano demoni di ogni genere, non ultimo il famigerato virus con tutte le conseguenze che ne derivano.

I nostri dei sono strumentali.

Molto simili al vitello d’oro costruito ad hoc dagli ebrei durante l’esodo, perché potesse mascherare il vuoto della loro fede.

E allora ci inginocchiamo come loro ai nostri idoli, indossando mascherine, iniettandoci sacre misture, assoggettandoci alle nuove pratiche dal tampone al green pass, tanto più mistiche quanto più oscure ed incomprensibili.

E quanto più il parlare dei sacerdoti di questa religione è poco chiaro e privo di prove oggettive, tanto più si dimostra come il credere alle loro parole assuma tutto l’aspetto di una fede.

Perfino i giovani che fino ad ora avevano disertato le chiese e gli altri valori tradizionali borghesi, dalla patria alla famiglia, si sentono adesso investiti di un compito quasi sovrannaturale, quando si mettono in fila per assumere il sacro liquido che li renderà eroi e santi per la salvezza del popolo tutto (o forse vittime sacrificali, degne dei più spaventosi culti religiosi).

Una nota interessante potrebbe essere quella della motivazione profonda che spinge tanta gente a diventare seguace acritico del nuovo culto.

Si tratta di un senso di minaccia che impera da quando siamo stati messi tutti agli arresti domiciliari e che è alla base di tanta obbedienza.

Esso è stato fatto passare per senso di responsabilità. Ma tant’è: quando una delle principali istanze è quella di salvaguardare la propria immagine pubblica, non vi può essere senso di responsabilità, quanto piuttosto una colpa oscura da cui si è minacciati per giudizio sociale, qualora disobbediamo al comando dei nostri sacerdoti/padroni.

E allora tutti a darsi da fare a mettere sotto gli occhi della collettività giudicante, video e immagini che colgono in flagrante delitto il dissidente, l’ateo, l’impenitente peccatore.

O con altrettanta solerzia a postare le proprie foto atte a testimoniare la fedeltà al culto.

Laddove non arrivano le minacce al proprio portafoglio, hanno la meglio, dall’interno di ciascuno i sensi di minaccia da parte degli altri.

Ancora dunque una caratteristica del narcisismo dominante.

Perché nello stato mentale narcisistico, la colpa persecutoria è sempre dietro l’angolo.

Infatti tipica di questo assetto psichico è la separazione netta tra aspetti buoni e cattivi della realtà (scissione). La scissione è un meccanismo di difesa cui l’individuo ricorre, quando non è in grado di integrare aspetti opposti e opposti sentimenti nei confronti dell’altro.

Klein la chiama posizione schizo-paranoide appunto perchè viene scissa la realtà di cui la parte cattiva, proiettata all’esterno, torna indietro sotto forma di aspetti minacciosi e persecutori.

Sto dicendo dunque che dilaga il narcisismo, dove l’individuo diventa il dio di sé stesso e per questo motivo fa della realtà esterna e degli altri, dei mostri persecutori pronti ad attaccare dall’esterno e dall’interno.

E tutti si difendono da tutti ricorrendo ad un mistificato senso di responsabilità che è invece senso di persecuzione.

Sto dicendo che tipico del narcisismo è il fraintendimento per cui la volontà di conoscere chiamata da Bion legame k (knowledge) viene sostituita dal legame -k cioè appunto il fraintendimento.

Ed è così che il senso di persecuzione prende il nome di senso di responsabilità. Il desiderio di capire ciò che sta accadendo diventa complottismo o negazionismo, la coercizione ricattatoria diventa giustizia e la minaccia atteggiamento protettivo.

Sto dicendo che fino a quando ci rifiuteremo di evolvere verso una maturità che si avvicini alla cosiddetta posizione depressiva, quella in cui cioè cominciamo a renderci conto dei nostri limiti , accettando che l’altro e il mondo esterno siano imperfetti, comprensivi di aspetti buoni e cattivi, che la vita ha in sé la morte, e quindi ipotizziamo l’idea di saper amare tutto l’intero e non solo una sua parte, fino ad allora resteremo nel nostro mondo, dove noi siamo dio, ma un dio minacciato da ogni lato, sempre sull’orlo del precipizio, di un vuoto incolmabile che ci porta disperatamente ad asservirci ad ogni regime dispotico che ci illuda di essere in un mondo sicuro e protetto e che invece ci rende schiavi, ciechi, lontani dal vero e unico Dio che è in noi, nel nostro stesso spirito, di cui restiamo totalmente all’oscuro fino a che ci rifiuteremo di osservare quel primo comandamento.

Di Marina Mollica

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Elogio della tristezza: a che serve oggi Melanie Klein

Per qualcuno la tristezza è da sfuggire come la peste e da trattare come un sottoprodotto della mente che a sua volta è un attributo patologico e nefasto del genere umano.

In questa accezione il pensiero diventa qualcosa di negativo e dannoso indipendentemente dalla sua qualità.

Tali convinzioni spesso si avvalgono di argomentazioni apparentemente legate a pratiche zen o buddiste, che mirano tutte all’assenza di pensiero e al vuoto mentale.

Sono la prima a sostenere che per la mente ci voglia una sana pulizia, come quella che facciamo a casa nostra, verso Pasqua, per liberarla dallo sporco e da cianfrusaglie vecchie.

In questo caso il silenzio meditativo avrebbe una funzione analoga a quella di detergenti e spazzoloni.

Ma per l’appunto se vogliamo liberare la mente dai pensieri dobbiamo presupporre che una mente ce l’abbiamo, così come liberare la casa dallo sporco e dal ciarpame, non significa mandare a fuoco la casa.

Tra l’altro, la convinzione di dover eliminare il pensiero e con esso l’azione (che inevitabilmente deriva dal pensiero) potrebbe essere una difesa. Una specie di fuga da una realtà vissuta come intollerabile in una forma di rassegnazione passiva e rabbiosa.

Esistono forme di schizofrenia in cui, in una sorta di “inaccessibilità autistica”, vengono inconsciamente attaccati il significato e il pensiero oltre alla capacità di creare esperienza e di pensare, in quanto fonte di dolore e conflitto incontrollabile (Ogden, 1980)

Dovremmo dunque dire che in esse è stata trovata la soluzione ideale alla sofferenza della vita?

Per arrivare in paradiso, Dante ci insegna che è necessario passare per l’inferno.

Non si può pensare di eludere certa parte della realtà come il proprio inferno interiore, eredità dei nostri genitori e della società tutta, attraverso pratiche volte a disfarsi in fretta, di ogni elemento di disturbo.

Sa tanto di sistema tipico della società dei consumi.

Si applica alla vita la stessa mentalità sfruttatrice, fondamentalmente guidata da un atteggiamento rabbioso e ri-vendicativo.

La mente può essere occupata da forme di pensiero deteriori ma non c’è nulla di male se ne siamo consapevoli.

E tanto basta.

Non occorre dare la caccia al condizionamento e ai comportamenti “sbagliati” da un lato, o arrivare all’estremo opposto eliminando pensiero e azione dall’altro.

E’ più che sufficiente osservare ed essere consapevoli.

Possiamo essere a nostro agio allora con tutti i nostri condizionamenti lasciandoli là dove sono fino a che non saranno loro ad andarsene da sé, proprio perché non gradiscono di essere guardati.

Ma a quel punto il risultato non avrà più importanza.

Dunque senza accusarci di niente (spesso ci battiamo il petto proprio come alibi al mantenimento attivo dei nostri sistemi di pensiero cui siamo a tal punto affezionati da farne una bandiera), senza fare sforzi da fachiri sui chiodi, ma semplicemente lasciando che le cose avvengano da sé.

E il cambiamento avviene quando è tempo che avvenga.

Come quando si piantano dei semi ed essi crescono indipendentemente da noi.

Accettare questo è umiltà. E forza interiore.

Trovare la via stretta credo significhi proprio essere in equilibrio tra l’eccesso di zelo tipico del fanatismo, e l’accidia o il nichilismo che così come non cerca il cambiamento però anche lo rifiuta inibendolo.

Elogio della tristezza

Dunque veniamo alla tristezza.

Perché elogiarne la presenza?

In virtù di quanto detto sopra, ritengo che rifiutare i sentimenti negativi sia superfluo e dannoso in quanto serve solo a coltivare l’illusione onnipotente di poter dirigere a piacimento il proprio destino, con la convinzione di fondo tipica del consumatore/sfruttatore, che la vita mi debba qualcosa e che sia di mio gradimento altrimenti non pago.

Se invece accogliamo quel che passa il convento, ci accorgeremo che la tristezza può insegnarci qualcosa.

Si tratta di un sentimento profondo in grado di mostrarci la differenza tra sé e l’altro, tra realtà e fantasia, tra dentro e fuori. In altre parole ci dà l’occasione di prendere coscienza del limite. Non possiamo infatti usare l’altro (o il mondo esterno, il che è lo stesso) come un oggetto per il nostro piacere e la nostra soddisfazione, impunemente.

Non perché sia un peccato.

Ma perché stiamo andando fuori come dei balconi!

Fuori dalla realtà, fuori dalla verità delle cose, insita nella legge naturale.

Possiamo crearci finché vogliamo il nostro personale paradiso fatto di illusioni. Anzi di un’unica illusione: quella che il mondo sia un immenso parco dei divertimenti per il nostro trastullo, sul quale noi abbiamo il pieno controllo.

Ed ecco allora che ci adoperiamo per essere invincibili nella mente e nel corpo.

Una mente piena di nozioni e priva di sentimenti sgradevoli e un corpo forte bello e muscoloso o seducente e privo di brutture e debolezze.

Ma presto o tardi ci compariranno le orecchie d’asino come è successo a Lucignolo e Pinocchio.

E l’omino di burro delle illusioni che tanto ci aveva sedotto, ci venderà al miglior offerente, per farci ballare in qualche circo a suon di frusta (sempre secondo la stessa mentalità sfruttatrice che noi stessi condividiamo).

Morale della favola: se coltiviamo illusioni, da esse saremo puniti per contrappasso.

E allora a cosa serve la tristezza?

A sentire il richiamo di ciò che è vero!

Non esiste un seno bello pieno di latte, da noi creato, e sempre disponibile.

Esiste una madre che lo ha messo a disposizione, cioè un individuo separato da noi nello spazio e nel tempo, che può darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma può anche deluderci, frustrarci, lasciarci da soli, farci provare dolore e rabbia.

Si spera che tali esperienze negative non siano superiori a quelle positive naturalmente, sennò sono guai.

Ma se odiamo questa nutrice e ci vogliamo vendicare del dolore che ci infligge, la tristezza ci avverte: – guarda che l’essere che stai odiando fino a sperarne la distruzione, è lo stesso che ami, da cui dipendi e che ti nutre –

Si chiama posizione depressiva, di kleiniana memoria, in opposizione alla posizione maniacale.

Allora se siamo fortunati imparando dalla tristezza che proviamo, invece di debellarla come una seccatura imbarazzante, torniamo sui nostri passi, accettiamo la dipendenza, cerchiamo di riparare al danno che volevamo infliggere, e recuperiamo il legame con l’altro.

Consapevoli della sua imperfezione ma anche del suo immenso valore. E lo facciamo naturalmente e senza sforzo. E questa è la crescita insita nello sviluppo della persona.

E cresciamo così, avvicinandoci un pochino di più al paradiso o alla strada che conduce ad esso.

Liberarsi dalla tristezza, secondo un mistificante narcisismo onnipotente, significa tornare al neonato che siamo stati, quando, nella posizione maniacale, vivevamo di allucinazioni: convinti di essere noi padre e madre di noi stessi, artefici del seno pieno di dolce latte, ma che rapidamente si trasforma nel suo rovescio sotto forma di una rabbia invidiosa e divorante.

Melanie Klein la sapeva lunga: a noi la scelta.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia

Klein, M. Contributo alla psicogenesi degli stai maniaco depressivi (1936) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein, M. Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Ogden, T.H. (1980) On the nature of schizofrenic conflict. Int. J. Psycho-Anal., 61, pp. 513-533

Giovani e social

Quando penso ai giovani non posso fare a meno di collegarli, nella mia mente, al mondo dei social e all’uso che ne fanno, apparentemente innocuo ma più spesso autolesionistico.

Penso a qualche ragazzo/a che guarda, (ma sarebbe più preciso dire: spia) tormentosamente la storia pubblicata dal/ dalla sua ex.

Penso a qualcuno che vorrebbe non essere tenuto costantemente aggiornato dalle “notizie” dei propri contatti, che tanto volentieri si offrono sulla bacheca, ma non riesce ad evitarlo.

Poi torno al mondo che conoscevo, quando le probabilità di venire a sapere cosa stesse facendo il proprio fidanzatino appena lasciato erano certamente inferiori. Si doveva casualmente incontrarlo per strada, magari abbracciato ad un’altra. O qualche “amica” doveva prodigamente riferire cose da lei sapute o viste.

Ma bastava starsene un po’ per conto proprio, o evitare certi luoghi a ridurre di molto queste probabilità.

Ci si poteva proteggere di più insomma, per dare tempo alle ferite di rimarginarsi.

Ora invece si è troppo abituati a frequentare il mondo virtuale da cui si è stati sedotti fin dalla più tenera età, con la promessa di una vita parallela, migliore di quella reale, per poterne fare a meno.

In esso ciascuno può presentare la sua storia, o le sue storie, da protagonista assoluto e tutti gli altri, volenti o nolenti, finiscono con l’accedervi.

Ciascuno può sbandierare al mondo la sua bellezza e la sua fortuna.

E di bellezza e fortuna se ne può costruire tanta, grazie ai mezzi tecnici disponibili, mentre il pubblico si lascia trascinare dalle apparenze, messe lì a bella posta per suscitare la sua invidia.

Ecco parliamo un po’ di questo. Oggi moltissimo passa attraverso uno sguardo bramoso ed invidioso.

Non si è tanto vittime di gelosia, che presupporrebbe una relazione almeno evoluta fino alla fase edipica. Cioè quella in cui si è in tre. Una coppia e un terzo escluso, come per esempio nel rapporto del bambino intorno ai tre anni, con i genitori.

Ma l’invidia! Cioè quel penoso sentimento di inferiorità che prova un bambino frustrato nel rapporto primario con la madre, vista come la proprietaria esclusiva di tutti i tesori possibili, dei quali lascia solo le briciole.

Questo bambino infelice, quando trova qualcuno che prova a donargli qualcosa, non solo non apprezza ma sente quel dono come un’ostentazione dell’altrui superiorità.

Per un bambino di questo genere sarà impossibile ricevere qualcosa. Potrà solo cercare di creare un’immagine di autonomia assoluta e di perfetta grandezza, che non deve ricorrere a nulla o a nessuno per completarsi.

Allora torniamo ai social dei giovani. Sono tutti in vetrina. Tutti ostentano la merce e nessuno ha bisogno di nulla. Al tempo stesso tutti spiano tutti (anche se in gergo si dice: seguire).

Ognuno conta i followers che ha, raccontandosi che follower equivalga ad amico/ammiratore.

Invece follower significa: “ti seguo nella speranza che anche tu con la tua grandezza mi segua incrementando il mio senso di me”.

Oppure significa: “hai un sacco di cose che vorrei avere anch’io”.

Che sofferenza per questi giovani. Certo finché funziona è tutto sotto controllo.

Magari uno ha il cuore a pezzi, però ciò che conta è che tutti vedano foto smaglianti e commenti adoranti sotto. E se l’illusione resta in piedi per gli altri, allora ci crediamo anche noi e sopravviviamo.

E’ una guerra senza esclusione di colpi e chi ha poche cartucce da sparare, perché magari ha un aspetto che manco i ritocchi più spinti lo possono perfezionare, o non ha seguaci da mostrare al suo attivo, è spacciato. E deve anche stare molto attento alla velocità con cui le notizie e i commenti corrono sui profili di tutti e lì si insediano ad imperituro ricordo, con tanto di faccine ridacchianti. Se la propria immagine è distrutta su larga scala, cosa rimane?

Capite che qui il problema non è la gelosia, cioè il sentimento di esclusione, ma la minaccia all’identità.

Una cosa così profonda e pervasiva da portare perfino al suicidio, dato che ci si sente già annientati, identificati come si è con quell’immagine fallimentare esposta a tutti.

E se non si arriva al suicidio, ci sono comunque le condotte autolesive. C’è chi si taglia e posta le foto dei propri tagli. Beh che dire: se non potrò suscitare stupore con bellezza e fortuna, lo farò con la mia sofferenza, ancora una volta sfruttata per apparire ed incrementare un senso di me, per quanto distorto e patologico.

Non c’è fine a questo circolo vizioso.

E chi vince in tutto questo? Il social.

La struttura sistemica che come un mostro dallo stomaco sfondato, fagocita all’infinito storie di esseri ridotti a foto e racconti, per ampliarsi sempre di più.

Direte che sono esagerata. Forse. Ci sono anche moltissimi giovani che hanno buon senso ed esprimono semplicemente la loro creatività e gioia di vivere. Nulla di più.

In fondo basta sapere che esiste anche una vita reale e imparare a non confonderla con quella virtuale.

Ma mi domando se lo spazio per coltivare relazioni reali, palpabili, dove l’esperienza non sia costruita attraverso una narrazione studiata a tavolino, ma lasciata agli avvenimenti quotidiani che il buon Dio voglia offrire, non si stia progressivamente restringendo un po’ per tutti.

A cosa serve oggi Dio se ognuno può sostituirsi a lui grazie ad un profilo ben costruito?

Ecco per tornare al pensiero iniziale, quello del ragazzino che soffre per una storia d’amore finita: essa è fonte di grande dolore ma al tempo stesso può portare ad un rimaneggiamento dell’intera personalità.

Gli adolescenti attraverso le molteplici relazioni e cambi di partner approfondiscono la conoscenza di sé e scoprono chi sono, cosa desiderano, cosa non sopportano.

In altre parole definiscono i confini tra sé e l’altro ed imparano ad accettarne, nel tempo, limiti e realtà.

Ma come possono compiere questi passaggi così delicati se invece del confronto reale sono continuamente sollecitati a fare affidamento su una costruzione illusoria e onnipotente dell’identità? A fermarsi nel pelago melmoso ed invischiante del mercato delle vetrine?

Qualcuno dopo lungo tormento magari riesce a chiudere almeno per un po’ con la spinta compulsiva a spulciare tra le notizie dell’amato, o del rivale, o del finto amico, ed a tornare a sé.

A resistere alla droga eccitante costituita dal bisogno morboso di verificare se ci siano novità, per poi alimentare la rabbia e il desiderio di vendetta se ne trova.

Al bisogno di esporre il proprio corpo seminudo o nudo come carne nella macelleria per attrarre l’attenzione dell’amato bene e fargli tornare l’acquolina in bocca e il bisogno di supremazia, constatando l’aumentare del numero di altri followers.

Tutti mezzi volti a procrastinare l’elaborazione del dolore aggrappandosi all’illusione di poter magicamente cambiare la realtà attraverso una tastiera.

Come si può crescere con questi presupposti?

Penso che il rischio sia quello di restare invischiati e di deteriorarsi, di perdere energie e prospettive alternative.

Invece, accettare di attraversare proprio quel dolore che manda in frantumi la presente immagine di sé,  può permettere di ritrovarne un’altra più ricca e più ampia.

Voi genitori mi direte: che fare?

Come sempre non ho formule preconfezionate. Però si può partire dal domandarsi quanto siamo assorbiti dalle nostre paure e depressioni, fino a negarle a noi stessi e al mondo.

Cominciamo ad osservare e a prendere le distanze da questi mostri.

Forse riusciremo poi ad indicare la strada anche ai nostri figli avendo bene in mente che anche se non possiamo controllare tutto, possiamo sempre imparare ad apprezzare l’ignoto, l’imponderabile mistero che sta dietro la nostra vita, al di là di ogni giudizio o gratificazione sociale.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Foto di Gerd Altman, da Pixabay

Se non tornerete come bambini…

 

 

Non smetto mai di stupirmi quando vedo bambini definiti come ritirati, gravemente disturbati e per questo terrorizzati dagli estranei, illuminarsi di gioia e trattarmi come loro pari non appena gli metto a disposizione una stanza, dei giochi e la mia attenzione.

Ho sempre l’impressione che non aspettassero altro che questa occasione di parlare la propria lingua.

Non che ne fossero consapevoli. Ma appena trovano questa opportunità, per istinto ne riconoscono la familiarità, la perfetta assonanza con loro.

Allora mi domando per quale ragione non siamo altrettanto capaci di riconoscere ciò che è in sintonia con noi aprendoci senza condizioni, quando lo troviamo?

Possibile che la nostra coscienza si sia così distorta al punto da non comprendere che abbiamo bisogno di giocare come il bambino? Per il bambino giocare è vitale al pari del respirare. Ed è, tra l’altro, un lavoro molto serio nel quale si impegna totalmente.

Per l’adulto, il parallelo del gioco è creare. Creare bellezza, armonia in tutte le sue forme.

Ma come si può farlo immersi nella paura?

Come si può pensare che in un sistema di pensiero che alimenta condotte fobiche, ossessive e paranoidi possa essere favorita la creatività?

Siamo sempre più sospettosi, arrabbiati e controllanti. Attaccati al fantasma della nostra vita invece che impegnati a vivere. Ed uso la parola “impegnati” proprio in riferimento all’impegno del tutto naturale che ci mette il bambino nel giocare. E’ così vitale per lui giocare che sono convinta che i bambini più danneggiati siano proprio quelli che non riescono a farlo.

Così penso che come adulti siamo altrettanto danneggiati perché non sappiamo più creare. Sappiamo solo darci alla fuga. Non c’è spazio per creare quando si punta alla mera sopravvivenza. Sopravvivere non è vivere. E il contrario della vita non è la morte.

Semmai è la paura di morire che impedisce di riconoscere il Dio che è in noi, che è noi.

Abbiamo perso il sonar, la capacità innata di essere attratti dal bello, dalla meraviglia dalla gioia.

E dedichiamo sempre più spazio alla paura, al controllo e alla rabbia.

Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare come bambini e permettere ai bambini di tornare a sé stessi.

Di Marina Mollica

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Disagio dei giovani e ascolto

Con questo articolo voglio spendere qualche parola per i giovani che si trovano in una condizione di disagio. Essi possono attuare condotte autolesive fino al suicidio che lasciano completamente disorientati gli adulti che vivono intorno a loro.

Ci si può domandare che cosa sia meglio fare per questi ragazzi che soffrono.

Le risposte sono tante e articolate.

Qui mi limito a condividere qualche riflessione sull’ascolto, nata dal lavoro con i miei pazienti.

Quando parlo di ascolto mi riferisco ad un atteggiamento molto più complesso di quello che identifichiamo con il semplice stare a sentire le parole dell’altro.

In effetti noi ascoltiamo veramente, quando siamo in grado di osservare quello che accade fuori e dentro di noi, lasciando poi che tutto questo si riverberi liberamente nella nostra cassa di risonanza interiore.

Ma quando una persona si confida con noi, potremmo essere distratti pur seguendo attentamente il suo discorso.

Infatti può succedere di trovarci in uno stato mentale condizionato da qualcosa di interno. Per esempio vogliamo qualcosa da quella persona. Ci prefiggiamo un obiettivo. Oppure siamo tesi per le nostre vicende personali, che nulla hanno a che fare con lei, ma che influenzano l’ascolto di quel momento. O quello che ci dice produce qualche corrente di pensieri sotterranei che creano interferenza e ci allontanano dal presente e così via.

Un altro punto importante consiste nel fatto che una persona ci parla in molti modi. E i più importanti non sono veicolati dalle parole. Non mi riferisco solo a tutta la complessità della comunicazione corporea che può confermare o meno il discorso verbale.

Ma anche al modo con cui questo si esplica. Cioè quali associazioni ci sono tra le parole? Cosa viene prima e cosa dopo? Quali sono i nessi? Qual è la logica? Le parole evocano in noi particolari sensazioni o immagini?

Per esempio un figlio potrebbe dirci che vuole andare in palestra, oppure che deve assolutamente avere un determinato oggetto. Poi, magari in un altro momento, accenna in modo del tutto casuale ad un amico che sta male e fa uso di sostanze stupefacenti per tirarsi su.

Infine butta là che gli insegnanti fanno tutti schifo e pensano solo ad umiliare con i voti.

Ebbene i tre argomenti, venuti fuori in tempi diversi della giornata, potrebbero passare inosservati, specialmente se siamo indaffarati.

Quindi potremmo rispondere a monosillabi e poi occuparci d’altro. Dare una risposta sbrigativa alla richiesta della palestra con un si o con un no. O soffermarci in modo insistente sulla questione dei voti perché è quella che ci sta più a cuore. Oppure fare un commento di qualche tipo sull’amico che sta male.

Ma se colleghiamo insieme in uno stesso quadro i tre discorsi, potremmo avere un indizio del fatto che chi sta male è nostro figlio, che si sente inadeguato (i voti) e non ascoltato (gli insegnanti), che cerca di risolvere la cosa cercando di modificare il suo aspetto con lo sport, o possedendo quel determinato oggetto e che soffre al punto da considerare l’ipotesi di fare uso di qualche sostanza psicotropa.

Naturalmente questo è solo un esempio e per essere certi che le cose stiano davvero così bisogna raccogliere altri elementi.

Si tratta dunque di essere svegli, attenti. NON DISTRATTI.

Se siamo in un atteggiamento ricettivo, la nostra funzione intuitiva ci avvisa collegando spontaneamente le varie informazioni.

Vi capita mai per esempio che proprio quando vi rilassate un attimo, o prima di addormentarvi, di colpo si affacci alla mente la consapevolezza di qualcosa che durante la giornata vi era sfuggita? Come una lampadina che si accende e vi fa dire “oddio”.

Ecco, significa che la nostra mente intuitiva, il nostro pre-conscio ha lavorato per noi in background e quando finalmente viene meno lo stato mentale in cui ci troviamo costantemente che è uno stato IPER-ATTIVO e tendenzialmente distratto, allora “riceviamo” la risposta di qualcosa per la quale non avevamo nemmeno posto la domanda.

Mi fermo. Non perché il discorso sia esaurito, bensì per lasciare che questo punto si sedimenti. Anche in me.

Essere ricettivi richiede di disporre l’animo all’osservazione. E’ un capovolgimento del modo di stare al mondo. Ma si deve cominciare da qui.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bambini e mascherine

Vedo bambini che si toccano la mascherina infastiditi.

La tirano da sotto per allentarne la stretta.

Se sono un po’ più grandi e quindi consapevoli dei rischi cui vanno incontro, secondo le informazioni ricevute, subito la rimettono sul naso preoccupati.

Alcuni si sentono visibilmente soffocare, specialmente quando parlano di questioni personali che li preoccupano: l’ansietà o peggio l’angoscia provocano un maggior bisogno di incamerare aria, dato che il respiro si fa più corto.

Qualcuno si dirige verso la finestra per provare a respirare liberamente, ma poi ci ripensa sentendosi insieme colpevole e vulnerabile.

Qualche altro, usando i pupazzetti di cui è fornita la propria scatola, racconta storie i cui personaggi sono tutti imbavagliati e tormentati in varia misura da questo bavaglio.

Esso viene spesso rappresentato come strumento di tortura, di dominio di qualcuno su qualche altro, di derisione verso l’imbavagliato e perfino di morte per soffocamento.

Qualche personaggio si libera baldanzosamente dell’ingombro per poi essere duramente punito: al bavaglio si aggiungono manette e prigionia.

I personaggi che portano la mascherina sono descritti come impotenti, ridicoli e in qualche caso come delinquenti.

Ci sono poi le ansie legate alla ripresa della scuola.

Che ora fa paura non solo per sé stessa a quei bambini che hanno particolari difficoltà di relazione o apprendimento, ma anche per il timore di non riuscire a contenersi per tutto il tempo richiesto, a causa dell’intenso disagio nell’indossare la mascherina.

Qualcuno si domanda se ce la potrà fare, qualche altro teme il mal di testa che sicuramente gli verrà. Qualcuno più preciso, mi dà una descrizione accurata di tutto ciò che prova, dall’irritazione al collo, al dolore dietro le orecchie provocato dagli elastici stretti; dalla paura di metterci per sbaglio le mani sopra, al timore di essere contaminato se non la tiene perfettamente aderente al viso.

Qualcuno alterna il toccarsi la faccia coperta, al movimento di tutto il corpo, che deve evadere la tensione, bloccata nelle mani.

In tutto questo il mio compito è cercare di tenere viva la capacità di pensare, mia e del bambino.

Di sostenere la convinzione che le spinte vitali e creative dell’essere umano sono prioritarie rispetto a qualsiasi altra considerazione e che l’angoscia persecutoria e di morte che ora prende le sembianze di una mascherina, possono essere contenute.

Mi domando quanto sia utile per la psiche in formazione di questi piccoli, osservare una società che per proteggersi dalla paura, è disposta a modificare in pianta stabile, le proprie consuetudini e soprattutto il proprio modo di stare in relazione.

Una società che sembra vivere più del terrore della malattia e della morte del corpo, che dell’interesse a superare la sofferenza della mente e l’abbattimento dello spirito.

Imponendo allo stesso corpo che vuole salvare, continue vessazioni e alla mente infinite riduzioni di prospettive, tutte ormai concentrate sulla mera sopravvivenza biologica e sulla fede cieca ed esclusiva nelle cure mediche.

Cosa possono imparare i bambini da tutto questo?

Loro venivano da me per trovare un luogo dove le prevaricanti angosce persecutorie e di morte che già li tormentavano, potessero essere alleviate e successivamente trasformate in qualcosa di più integrato con le spinte vitali.

Ma cosa succederà quando anch’io dovrò capitolare e cedere il passo agli obblighi derivanti da un sempre più stringente sistema di controllo che costringe a quarantene e tamponi ad ogni piè sospinto?

Che succederà quando a più riprese la terapia dovrà essere interrotta per fare spazio proprio a quei fantasmi che si cercava di dissolvere?

Nonostante queste domande, continuo stoicamente, per quanto possibile, a svolgere la mia funzione di contenitore e di pensiero.

A sperare che, dopotutto, l’amore per l’essere umano nella sua interezza, sarà capace di prevalere su questo periodo nel quale l’angoscia della morte la fa da padrona.

A credere che la mia professione serva ancora a qualcosa in un mondo che sembra aver già trovato tutte le risposte alle sue ombre.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it