il giovane Holden

Non sono un’accanita lettrice di romanzi.

Gli ultimi risalgono più o meno all’epoca delle scuole superiori, quando in estate ti consigliavano alcuni testi da leggere.

Ricordo “la buona terra” di Pearl S. Buck che ho veramente amato oppure “Se questo è un uomo” di Primo Levi e tanti altri.

Poi il mio interesse si è orientato a letture legate al lavoro e quindi prevalentemente psicoanalitiche.

Tuttavia ogni tanto, qua e là un romanzo di quelli classici mi capitava tra le mani con nostalgia.

E di recente, devo ammettere che il desiderio di trovare qualche autore non ancora letto, che potesse appassionarmi quanto quelli di allora, si è rifatto vivo.

Ho avuto fortuna.

Trovare quella meraviglia che è “Il Giovane Holden” di J.D. Salinger è stata un’esperienza entusiasmante. Entusiasmante e commovente.

Non ci si crederebbe che esista un libro capace di tenerti incollato dall’inizio alla fine neanche fosse un giallo mozzafiato.

Meglio di un film premiato o di un concerto rock. 

Sicuramente meglio di certi libri, dove è l’estetica a farla da padrona, di autori autoreferenziali, alla perenne ricerca dell’espressione perfetta ma così ingombrante da farti perdere subito di vista il soggetto.

Alla fine, ammazzato di belle espressioni, desisti dal cercarlo.

Certi scrittori a volte sono un po’ fastidiosi. Vogliono mostrare quanto sono intelligenti.

Ma l’intelligenza ostentata diventa il suo contrario.

Per questo ho esultato nel leggere il giovane Holden (il cui titolo originale poi è “The Catcher in the Rye” che è bellissimo già da sé).

Perché ti fa sentire meno solo. Perché l’occhio critico nei confronti dell’ipocrisia della gente ce l’ha anche il protagonista.

E’ come se un vecchio amico ti strattonasse per le braccia dicendo “oh sveglia, siamo in due”.

Il bello è che Salinger per bocca del suo Holden lo dice che ci sono scrittori che, una volta finito di leggerli li vorresti come migliori amici. E si, lui è uno di quelli. E guarda caso pare che lui non ne volesse sapere della gente e preferiva di gran lunga la solitudine. Lo apprezzo anche per questo. Altro che scrittori prezzolati e prezzemolini che sfornano libri leziosi quanto superflui.

Che per restare sulla cresta dell’onda e non lasciarsi sfuggire una larga tiratura di copie sfruttano solo temi alla moda.

Mi domando sempre se ci sono o ci fanno. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro.

Proprio come i personaggi di Holden spesso così pomposi, da diventare delle macchiette. Tutti sottoposti a quel suo sguardo innocente e spietato. Spietato perché non nasconde nulla e non mente su nulla, nemmeno su se stesso.

Eppure quanta comprensione per le persone che soffrono davvero, lui che riconosce dietro le maschere i poveracci che vi si nascondono e quelli che invece ormai non sono altro che maschera e basta.

Accetta tutti Holden, così come sono, anche se ne vede i lati più sgradevoli. 

Ma quanta solitudine, quanto disagio. Nessuno con cui riesca a parlare veramente perché nessuno ha voglia di ascoltare.

Ognuno, preso dal suo interesse personale, mira alla propria sopravvivenza sulla pelle degli altri. 

Lo impara presto Holden, nelle scuole che frequenta e puntualmente abbandona, perché proprio non riesce ad adattarsi all’ipocrisia di giovani o adulti, e alla loro violenza. Nessuno a cui rivolgersi nemmeno i genitori. Solo al mondo dell’infanzia che nella sua mente è ancora salvo, puro, bello. Di una bellezza struggente e viva. Un’infanzia in bilico sul burrone dove Holden come un catcher potrebbe prenderla al volo. 

In un mondo di ombre grigie Holden sembra l’unica figura a colori.

Con un ritmo descrittivo che incalza incessantemente ognuno è passato al vaglio di un occhio che descrive scene esilaranti e grottesche. Che lasciano l’amaro in bocca e lo stupore. La rabbia e la desolazione. Che sfiorano spesso la tragedia per poi risollevarsi in un carosello di eventi fatti di tutto e di nulla.

E ogni volta che speri che il prossimo incontro sarà quello buono, quello che solleverà le sorti della sua esistenza e della nostra insieme, ti devi ricredere e riprendere il viaggio insieme a Holden, sempre più stremato.

Eppure lui è lì a descrivere tutto senza posa, come se alla fine valesse la pena di farlo. Il suo cinismo, la sua voglia di farla finita cedono il passo a un disperato bisogno di andare almeno un pò più in là per vedere che succederà e se valga ancora la pena di vivere. Di aspettare in attesa che il tempo presente, così ossessivamente vuoto, passi o dia una tregua alla depressione.

Sembra di sentire le urla di un animale agonizzante dietro il parlare esagitato.

Holden è un eroe, l’eroe del quotidiano, della normalità più bieca. Dell’uomo che affronta l’abisso del non senso di un’esistenza alienata, all’interno di una società opulenta e corrotta fino al midollo. Dove tutti sono anestetizzati dal ruolo che recitano, come ombre su uno schermo.

Verrebbe da stringergli la mano a Holden o tenderla per confortarlo. Holden è ciascuno di noi, è il parlare incessante di una mente in bilico. E’ l’inflazione del pensiero sovraeccitato dall’incomunicabilità. Perché nessuno capisce, nessuno sente veramente. E’ colui che non molla e ci prova ancora una volta, nonostante la voglia di farla finita o fuggire non si sa dove. E’ la girandola di sentimenti contrapposti che nessuno è lì per accogliere dandoci un senso.

E il paradosso è che leggerlo dà conforto. Il conforto di scoprire che il dolore che si prova ad essere al mondo non è senza significato ma piuttosto la testimonianza, in una messa in scena di manichini, del fatto che dopotutto si è ancora vivi, proprio come lo è Holden.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia: J.D. Salinger “Il giovane Holden” 2014 Giulio Einaudi editore, titolo originale “The Catcher in the Rye”, 1945.

https://www.lafeltrinelli.it/giovane-holden-libro-j-d-salinger/e/9788806218188 .