Vedo bambini che si toccano la mascherina infastiditi.
La tirano da sotto per allentarne la stretta.
Se sono un po’ più grandi e quindi consapevoli dei rischi cui vanno incontro, secondo le informazioni ricevute, subito la rimettono sul naso preoccupati.
Alcuni si sentono visibilmente soffocare, specialmente quando parlano di questioni personali che li preoccupano: l’ansietà o peggio l’angoscia provocano un maggior bisogno di incamerare aria, dato che il respiro si fa più corto.
Qualcuno si dirige verso la finestra per provare a respirare liberamente, ma poi ci ripensa sentendosi insieme colpevole e vulnerabile.
Qualche altro, usando i pupazzetti di cui è fornita la propria scatola, racconta storie i cui personaggi sono tutti imbavagliati e tormentati in varia misura da questo bavaglio.
Esso viene spesso rappresentato come strumento di tortura, di dominio di qualcuno su qualche altro, di derisione verso l’imbavagliato e perfino di morte per soffocamento.
Qualche personaggio si libera baldanzosamente dell’ingombro per poi essere duramente punito: al bavaglio si aggiungono manette e prigionia.
I personaggi che portano la mascherina sono descritti come impotenti, ridicoli e in qualche caso come delinquenti.
Ci sono poi le ansie legate alla ripresa della scuola.
Che ora fa paura non solo per sé stessa a quei bambini che hanno particolari difficoltà di relazione o apprendimento, ma anche per il timore di non riuscire a contenersi per tutto il tempo richiesto, a causa dell’intenso disagio nell’indossare la mascherina.
Qualcuno si domanda se ce la potrà fare, qualche altro teme il mal di testa che sicuramente gli verrà. Qualcuno più preciso, mi dà una descrizione accurata di tutto ciò che prova, dall’irritazione al collo, al dolore dietro le orecchie provocato dagli elastici stretti; dalla paura di metterci per sbaglio le mani sopra, al timore di essere contaminato se non la tiene perfettamente aderente al viso.
Qualcuno alterna il toccarsi la faccia coperta, al movimento di tutto il corpo, che deve evadere la tensione, bloccata nelle mani.
In tutto questo il mio compito è cercare di tenere viva la capacità di pensare, mia e del bambino.
Di sostenere la convinzione che le spinte vitali e creative dell’essere umano sono prioritarie rispetto a qualsiasi altra considerazione e che l’angoscia persecutoria e di morte che ora prende le sembianze di una mascherina, possono essere contenute.
Mi domando quanto sia utile per la psiche in formazione di questi piccoli, osservare una società che per proteggersi dalla paura, è disposta a modificare in pianta stabile, le proprie consuetudini e soprattutto il proprio modo di stare in relazione.
Una società che sembra vivere più del terrore della malattia e della morte del corpo, che dell’interesse a superare la sofferenza della mente e l’abbattimento dello spirito.
Imponendo allo stesso corpo che vuole salvare, continue vessazioni e alla mente infinite riduzioni di prospettive, tutte ormai concentrate sulla mera sopravvivenza biologica e sulla fede cieca ed esclusiva nelle cure mediche.
Cosa possono imparare i bambini da tutto questo?
Loro venivano da me per trovare un luogo dove le prevaricanti angosce persecutorie e di morte che già li tormentavano, potessero essere alleviate e successivamente trasformate in qualcosa di più integrato con le spinte vitali.
Ma cosa succederà quando anch’io dovrò capitolare e cedere il passo agli obblighi derivanti da un sempre più stringente sistema di controllo che costringe a quarantene e tamponi ad ogni piè sospinto?
Che succederà quando a più riprese la terapia dovrà essere interrotta per fare spazio proprio a quei fantasmi che si cercava di dissolvere?
Nonostante queste domande, continuo stoicamente, per quanto possibile, a svolgere la mia funzione di contenitore e di pensiero.
A sperare che, dopotutto, l’amore per l’essere umano nella sua interezza, sarà capace di prevalere su questo periodo nel quale l’angoscia della morte la fa da padrona.
A credere che la mia professione serva ancora a qualcosa in un mondo che sembra aver già trovato tutte le risposte alle sue ombre.
Di Marina Mollica
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