Del delitto di Paderno vorrei parlare in modo tangenziale per porre l’accento su alcune riflessioni che esso mi ha portato a fare.
Riguardo al fatto, mi limiterò a dire che ogni azione efferata, non premeditata, equivale a una scarica incontrollata, una evacuazione di angosce che non è stato possibile metabolizzare attraverso la funzione del pensare. Si tratta di una difesa estrema che in qualche modo pone all’esterno lo scenario di relazioni con gli oggetti primari (genitori e fratelli), interiorizzate nell’infanzia, di solito traumatiche e riattualizzate nell’agito, a seguito di un evento scatenante.
Se c’è un accoltellamento sanguinolento dove delle vittime impotenti, terrorizzate e sbigottite si vedono dilaniare le carni in un lago di sangue possiamo rovesciare questa immagine e riferirla a quanto provato dal ragazzo che evidentemente si sentiva vittima impotente e disperata di qualcosa che lo faceva a brandelli. Possiamo anche pensare che in casi come questo ci siano parti dissociate della personalità che coesistono senza che nessuno, probabilmente nemmeno il soggetto in questione ne sia del tutto consapevole. La parte traumatizzata, dissociata e silente continua a sussistere in un mondo a parte, tanto più virulento quanto più denegato. Ma quello che è certo è che prima o poi tornerà a farsi sentire irrompendo nella vita quotidiana.
Il nostro mondo interno, che non è il semplice riflesso di quello esterno ma è certamente in relazione ad esso, determina come ci sentiamo e cosa facciamo. Ed è paradossale che pur essendo questo punto sotto gli occhi di tutti, sia tanto difficile esserne consapevoli.
Per esempio liquidiamo il pianto di un bambino come capriccio, il rifiuto come maleducazione, il non fare e non obbedire come assenza di una disciplina severa ecc. invece di domandarci cosa stia succedendo davvero. E il piccolo disimpara a sentire come significativo ciò che prova appoggiandosi completamente a ciò che è imposto dall’esterno per interpretare quello che gli succede dentro.
In famiglie dove poi accadono tragedie come quella di cui sopra, viene da pensare che siano in opera distorsioni massicce della comunicazione all’interno di relazioni caratterizzate dal principio implicito e quindi non riconosciuto ma denegato, del “mors tua vita mea”.
Ma naturalmente per esprimere un parere accurato sarebbe necessario conoscere ogni dettaglio della vita personale del ragazzo, la sua storia evolutiva per capirci.
In questa sede invece mi interessa di più soffermarmi su aspetti che riguardano il contesto più ampio in cui questa famiglia era inserita. Il nostro contesto sociale così come lo possiamo osservare oggi.
E, visto che si parlava di agiti (azioni impulsive di scarica di tensioni emozionali private dell’accesso al pensiero simbolico), vorrei riportare ciò che qualcuno mi aiutava a osservare: essi si innestano su una società che favorisce fortemente l’agire piuttosto che il pensare.
Siamo fin da piccoli inseriti in un circuito di aspettative e progetti che ci spingono a fare: a fare presto e fare bene. Velocità si identifica con avanguardia, benessere e potere: pensiamo ad esempio alla tecnologia la quale, sostituendoci sempre più velocemente nelle nostre funzioni, ben lungi dall’offrirci spazi liberi e potenzialmente creativi, non fa altro che imporci una accelerazione progressiva dei nostri processi mentali e comportamentali per i quali non c’è tempo né spazio di gestazione. Siamo imbrigliati in consuetudini sociali, familiari, lavorative che escludono fantasia, fantasticheria, libera associazione di idee, fluttuare dell’attenzione e vuoti mentali. Perfino il tempo “libero” è inteso prevalentemente come qualcosa di organizzato e strutturato, cosicché dobbiamo attivarci per rilassarci. Ci perdiamo i ritmi naturali dell’esistenza che del resto miriamo a far diventare sempre più artificiale: si pensi all’IA. Dunque efficienza e risultato innanzi tutto. E i piccoli devono adeguarsi, inseriti come sono, sempre più precocemente, nel circuito del sapere e del saper fare. Della produttività insomma.
Del resto a questo proposito i programmi scolastici sembrerebbero dare sempre più spazio a materie che garantiscano al futuro lavoratore una formazione degna di un mondo produttivo: le lingue straniere, in testa l’inglese, e poi l’informatica, la tecnologia, l’economia ecc. per non parlare dell’alternanza scuola-lavoro. Guai a studiare per il sapere. Dobbiamo al più presto ricordarci che tutto è in funzione dell’inserimento nel mondo del lavoro e dei crediti formativi conseguenti.
Un discorso a parte va fatto per la sempre maggiore presenza nelle scuole, degli psicologi e di progetti volti a rendere i giovani maggiormente consapevoli di se stessi nonché dei loro processi emotivi, cognitivi e comportamentali. Tutte cose utilissime sulla carta, peccato che se questi progetti sono inseriti nella cornice complessiva dell’utilitarismo efficientistico essi hanno già perso la battaglia in partenza. Infatti sembra che l’unico scopo di una buona psicologia sia rendere meglio adattato l’individuo e più funzionale all’ambiente. Ottimo, ma siamo ancora nel regno dell’apprendere per fare, o meglio dell’apprendere per avere: più benessere, più efficienza, più sicurezza ecc. e non dell’essere. Se ci trovassimo nella dimensione dell’essere potremmo osservare con calma e in silenzio, quanto accade, lasciar decantare ogni reazione emozionale disturbante, lasciar emergere immagini, sentimenti, riflessioni, pensieri, senza giudizi o imposizioni dettate da categorie: giusto-sbagliato, utile-dannoso, efficiente-inutile o da sillogismi del tipo: se il tuo comportamento è conforme alle attese sociali allora sei sano e felice. Sto parlando di quel processo creativo di soluzione e scoperta di nuove idee e nuove prospettive che non viene solo dal brainstorming, tempesta di cervelli che si devono impegnare attivamente per raggiungere in gruppo il risultato più veloce e soddisfacente, ma anche del lasciar fluttuare la mente, del dare spazio a un tempo del riposo o di un vuoto apparentemente senza senso.
Ma tutto questo è incompatibile con la strutturazione sempre più massiccia e capillare di ogni nostro momento del mondo esterno e interno. Per questo i giovani, assieme a noi che glielo insegniamo, sono costretti a tirare avanti la carretta: “Concentrati! Dacci dentro! programma il tuo futuro!” E e se vuoi pensare fallo secondo le griglie della psicologia istituzionale, strutturando schemi, formulando obiettivi e misurando risultati. Efficienza innanzi tutto: avanti, avanti, avanti! “Chi si ferma è perduto…” E se poi un giovane compie un gesto folle in questa rincorsa all’oro, restano tutti di sasso. Eppure alla macchina in corsa, la benzina l’abbiamo fornita noi. Ma pretenderemmo, dopo averla lanciata, che fosse munita di freni adatti a contenere ogni spinta iniziale.
Fin dalla primissima età, identificati con genitori che non sanno ascoltare nemmeno se stessi, a loro volta i bambini e poi giovani, finiscono per non ascoltarsi. Ciò significa che non danno peso, valore, significato a ciò che sentono e per questo spesso non sono nemmeno in grado di mettere in parole il loro sentire. Ma anche qualora lo fossero, quelle parole non rivestirebbero alcuna valenza affettivo emotiva perché fin dalla più tenera età private delle loro connessioni naturali con le emozioni, gli stati affettivi, i sentimenti, le angosce che le caratterizzavano. Ho avuto molti pazienti in possesso di un lessico ricchissimo e a volte estremamente tecnico, appreso tramite i progetti scolastici e dal web, sulle loro condizioni mentali ma inadatto a favorire la capacità di identificare i nessi tra il sentire e l’agire.
E mi sono accorta che proprio i pazienti che stanno più male, quelli che spesso non hanno il controllo dei propri impulsi sono quelli più in difficoltà nel dare significato e valore a ciò che pensano e sentono, come se fin da piccolissimi fossero stati abituati a denegare in modo massiccio una grossa fetta della loro esistenza mentale, perdendo così il contatto con il loro mondo interno per poi ritrovarsi ad essere travolti da tsunami psicoemotivi altrimenti definiti disregolazione emozionale.
Il problema è familiare? Può darsi. C’è una psicopatologia? Può darsi. Ma dobbiamo finirla di pensare alla psicopatologia come a una entità monolitica e inscalfibile che una volta diagnosticata mette a posto la coscienza della collettività. E dobbiamo smettere di pensare a queste situazioni come casi che non ci riguardano se non per puntare il dito e individuare l’ennesimo capro espiatorio atto a nascondere i nostri peccati. Le forme della psicopatologia sono costrutti mentali utili più ai professionisti del settore che non ai pazienti. Meglio comprendere che dietro un’etichetta diagnostica esiste un mondo complesso e irripetibile, fatto di storia personale, di eventi esteriori intrecciati a quelli interiori non del tutto corrispondenti ad essi ma arricchiti da fantasie e fantasmi. E tali eventi sono per lo più esperienze relazionali con persone significative, prima di tutto i nostri genitori e poi quelle del mondo sociale, i pari e gli adulti.
E dunque giungiamo alla strage di Paderno. Come si spiega un delitto così orrifico? Anzitutto abbandoniamo la pretesa della spiegazione lapidaria. Come si può pensare a un’azione umana qualsiasi come a qualcosa che non sottenda la più estrema complessità? Secondo: abbandoniamo l’idea della colpa e delle etichette annesse: colpa dei genitori, colpa della patologia, colpa di questi giovani ormai perduti.
Ricordiamoci che ciò che appartiene a uno appartiene a tutti, che espressioni estreme di comportamento sono la punta di un iceberg in grado di farci incagliare almeno per quel breve istante di sbigottimento. Da esso però ci affranchiamo prontamente per seguire la vicenda non diversamente da come seguiremmo una telenovela di dubbio gusto o riempiendoci con le informazioni di giornali pronti a vendere a buon mercato spiegazioni più o meno accessibili a tutti. Esse ci aiutano a metterci il cuore in pace specie se arrivano da esperti del settore. Ma dimentichiamo che anche le parole degli esperti, sfornate attraverso articoli che devono essere velocemente fruibili, finiscono con l’essere ridotte a pochi concetti spesso fraintesi e non compresi in profondità.
Le domande che vi ponete: “cosa è successo?” e “come si spiega?” vi toccano davvero? Allora è iniziato un processo di evoluzione. Ma c’è qualcuno che abbia tempo per dedicarsi a questo?
Di Marina Mollica
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