Psicoterapia del bambino: esplorazione di un mondo sommerso

 

La psicoterapia del bambino ad indirizzo psicoanalitico si caratterizza per avere come interesse principale, l’esplorazione del suo mondo interno, che può essere inteso come un vero e proprio mondo sommerso.

Il bambino arriva in consultazione quando i genitori sentono di non riuscire più a comprenderlo a causa di sintomi che in realtà sono solo la punta dell’iceberg di questo mondo interiore e che rendono insostenibile la sua vita.

Essi improvvisamente si rendono conto che quelli che consideravano capricci, svogliatezza, un carattere un po’ difficile, o semplici paure infantili, forse sono qualcosa di diverso e più preoccupante.

Sentono di non essere più in grado di aiutarlo a crescere con i mezzi che fino a quel momento avevano a disposizione.

Giungono quindi a chiedere una consulenza psicologica per essere aiutati a capire. Si domandano: “Che cos’ha il mio bambino? Cosa gli sta succedendo?” E questa domanda genera molta angoscia.

In questo contesto allora lo psicoterapeuta infantile aiuta i genitori a mantenere la capacità di pensare in una situazione in cui è veramente difficile farlo. Non si pone come una figura onnisciente ma come interlocutore interessato ad avviare e sostenere un processo di esplorazione e comprensione del piccolo paziente.

Il terapeuta dunque non sa già tutto ma mette a disposizione gli strumenti che possiede (conoscenze, esperienza, sensibilità personale, creatività) per sollecitare risposte personali e domande inaspettate. E soprattutto nuovi punti di vista possibili.

Il terapeuta è un vero e proprio alleato dei genitori e del bambino in una situazione che fa sentire tutti “in trincea”.

Ci saranno diverse sedute per incontrarsi e conoscersi.

I genitori potranno raccontare cosa li ha portati a chiedere aiuto e la loro storia con il bimbo fin dal momento del concepimento.

Potrebbero anche emergere emozioni forti magari rimaste congelate per tanto tempo in qualche angolo della mente.

L’incontro con il bambino

L’incontro con il bambino avverrà in un secondo momento in uno spazio a lui dedicato che gli permetterà di esprimersi così come gli viene senza “consegne” di nessun tipo.

Il terapeuta vuole conoscerlo per come è e non per come ci si aspetta che sia.

Il bambino riceve perciò un ascolto tutto particolare. Fatto di silenzio o di parole su quanto accade in quel momento.

E’ come se il terapeuta lo prendesse per mano dicendo: “vediamo insieme che succede adesso, come sei, com’è il paesaggio che mi porti. Potrebbero esserci mostri spaventosi, precipizi, terremoti…ma questo viaggio lo faremo assieme e sarò con te per tutto il tempo necessario”.

Il bambino comprende perfettamente che la stanza di terapia è un luogo speciale, un luogo come non ce ne sono altri e solitamente questo lo porta a desiderare di tornarci al più presto. Anche se non sempre è così. Dipende dal tipo di difficoltà. Potrebbe anche non volerne sapere di avere accanto una persona cui legarsi come all’unico compagno di un viaggio potenzialmente pericoloso. La dipendenza dal terapeuta può fare molta paura e può farne anche agli stessi genitori.

E anche questo potrà essere oggetto di un lavoro assieme.

All’avvio del percorso di psicoterapia il bambino tornerà di settimana in settimana in quel luogo di incontro dove le sue storie prenderanno forma attraverso personaggi e giochi in continua trasformazione. E assieme ad essi anche lui comincerà a cambiare. A volte in modi imprevedibili e che possono mettere sotto pressione i genitori.

Per questa ragione, parte della terapia infantile consiste degli incontri periodici con loro. Avranno modo in queste occasioni di porre tutte le domande del caso e di chiarire i punti oscuri. Anche il terapeuta però avrà modo di ricevere impressioni e considerazioni utili per lo svolgimento del suo lavoro.

Si tratta di una collaborazione che potrebbe ulteriormente coinvolgere scuola, educatori, colleghi, in un processo evolutivo sempre più esteso e profondo.

E’ importante sottolineare che la stanza di terapia è un luogo dove i bambini portano tutte le parti di sé, anche quelle più scomode, che possono generare disapprovazione o rifiuto negli altri.

Proprio questa è la grande prova cui il terapeuta è sottoposto: riuscire a far sentire una accettazione incondizionata del suo piccolo paziente indipendentemente dal comportamento che terrà o dal modo con cui si esprimerà.

Il terapeuta infantile non ha il ruolo di un educatore, pertanto non è interessato a produrre un determinato comportamento nel suo paziente ma ad osservare e comprendere ciò che succede aiutandolo a fare altrettanto.

Per questo sarà molto importante che i genitori comprendano in che cosa la psicoterapia psicoanalitica infantile si differenzia rispetto ad altri tipi di trattamento. L’attenzione è sui processi interni e non sul fatto che il bambino soddisfi determinate aspettative, modificando il proprio comportamento esteriore.

Una trasformazione dello stato mentale del bambino avverrà attraverso una progressiva interiorizzazione del funzionamento della mente del terapeuta  e questo è un processo che richiede tempo.

Così come la personalità si costruisce negli anni, più il bambino sarà grande, più tempo ci vorrà per ottenere una trasformazione profonda.

Aspettarsi dei progressi o la risoluzione in tempi brevi del problema per cui il bambino è stato portato in terapia, non è molto realistico.

A volte succede che ci sia un immediato e tangibile miglioramento, dovuto al fatto di aver trovato uno spazio per sé dove essere accolto. Ma cambiamenti che resistano nel tempo, possono avvenire solo con un lungo e paziente lavoro da parte di tutti.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

La psicosi per Bion

Per comprendere cosa sia la psicosi per Bion, bisogna anzitutto tenere presente il concetto di identificazione proiettiva di Melanie Klein che Bion riprende apportandovi alcuni cambiamenti.

La Klein faceva riferimento a questo concetto per descrivere l’operazione difensiva del lattante di fronte a vissuti di angoscia legati al sé in rapporto con l’oggetto (caregiver).

Per proteggere le buone esperienze egli scinde ed espelle quelle negative, nella fantasia che esse appartengano all’oggetto esterno.

In pratica ciò che prima era sentito come una minaccia interna a sé, viene separato e allontanato al di fuori di sé. In questo modo la psiche è strutturalmente preservata. Questo meccanismo difensivo ha una valenza profondamente evolutiva dato che in sua assenza si sarebbe inondati di contenuti mentali distruttivi in grado di destabilizzare la psiche con stati confusionali dove bene e male, libido e aggressività non sarebbero più distinguibili.

Un po’ come se ci trovassimo a dover mangiare del buon cibo assieme a prodotti di scarto. Non potremmo più beneficiare della parte commestibile del piatto.

L’identificazione proiettiva come meccanismo di comunicazione

Quello che fa Bion è di portare avanti il pensiero della Klein ponendo l’accento sul fatto che il meccanismo dell’identificazione proiettiva è alla base della comunicazione tra madre e bambino.

La mente della madre infatti diventa il contenitore dei vissuti del suo neonato che acquisiscono attraverso di essa un significato.

Dunque Bion descrive questo meccanismo in termini di rapporto tra un contenuto e il suo contenitore. Il contenuto è tutto il materiale psichico costituito da parti di sé cattive in relazione con l’oggetto cattivo che il neonato cerca di espellere. Esso trova nella mente della madre un contenitore atto a digerirlo e restituirlo al neonato in forma per lui più tollerabile. Ciò è possibile grazie alla preziosa funzione mentale, chiamata da Bion “reverie”. Attraverso di essa la madre può sintonizzarsi su quanto accade nel mondo interno del bambino, immaginando, “sognando” (reve: sogno), con proprie sensazioni, sentimenti, fantasie, fantasmi e pensieri ciò che in lui sta accadendo. Ella quindi si fa interprete degli accadimenti psichici del bambino e lo fa in modo del tutto spontaneo e naturale.

Se il lattante è in preda a rabbia o angoscia per la frustrazione dovuta a fame o per un disagio fisico, la madre sente ciò che prova e provvede ad alleviare la sua sofferenza. Così, oltre a dargli cure materiali (latte, pulizia, abbracci ecc.) attraverso di esse fornisce una interpretazione dei suoi stati mentali. Un significato appunto.

Questo processo per Bion è alla base della formazione dei simboli e del pensiero simbolico dato che parti di esperienza mentale intollerabile e quindi incomprensibile ricevono una interpretazione simbolica che viene introiettata dal neonato.

Dunque per Bion la relazione contenitore-contenuto porta ad uno sviluppo della mente che impara a tollerare la frustrazione anche sotto forma di dubbio. Con un potenziale di espansione senza limiti che è alla base di un senso di infinito.

La psicosi per Bion: un rapporto contenitore-contenuto distruttivo

Il problema sorge quando il rapporto contenitore-contenuto si altera ed è soggetto ad attacchi distruttivi di tipo invidioso.

Ciò può accadere quando non c’è una buona sintonizzazione tra il lattante e il suo caregiver a causa di fattori sia ambientali (traumi ripetuti) sia innati, che provocano una maggiore intolleranza alla frustrazione da parte del neonato.

Il problema dell’invidia, come sottolineava la Klein, è davvero drammatico perché ciò che viene attaccato non è solo ciò che è cattivo ma proprio ciò che vi può essere di buono nell’oggetto e nel rapporto con esso. Ogni possibilità di crescita evolutiva viene quindi annientata e il rapporto contenitore-contenuto subisce un impoverimento progressivo.

Di fronte al malfunzionamento di questo rapporto la difesa dell’identificazione proiettiva non avrà più valenza comunicativa (come dicevamo il neonato espellendo nella madre la sua angoscia gliela comunica ricevendo in cambio, assieme al latte, la capacità materna di dare un significato alla sua esperienza) ma si trasformerà in un vero e proprio attacco sadico nei confronti dell’oggetto sentito come esageratamente frustrante e quindi invidiato e desiderato avidamente. L’attacco si estende non solo all’oggetto ma anche a quella parte della propria mente che è in grado di sperimentare tali sentimenti angosciosi. Esso avviene sotto l’effetto di un’identificazione proiettiva definita da Bion patologica, che spezzetta l’apparato psichico in minuti frammenti poi espulsi violentemente (il più lontano possibile) nel mondo esterno. Essi formano agglomerati collocati all’interno di oggetti esterni definiti “oggetti bizzarri”.

La psicosi per Bion: un’esperienza di distruzione dell’apparato mentale

Gli oggetti bizzarri sono dunque la risultante di questa mescolanza disordinata di aspetti di oggetti reali e parti dell’apparato psichico. Per via dell’identificazione proiettiva patologica, la mente si svuota e si impoverisce progressivamente. Questo è un processo che si svolge fin dalle primissime fasi dello sviluppo.

E giungiamo quindi a capire cosa intende Bion per psicosi. Un’esperienza di distruzione dell’apparato mentale causata da un’identificazione proiettiva patologica il cui scopo sarebbe quello di proteggere la mente dalla coscienza di contenuti terrificanti che vengono espulsi assieme a parti dell’apparato psichico e percepiti da parte dell’individuo come inseriti in oggetti esterni.

Dal punto di vista psicotico gli oggetti bizzarri si incistano negli oggetti reali che ne sono posseduti e attaccati e che poi a loro volta attaccano quella parte di personalità che è stata proiettata in essi, deprivandola progressivamente di vitalità al punto da trasformarla in una cosa. Il rapporto contenitore-contenuto allora porta a una progressiva spoliazione del significato della relazione sé-oggetto.

Psicosi: assenza di un apparato psichico per pensare i pensieri

Il pensiero normalmente è costituito da simboli (parole che rappresentano cose) formatisi appunto attraverso un rapporto in cui il neonato introietta come sua funzione sia il contenuto che il contenitore (mente della mamma) in grado di fornire un significato al contenuto, per cui si è costruito un apparato psichico in grado di pensare i pensieri.

Nel caso della psicosi invece questo apparato non si è costruito dato che il rapporto contenitore-contenuto è stato caratterizzato da reciproca distruttività. La mente rimane intrappolata dagli oggetti bizzarri definiti anche “cose-in sé” cose cioè che non rimandano ad alcun tipo di contenuto simbolico e rappresentativo.

Gli oggetti bizzarri sono l’unico materiale di cui lo psicotico dispone per costruire il pensiero ed esso finisce per obbedire alle leggi che regolano la realtà fisica diventando concreto. Questo impoverimento causato originariamente dal tentativo di evitare l’angoscia derivante dalla frustrazione, sarà tuttavia proprio la causa di una maggiore frustrazione a causa dell’impossibilità di elaborarla attraverso il pensiero simbolico, causando un circolo vizioso senza fine.

Conclusione

Oggetti bizzarri al posto dei pensieri, assenza di pensiero simbolico e di apparato per pensare (funzioni del pensiero) e impossibilità di sviluppare il pensiero verbale, sono gli elementi caratteristici della psiche della personalità psicotica, che, è giusto sottolinearlo, per Bion può coesistere a diversi gradi con la parte non psicotica della personalità. Solo nei casi di psicosi conclamata che quindi corrisponderà a una diagnosi e non più solo a un tipo di funzionamento, essa finirà col prevalere e dominare tutta la vita psichica dell’individuo in una via senza ritorno.

Di Marina Mollica

E-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia: Introduzione al pensiero di Bion, di L. Grinberg, D.Sor, E. Tabak de Bianchedi, Raffaello Cortina editore, Milano, 1993.

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Aggressività e sentimento di esistere

 

Cosa può accomunare l’aggressività con il sentimento di esistere?

Di fronte a persone aggressive, oppositive, rivendicative, provocatorie e manipolatorie, siamo tentati probabilmente di pensare che si tratti di carnefici capaci solo di rendere la vita impossibile agli altri.

D’altro canto persone che lamentino il fatto di essere perseguitate da relazioni difficili le vediamo spesso come vittime.

Eppure sia il primo caso che il secondo, possono essere accomunati da una stessa matrice che rimanda ad un profondo senso di inutilità che obbliga a cercare inconsciamente situazioni conflittuali per sentirsi vivi.

Sentimento di esistere e falso sé: il pensiero di Winnicott

A questo proposito viene in nostro aiuto D.W. Winnicott (1958), uno psicoanalista della scuola inglese.

Egli spiega che in una situazione ottimale, in ognuno di noi esiste un potenziale vitale, pronto a fondersi con la pulsione erotica.

Potenziale vitale e pulsione erotica insieme, costituiscono la forza propulsiva che l’individuo fin dai primi momenti dell’esistenza utilizza per scoprire il mondo a partire dal suo centro.

Così è possibile per il neonato crescere con il sentimento di esserci, differenziando un Me da un non Me.

In un ambiente non sintonico però, le pressioni esterne sono tali da obbligare il neonato a proteggersi tutto il tempo da esse, attraverso una risposta di opposizione.

L’individuo finisce con l’identificarsi con l’esterno (l’involucro), cioè la parte che attacca.

L’aggressività allora è una reazione del neonato ad un ambiente che “preme” in modo eccessivo, impedendogli di fare esperienza autentica di sé.

Si crea un falso Sé con cui l’individuo si relaziona col mondo, mentre interiormente sperimenta un sentimento di inutilità e assenza di significato.

Per questo l’aggressività, come unico elemento che rimanda alla mobilità o vitalità primigenia, diventa essenziale.

Aggressività e senso di vuoto: effetti sulle relazioni

Dunque ora il sentimento di esistere è confermato solo dall’aggressività. Ma appunto perché si possa sperimentare aggressività è necessario disporre di un ambiente esterno in grado di sollecitarla e se non c’è, l’individuo lo crea attraverso distorsioni, provocazioni e forme di opposizione che porteranno ad un senso di persecuzione.

Tale sentimento, per quanto penoso, è sicuramente più tollerabile di sensazioni di nullità, inutilità, vuoto e assenza di significato.

Una conseguenza di questo processo è che nelle relazioni stabili queste persone si sentono annoiate, insoddisfatte.

Cercano allora relazioni caratterizzate da una conflittualità costante. Il che fa si che la relazione prenda una piega sadomasochistica.

Il sadomasochismo non è altro che il risultato della fusione di una prorompente aggressività con elementi erotici, che di per sé stessi, a questi individui, apparirebbero privi di significato.

Winnicott ci permette di capire che persone litigiose, aggressive, o masochiste cercano attivamente tale condizione per poter sopravvivere, pena uno schiacciante sentimento di non senso.

Queste persone in casi estremi non esistono realmente ma sono solo la manifestazione di un ambiente che ha esercitato una eccessiva pressione.

Il Sé autentico di queste persone non si è mai formato.

Nella relazione con questi individui si può avere spesso la sensazione che cerchino di provocare lo scontro, in modo diretto o indiretto, o viceversa che creino relazioni idealizzate che servano a tenerli in vita, per poi trasformarle in relazioni persecutorie e/o svalutate.

A volte sembrano aderire completamente al modo di essere dell’altro per poi scostarvisi bruscamente e disinvestire il valore della relazione. Il disinvestimento, come dice Winnicott è un tipico meccanismo difensivo di questa organizzazione psicologica, e nei casi più gravi non basta neanche quello.

Sentimento di esistere: l’ambiente ottimale

Che tipo di ambiente è necessario perché ciò non avvenga? Per Winnicott ci vuole una madre sufficientemente buona.

Una madre che almeno all’inizio sia in grado di sintonizzarsi perfettamente con il suo piccolo per poi gradualmente aiutarlo ad accettare anche la frustrazione.

Perché una madre sia sufficientemente buona, aggiungerei, è necessario che il suo ambiente psicologico, interno ed esterno siano favorevoli.

Quindi condizioni di relativa serenità, una buona relazione col marito, e con i propri genitori.

Una mamma che non sia depressa o mentalmente oberata da agenti negativi interni ed esterni, e che quindi non sia costretta a sovrastare con le proprie angosce la mente del suo piccolo.

Aggressività e sentimento di esistere: conclusioni

Un individuo autenticamente esistente ha una vitalità piena di interesse e amore per il mondo esterno.

Al contrario un individuo che abbia sopportato pressioni eccessive, avrà trasformato il naturale impulso vitale in una reazione aggressiva dalla quale sarà fuggito solo nel sonno e nel disinvestimento per tornare a sentire sé stesso.

E nei casi più gravi l’urto eccessivo dall’esterno avrà impedito lo svilupparsi di un Sé autentico diventato ora un falso Sé reattivo con nulla al centro.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia: D.W. Winnicott, 1958, “L’aggressività ed il rapporto con lo sviluppo emozionale” in “Dalla pediatria alla psicoanalisi”,Psycho- G. Martinelli & C. – Firenze, 1975.

No pubblicità e insight

Oggi illustrerò il concetto di “insight” con una storiella realmente accaduta. A volte quando siamo alle prese con un problema o ci troviamo in una situazione frustrante che si ripete sempre allo stesso modo, può accadere che improvvisamente, come dal nulla, sorga, attraverso una specie di intuizione, una prospettiva nuova che porta in sé la soluzione parziale o totale del problema che tanto ci aveva assillato.

Perché ciò avvenga è spesso necessario saper convivere con quella capacità negativa di cui parlava il poeta John Keats e che è alla base dello stare in una condizione di non sapere, tipica dell’ascolto psicoanalitico.

Mentre la mente cosciente è in uno stato di apparente cecità, a livello inconscio e preconscio essa lavora per la ristrutturazione del problema secondo un’altra visuale, tanto inaspettata quanto creativa.

Quando la risposta alle nostre domande emerge da questa fucina di pensieri e idee, ciò che avvertiamo è un liberatorio senso di sollievo. La mente razionale può osservare con stupore, come tutti i pezzi del puzzle si siano messi insieme in una nuova configurazione coerente ed armoniosa, che possiede una intrinseca bellezza pacificante. Si ha come l’impressione di trovarsi ad un livello evolutivo superiore.

Ciò accade spesso durante il processo psicoanalitico, perché la mente dell’analista è predisposta all’ascolto ricettivo di ciò che avviene nella relazione col suo paziente, senza che siano imposte delle interpretazioni precoci e rigidamente costrittive.

Ma talvolta accade anche spontaneamente nella vita quotidiana.

Un esempio di insight

Era qualche tempo che meditavo sul modo di impedire che la mia cassetta delle lettere fosse riempita quotidianamente da inutili volantini pubblicitari. Li trovavo accartocciati alla rinfusa, debordanti al di fuori della fessura, esposti così alle intemperie, tanto che ogni volta mi trovavo come minimo a dover raccogliere un pasticcio di carta accartocciata per terra, o fogli svolazzanti in giro per la strada.

Avevo pensato alle soluzioni più fantasiose. Tra le tante, una clava pronta ad uscire dalla cassetta per colpire il povero malcapitato distributore. Se solo fossi stata come l’inventore Archimede Pitagorico!

Una volta ho avuto perfino la fortuna di incontrare il buon uomo e subito ho cercato di fargli capire con grandi cenni della testa e della mano, che proprio non doveva riempire la mia cassetta sulla quale era scritto in evidenza: NO PUBBLICITA’.

Con un sorriso imbarazzato faceva segno di si, correndo via in bicicletta, mentre lo guardavo, consapevole che il giorno dopo avrei trovato ancora una volta il malloppo dei vari supermercati dei dintorni.

Ma non mi rassegnavo e mi dicevo che ci doveva essere un modo per porre fine al sopruso.

Ebbene un giorno, passando davanti ad una casa ho notato che a differenza di tutte le altre, dove si susseguivano cassette delle lettere con la solita scritta, qui invece c’era una seconda cassetta a forma di ampio recipiente aperto, su cui si leggeva PUBBLICITA’. Dentro erano appoggiati comodamente gli incriminati volantini.

Beh devo dire che quella vista, sulla quale al momento avevo posto uno sguardo distratto, poi si è trasformata in un “ah ha!” e quindi in un “aaah!”.

Ed ecco il cambio di prospettiva radicale e la soluzione: invece di un rifiuto in posizione difensiva, uno spazio più ampio per accogliere.

Il concetto di seno-gabinetto e la capacità di discernere 

Questa soluzione pratica mi è apparsa utile non solo per il problema dei volantini spazzatura, ma anche per altre possibili situazioni legate soprattutto al mondo relazionale.

Uno spazio ampio e predisposto ad accogliere ma distinto dal resto.

E’ il concetto di seno-gabinetto di Meltzer (1967).

Spesso uno psicoterapeuta deve svolgere la funzione di “gabinetto” cioè una funzione atta a raccogliere i prodotti di scarto della mente del paziente, in modo che diventi possibile per lui “nutrirsi” con la funzione analitica.

Perché ciò avvenga, un paziente deve poter operare una chiara distinzione tra ciò che per lui è buono e ciò che è cattivo, così come il neonato deve poter scindere le esperienze frustranti da quelle appaganti in modo che queste ultime non siano contaminate e rovinate dalle prime.

Solo a patto che sia avvenuta una buona scissione, è possibile successivamente che avvenga una integrazione tra aspetti opposti, fino al raggiungimento di una ulteriore maturazione, che M. Klein chiama posizione depressiva.

In tale fase il bambino è in grado di rendersi conto dell’altro come persona separata e distinta da lui, dotata di caratteristiche complesse alcune delle quali gradevoli altre meno e verso la quale può provare sentimenti contrapposti di amore e odio la cui coesistenza dovrà essere tollerata ed elaborata fino a forme sempre più evolute di capacità relazionali.

Dunque per tornare alla cassetta ed ai volantini tale episodio è stata l’occasione per una ristrutturazione generale del mio pensiero.

Dinanzi a situazioni in cui sembra inevitabile fare i conti con “materiale spazzatura” si può cercare di non lasciarsene sopraffare creando uno spazio di accettazione che può essere la premessa per attendere soluzioni ulteriori in un contesto di elaborazione sempre più ampio e complesso e che permetta di scegliere consapevolmente quando e cosa accettare o rifiutare.

Di Marina Mollica

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Relazione didattica e concetti psicoanalitici

Penso che possa essere molto utile per gli insegnanti imparare ad osservare la relazione didattica alla luce di alcuni concetti psicoanalitici come transfert controtransfert e identificazione proiettiva.

A volte, quando gli insegnanti sono in difficoltà con determinati studenti, chiedono agli psicologi “strategie” per fronteggiare la situazione ovvero piani dettagliati che portino alla soluzione del problema.

Senza avere nulla contro questo modo di procedere, mi sono però convinta, negli anni, che possa anche essere utile tentare di approfondire la conoscenza di sé e delle proprie emozioni prima di cercare la soluzione del problema.

E da approfondire c’è decisamente tanto.

La relazione didattica: transfert e identificazione proiettiva

La relazione insegnante-studente infatti, in quanto tale, è soggetta a dei fenomeni che sono ubiquitari: presenti cioè in tutte le relazioni.

Ma limitandoci adesso al contesto scolastico, possiamo dire che il minore intrattiene con l’adulto un rapporto che sollecita risposte analoghe a quelle che entrambi hanno vissuto con i propri genitori, nella primissima infanzia.

Questo è il fenomeno del transfert. Cioè la riattualizzazione dei vissuti, siano essi piacevoli o conflittuali, che hanno caratterizzato le relazioni primarie.

E’ evidente come l’insegnante venga investito di fantasie e aspettative che in certi casi possono essere anche molto difficili da reggere. Egli può essere idealizzato, oppure odiato e disprezzato e non sempre queste risposte da parte degli studenti dipendono dal suo comportamento o dal suo modo di essere, ma piuttosto da “proiezioni”.

Esse a volte sono così potenti da obbligarlo ad adeguarvisi e a comportarsi inconsapevolmente e involontariamente in determinati modi, nei quali non si riconosce e che sente come disfunzionali.

Se questo accade, l’insegnante sta subendo la pressione di una identificazione proiettiva, cioè una proiezione con la quale si è inconsciamente identificato. Ha cioè assunto involontariamente il ruolo che l’altro, altrettanto inconsciamente lo ha costretto a recitare.

Questo fenomeno, che in origine sarebbe alla base della comunicazione profonda tra il neonato e la madre, nei suoi aspetti patologici, può portare ad assumere atteggiamenti dannosi per sé e per gli altri.

La relazione didattica: controtransfert e transfert dell’insegnante

Naturalmente se siamo propensi ad identificarci con un certo ruolo o spinti fortemente ad assumere un certo atteggiamento è perché l’altro, ha contattato una parte di noi, magari latente e sopita, che però all’occasione emerge con tutta la sua forza condizionante.

In questo caso l’insegnante sentirà prepotentemente determinate emozioni o stati d’animo che si ripetono sempre uguali in presenza di quel determinato studente. Potrebbe provare per esempio irritazione, o pena, o ansia. Sentirsi particolarmente protettivo o viceversa indifferente.

E questo è il controtransfert.

Magari poi, a causa di questi sentimenti si sentirà spinto ad attaccare lo studente con particolare accanimento. Oppure potrebbe scoprirsi ad essere stranamente indulgente o a rispondere addirittura con soggezione.

Il controtransfert dunque è il sentimento che accompagna la relazione con quel determinato allievo e che finisce spesso col caratterizzarla in maniera rigida. E l’identificazione proiettiva è la spinta inconscia che sentiamo, ad adeguarci e ad agire in conseguenza di tali sentimenti.

C’è da aggiungere, tanto per complicare un po’ di più il quadro, che anche l’insegnante vive il suo transfert, che sarà diverso con ogni studente.

Per esempio ci sono allievi che ci ispirano immediata simpatia, altri il contrario. Alcuni diventeranno i nostri preferiti. Se osserviamo bene, potrebbe essere che le preferenze o le antipatie nascono da qualcosa di noi stessi che riconosciamo in quei particolari studenti.

Entrare in contatto con le emozioni

E’ proprio a causa di questi processi cristallizzati (transfert, controtransfert e identificazione proiettiva) che si creano quelle difficoltà apparentemente insormontabili con un determinato allievo e se non si analizza in profondità la costellazione di proiezioni reciproche, transferali e controtransferali si finisce col convincersi che non ci sia niente da fare o in alternativa si cercano rapide soluzioni attraverso misure disciplinari che coinvolgano eventualmente anche la famiglia.

Penso allora che al di là di tutte le altre modalità di intervento, sicuramente valide, prendersi del tempo per pensare e soprattutto restare a contatto con le proprie emozioni sgradevoli, in modo da dare ad esse un significato che colleghi i vari aspetti di sé e dell’altro, invece di disfarsene, possa essere estremamente utile, anche per permettere agli insegnanti di dare un valore umano profondo alla propria professione, sottoposta alla pressione alienante del risultato e della programmazione, almeno tanto quanto lo è l’allievo.

Mi rendo conto però che di tempo non ce n’è o ce n’è sempre meno. E che la possibilità di incontrarsi in gruppo a pensare con calma sia attualmente quasi un’utopia data la situazione emergenziale. Essa tra le altre cose ha alterato pesantemente la relazione tra l’insegnante e la sua classe che invece di essere presente e viva all’interno di un’aula dove emozioni e proiezioni circolano liberamente da uno all’altro per convergere sulla sua persona, è parcellizzata e filtrata dal sistema della didattica a distanza.

Intanto mi limiterò a concludere che utilizzare una chiave di lettura psicoanalitica possa sempre offrire un’opportunità di conoscenza alla quale non bisognerebbe rinunciare tanto facilmente se vogliamo comprendere a fondo le difficoltà che incontriamo nelle nostre relazioni, e, non meno importante, rendere la nostra vita più ricca di significato.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

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Mamme in difficoltà

 

Questo scritto è dedicato a tutte le mamme che si sentono in difficoltà.

Alle mamme che hanno appena partorito e per qualche ragione di natura fisica o psicologica pensano di non farcela a svolgere il proprio ruolo.

A quelle madri che si trovano alle prese con un bambino che non dorme, o non mangia, o mostra un’alterazione di una qualsiasi delle funzioni fisiologiche.

A tutte le mamme che si sentono sole, inadeguate, criticate, spaventate.

Alle mamme di ogni età e che sono alle prese con una fase difficile della vita dei loro figli.

O che stanno attraversando loro stesse un momento critico.

A queste madri dico che c’è sempre un modo per venirne fuori.

Ogni problema porta in sé la soluzione, anche se questa non sembra essere a portata di mano.

Certo è importante poter trovare lo spazio per pensare. E’ fondamentale.

La maggior parte dei problemi nasce dall’impossibilità di pensare a causa di una urgenza che può essere esterna, interna o entrambe.

Una urgenza che porta spesso ad agire in modi che non sono funzionali o che sono addirittura dannosi per sé e per gli altri.

Pensare significa poter avere abbastanza spazio e forza nella mente, da riuscire a reggere gli stati emotivi più dolorosi ed angoscianti.

Poter rimanere a contatto con essi, osservandoli, per trasformarli in qualcosa di utilizzabile.

Questo è pensare.

Se non si riesce a svolgere questa funzione da soli, bisogna farsi aiutare.

Quando il neonato piange per un qualsiasi motivo, la mamma sperimenta un senso di urgenza.

Quel pianto ha il grande potere di sollecitare tutta l’attenzione della madre, che gli mette a disposizione le sue risorse mentali, emotive, fisiche, materiali.

Così facendo contiene l’angoscia del bambino e risolve il suo problema. In questo modo il piccolo impara a contenere da solo i suoi stati emotivi intollerabili.

Ma se per qualche ragione la mamma non può svolgere questa importantissima funzione, per la quale, ci tengo a sottolinearlo, è fondamentale la presenza del papà, allora come potrà il bambino crescere?

Come potrà cioè sostenere tutte le sfide che il suo sviluppo gli presenta?

Questa mamma ha bisogno di qualcuno che la accolga, come lei avrebbe dovuto fare a sua volta col suo bambino.

Si può dare solo ciò che si è prima ricevuto.

Un augurio di cuore a tutte le mamme in difficoltà, perché possano sempre trovare qualcuno che sappia accoglierle permettendo loro di creare dentro di sé lo spazio necessario per riuscire ad essere madri.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Immagine: Victoria_Borodinova, da Pixabay

 

 

 

Stato mentale psicotico ed esperienza emotiva

Quando vi è una sofferenza mentale che va oltre la capacità di sopportazione  del soggetto, la risposta ad essa può essere uno stato psicotico.

Ciò accade se l’esperienza emotiva è di natura traumatica, oppure quando la personalità è troppo immatura per farvi fronte.

Se lo stato psicotico diventa la modalità di risposta abituale alla sofferenza mentale, si sviluppa la malattia mentale.

Lo stato mentale psicotico comporta una profonda alterazione del rapporto con la realtà (esterna e interna) ed in termini psicoanalitici può essere inteso come una grave incapacità di comprendere la propria esperienza emotiva.

Fondamenta della comprensione dell’esperienza emotiva

La capacità di comprendere l’esperienza emotiva trova le sue fondamenta nel rapporto primario con la madre.

Il neonato si trova inizialmente in una condizione in cui l’esperienza mentale e quella corporea sono la stessa cosa.

Tutte le potenti sensazioni da cui viene travolto, trovano una costante interpretazione da parte della madre, che, con la sua istintiva capacità di sintonizzarsi riesce a coglierne i bisogni emergenti.

Quando il neonato prova delle sensazioni spiacevoli, le espelle col pianto.

Contemporaneamente al riflesso corporeo del pianto si sviluppa un meccanismo mentale definito proiezione.

Con la proiezione il neonato immagina di disfarsi dello stimolo disturbante e del disagio mentale che esso comporta. Il dolore espulso ora viene vissuto dal bambino come se fosse causato dal mondo esterno.

La madre accoglie la proiezione del suo bambino e la interpreta, cioè dà ad essa un significato.

Quindi risponde in modo da restituire al bambino qualcosa che lo farà sentire meglio.

Ad esempio se il bambino piange perché ha fame, gli darà il latte.

Assieme al latte, che è il nutrimento per il corpo, il bambino assimila delle sensazioni di rassicurazione e soddisfazione (introiezione).

Ma non solo: oltre al contenuto (latte, rassicurazione, benessere) egli introietta la capacità materna di dare un significato  alla sua esperienza emozionale.

In poche parole con ripetute esperienze di soddisfacimento, il bambino impara a comprendere i propri stati mentali, così come la madre li comprende.

Impara la capacità di decodificare, di dare un significato all’esperienza emozionale.

Esperienza emozionale e meccanismi di difesa

Qui vale la pena soffermarsi allora brevemente su cosa sia l’esperienza emozionale. Con essa si intende l’insieme di sensazioni, emozioni e fantasie inconsce (in quanto il neonato non ha ancora sviluppato la capacità di pensare), presenti nella mente in un dato momento.

L’esperienza emozionale può essere compresa quando è possibile contenere le proprie emozioni, restando a contatto con esse anche se sono spiacevoli o dolorose.

Ciò significa non fare ricorso a meccanismi di fuga ed evacuazione dell’esperienza emotiva come per esempio, un eccesso di proiezione o di identificazione proiettiva.

Identificazione proiettiva e scissione

Quest’ultimo concetto lo si deve a Melanie Klein (1946) che si riferisce ad un meccanismo della mente in base al quale il neonato, oltre ad espellere il disagio, immagina di espellere parti di sé per metterle nella madre.

E’ grazie all’identificazione proiettiva, che la madre può sentire come si sente il suo bambino. Perché ora quella parte che era nel bambino è dentro di lei.

Accanto alla proiezione e all’identificazione proiettiva  vi è un altro meccanismo di cui la mente fa uso per proteggersi dal dolore: quello della scissione.

La mente del neonato tiene nettamente separate tra loro le esperienze sentite come gratificanti da quelle spiacevoli perché non è ancora in grado di integrarle.

Quando il neonato è in uno stato mentale caratterizzato dal dolore, farà esperienza di sé e del mondo che lo circonda come se fosse assolutamente e solamente cattivo. In quel momento la mente non avrà accesso all’altra faccia dell’esperienza (quella buona) e viceversa.

In questo modo il neonato può proteggere quanto di buono ha vissuto nella relazione con la madre, tenendolo lontano da tutto ciò che vi è stato di negativo.

I tre meccanismi menzionati (proiezione, identificazione proiettiva e scissione) sono da ritenersi necessari per il normale sviluppo della mente dell’individuo.

D’altro canto, se l’esperienza da affrontare oltrepassa la capacità della mente di farvi fronte, il ricorso massiccio ad essi comporta una grave distorsione dello sviluppo nella direzione della psicosi.

Stato mentale psicotico ed esperienza emotiva

Dunque veniamo al problema dello stato mentale psicotico: se vi è un fallimento della capacità di comprendere l’esperienza emotiva, essa non potrà essere utilizzata per la costruzione della capacità di pensare.

Quella capacità a cui Bion (1962) si riferisce quando parla di funzione alfa, che permette di pensare i pensieri e che in parte, è costituita dall’introiezione della capacità di contenimento materno.

La funzione alfa trasforma le sensazioni e le emozioni in modo che esse possano essere usate per il pensiero simbolico.

Il formarsi del pensiero simbolico è fondamentale perché è unicamente grazie ad esso che il bambino è in grado di mantenere il contatto con le esperienze buone avute nella relazione con la madre, quando questa non c’è o è presente come madre deludente e frustrante.

Il bambino, quando il suo sviluppo mentale lo consente, può ricordare, tenere a mente qualcosa di buono anche mentre è arrabbiato e frustrato. E questo gli garantisce la continuità nell’esperienza psichica.

Diversamente le fratture provocate da esperienze disturbanti, non mitigate da quelle positive stabilizzatesi nel proprio Sé, finiranno col provocare corrispondenti fratture nel tessuto mentale.

Stato mentale psicotico: eccesso di frustrazione e caduta della scissione

Abbiamo visto dunque che il meccanismo di scissione è indispensabile per salvaguardare le esperienze buone e con esse l’immagine di sé e della madre come altrettanto buone.

Attraverso lo svilupparsi del pensiero simbolico il bambino comincerà ad essere in grado di rimanere in contatto con tali esperienze pur trovandosi in una situazione frustrante.

Questo permetterà di integrare gradualmente ciò che sembra cattivo con la buona base costruita.

La percezione di sé e dell’altro diverrà così sempre più complessa, sfumata e realistica.

Tuttavia, quando il grado di frustrazione è tale da risultare intollerabile, per il neonato diventa impossibile tenere inizialmente separate esperienze di segno opposto.

Si creano così invasioni di campo nell’area delle poche esperienze buone, con gravi confusioni tra buono e cattivo e conseguenti angosce di morte perché tutto ciò che è buono viene distrutto.

La mente è costretta ad utilizzare allora in modo ancora più massiccio il meccanismo della proiezione e della scissione con un formarsi di frammenti terrificanti nella mente, quando questi tornano indietro come  un boomerang per via dell’introiezione.

Si tratta di una vera e propria minuta parcellizzazione della personalità che risulta così frammentata in altrettanti Sé.

L’instabilità dello stato mentale psicotico

E’ tipico dell’esperienza psicotica non avere un senso di identità stabile proprio a causa delle numerose linee divisorie tra le varie parti di sé.

Il risultato da un punto di vista emozionale è una totale instabilità, un cambio continuo di umore, prospettiva, modalità di funzionamento sotto l’effetto di angosce distruttive e di morte.

La mente allora cerca di evacuare i contenuti non metabolizzati, dato che manca della capacità di pensare.

Un eccesso di proiezione e di identificazione proiettiva svuotano il Sé che finisce con il confondersi completamente con il mondo esterno.

In alcuni casi vi possono essere allucinazioni, quando pezzi del proprio apparato percettivo assieme alle relative sensazioni ed emozioni non metabolizzate nel pensiero, vengono proiettati fuori di sé.

La personalità rischia di essere invasa continuamente da angosce confusionali, minacciata dall’esterno e incapace di distinguere la propria esperienza emotiva da quella dell’altro.

Stato mentale psicotico e narcisismo onnipotente

L’incapacità di comprendere il proprio mondo interiore e il conseguente allontanamento dalla realtà interna ed esterna è aggravata da un altro meccanismo di difesa.

Si tratta del ritiro narcisistico cioè un ritiro onnipotente dalle figure genitoriali, con la fantasia di poter soddisfare autarchicamente i propri bisogni fondamentali.

Un esempio è il vuoto mentale o la fantasia di appropriarsi di una parte della madre o di un suo sostituto per non sentire la dipendenza da lei.

O ancora un atteggiamento mentale caratterizzato dalla sensazione di poter fare e ottenere tutto.

Il narcisismo onnipotente inteso dunque come lo stato mentale che nega la dipendenza dalle figure materna e paterna,  diventa una componente stabile della personalità psicotica.

Ai genitori interiorizzati viene onnipotentemente negato il loro ruolo e in questo modo viene meno la capacità di contenimento dell’individuo.

Impotenza dello psicotico

La comprensione emotiva dunque può essere pregiudicata da emozioni troppo intense, specialmente se dolorose e dal senso di onnipotenza, che è stato posto a difesa della mente esposta ad un eccesso di sofferenza.

La causa di una eccessiva frustrazione la si può rinvenire nelle anamnesi,  in eventi emozionali traumatici, avvenuti in una fase precoce della vita, quando la capacità del Sé non era sufficiente a contenere il sovraccarico di stimoli sensoriali ed emotivi.

Anche una indisponibilità materna dovuta ad esempio a depressione potrebbe essere causa di una sofferenza mentale indigeribile.

L’incapacità di contenere le emozioni trasformandole in pensieri, provoca un ingorgo per cui i contenuti emozionali possono solo essere evacuati nella proiezione, nell’identificazione proiettiva, con relative scissioni, nell’acting out (azioni aggressive e impulsive) o restare incistati nella mente generando tormento e sofferenza.

Tutto questo è alla base della condizione di grave impotenza dello psicotico, pur celata dietro l’onnipotenza.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Riferimenti bibliografici:

Bion, W.R. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Bion, W.R. Una teoria del pensiero, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, International Journal of Psycho-Analysis 1962.

Klein, M. (1946) Note su alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.

Rustin, M. et al. a cura di,  Stati psicotici nei bambini, Mondadori ed. 1999, Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grande Rodari

Tratto da Gelsomino nel paese dei bugiardi

“Succede abbastanza spesso che una banda di pirati si impadronisca di questo o di quel paese in qualche parte del mondo.

Occupato il paese, Giacomone pensò bene di cambiare il proprio nome in quello di Re Giacomone primo e di nominare i suoi uomini ammiragli, ciambellani, cortigiani e capi dei pompieri.

Naturalmente Giacomone fece anche una legge che obbligava tutti a chiamarlo Sua Maestà, pena il taglio della lingua.

Ma per essere sicuro che a nessuno saltasse mai in testa di dire la verità sul suo conto ordinò ai suoi ministri di riformare il vocabolario.

-Bisogna cambiare tutte le parole- Spiegò.

-Per esempio, la parola pirata significherà gentiluomo.

Così quando la gente dirà che io sono un pirata, che cosa dirà nella nuova lingua? Che io sono un gentiluomo.

-Per tutte le balene che ci hanno visto andare all’arrembaggio!- Gridarono i ministri entusiasti.

-Questa si che è un’idea di lusso, da mettere in cornice.-

-Chiaro?- Proseguì Giacomone.

-Allora avanti: cambiate tutti i nomi delle cose, degli animali e delle persone. Per cominciare, alla mattina invece che buongiorno bisognerà dire buonanotte: così i miei  fedeli sudditi cominceranno la loro giornata con una bugia.                      Naturalmente al momento di andare a letto bisognerà dire Buongiorno-

-Magnifico- Gridò uno dei ministri.

-E per dire a uno che bella cera avete si dovrà dire guarda che bella faccia da schiaffi!

Fatta la riforma del vocabolario, promulgata la legge che rendeva obbligatoria la bugia, ne venne fuori una confusione incredibile.

Nei primi tempi la gente si sbagliava facilmente. Per esempio andava a comprare il pane dal fornaio, dimenticandosi che ormai il fornaio vendeva quaderni e matite e che il pane si comprava dal cartolaio.

(…)

Nelle scuole, quello che successe non si può descrivere. Giacomone aveva fatto cambiare tutti i numeri della tavola pitagorica. Per fare una somma bisognava fare una sottrazione. Per fare una divisione una  moltiplicazione.

Gli stessi maestri non riuscivano più a correggere i problemi.

Per i somari una vera bazza: più facevano errori e più erano sicuri che avrebbero avuto un bel voto.

(…)

Ma basta così: ormai sapete di che si tratta. Nel paese dei bugiardi persino gli animali avevano dovuto imparare a dire le bugie: i cani miagolavano, i gatti abbaiavano, i cavalli muggivano e il leone, nella sua gabbia al giardino zoologico, era costretto a squittire perché il suo ruggito era stato assegnato al topo.

Solo i pesci nell’acqua e gli uccelli nell’aria potevano infischiarsene delle leggi di Re Giacomone: i pesci perché stanno sempre zitti, e perciò nessuno può obbligarli a dir bugie; gli uccelli perché gli acchiappacani non potevano arrestarli.

Gli uccelli continuavano come sempre a cantare ciascuno nel suo verso, e qualche volta la gente li guardava con malinconia.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Il coraggio di vedere la verità

 

 

 

La nostra capacità di conoscere il mondo, dipende dalla possibilità di entrare in contatto con la realtà.

Ma vi è una realtà esterna ed una realtà interna.

La seconda per la nostra vita psichica è di gran lunga la più importante e significativa.

Bion la definisce verità (Bion, 1962).

Entrare in contatto con essa è una sfida che richiede coraggio: il coraggio di vedere la verità.

La verità interiore

Si può entrare in contatto con la propria verità interiore solo se si è in grado di combinare i due diversi punti di vista emotivi relativi ad uno stesso oggetto: cioè l’amore e l’odio (Bion, 1962).

Ovvero quando siamo in grado di sopportare il dolore che proviene dalla consapevolezza che l’oggetto d’amore è anche causa di sentimenti di odio.

Se l’odio è così intenso da farci perdere il contatto con l’amore che eravamo stati in grado di provare per l’altro, potremmo sentire che tutto il nostro mondo interiore ne viene annientato.

La conseguenza è che anche la realtà esterna diventa tetra, oscura, vuota.

Questo è ciò che accade al neonato quando le esperienze frustranti nella relazione con la madre sono al di sopra della sua capacità di tollerarle.

Egli perde il contatto con l’esperienza buona, confortante e rassicurante eventualmente fatta con lei e tutto diventa odio, distruzione, morte.

Lui, la madre, il mondo esterno e interno, tutto questo è così terrificante da richiedere, se vuole continuare a sopravvivere, un sistema difensivo massiccio.

Verità e legame K

Ecco che allora alla spinta naturale verso la conoscenza delle proprie emozioni, che Bion definisce Knowledge o legame k (Bion, 1965) si sostituisce il fraintendimento dei significati dell’esperienza (-K).

Una vera conoscenza infatti obbligherebbe ad entrare in contatto con una verità terrificante.

Per effetto del fraintendere dunque,  bisogno  e dipendenza diventano pseudo-autonomia e rifiuto dei legami.

L’impotenza diventa onnipotenza e controllo.

L’odio: un sentirsi perseguitati da un nemico.

La spinta alla conoscenza: accumulo di sapere per dominare.

Si forma poco a poco una personalità dalla corazza dura, rigida, apparentemente inscalfibile che nasconde però una estrema fragilità.

Tutta la vita psichica è orientata al diniego della reale esperienza emotiva interiore: “sentimenti di odio sono diretti verso tutte le emozioni e contro la realtà esterna che li provoca. Il passo è breve dall’odio verso le emozioni all’odio verso la vita stessa” (Bion, 1959).

Il coraggio di vedere la verità

E’ solo la fedeltà al legame K, cioè al desiderio di conoscere la propria verità profonda, che permette di trasformare una esperienza interiore potenzialmente catastrofica in opportunità.

Se si è disposti ad attraversare il dolore che nasce dal vedere che l’oggetto amato è lo stesso che ci procura frustrazione, rabbia, sofferenza con la sua assenza o la sua presenza non sintonica;

se si è disposti  a rinunciare alla visione idealizzata o svalutata di sè e dell’altro  per lasciare spazio ad una più realistica immagine di entrambi;

se si accetta che l’altro ha una vita propria, che non è in nostro potere controllare e che per questo può intrattenere relazioni con altri al di fuori di noi;

se si accoglie infine la realtà della perdita, diventando consapevoli del fatto che dipendere dall’altro significa necessariamente fare i conti con la solitudine, allora e solo allora, potremo godere di quel senso di pienezza della vita che nasce dal contatto con “la verità”.

 

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Bion, W.  (1959) Attacchi al legame, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma 1970.

–  (1962) Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma, 1972.

–  (1965) Trasformazioni. Armando, Roma 1973.

Immagine: da Pixabay

 

 

 

 

Comunicazione affettiva ed autoregolazione

 

 

La comunicazione affettiva ed emotiva tra bambino e genitori è di fondamentale importanza per l’autoregolazione del bambino.

Le emozioni dei genitori infatti influiscono sulla capacità del bambino di gestire le proprie e di conseguenza hanno una profonda influenza sul suo sviluppo e sulla sua capacità di inserirsi nel proprio ambiente sociale e fisico.

Nell’affrontare i propri compiti evolutivi infatti il bambino sperimenta continuamente emozioni che rapidamente diventano di segno negativo, quando egli non riesce a perseguire i propri obiettivi con facilità.

E’ qui che la mediazione del genitore attraverso la propria risposta emotiva diventa fondamentale.

Ad esempio se un bambino, mentre impara a compiere i primi passi, cade, una madre potrà cercare di sostenere la sua capacità di persistere nei propri tentativi.

Ciò avverrà attraverso una comunicazione caratterizzata da una tonalità emotiva positiva che si sostituirà ad una eventuale reazione di frustrazione del bambino.

Il bambino allora, osservando la risposta materna, imparerà intuitivamente a regolare e a mantenere il proprio equilibrio emozionale interno oltre che a sostenere le inevitabili frustrazioni del processo di apprendimento.

Comunicazione affettiva ed autoregolazione: l’interferenza dello stato emotivo del genitore

Dunque lo stato emotivo di chi si prende cura del bambino, è fondamentale nel determinare il modo con cui egli sia in grado di fronteggiare le sfide e le difficoltà della sua crescita e nel favorire o meno la sua capacità di valutare gli aspetti del proprio ambiente.

Allo stesso tempo gli permette di sopportare meglio le frustrazioni derivanti da eventuali insuccessi contribuendo a trasformare le emozioni negative in emozioni più positive.

Tuttavia se un genitore si trova in una condizione mentale che altera e disturba la  percezione di ciò che il bambino fa o sente,  saranno influenzati negativamente i i suoi processi di pensiero, quelli emotivi e comportamentali.

Il bambino infatti si sintonizza istintivamente sul vissuto emotivo del genitore ed in tal modo regola il proprio.

Ma tale capacità inconscia di sintonizzarsi è ostacolata quando il genitore stesso è disturbato da fattori che interferiscono con la sua capacità di ascoltare i segnali del bambino.

Un esempio di come la difficoltà di sintonizzazione nel genitore porti allo svilupparsi di un disturbo nel bambino, lo possiamo osservare nell’ambito del rapporto nutrizionale, quando il piccolo di un anno, ad esempio, cerca di ottenere l’autonomia durante il pasto.

Se la mamma è troppo preoccupata di controllare il comportamento del figlio, ad esempio pretendendo che non sporchi e risulta in questo modo particolarmente intrusiva, il bambino può sviluppare un rifiuto per il cibo e una maggiore tendenza all’infelicità e all’insoddisfazione (Stein, 2002).

Questo tipo di interferenza può esplicarsi anche durante lo svolgimento delle altre funzioni fisiologiche.

 Conclusione

Se un genitore dunque invece di favorire il naturale processo di crescita del bambino, permettendogli di sperimentare ed esplorare le proprie possibilità, è distolto nell’esecuzione di questo compito dalle proprie aspettative ed ansie, si instaura un conflitto tra i tentativi di esprimersi da parte del piccolo e gli interventi prevalentemente svalutanti e coercitivi del genitore.

La mancata sintonizzazione crea un’interferenza che genera disturbi emozionali e svariati tipi di comportamenti disfunzionali che possono col tempo cronicizzarsi, mentre il bambino perde la capacità di autoregolare i propri affetti.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia:

Alan Stein (et al.) “La trasmissione intergenerazionale del disturbo” in: Un bisogno vitale, E. Quagliata, a cura di, Astrolabio, Roma, 2002.

Immagine di Pezibear da Pixabay