Fantasia inconscia nel bambino

La fantasia inconscia nel bambino può essere intesa come la prima forma di vita mentale dell’essere umano.

Essa è presente fin dalla nascita se non prima e costituisce il modo con cui il neonato traduce le proprie esperienze in immagini, depositate poi nella memoria.

Le esperienze del neonato sono di natura istintuale e legate principalmente all’area dell’alimentazione, della evacuazione e dell’eccitazione genitale.

Esse provocano sconvolgimenti emozionali e pulsionali molto potenti ed è grazie alla capacità materna di contenerli dando ad essi un significato che il neonato impara a fare altrettanto.

In altre parole il contatto tra la mente della madre e quella del bambino permette a quest’ultimo di trasformare gli istinti in fantasie che costituiscono i primi rudimenti del pensiero (Bion, 1962)

Su questa base si forma la struttura inconscia della mente adulta.

E’ fondamentale dunque comprendere il significato profondo delle fantasie infantili per arrivare ad una piena comprensione dell’essere umano.

Fantasia inconscia materna e impatto sul bambino

Nel prestare le sue cure la madre dà un significato alle prime esperienze sensoriali ed istintuali del bambino (siano esse piacevoli o frustranti) e lo dà sulla base delle proprie fantasie inconsce.

Ad esempio quando il bambino piange una mamma può interpretare questo segnale come fame indipendentemente dal fatto che ciò corrisponda al bisogno reale del piccolo.

Le fantasie inconsce della madre infatti possono favorire la comprensione od ostacolarla.

Nel corso di questo processo si crea la relazione tra il corpo del neonato e quello della mamma e contemporaneamente tra le due menti.

Si costituirà così il complesso mondo della vita psichica del bambino, influenzata da quelle materna, che sarà il risultato del legame  tra i due mondi interni in contatto tra loro.

Qualche esempio di fantasia inconscia nel bambino

Il termine fantasia inconscia fa riferimento al concetto di simbolo come qualcosa che collega tra loro due oggetti, dato che uno rappresenta l’altro.

Ad esempio il gioco rappresenta il mondo interno del bambino con i suoi desideri, timori, bisogni.

Dobbiamo a Melanie Klein (1932, 1978) l’accurata descrizione del mondo delle fantasie infantili e del loro significato.

Qui farò alcuni esempi che mostrano come il bambino, attraverso il gioco, cerchi di padroneggiare un mondo caotico, fatto di pulsioni violente e travolgenti in cui sono concretamente coinvolte la vita e la morte.

Per esempio se il rapporto con la madre sarà stato caratterizzato da molta frustrazione e rabbia, il bambino potrebbe fantasticare di attaccare lei e il suo corpo con tutti i mezzi a sua disposizione.

Un gioco che rappresenti queste aggressioni potrebbe essere quello di sporcare, imbrattare, gettare oggetti in giro.

Tale gioco è l’equivalente dell’atto di espulsione anale vissuto come aggressione ed eliminazione di una madre rifiutata e rifiutante.

Se il bambino è particolarmente spaventato dalla propria aggressività potrebbe passare molto tempo a costruire recinti per animali feroci oppure potrebbe usare solo cuccioli di animali e mettere in una zona separata quelli più aggressivi.

Se invece desidera penetrare il corpo della madre per esplorarlo e possederlo, saranno frequenti i giochi legati ai mezzi di locomozione come treni che entrano in gallerie, o automobiline in movimento o una palla lanciata nel canestro.

Fingere di cucinare cibi, preparare dolci con la pasta modellabile, ha a che fare con le esperienze di nutrizione e con gli affetti ad esse connesse.

Naturalmente il tipo di cibo e il modo con cui viene preparato potrà farci capire se tale esperienza sarà stata più o meno buona.

Cadere facilmente o far cadere oggetti è l’equivalente del cadere dalle braccia della madre o dalla sua mente.

In pratica rappresenta l’angoscia di essere abbandonati, rifiutati, dimenticati.

Alcuni bambini potrebbero divertirsi a far cadere ripetutamente bambole, macchinine, o altro per controllare attivamente un’esperienza altrimenti ingestibile.

La psicoterapia: un aiuto allo sviluppo del pensiero

Questi sono solo alcuni esempi molto schematici di come le fantasie inconsce  rappresentino e organizzino il mondo del bambino in relazione a quello delle figure di riferimento principali.

In realtà esse sono collegate tra loro in modo fluido e dinamico e vengono rappresentate all’interno del gioco in modo complesso ed in continua evoluzione.

Tali fantasie sono il prodotto della fusione tra la mente con i suoi stati emozionali e il corpo con le sue pressioni istintuali.

Il poter mettere in parole il significato possibile di queste fantasie è di grande aiuto per i bambini.

Essi sentono in questo modo contenute e mitigate le angosce di morte che vi fanno parte.

L’ elaborazione di tali fantasie permette una graduale trasformazione della struttura inconscia della mente ed un più facile accesso al mondo del pensiero consapevole.

Ciò è alla base dello sviluppo della personalità nella direzione di una evoluzione maturativa e della sanità mentale.

 

Di Marina Mollica

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Bibliografia

Bion, W. (1962) “A theory of thinking” Trad. it “Una teoria del pensiero”, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma 1970.

Klein, M. – (1932) La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze (1970)

 – (1978) Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.

 

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Difficoltà alimentari precoci

 

Per trattare l’argomento delle difficoltà alimentari precoci all’interno della relazione genitori- bambino, farò riferimento allo studio clinico condotto da Mariangela Mendes de Almeida Pinheiro.

In questo studio l’autrice esplora la correlazione tra modelli relazionali della diade madre-bambino ed eventuali difficoltà alimentari del neonato.

La cornice teorica di riferimento è quella che fa capo al pensiero di M. Klein e W. Bion che esplorano i processi psichici precoci  legati alle prime esperienze nutritive.

La psiche e la sua capacità o meno di assimilare ed elaborare esperienze emotive viene vista come analoga ad un apparato digerente.

I processi di assimilazione ed evacuazione possono essere paragonati a quelli di introiezione e proiezione di contenuti psichici.

Il bambino fa esperienza di stati psicofisici che possono essere vissuti come stimolazioni travolgenti e non metabolizzabili senza l’intervento di una mente in grado di dare un significato ai suoi molteplici segnali e quindi di contenerli e restituirli elaborati e digeriti.

La madre deve avere uno spazio mentale disponibile ad accogliere le proiezioni del suo bambino che vengono poi restituite in forma assimilabile e pronta per una nuova introiezione (Bion, 1962).

E’ così che si struttura la capacità di pensare del neonato come attraverso l’alimentazione si sviluppa il suo corpo.

In questo senso  le precoci esperienze alimentari diventano un prototipo che delinea la modalità di assunzione della realtà esterna  e di relazione comunicativa con essa.

L’ipotesi dell’autrice è che vi sia dunque una correlazione tra difficoltà alimentari del bambino e la modalità della diade o della famiglia di elaborare esperienze emotive, attraverso sintonizzazione e contenimento.

Con il suo studio dunque ha potuto individuare alcuni tratti comuni tra i casi studiati.

Questi aspetti comuni si riferiscono a difficoltà legate ai genitori, al bambino e alla relazione genitore-bambino che hanno inciso sulle difficoltà precoci di alimentazione.

Difficoltà alimentari precoci: i genitori

Per quanto riguarda le difficoltà dei genitori, gli elementi individuati sono:

  • la presenza di gravidanze conflittuali: durante la gravidanza le madri avevano fantasie cariche di angoscia rispetto agli scambi nutritivi, vissuti come momenti in cui il neonato avrebbe potuto prosciugare in modo parassitario, le risorse materne.
  • parti difficili: a causa di complicazioni durante il parto le madri, nella fase immediatamente successiva, si sentivano così stremate ed esaurite da non provare inizialmente attaccamento nei confronti del piccolo.
  • precocità dello svezzamento o dell’abbandono dell’allattamento al seno: l’allattamento al seno durava al massimo tre mesi e vi era il ricorso al biberon come sostituto del seno sentito come più rassicurante. Erano infatti presenti pensieri ostili durante la gravidanza, da cui le madri sentivano di dover difendere il bambino, come se il loro latte ne fosse il veicolo velenoso e carico di tali proiezioni.
  • depressione materna: nelle madri vi era la presenza di una depressione postnatale. Essa impediva loro di avere la disponibilità mentale ad accogliere i bisogni del bambino che a sua volta sviluppava la propensione ad una pseudo autosufficienza, o ad occuparsi dei bisogni della madre evitando di chiedere per sé.
  • importanza del cibo: il cibo veniva utilizzato come strumento di controllo e diventava il veicolo principale per la manifestazione del disturbo relazionale.
  • svalutazione delle proprie capacità materne: le madri si sentivano inadeguate nella loro funzione legata alla nutrizione o venivano criticate dai familiari nella gestione di tale funzione. Erano presenti conflitti tra coniugi a questo riguardo e la presenza di nonni era vissuta in termini di rivalità piuttosto che di sostegno. Il rifiuto di nutrirsi da parte del bambino aggravava il vissuto materno.
  • tensioni nei rapporti familiari: nelle famiglie erano presenti tensioni conflittuali difficilmente elaborabili, caratterizzate da aspetti di intrusività, iperprotettività e rigidità.
  • lutti non elaborati: erano presenti aborti precedenti, perdita dei genitori durante l’infanzia che aggravavano la percezione di rischio di morte, di fronte alle difficoltà alimentari del bambino.

Difficoltà alimentari precoci: il bambino

Per quanto riguarda le difficoltà del bambino:

  • inibizione dell’esplorazione con la bocca: in questi bambini l’inibizione delle attività orali si inseriva in un quadro più ampio di inibizione del comportamento esplorativo attraverso la bocca. il mordere poi, essendo un comportamento legato all’aggressività, veniva sentito come potenzialmente distruttivo cosa che generava difficoltà nell’alimentazione. In questo modo i bambini potevano evitare il contatto con i sentimenti ostili e proteggerne le madri.
  • pseudoindipendenza: i bambini mostravano una tendenza al ritiro e all’autosufficienza, mentre vivevano con disagio coccole o vicinanza da parte dei genitori.  Il bisogno di evitare sentimenti di dipendenza permetteva di esercitare un controllo su eventuali impulsi ostili. Ciò si rifletteva anche nell’ambito dell’alimentazione.

Difficoltà alimentari precoci: il rapporto genitore bambino

Infine per quanto riguarda le difficoltà del rapporto genitore-bambino

  • offerta di cibo come reazione ad un disagio: l’autrice osserva come offrire cibo quando il bambino esprimeva disagio, era un modo per le madri di tamponare la propria angoscia indipendentemente dai reali bisogni espressi dal bambino. In questo modo, in luogo di un contenimento si aveva una evacuazione di angosce tramite l’offerta di cibo. Questa indisponibilità a pensare e contenere potrebbe essere collegata con i problemi alimentari del bambino che rappresentano il suo tentativo di metabolizzare assieme al cibo, un’esperienza indigeribile.
  • proiezioni massicce o ostili che interferiscono con la capacità del genitore di entrare in relazione con il bambino reale: vi sono dei “fantasmi” familiari che influenzano in modo massiccio la relazione della madre con il bambino, al punto tale che il bambino per quello che è scompare e viene sostituito con quello presente nella mente del genitore. Il rifiuto del cibo da parte del bambino può essere inteso come un tentativo di proteggersi da tali proiezioni per lo più ostili.
  • mancanza di contenimento e tipo di relazione: in queste famiglie era evidente una incapacità di contenere eventuali stati di malessere del bambino che venivano identificati con una sua incapacità di digerire il cibo. In questo senso ogni disturbo nel funzionamento psicofisiologico del bambino innescava ed aggravava il disturbo alimentare.  Contemporaneamente vi era una specie di “contenimento piatto” inteso come una indifferenza o distacco nei confronti del bambino, che, a seconda delle caratteristiche di quest’ultimo, provocava reazioni che andavano dal ritiro a forme estreme di comunicazione per tenere viva la relazione.

Elementi di rischio e di recupero

 

Per quanto riguarda gli aspetti delle diadi/famiglie che facilitano una risoluzione delle difficoltà alimentari o in alternativa le aggravano, l’autrice sottolinea come anzitutto vi sia una differenza di tipo quantitativo che ha un impatto sull’esito del disturbo.A seconda dell’intensità delle proiezioni di fantasmi familiari infatti era più o meno possibile entrare in contatto con i bisogni del bambino reale.

Da un punto di vista qualitativo invece l’autrice, rifacendosi a Fraiberg (1975), afferma come non necessariamente esperienze traumatiche e relativi fantasmi familiari portino allo svilupparsi di una problematica relazionale. Ciò che fa la differenza è la possibilità del genitore di rimanere a contatto con il proprio dolore, senza negarlo o rimuoverlo, tenendo viva la sua esperienza passata in modo da essere in grado di proteggere il proprio bambino da essa invece di proiettarla inconsapevolmente.

Un altro elemento rilevante è la capacità del bambino di avere un impatto sulla mente del genitore. I bambini si differenziano per la loro capacità di esprimere i propri bisogni e di comunicare o entrare in contatto con il genitore. Queste differenze possono offrire uno spazio di negoziazione nella relazione e di trasformazione delle angosce del genitore alle prese con l’ansia sollevata dalle difficoltà del bambino stesso.

Infine importante è anche il diverso valore attribuito dai genitori alla pseudoindipendenza del bambino. Quando questa veniva alimentata era meno facile che vi fosse un cambiamento.

In conclusione l’intensità, il contenuto, la qualità e la permeabilità delle proiezioni genitoriali, le capacità individuali di metabolizzare il dolore e accettare la dipendenza, il tipo di contenimento disponibile nella famiglia, sono tutti fattori che incidono sulla possibilità o meno di creare relazioni che favoriscano la crescita e lo sviluppo del bambino.

 

Di Marina Mollica

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Indicazioni bibliografiche

Bion, W. (1962) Learning from Experience, Heinemann, Londra. Trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Fraiberg, S., Adelson,E. e Shapiro, V. (1975), “Ghosts in the nursery: a psychoanalitical approach to impaire infant-mother relationships”, in Fraiberg, S., Clinical Studies In Infant Menthal Health, Tavistock, Londra 1980. Trad it. “I fantasmi nella stanza dei bambini”, in Il sostegno allo sviluppo, Cortina, Milano 1999.

Klein, M. (1978) Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.

Mendes de Almeida Pinheiro, M. (2002) “Studio clinico delle difficoltà precocidi alimentazione: fattori di rischio e di recupero nelle iniziali difficoltà di relazione tra genitori e neonato”, in E. Quagliata (a cura di) Un Bisogno Vitale, casa editrice Astrolabio- Ubaldini ed. Roma, 2002.

 

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Psicoanalisi: un metodo di cura oltre le parole

Psicoanalisi: un metodo di cura che, contrariamente a quanto si pensi, va oltre le parole.

Mi è capitato spesso di sentir dire che andare dallo psicoanalista non serve a niente, tutte chiacchiere di anni, su problemi presenti e passati.

Questo è uno dei tanti luoghi comuni, così come lo è quello che porta ad immaginare uno psicoterapeuta come un esperto che, in quanto tale, saprà risolvere il problema, aiutando il paziente con consigli, ragionamenti e convincimenti.

La durata

Stupisce come si consideri normale un percorso di anni ed anni per l’apprendimento di qualsiasi disciplina scolastica e ci si aspetti invece di cambiare la mente di un individuo in breve tempo, con qualche magico accorgimento.

La trasformazione non avviene, come si crede comunemente, ragionando su un determinato problema, sviscerandolo assieme al terapeuta, ricevendo indicazioni e suggerimenti o semplicemente confrontandosi con lui.

Non è dovuta nemmeno al fatto di parlare per anni delle proprie vicende personali, della propria storia passata e contingente.

La trasformazione profonda di un individuo avviene all’interno di un incontro significativo con un altro individuo. 

Per questa ragione la relazione analitica, come ogni altra relazione, ha bisogno di tempo per svilupparsi e mettere radici profonde.

Il cambiamento

Ciò che porta al cambiamento è l’incontro della mente del paziente, con quella del terapeuta.

E’ un contatto profondo che riguarda anche e soprattutto le parti inconsce della personalità, che vengono “sentite” dall’analista e gradualmente rese consce attraverso la parola ma non solo.

Non si tratta solo di spiegazioni verbali, ma di ritmi nel tempo, che devono trovare sempre più accordo e sincronismo.

Una stessa frase detta in un momento piuttosto che in un altro può sortire effetti completamente diversi. Così come avviene per un concetto presentato con un certo tipo di struttura della frase piuttosto che con un’altra.

Senza contare l’intonazione, lo sguardo, la velocità dell’eloquio, l’intensità dell’emissione vocale, l’espressione facciale e la postura, (quando vi sia il contatto vis a vis).

Tutti i parametri della comunicazione non verbale che sono poi quelli fondamentali nella comunicazione madre-bambino.

La comunicazione madre bambino

Una madre che parla al suo neonato non pensa di certo che egli possa comprendere le sue parole. Non fino a che non avrà sviluppato un vocabolario sufficiente a definire in termini di concetti il mondo che lo circonda.

Tuttavia gli parla, utilizzando tutta la ricca gamma di coloriture linguistiche e paralinguistiche di cui è istintivamente a conoscenza, e immaginando che egli la possa comprendere.

Ha cioè fiducia nelle potenzialità evolutive del suo bambino, così come il terapeuta ne ha nei confronti del suo paziente.

L’ intenzione comunicativa materna unita alla disponibilità recettiva ad accogliere le comunicazioni del bambino, dotandole di significato,  porterà il piccolo a sentire che il suo mondo interno ed esterno non sono caotici ma comprensibili. 

Bion parla di “reverie”  della madre (1962). Quella particolare capacità, quello stato mentale di ricevere e contenere le comunicazioni del bambino,  espressione di dolore o di piacere, sentendole dentro di sè e dotandole di significato.

Ella le restituisce poi al suo piccolo come se fossero state digerite.

Per questa ragione, potenti sensazioni psicofisiche che potrebbero travolgere la mente del neonato, diventano assimilabili e contribuiscono alla crescita della sua mente.

In altre parole si crea l’apparato per pensare.

Relazione analitica

Dunque, con tutti i pazienti e in particolare con quelli più gravi, è fondamentale il modo con cui avviene la comunicazione, piuttosto che il suo contenuto.

A ciò si aggiunga la riflessione dell’analista sulla relazione in corso, non necessariamente esplicitata con le parole, ma che deve portare ad una scelta terapeutica piuttosto che un’altra.

Tale riflessione si avvale di ciò che l’analista sente in presenza del suo paziente, il cosiddetto controtransfert, che funge da guida costante per comprendere il vero significato da dare a ciò che il paziente fa in un determinato momento nella e sulla relazione, con o senza le parole.

“Sentire” il paziente per comprenderne l’assetto mentale non ha a che fare con una riflessione intellettuale astratta ma con quella capacità di cui ogni essere umano è dotato che ha a che vedere con l’empatia acquisita fin dai primi contatti con l’altro significativo.

L’analista ha sviluppato una raffinatissima sensibilità e consapevolezza rispetto ad ogni sfumatura di questo sentire e alle sue implicazioni sul piano relazionale.

Collegherà poi tutto questo al suo bagaglio di conoscenze, ma solo a posteriori in modo da non avere sul momento, la mente ingombra di sapere astratto invece che una conoscenza di prima mano del paziente.

Come diceva Bion “senza memoria e senza desiderio” (1967).

Quindi la cura avviene nel contatto autentico tra due esseri umani, di cui uno dei due, si spera abbia sviluppato una consapevolezza e integrazione del sé sufficienti a contenere il sé disintegrato e sofferente del paziente, così come si spera che una madre sia in grado di contenere e integrare le angosce del proprio neonato.

 

Di Marina Mollica

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Indicazioni bibliografiche

Bion, W.R. (1962) Learning from Experience, Heinemann London, trad. it. Apprendere dall’Esperienza, Armando Roma, 1988.

Bion, W.R. (1967) Appunti su memoria e desiderio, in Cogitationes, Armando Roma 1996.

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Ruolo del padre nello svezzamento

 

Il ruolo del padre è fondamentale nel sostenere e facilitare la coppia mamma- bambino durante il processo di allattamento e svezzamento.

Infatti, anche se durante i primi mesi di vita il neonato costituisce assieme alla madre un’unità simbiotica dalla quale il padre sembra essere escluso, in realtà quest’ultimo è presente, non solo fisicamente come supporto alle attività materne, ma soprattutto nella mente della madre.

Questa presenza, quando vissuta come significativa e solida, agevola l’evolversi del rapporto mamma-bambino, dalla simbiosi alla separazione ed individuazione del piccolo (Mahler,1975)

Di conseguenza, quando la prospettiva di un recupero graduale del proprio corpo e dell’intimità sessuale oltre che affettiva col marito, è vissuta dalla madre come desiderabile e naturale, per lei diventa possibile e tollerabile accettare di separarsi dall’unione con il corpo del proprio bambino invece di prolungare ad oltranza l’allattamento.

Ostacoli allo svezzamento

Vi sono tuttavia madri che arrivano a sostituire il marito con il figlio, quando il rapporto con il primo sia conflittuale e insoddisfacente, erotizzando la relazione del bambino con il seno.

Ciò accade anche quando il neonato sia di sesso femminile.

Se per una madre poi il cambiamento e la separazione sono vissuti con angoscia, diventa più difficile per il bambino separarsi da lei.

Di conseguenza il suo distacco dal seno per lasciarsi andare al sonno oppure ad attività esplorative, che sono il preludio dell’attività simbolica del pensiero, avviene con difficoltà.

Il ruolo del terzo, nella coppia mamma-bambino può anche in questo caso essere d’aiuto, in quanto favorisce uno spazio di confronto e differenziazione.

Purtroppo vi sono casi in cui la madre fatica a gestire una relazione che preveda più di due membri o altri casi in cui il padre è troppo geloso dell’intimità esclusiva della moglie col figlio, che viene vissuto come rivale della coppia.

Può allora succedere che il padre rinunci o trovi impossibile svolgere il suo ruolo.

Un’altra difficoltà può insorgere quando il padre è fisicamente assente per motivi di lavoro, oppure quando una rivalità con il proprio padre lo faccia sentire inadeguato nell’assumersi il ruolo che gli compete.

In questo caso la madre può sentirsi abbandonata ed escludere ritorsivamente il marito nella gestione delle cure al bambino.

A volte, il fatto che la madre si concentri sul rapporto con i figli può far comodo ad entrambi i genitori, per non affrontare problematiche interne alla coppia.

Accade così che vengano portate a termine diverse gravidanze consecutive per procrastinare il momento in cui i genitori dovranno trovarsi faccia a faccia con i loro problemi.

In tutti i casi ciò avviene a scapito dello sviluppo dell’autonomia dei figli.

Per concludere, possiamo dire che il bambino sarà in grado di tollerare quell’insieme di frustrazioni che vanno sotto il nome di svezzamento (Winnicott, 1971), quando accanto alla madre vi sia un marito che con la sua presenza (reale e immaginata) le permetta di pensare alla separazione come ad un recupero di potenzialità invece che esclusivamente come perdita.

 

Di Marina Mollica

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Cenni bibliografici

Mahler, M (1975) The psychological birth of the human infant: symbiosis and individuation, Maresfield Library (1985) trad it. La nascita psicologica del bambino, Torino, Boringhieri, 1978.

Winnicott, D.W (1971) Playing and reality, Tavistock; Harmondsworth: Penguin, 1974. trad it. Gioco e Realtà, Roma, Armando, 1974.

 

 

Da dove viene il nostro interesse per la cultura

Per spiegare da dove viene il nostro interesse per la cultura, cioè l’origine dell’arte, della religione e del pensiero scientifico-filosofico, mi rifarò ad un importante autore della scuola inglese di psicoanalisi: Donald Winnicott.

Allattamento e sviluppo della mente

Winnicott descrive molto accuratamente ma anche con semplicità le prime fasi della vita del neonato, mettendo l’accento sul processo estremamente delicato e complesso che si svolge durante l’allattamento.

Da profani assistiamo ad una situazione che vede coinvolta una mamma col suo bambino. Vediamo cioè due individui distinti che assieme si coordinano e si organizzano affinché si svolga un compito per la verità cruciale, quello dell’alimentazione del cucciolo umano.

Ma Winnicott ha il grande pregio di aiutarci ad assumere la sua prospettiva e farci così osservare ciò che avviene dietro le quinte.

Egli nel suo scritto: “Oggetti transizionali e fenomeni transizionali” (1958) spiega come la possibilità che il bambino ha di compiere i fondamentali passaggi per la costruzione della propria mente, ossia la capacità di distinguere la fantasia dalla realtà, il mondo interno da quello esterno, e il sé dall’oggetto (l’altro) dipendono all’inizio dal fatto che vi sia una madre (o un suo sostituto) in grado di adattarsi in modo quasi perfetto ai bisogni del bambino.

Perché è così importante che l’adattamento della madre sia quasi perfetto con una sovrapposizione pressoché totale tra impulso del bambino a nutrirsi e risposta dell’ambiente?

Perché solo così il neonato avrà l’illusione di aver creato lui ciò che ha ardentemente desiderato e che esista un mondo che corrisponde al proprio bisogno.

Illusione e delusione: fattori cruciali 

In parole povere se vogliamo costruire una casa, bisogna che le fondamenta siano ben solide e l’illusione del bambino di essere lui a creare il seno che lo nutre, è per l’appunto la base solida di partenza.

Se non c’è illusione non ci può essere la successiva “disillusione” che permetterà di differenziare la fantasia dalla realtà.

Quindi si parte da qui: una illusione grazie alla quale il mondo interno e quello esterno coincidono.

Il neonato, spiega Winnicott, all’inizio non è differenziato dalla madre.

Insieme costituiscono un unico universo perfetto.

Tuttavia se all’inizio la perfetta coincidenza di bisogno-soddisfazione è indispensabile per offrire al bambino la possibilità di illudersi, ed è garantita da un attivo adattamento della madre, in seguito esso gradualmente diminuisce “mano a mano che aumenta la capacità del bambino di accettare dei limiti e tollerare i risultati della frustrazione”.

Il compito della madre: deludere il bambino

Dunque “il compito finale della madre è quello di deludere gradualmente il bambino”.

Egli deve realizzare che tra lui e la mamma c’è uno spazio che li rende differenti.

Tale processo genera un certo grado di frustrazione. Per tollerarla, il bambino sostituirà l’illusione (onnipotente) con qualcosa che lo aiuti.

Questo qualcosa, compare nella multiforme varietà dei comportamenti che tutti possiamo osservare tra i quattro e i dodici mesi: succhiare il dito o la mano, o un lembo del lenzuolo, giocherellare con un pezzetto di coperta, compiere dei suoni gutturali, ecc

In seguito queste attività si focalizzeranno come interesse nei confronti di un oggetto prediletto come ad esempio un orsacchiotto o un ciuccio o un panno morbido e così via.

Questo oggetto viene chiamato da Winnicott, “oggetto transizionale” perché appartiene a quella fase dello sviluppo del bambino che costituisce una transizione dal mondo dell’illusione al mondo della realtà.

Il bambino ha l’oneroso compito di tenere questi due mondi separati ma allo stesso tempo collegati e questo sarà il compito dell’essere umano per tutta la vita.

Da dove viene il nostro interesse per la cultura: gli oggetti transizionali

Gli oggetti transizionali possono esistere nella mente del bambino come oggetti di cui ha un riscontro reale, ma al tempo stesso è come se li avesse creati lui.

In sintesi, nella mente del piccolo di uomo si crea un’area, uno spazio derivante dalla delusione, che dev’essere colmato con qualcosa.

Questo qualcosa è lo svilupparsi della capacità creativa e simbolica del bambino che investe ora una parte del suo interesse in oggetti consolatori, precursori di quelli che per l’adulto saranno la cultura, l’arte, la religione, la scienza e la filosofia.

 

Di Marina Mollica

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Bibliografia

D.W. Winnicott, “Oggetti transizionali e fenomeni transizionali” in Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli & C. Firenze, 1975 (titolo originale: Through Paediatrics to Psycho-Analysis, Tavistock Publications, London, 1958)

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Gioco: risorsa del bambino

Un modo che il bambino ha di affrontare le situazioni per lui emotivamente difficili, è quello di padroneggiarle con il gioco, che costituisce per lui una indispensabile risorsa.

Il gioco infatti gli permette di avere un ruolo attivo rispetto agli “oggetti”(come ad esempio la mamma) con i quali è in relazione e dai quali dipende.

La separazione come sfida da affrontare

Specialmente nel primo anno di vita, uno dei compiti più ardui da affrontare per il bambino è quello della separazione.

Mano a mano che lo sviluppo procede, egli acquisisce sempre maggiore consapevolezza del fatto che la mamma non è sotto il suo controllo e le sue azioni non dipendono solamente da lui.

Non solo la mamma a volte si allontana e sparisce del tutto dalla sua vista, ma anche lui, grazie al progressivo sviluppo delle abilità motorie, può cominciare a separarsi da lei.

I bambini che fanno i loro primi tentativi di esplorazione dell’ambiente a partire dai nove mesi circa in poi, controllano spesso con lo sguardo, la posizione della mamma e richiedono che lei fornisca di tanto in tanto rassicurazioni sulla sua disponibilità fisica ed emotiva.

Questa fase evolutiva è fonte di notevole stress, dato che l’acquisizione della deambulazione eretta passa per la possibilità di interiorizzare un legame con la mamma sufficientemente sicuro.

Tale legame non dovrà essere messo in discussione nei momenti in cui il bambino si concede di allontanarsi da lei.

Naturalmente è fondamentale la capacità materna di tollerare l’avvento di questa nuova fase che prevede una maggiore separazione dal proprio piccolo, rispetto allo stretto contatto corporeo dei primi mesi in cui egli dipendeva integralmente da lei.

Deve cioè prevalere la gioia per le nuove conquiste del proprio bambino, piuttosto che l’angoscia provocata dalla separazione che queste provocano.

Un attaccamento sicuro (Bowlby, 1973) basato anche su una relazione non contaminata da un’eccessiva ambivalenza materna nel tollerare la separazione, garantisce un armonioso svilupparsi della capacità del bambino di essere indipendente.

Esso inoltre è garantito dalla capacità materna e paterna, di fornire rifornimento affettivo e risposte accurate alla manifestazione dei bisogni del figlio.

In altre parole egli deve essere certo di poter contare su di loro.

Il gioco come risorsa del bambino

Ammettendo che, da questo punto di vista tutto fili liscio, rimane comunque il fatto che le prime separazioni dalla mamma sono fonte di notevole angoscia, dato che non è certo del fatto che ella, dopo essere sparita dalla sua vista, ritornerà.

Un modo che il bambino ha di fronteggiare un’angoscia di fronte alla quale è effettivamente totalmente impotente dunque, è quella di fare dei giochi nei quali venga rappresentata la separazione e il successivo ritorno della mamma.

Questi giochi permettono al bambino di ribaltare la sua condizione di passività sostituendola con una gestione attiva della situazione.

Un famoso esempio di questo comportamento ce lo dà Freud (1920) che osservando il comportamento del nipotino di diciotto mesi durante l’assenza della mamma, nota come egli facesse uso di un rocchetto che lanciava in modo da farlo cadere al di fuori del suo campo visivo e poi recuperava con la cordicella, cui era appeso, in modo da tornare in possesso del giocattolo.

Freud aveva ipotizzato che questa attività gli permettesse di rappresentare nella sua fantasia l’allontanarsi della mamma e il suo potere nel garantirsi il suo ritorno.

È dunque attraverso questa capacità di giocare, basata sullo sviluppo delle capacità simboliche, che i bambini possono gestire, nella propria mente, eventi altrimenti difficilmente tollerabili, anche quando vi sia di base un legame di attaccamento sicuro.

 

Di Marina Mollica

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Riferimenti bibliografici

Bowlby, J. (1973) Attaccamento e perdita (vol. 2) Bollati Boringhieri.

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VIOLENZA FAMILIARE

 

In questo articolo voglio fare un esempio di come può avvenire la violenza familiare.

Parlo di violenza familiare quando tutti i membri di una famiglia sono complici di un abuso compiuto su una vittima designata, la quale per sopravvivere è costretta a sviluppare comportamenti gravemente patologici.

Quando uno dei due genitori sottopone a qualche forma di violenza un figlio,  l’altro genitore può assumere solo due posizioni, quella di essere consenziente oppure quella di ribellarsi.

Ma non è sempre facile optare per quest’ultima possibilità.

Infatti se un coniuge è normalmente abusante nei confronti di un figlio, l’altro membro della coppia lo ha scelto, inconsciamente, proprio per questa caratteristica.

Ciò significa che nella propria famiglia di provenienza c’era una situazione analoga e con il nuovo legame si cerca di risolvere una problematica tramandata attraverso le generazioni.

Il primo componente: la madre e la sua famiglia di provenienza

Così per esempio se una donna, poniamo di nome Elisa, ha avuto un padre violento, è probabile che scelga un marito altrettanto violento.

Se la madre di Elisa era a sua volta vittima del proprio marito, la figlia,  può trovare impossibile ribellarsi all’attuale marito che rappresenta il proprio padre, e così via.

E’ possibile che Elisa sia depressa, anche se non in maniera conclamata e quindi incapace di prendere in mano la sua vita e modificarne l’andamento.

Una donna che non sia stata protetta, non sarà in grado di proteggere adeguatamente se stessa e i suoi figli (lo stesso dicasi per un uomo naturalmente).

Per poterlo fare, dovrebbe prima entrare in contatto con il dolore del sé infantile e sofferente che porta dentro, ma questo potrebbe costarle parecchio.

La via più facile, naturalmente inconscia, è quella di non accorgersi di ciò che sta veramente accadendo e questa potrebbe essere il tipo di difesa scelta quando da bambina non era in grado di proteggersi e nemmeno la madre era in grado di farlo per lei.

Vedete come un problema si perpetua di generazione in generazione finché non trova risposta.

Così arriviamo all’ipotetica famiglia attuale: abbiamo un uomo violento, una moglie che non vede o se vede non riesce a reagire, un figlio/a bersaglio della violenza, eventuali fratelli che sono vittime in uguale misura ma con diverse modalità che corrispondono ai diversi ruoli attribuiti dai genitori, in base alle proprie caratteristiche e a come queste si intrecciano con quelle dei figli.

Ora, la violenza dei genitori si può esprimere in diversi modi.

Il più visibile e anche perseguibile per legge è quello della violenza fisica. Purtroppo però ci sono forme di violenza molto più subdole che non sono visibili agli occhi altrui e che quindi, se possibile, lasciano le vittime ancora più indifese.

Il secondo componente: il padre e la sua famiglia di provenienza

Poniamo che un padre ipotetico di nome Roberto, prenda di mira il proprio figlio minore e decida di preferire il maggiore.

Questo può succedere perché lui stesso era il fratello maggiore nella propria famiglia e aveva sofferto di gelosia nei confronti del più piccolo che magari era il preferito di un padre gelido e duro.

Non potendo prendersela con il fratellino protetto da un padre così minaccioso, Roberto porta dentro di sé una rabbia irrisolta che è come una bomba non ancora disinnescata e che potrebbe esplodere al momento opportuno.

Nessuno lo ha consolato perché la madre ha accettato il sistema autoritario del marito, perciò Roberto non sa come metabolizzarla.

La moglie di Roberto, Elisa, è, come abbiamo visto, depressa e incapace di senso critico di fronte ad eventuali violenze sui figli, dato che ne ha subite anche lei e nessuno l’ha protetta. Per questo ha sviluppato una cecità (diniego) rispetto agli abusi sui figli e addirittura una tendenza a colludere con l’aggressione (identificazione con l’aggressore).

Ora ci sono tutti i presupposti perché la violenza si propaghi.

La violenza familiare attuale

Ad esempio Roberto oggi è irritato da alcune frustrazioni subite sul lavoro.

Qui ha un capo che lo sfrutta, ma siccome ha interiorizzato un senso di impotenza verso figure maschili autoritarie, che gli ricordano il padre, non riesce a ribellarsi, né a prendere dei provvedimenti che cambino la sua situazione.

Torna a casa carico di rabbia e non avendo sviluppato la capacità di contenerla, dato che quando era piccolo subiva le pretese di un padre esigente e intollerante, sente il bisogno di scaricarla su qualcuno.

Ci sono la moglie e due figli a disposizione. La scelta cade sul figlio minore Franco che gli ricorda il fratello invidiato. Coglie così il primo pretesto per fare dell’ironia sul comportamento da “imbranato” di Franco.

Il figlio maggiore, che sa di essere il preferito e che coltiva il timore di perdere privilegio, si aggrega al padre e così si fanno una bella risata sulla pelle del più piccolo.

Questo prova a ribellarsi e allora interviene la madre che gli dice di non essere sempre così permaloso.

Il bambino a questo punto si sente completamente isolato, confuso, dato che ciò che sente è in contrasto con ciò che i genitori dicono, e pieno di rabbia e vergogna.

E’ in un vicolo cieco perché se ricorre ad un atteggiamento di rabbia violenta subisce la repressione da parte del più forte, se invece si arrende al pianto viene deriso ulteriormente ricevendo altri giudizi gratuiti sulla sua persona.

Se infine non manifesta reazioni per proteggersi, è costretto ad ingoiare veleno, cosa che non può non avere ripercussioni sul corpo e sulla mente.

Un’ultima alternativa è quella scelta dalla madre. Fingere di niente, negando che ci sia un problema e identificarsi con il padre violento, assumendo così lo stesso comportamento con i più deboli.

Se questo tipo di abuso si perpetua nel tempo, diventa inevitabile assumere in modo definitivo il ruolo ricevuto.

Conseguenze della violenza familiare

Così a seconda della scelta difensiva ci saranno diverse conseguenze per Franco.

La scelta potenzialmente più sana sarà quella della ribellione che però non portando ad un riconoscimento del suo significato provocherà un perenne senso di rabbia nei confronti dell’autorità e dell’adulto.

Se si sarà trasformato in una vittima disperata e incompresa potrà diventarlo anche nel suo contesto sociale allargato, finendo così per essere preso di mira anche lì.

Se si sarà chiuso in un silenzio difensivo svilupperà disturbi psicosomatici e/o mentali per far fronte all’accumulo di rabbia.

Infine se avrà evitato il problema fingendo che non esista, potrà sviluppare una depressione e/o diventare un bullo nei confronti di tutti quelli simili alla parte debole di sé e rifiutata.

In tutti i casi i risultati per lui e per chi lo circonda, quindi per la comunità in cui Franco è inserito, saranno disastrosi.

Questa è solo una delle infinite varianti possibili e un esempio molto schematico e semplificato di come tre generazioni contribuiscano al passaggio di una violenza cieca.

Un problema che ha origine all’interno di una famiglia si estende oltre i suoi confini, all’interno del tessuto sociale.

Con questo articolo voglio mostrare come l’unica possibilità di fermare questo dispendio di energia e salute mentale, che danneggia noi stessi e chi ci circonda, dipenda dalla nostra disponibilità a comprendere le dinamiche delle relazioni interiorizzate nell’inconscio e agite nelle relazioni familiari e sociali.

 

Di Marina Mollica

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Foto: PublicDomainPictures da Pixabay

 

 

 

 

 

 

Pazienti che non fanno progressi

Introduzione

In questo articolo parlerò di una delle difficoltà che, come psicoterapeuti, ci troviamo ad affrontare. Essa riguarda il trattamento di quei pazienti che non sembrano fare progressi nonostante anni di psicoterapia psicoanalitica. Descriverò una delle possibili tipologie di comportamento con cui si esplica la problematica di questo tipo di pazienti, tenuto conto che ce ne sono molte altre.

Pazienti che non fanno progressi

Alcuni pazienti, pur apparentemente desiderosi di curarsi, portano il terapeuta a convincersi che per loro nulla è possibile fare e per questo sembrano rientrare nella categoria del paziente inguaribile.

E’ nota la storiella della psicoanalisi come quel tipo di trattamento interminabile, dove si parla per anni ed anni delle proprie vicende passate e presenti e alla fine ci si trova sempre al punto di partenza e alle prese con i soliti eterni problemi.

Premesso che nessun tipo di cura può avere la pretesa di rendere la vita di un essere umano perfettamente felice e libera da problemi e che forse aspettarsi che la vita sia unicamente rivolta al versante della felicità e della soddisfazione è a dir poco irrealistico, qui però ci troviamo di fronte ad una questione molto specifica.

Soprattutto nel trattare pazienti gravi ci si rende conto che esistono delle forze psichiche nascoste, che hanno lo scopo precipuo di distruggere e rendere vano ogni tentativo di guarigione e cambiamento profondo nel funzionamento complessivo della personalità.

Tali forze sono presenti in varia misura in ciascuno di noi, ma sembrano avere un potere di attrazione irriducibile nelle forme di psicopatologia grave.

Comprendere questo è quindi utile per accrescere la nostra consapevolezza di noi stessi ed eventualmente anche per aiutare chi ci è vicino.

Infatti a volte ci troviamo ad avere a che fare con persone che stanno molto male, ma che sembrano fare di tutto per boicottare ogni soluzione e sono in grado di sollevare, nel tempo, un notevole grado di rabbia fino all’esasperazione e al rifiuto totale nei loro confronti.

Equilibrio e cambiamento psichico

Come spiega Betty Joseph nel suo libro “Equilibrio e cambiamento psichico”(1989), questo tipo di persone utilizza un meccanismo difensivo perverso che le porta a trionfare inconsciamente, quando riescono a distruggere ogni possibilità di speranza per se stesse.

Ciò avviene perché in questo modo mantengono un equilibrio psichico, per quanto patologico.

Infatti entrare in contatto con le angosce che muovono questo tipo di difese, che in alternativa offrono una potente gratificazione di tipo masochistico, potrebbe rivelarsi devastante.

Tali angosce sono legate alla dipendenza estrema e all’invidia nei confronti di oggetti significativi.

Tuttavia queste difese finiscono col dominare la parte di personalità potenzialmente sana seducendola e attraendola in un gioco tossicomanico dal quale la personalità trae sollievo momentaneo, ma che porta lentamente all’autodistruzione.

Cosa sperimentano i parenti e gli amici

Poiché questo tipo di persone tenderà ripetutamente ad assumere comportamenti autodistruttivi di varia natura, chi si troverà ad essere vicino a loro si sentirà sollecitato ad intervenire per correggere la situazione.

Tali comportamenti potranno andare dall’incapacità, nonostante gli sforzi apparenti, di investire le proprie energie in qualche progetto (vi saranno allora fallimenti scolastici, abbandono degli studi, difficoltà a trovare o mantenere un lavoro) fino al ritiro sociale.

Potrà esserci abuso di sostanze psicotrope.

Nonostante spesso queste persone manifestino apertamente e a volte platealmente il proprio disagio, esse sembreranno allegramente impermeabili a tutti i tentativi di aiuto, anche se in certi casi daranno l’impressione immediata di essere disponibili a riceverlo.

Per contro potrà capitare che accusino chi le circonda di essere la causa del loro malessere, o di non darsi abbastanza da fare per aiutarle, senza riuscire mai a farsene carico in prima persona.

Le relazioni allora saranno di natura conflittuale e caratterizzate da alternanza di richieste d’aiuto, con manifestazioni di importante disagio psicofisico da un lato e ipercritica rivendicativa fino ad una litigiosità tirannica e perfino violenta dall’altro.

Non sono escluse le minacce di suicidio.

I parenti e gli amici si troveranno a provare preoccupazione crescente, sgomento, impotenza, rabbia e infine desiderio di sbarazzarsi del peso troppo gravoso di queste richieste.

Si sentiranno coinvolti in ripetuti tentativi di aiutare materialmente o emotivamente la persona sofferente, che ora sarà vittima disperata, ora giudice accusatore.

Di conseguenza chi cercherà di aiutarle proverà senso di colpa per non essere adeguato nel farlo, o per aver mancato in qualcosa e si sentirà parassitata da richieste infinite, alla lunga soffocanti, sfibranti.

La persona sarà sempre infelice, scontenta, arrabbiata o angosciata per qualcosa. In situazioni estreme raggiungerà il collasso psichico.

Quindi si riprenderà, darà ad intendere che tutto è risolto, per poi ricominciare daccapo poco dopo.

In alcuni casi seminerà zizzania tra parti coinvolte diverse. Tra chi si dà da fare e chi non lo fa. Tra i buoni e i cattivi.

Cosa fare 

Ci troviamo di fronte a personalità con tratti perversi dove le gratificazioni sadomasochistiche diventano più rilevanti della speranza di una vita costruttiva.

Non è certo utile arrabbiarsi con loro pensando di scuoterle per aiutarle a reagire ma neanche assecondare il loro gioco asservendosi alle loro manipolazioni.

Utile invece, è comprendere fino in fondo di fronte a cosa ci troviamo: non si tratta di poca buona volontà, pigrizia o capricciosità, né tanto meno si tratta di calcolata malizia anche se in certi casi vi possono essere intenzionali manipolazioni che ottengono un tornaconto secondario.

Tali manipolazioni sono comunque al servizio di forze distruttive di cui sicuramente il portatore, non è conscio.

Dunque difese inconsce insorte precocemente come baluardo difensivo contro un’esperienza di dolore terrificante, intollerabile e potenzialmente disgregante  e che assumono l’aspetto di una silenziosa e subdola aggressività distruttiva che evacua la rabbia violenta di cui sono portatrici.

Tale rabbia è evidentemente un’esperienza più vitale e rassicurante rispetto all’annientamento della mente, qualora dovesse sperimentare quel “terrore senza nome” di cui parla Bion (1962).

La sfida per lo psicoterapeuta

La sfida che si trova ad affrontare lo psicoterapeuta è quella di non lasciarsi ingannare dall’apparente volontà di questi pazienti di ricevere una cura e di comprendere ciò che accade nella loro mente.

Ci si può trovare a passare anni ad elaborare e sviscerare con loro avvenimenti interni ed esterni, stati mentali, sogni, pensieri e così via.

E non ci si accorge che si sta dando qualcosa che il paziente non è in grado di assimilare, dato che ci troviamo di fronte all’assenza dell’apparato per pensare, anche se apparentemente non è così.

In altri termini questi pazienti hanno un funzionamento del tutto fittizio e ingannevole, caratterizzati come sono da un pensiero concreto di tipo psicotico, dietro l’apparente capacità di utilizzare il pensiero simbolico.

Se ci si sofferma sul contenuto dei loro discorsi spesso del tutto ragionevoli, invece di osservare l’impatto che queste persone hanno sul nostro modo di sentirci, ci si trova a vagare per anni in un territorio sempre più intricato.

Possono aver fame (di comprensione, conoscenza, consapevolezza) ma la loro fame non si può risolvere donando loro del buon cibo, dato che nel tempo il loro apparato digerente, a causa delle gravi carenze nell’accudimento primario, ha sviluppato una specie di reazione di rigetto.

Un pò come in quelle malattie autoimmuni, dove difese ipertrofiche finiscono con l’attaccare il corpo ancora sano, invece di proteggerlo dagli agenti patogeni.

Ci si può quindi illudere che raggiungendo l’interpretazione perfetta rispetto a ciò che si osserva in seduta si offrirà al paziente qualcosa di molto utile alla comprensione del funzionamento della propria mente, ma tale interpretazione, lungi dal portare ad un progresso nella cura, sortisce l’effetto esattamente opposto.

Avremo quindi diversi tipi di risposta tutti con un denominatore comune: quello di boicottare il successo della cura.

Comportamento di questi pazienti 

In quanto terapeuti, come dice la Joseph ” … ci si trova di fronte ad un assalto alla propria personalità, al proprio corpo e alla propria mente” (1991).

Questo “assalto” avviene in maniera inconscia ed ha lo scopo di impedire al terapeuta di destabilizzare l’equilibrio psichico faticosamente tenuto in piedi.

Tutto ciò che farà o dirà il paziente servirà a rendere l’analista cieco rispetto a quanto sta veramente accadendo dietro l’apparente collaborazione.

Allora il paziente potrà apparentemente trovarsi d’accordo con le osservazioni dell’analista e addirittura farne tesoro, ma successivamente avere una ricaduta e un aggravamento proprio di quegli aspetti di sé che sembrava aver compreso maggiormente.

Oppure lascerà cadere nel vuoto le parole del terapeuta, proseguendo con le proprie lamentele. Lasciando all’analista la responsabilità di sollecitare il paziente.

O ancora potrà mettere in discussione quanto detto introducendo il discorso con un “si ma…”  attirando l’analista in discussioni infinite.

In alternativa potrà riferire le cose in modo da provocare un atteggiamento di disapprovazione, soddisfacendo così le proprie aspettative masochistiche.

Ci saranno dei casi in cui il paziente si approprierà del sapere dell’analista anticipando le interpretazioni che immagina di ricevere, come se presumesse di sapere già tutto di lui e di ciò che farà o dirà, dandolo così per scontato in una sorta di subdola sottovalutazione, altri in cui sembrerà dimenticare o fraintendere o banalizzare o non capire affatto in una vera e propria aggressione passiva.

Potrà perfino capitare che il paziente critichi l’analista perché ha fornito un’interpretazione sentita come corretta ma data troppo tardi. Il paziente cioè sperimenterà non gratitudine per la comprensione ricevuta su di sé, ma al contrario rabbia per non averla ricevuta prima.

Oppure farà di tutto per indurre l’analista ad allearsi con lui in qualche questione per poi dubitare della sua approvazione una volta ottenuta.

Potrà cercare anche di indurre il suo terapeuta a tollerare o addirittura mettere in atto tutta una serie di infrazioni alle regole da lui date, rendendolo cieco di fronte a tali infrazioni.

Il vissuto del terapeuta sarà di volta in volta di frustrazione, rabbia, sollecitudine estrema, giudizio morale e così via.

E in ogni caso la relazione assumerà i contorni di un rapporto sadomasochista, dato che in alternanza, ad uno dei due membri della coppia sarà assegnato un ruolo di controllo e all’altro di vittima passiva.

Se il terapeuta, invece di osservare queste sottili manipolazioni all’interno della relazione, si impegna sempre più tenacemente nel seguire il paziente, quest’ultimo lo avrà neutralizzato.

Il movente segreto

In questo modo si realizza l’intento inconscio del paziente di ottenere una gratificazione immediata di natura tossicomanica e perversa e al tempo stesso di preservare un equilibrio psichico ottenuto al prezzo della salute mentale.

L’analista viene perciò messo nell’impossibilità di raggiungere l’obiettivo della cura cioè la consapevolezza.

L’alternativa per il paziente sarebbe quella di essere costretto ad affrontare un terrore arcaico contro cui tali baluardi inconsci si sono schierati.

Ma la vera vittima di questo attacco non è l’altro bensì una parte del sé, quella per l’appunto potenzialmente sana e desiderosa di collaborare a livello cosciente, ma troppo debole per farcela.

Vissuto con i pazienti che non fanno progressi

Il terapeuta deve combattere contro il senso di impotenza, disperazione e stanchezza che una tale situazione provoca e che è poi la stessa che il paziente sente dentro di sé e non è detto che alla fine non venga sconfitto da essa.

Inoltre deve essere vigile di fronte alla facile seduzione del fraintendimento.

Infatti con questo tipo di pazienti è inconsciamente indotto ad adeguarsi a determinate aspettative altrettanto inconsce del paziente.

Si troverà ad assumere allora vari ruoli: il maestro onnisciente, il genitore severo e punitivo, la madre ipercomprensiva, l’intellettuale erudito, e così via.

Spesso l’analista scoprirà di essere l’unico a pensare e desiderare un progresso nella comprensione, laddove il paziente sembrerà del tutto passivo.

In tutti i casi sarà perduta la possibilità di procedere perché tali ruoli saranno quelli prestabiliti dal copione inconscio e garantiranno la staticità della situazione, nonché l’equilibrio consolidato e patologico del paziente.

Non è certamente facile dunque riuscire ad individuare tali attacchi al lavoro dell’analista e allo stesso tempo promuovere nel paziente la comprensione di essi.

Per questo quando si parla dei trattamenti psicoanalitici come di qualcosa che ha a che fare con tempi interminabili, non ci si rende conto del fatto che, a volte, si fa riferimento a questo tipo di disturbi con cui gli psicoanalisti si misurano, le cui insidie sono molteplici sia per il paziente che per il terapeuta.

Aiutare queste persone

Se si vuole aiutare questi individui che non migliorano dunque, è fondamentale comprendere la sottile manipolazione in atto e al tempo stesso la reale angoscia sottostante.

Si deve avere la lucidità sufficiente per osservare gli effetti che la relazione con loro induce su di noi e su tutto l’entourage che le circonda, per non essere trascinati involontariamente all’interno dei ruoli assegnati, compresi quelli di coloro che si schierano a favore o contro l’aiuto alla persona.

Dato che l’impatto emotivo della relazione con loro è molto potente ed ha un effetto narcotizzante, ci si può sentire forzati ad agire.

Ciò significa che è in atto una manipolazione e se ci si sente fagocitati è tempo di porre un limite.

D’altro canto accade spesso che il comportamento patologico di queste persone sia sostenuto dai familiari, di solito almeno uno dei due genitori, che condividono, più o meno attivamente, lo stesso sistema di funzionamento manipolatorio.

Si tratta di genitori che mantengono un legame simbiotico e distruttivo con la persona in questione e che non tollerano una sua emancipazione verso la salute perché potrebbero subire esse stesse un crollo depressivo.

Così, anche se a volte chiedono aiuto per i propri figli, in realtà, appena questi fanno qualche progresso fanno in modo di farli retrocedere.

Non è raro che questi genitori spesso attacchino proprio il terapeuta sentito come una minaccia per la simbiosi, invece di sostenere il suo già improbo lavoro.

Dunque la situazione è molto complessa e non ci si deve lasciare indurre a credere illusoriamente nelle facili soluzioni e nel potere di una zelante buona volontà.

Non ci si deve neppure lasciar trascinare ad esprimere un facile giudizio nei confronti del malato o di chi gli è vicino, spesso messo in cattiva luce, in modo più o meno sottile, dal malato stesso.

Il modo migliore per aiutare queste persone è cercare di osservare il tipo di relazione che si instaura con loro  piuttosto che lasciarsi ingannare dalle loro parole.

Inoltre è essenziale rimanere neutrali nei confronti delle varie parti in gioco ed eventualmente agire solo dopo aver esaminato accuratamente tutti gli aspetti della situazione che comprendono: la persona in questione, il suo entourage e le relazioni reciproche tra le parti.

E’ bene mantenere un rapporto di dialogo collaborante con le varie parti in causa, terapeuta compreso.

Questo vale anche e soprattutto per noi terapeuti che siamo chiamati costantemente a vigilare sulla modalità con cui si esplica la relazione con i nostri pazienti, prima ancora che ad analizzare i contenuti portati in seduta, come se questi riguardassero loro, ma non noi.

Ancora una volta in queste situazioni gravi, consapevolezza e integrazione delle varie parti in gioco, interne o esterne al paziente, sono le armi più efficaci per sperare di promuovere il cambiamento.

Indicazioni bibliografiche

Bion, W.R. (1962) Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972

Joseph, B. (1989) Equilibrio e cambiamento psichico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1991.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando si viene abbandonati

 

Introduzione

Quando si viene abbandonati da una persona significativa ci si trova di fronte ad una situazione che provoca delle tensioni altamente regressive.

Si viene cioè esposti alle angosce primarie che hanno caratterizzato il percorso evolutivo di ciascuno.

O per dirla in termini più semplici, a livello emotivo e affettivo si è sbalzati all’indietro di parecchi anni e si attivano stati mentali tipici del bambino molto piccolo.

I Parte

L’impatto del primo anno di vita

Facciamo un discorso generale: il rapporto del bambino con la propria madre è caratterizzato da una serie di tappe evolutive che, anche quando si svolgono senza particolari intoppi, prevedono un certo grado di frustrazioni prodotte dal fatto che la madre non è sotto il suo controllo e può per questo disattendere le sue aspettative.

Ogni volta che il grado di frustrazione  supera una certa soglia di tollerabilità, nel bambino dei primi mesi di vita, insorgono angosce di morte percepite in forma persecutoria.

Ad esempio: il neonato ha fame e reclama il nutrimento che deve arrivare entro un certo tempo. Oltre questo tempo la frustrazione può rapidamente trasformarsi in angoscia dato che egli sperimenta un grado di eccitazione psico fisica impossibile da elaborare senza l’aiuto materno (tralascerò il caso in cui la soddisfazione avvenga troppo precocemente rispetto alla richiesta, sulle cui conseguenze mi soffermerò in altri articoli).

Tale eccitazione viene sentita come potenzialmente distruttiva.

Le esperienze frustranti e perciò cariche di angoscia quindi provocheranno stati di eccitazione rabbiosa vissuta come pericolosa. 

Il bambino per proteggersi dalle conseguenze di tali esperienze impara a separarle difensivamente da quelle buone e soddisfacenti.

A tale suddivisione corrisponde una equivalente separazione tra aspetti buoni e cattivi di sé e dell’oggetto-mamma (si veda per questo il mio articolo “psicoterapia del bambino e capacità di amare).

Se la situazione rientra in un tempo utile, grazie all’intervento della madre, il bambino vive alla fine una sensazione di contenimento (esperienza buona).

Su esperienze ripetute di contenimento si costruiscono le basi della struttura del  sé e una adeguata fiducia di base.

Più nel dettaglio, potendo contare su una certa solidità delle esperienze buone di sé e dell’altro, (dapprima con la madre e in seguito con entrambi i genitori) il bambino sarà in grado di integrarle con le esperienze cattive senza pregiudicarne la bontà di fondo.

A questa maggiore capacità di integrazione corrisponderà una maggior creatività e capacità di riparare ad eventuali danni e in definitiva  di amare.

In altre parole la struttura del sé diventa abbastanza forte da reggere di fronte a potenziali situazioni di frustrazione superandole in modo tale da risultarne arricchita e rinforzata.

Quando le cose si complicano…

Le cose si complicano invece, quando queste prime fasi dello sviluppo sono state caratterizzate da un eccessivo grado di frustrazione, quindi di distruttività e di conseguente angoscia di morte. La struttura del sé ne risulterà danneggiata. 

In cosa consiste questo danno? Anzitutto nel fatto che sarà più difficile tenere separate esperienze buone e cattive.

Come conseguenza l’immagine buona di sé e dell’altro sarà più facilmente attaccabile dalle parti cattive di sé e dell’oggetto.

In parole povere il mondo esterno diventerà nemico e la mente sarà facilmente invasa da senso di persecuzione e angoscia per la potenziale distruzione di tutto ciò che è buono.

La speranza di riparare i danni sarà minore, così come minori saranno le capacità creative e di amore.

Per riassumere…

In generale dunque di fronte a situazioni della vita molto frustranti, come nel caso di un abbandono, si tornerà a sperimentare la medesima angoscia, nel medesimo grado, delle primissime tappe dello sviluppo.

E diventerà molto più difficile farvi fronte qualora le spinte distruttive siano state più potenti di quelle costruttive. 

In questo caso il rischio di essere esposti ad una depressione sarà maggiore.

Perciò l’abbandono da parte di una persona amata può assumere diverse connotazioni a seconda della propria storia evolutiva.

II Parte

Quando si viene abbandonati: cosa succede

 

Faccio due premesse.

La prima: descriverò le cose in modo volutamente schematico e semplificato per facilitarne la comprensione.

La seconda: quanto sto per descrivere accade secondo modalità che, per ciascuno, saranno distribuite lungo un continuum i cui poli saranno caratterizzati da esperienze di intensità devastante da un lato ed esperienze dolorose ma gestibili, al polo opposto. Il punto in cui ci si troverà su questo continuum dipenderà dalla struttura di personalità, che, come ho spiegato, a sua volta è determinata in gran parte dalla storia evolutiva.

accettare la realtà

Cosa fare se una persona amata ci abbandona?

Qui è da capire una cosa fondamentale: non ci si può fare niente.

E’ proprio questa l’esperienza più angosciante: scoprire che si è completamente impotenti di fronte al libero arbitrio dell’altro.

Dunque la prima titanica impresa è quella di arrivare ad accettare questa semplice verità dei fatti.

Essere abbandonati da un oggetto amato equivale ad un vero e proprio lutto, anche se la perdita avviene su un piano ideale. La persona non è morta ma è andato perduto il suo amore.

Il necessario distacco dall’oggetto sul quale vi era stato un forte investimento affettivo  avviene lentamente e con grande fatica, infatti “tutti i ricordi e le aspettative con riferimento ai quali  la libido era legata all’oggetto vengono evocati e sovrainvestiti uno a uno, e il distacco della libido si effettua in relazione a ciascuno di essi”(Freud, 1915).

L’ambivalenza

Una seconda impresa da giganti consiste nell’accettare il fatto di essere attraversati da stati mentali opposti che ci rendono simili ad una fogliolina sbattuta di qua e di là da un vento capriccioso e alterno.

L’abbandono da parte di un oggetto amato infatti porta con sé l’intensificarsi dell'”ambivalenza”.

Sentimenti contrapposti, concomitanti ed estremi di amore e di odio, di struggimento e rabbia mettono a dura prova la capacità di integrarli tra loro, in una sintesi finale che abbia esito positivo.

Anche se sembra che l’odio o la rabbia prevalgano a causa del fatto che si è stati abbandonati e quindi traditi, tuttavia quello che paradossalmente complica le cose è che c’è ancora una dose di amore inestricabilmente intrecciata con l’odio e al tempo stesso inconciliabile con esso, nei confronti di quello stesso oggetto. 

Ecco perché si è tentati di svalutare completamente l’altro in modo da non dover fare i conti con la trappola dei sentimenti opposti a causa dei quali diventa ancora più difficile liberarsi dalla dipendenza nei suoi confronti.

La retrocessione alla posizione schizoparanoide

L’autrice M. Klein ci spiega che le due posizioni fondamentali dell’essere umano e poste in sequenza nel primo anno di vita, caratterizzeranno in alternanza tutte le tappe fondamentali del ciclo di vita (Klein, 1935).

Ogni qualvolta infatti, ci troveremo ad affrontare situazioni critiche sarà più difficile mantenere l’assetto mentale tipico della posizione più evoluta cioè quella depressiva, caratterizzata da capacità di integrare aspetti opposti di sé e dell’altro, con le conseguenti capacità di creare e amare.

Ogni situazione difficile della vita comporta uno stato di crisi che rimanda al senso di minaccia originario nel quale ci si sente aggrediti dall’interno e dall’esterno da qualcosa che va ad intaccare la sicurezza di parti buone del sé.

L’abbandono da parte di una persona prima amata e ora odiata è a tutti gli effetti un attacco alla stabilità delle buone relazioni interiorizzate. Tale attacco potrebbe rendere necessario difendersi ricorrendo al primitivo meccanismo della “scissione” tra aspetti buoni e cattivi dell’esperienza.

Gli aspetti cattivi verranno espulsi e proiettati nelle relazioni del mondo esterno.

L’altro diverrà un nemico e si intensificherà in generale il senso di persecuzione.

Il vuoto

Il rimpianto nei confronti di chi ci ha abbandonato può portare a sentirsi svuotati e privi di valore e questo quanto più avevamo riposto nell’altro parti buone di noi stessi. 

Anche qui ci viene in aiuto M. Klein (1946) quando ci spiega che il neonato mette, letteralmente, dentro la madre i propri stati d’animo intesi come parti di sé.

La madre, dal canto suo, essendo in totale contatto col proprio bambino dà un significato alle esperienze caotiche dei primi mesi di vita restituendogliele in forma digeribile e comprensibile e contribuendo così alla costruzione della sua mente (Bion, 1962).

In questo modo si strutturano  e definiscono i confini della mente del piccolo umano, con la conseguente capacità di differenziare il sé e l’altro, il mondo interno dal mondo esterno.

Se per qualche ragione questo processo subisce degli intoppi il bambino continuerà a proiettare disperatamente nella madre stati mentali, bisogni e parti di sé sentendo che esse non gli appartengono più.

La conseguenza sarà un progressivo svuotamento della personalità, un impoverimento percepito appunto come vuoto incolmabile oltre che come un ingigantirsi della minaccia persecutoria.

Quindi nel momento in cui si viene abbandonati si è soggetti ad una esperienza percepita a diversi gradi, come perdita di significato e di valore.  

L’attacco all’immagine di sé

Chi viene abbandonato, percepisce tale abbandono come un rifiuto della propria persona.

Quindi non abbiamo a che fare solo con la perdita dell’oggetto amato, cosa già di per sé complicata da elaborare, ma con un attacco alla propria immagine di sé, al proprio narcisismo.  L’angoscia di morte riguarderà anche se stessi: morte della propria identità.

L’identità di ciascuno di noi inizia a costruirsi  attraverso lo sguardo materno. Se la mamma ci ha guardato con sguardo amorevole, noi abbiamo avuto la fortuna, specchiandoci, di vedere un’immagine riflessa arricchita dal suo sguardo(Mc Dougall, 1982).

Questa esperienza, assieme a quella vissuta con altri oggetti significativi, a poco a poco è divenuta la nostra immagine di noi stessi. Dai primi abbozzi di identità fino ad una identità ben strutturata.

Ora, quando l’altro ci abbandona, noi interpretiamo questo fatto come se fosse un rifiuto equiparabile a quello da parte della figura primaria che ha dato origine alla nostra stessa persona. 

Questo perché  il valore del nostro sé e la nostra identità si sono costruiti nella relazione con l’altro.

I sentimenti di colpa, indegnità e svalorizzazione del sé

Sentimenti di colpa e svalorizzazione del sé possono tormentare la mente di chi viene abbandonato, specialmente se la relazione primaria con la madre è stata carente.

Freud nel saggio “lutto e melanconia” (1915) descrive cosa accade quando l’attaccamento all’oggetto perduto è di tipo narcisistico e quindi basato sulla permanenza inconscia del legame simbiotico originario.

Ogni forma di investimento “libidico” si stacca dall’oggetto amato ma invece di essere gradualmente re-investito in nuovi interessi, come avviene nell’elaborazione del lutto normale, viene riportato dentro l’Io. 

In altre parole la persona abbandonata si identifica completamente con l’oggetto perduto e per questo rivolge a sé l’odio riservato ad esso.

Tale odio è quello originario riservato ad una madre gravemente insoddisfacente durante le prime poppate. In esse vi erano tutta la fame e la voracità accentuate dalla frustrazione.

L’oggetto amato diventa un pasto divorato e distrutto e il sé identificato con esso subisce lo stesso destino. Questo processo è all’origine delle depressioni più gravi (Abraham, 1924).

III Parte 

Quando si viene abbandonati: sfatare un  mito

Anzitutto è fondamentale differenziare chi siamo da ciò che ci è successo.

L’altro ci abbandona per la propria situazione interna ed esterna e per il modo con cui essa si è intrecciata con la nostra.

Perciò possiamo interrogarci sul contributo che abbiamo dato, coscientemente o meno, a quanto ci è accaduto, senza però trarne un giudizio di valore su noi stessi.

In secondo luogo la sensazione di non poter sopravvivere senza l’altro è quella del neonato che non sarebbe sopravvissuto senza la mamma. 

Si tratta di un passato remoto che si ripete nell’attualità della nostra esistenza almeno finché non facciamo luce su di esso.

Gran parte del dolore viene dal sentire che l’altro porta via con sé tutto ciò a cui si dava valore, mentre l’immagine di noi si sgretola.

Questo è un dolore originario perché rimanda alle prime esperienze, quando lo sguardo della madre era tutto per capire chi fossimo e un suo volgerlo lontano da noi significava non esistenza del sé. Quando la perdita della sua attenzione significava timore di non esserci più, una sua inaccessibilità emotiva voleva dire assenza di significato e una sua assenza fisica significava potenziale rischio di morte…

Ma ora non è più così. 

La sfida da affrontare 

Ritengo che la sfida per ogni essere umano consista nello scoprire chi siamo al di là delle esperienze biologiche e psicologiche legate alla nostra ontogenesi.

Ma per farlo dobbiamo prima comprendere dove ci collochiamo all’interno di esse.

Ora in questo ammasso di lavoro per la psiche che stenderebbe Maciste, c’è una buona notizia: se si riesce a non farsi prendere dal panico è possibile fare un’esperienza unica di rimaneggiamento radicale del proprio sé. 

Da soli o, se necessario, con l’aiuto di qualcuno, questa è l’opportunità che si offre quando si viene lasciati.

Il segreto è comportarsi come Ulisse quando voleva ascoltare il canto delle sirene. Legato all’albero maestro della sua nave è rimasto immobile a sentire ogni nota di quella musica mortale.

Ma proprio perché legato non è morto.

Ed ecco la metafora: rimanere immobili ad osservare. Il che equivale a dire: non lasciarsi trascinare ma confidare in questa incredibile capacità a disposizione di ciascuno di noi di osservare ciò che accade.

In questo senso la psicoanalisi offre un’opportunità enorme di praticare questa disciplina e di prepararsi ad essa.

All’inizio infatti è il terapeuta che mette a disposizione le sue funzioni osservative, analitiche e di contenimento mentre gradualmente verranno acquisite dal paziente.

La capacità di fare silenzio e di sostare in esso è indispensabile a qualsiasi psicoanalista se vuole essere in grado di ascoltare ciò che accade tra lui e il suo paziente, in attesa che affiori un significato cui dare voce.

Praticare l’osservazione

Ma se vi sentite in grado potete provare a mettere in pratica l’osservazione da soli, anche se sconsiglio di farlo alla leggera e senza alcun tipo di guida, specialmente se sentite di stare molto male.

Prendete in ogni caso tutte le informazioni possibili sulla vostra situazione, confrontatevi con persone che sappiano di cosa state parlando, leggete libri, guardate video. Insomma trovate tutto ma proprio tutto quello che c’è da fare e da sapere in modo da non essere colti alla sprovvista. 

Come quando si affronta un territorio sconosciuto, bisogna raccogliere le osservazioni di chi lo ha già esplorato per non attraversarlo da sprovveduti.

Ma l’informazione non basta. Essa serve a dare un’idea dei nomi da dare a quanto troveremo, nel momento in cui ci lasceremo attraversare dalle più o meno violente turbolenze emotive che passeranno dalle nostre parti.

Quando l’altro se ne va è come se portasse via con sé delle parti di noi. Quanto maggiore è stato l’investimento da parte nostra, tanto più ci sarà la percezione di essere svuotati. Come se dentro di noi e nella nostra vita non rimanesse niente di  significativo e tale da meritare la nostra attenzione e il nostro desiderio. 

Allora questo è il mito da sfatare, la percezione distorta, l’illusione più potente e dannosa. 

L’amore come crescita spirituale

Anche quando si viene abbandonati stiamo confrontandoci con un’esperienza che riguarda la relazione con il nostro oggetto d’amore. Comunque essa si configuri nel momento presente, ci dice qualcosa di noi e di come ci siamo strutturati.

In questo senso è una cartina di tornasole per capire a che punto ci troviamo nella nostra evoluzione personale.

Si può individuare il percorso da seguire e la meta da raggiungere solo se si conosce il punto in cui ci si trova in un determinato momento.

Per questo vale la pena di utilizzare l’esperienza della perdita della persona amata per conoscersi a fondo e quindi ridefinire la propria identità, autodeterminandosi.

Nell’atto di osservare essendo pienamente presenti a sé stessi, ci si dona uno sguardo amorevole e compassionevole, cioè privo di giudizio. Questo sguardo lo paragonerei alla bellezza dell’incontro degli occhi della madre con quelli del suo bambino.

Quando la madre non sia assorbita da urgenze interne prevaricanti, questo incontro dà al bambino la sensazione di esistere e di avere valore.

Così quando attraverso l’osservazione liberiamo la nostra mente dai suoi pressanti bisogni e la accogliamo nel silenzio, possiamo sentire di esserci al di là della situazione contingente e questo gradualmente ci libera dal peso della nostra vecchia identità, donandoci una consapevolezza capace di andare oltre la nostra storia e la nostra percezione soggettiva.

Ed è questo che costituisce il fondamento dell’amore universale. 

Quell’amore che, libero da attaccamenti contingenti e soggettivi, si può dare nella libertà perfino a chi ci ha abbandonato.

Bibliografia 

Abraham, K. (1924) Perdita dell’oggetto e introiezione nel lutto normale e negli stati psichici anormali, in Opere, vol. I Torino, Boringhieri 1975

Bion, W. R. (1962) Learning from Experience, trad. it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1988.

Freud, S. (1915) Trauer und Melancholie, trad. it. Lutto e melanconia, in Opere, vol. VIII Torino, Boringhieri, 1967-1980.

Klein, M. (1935) Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressivi, in Scritti 1921-1958, Torino, Boringhieri, 1978.

Klein, M. (1946) Alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Torino, Boringhieri,1978.

Mc Dougall, J. (1982) Teatri dell’Io, Cortina, Milano, 1988.

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Di Marina Mollica 

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Genitori dei bambini in terapia

Introduzione

Un argomento che mi sta a cuore è quello che riguarda il rapporto con i genitori dei bambini in terapia.

Questo argomento è molto  vasto perciò sarà opportuno sviscerarlo in più articoli.

Per prima cosa mi soffermerò sulle grandi difficoltà che devono affrontare i genitori quando portano il loro figlio da un terapeuta.

Ci vuole molto coraggio e molta generosità ad affrontare anche solo l’idea di affidare i propri figli alle cure di qualcun altro.

Questo è tanto più vero quanto più i bambini sono piccoli e quindi ancora legati da un rapporto di natura simbiotica soprattutto con la propria madre.

Un genitore deve sentire che affidare il proprio bambino allo psicologo è la soluzione migliore per lui.

Questo spesso accade perché tutte le altre soluzioni sono state fallimentari.

In genere quando i genitori arrivano a rivolgersi allo psicoterapeuta sono in questo tipo di condizione mentale: sentono che le loro risorse si sono esaurite e quindi sono disposti a farsi guidare da una persona “esperta”.

Quando hanno il loro primo incontro con questa persona sono pieni di dubbi, timori, insicurezze e angoscia, ma anche di aspettative e speranze.

Temono di aver sbagliato tutto, di essere giudicati, di mostrare le loro pecche. Si sentono prevalentemente in colpa, ma anche arrabbiati ed esasperati.

Tutto questo li mette nelle condizioni di provare un iniziale sollievo quando finalmente riescono a mettere in parole pensieri e sentimenti confusi e a fare chiarezza con una persona che sentono capace di dare dei contorni più definiti ai loro fantasmi.

Ed è così che in fondo al tunnel sembra farsi un pò di luce.

Ma questo stato mentale dura poco.

Le difficoltà dell’alleanza con i genitori dei bambini in terapia

La breve durata dell’entusiasmo iniziale è uno dei problemi dell’alleanza con i genitori, su cui oggi mi vorrei soffermare.

Passato il primo momento, carico di buona volontà, poco per volta subentra lo stato di affaticamento dovuto al fatto che le cose non vanno praticamente mai secondo le aspettative.

Queste aspettative riguardano i tempi e i modi in cui il bambino dovrebbe cambiare.

I genitori, anche in questo contesto, fanno l’esperienza dell’ imprevedibilità della vita e della sua naturale tendenza a sfuggire ad ogni tentativo di ridurla al proprio controllo.

Pensano che il terapeuta, essendo un esperto, produca un cambiamento in tempi brevi e nella direzione da loro immaginata.

E laddove le cose sono sfuggite loro di mano, si illudono che non succeda ad un terapeuta sicuramente dotato di capacità quasi magiche.

Di fatto questo non accade perché in genere la questione che si va ad affrontare è di solito più complessa di quanto si riesca a comprendere al momento della presa in carico, e questa complessità si dispiega un pò alla volta.

E a poco servirebbe anticipare le varie tappe del cammino con accurate spiegazioni.

Un tale resoconto introduttivo, nonostante venga puntualmente fatto, sarà presto dimenticato perché non accompagnato dal supporto dell’esperienza concreta.

I genitori perciò, sono praticamente costretti, insieme al terapeuta, a fare esperienza di quella che il poeta inglese John Keats (1817-1818), poi ripreso dallo psicoanalista W. Bion (1970), chiama “capacità negativa”.

Essa consiste nella capacità di sostare nell’incertezza, nella cecità della mente razionale, nell’assenza di risposte, confidando che col tempo esse arriveranno in un modo o nell’altro.

Per poter fare questo, il terapeuta deve avere fiducia nel processo terapeutico, e i genitori devono avere fiducia nel terapeuta.

Un problema in terapia: l’aggravarsi dei sintomi

Una cosa difficile da accettare ad esempio è quella di assistere, dopo un iniziale miglioramento, ad un aggravarsi dei sintomi del bambino o al fatto di vederne comparire di nuovi.

Questo può succedere perché il paziente, con il procedere della terapia, ha finalmente l’occasione, di regredire alla fase in cui il suo sviluppo ha subito una battuta d’arresto.

Ciò significa che, come in un viaggio a ritroso nel tempo, ci troviamo improvvisamente ad avere a che fare con un bambino di età molto inferiore a quella attuale, ad esempio l’età in cui non aveva ancora raggiunto il controllo degli sfinteri.

E’ terribile per un genitore che porta il figlio in terapia nella speranza che si liberi, poniamo, di un disturbo oppositivo, trovarsi con lo stesso bambino che ora si mette a bagnare il letto.

Naturalmente questo può sembrare un segno di fallimento del trattamento e ciò, nonostante sia stato spiegato in varie maniere che prima di arrivare ad una soluzione definitiva del problema è probabile che si debba passare attraverso delle fasi critiche.

Perciò quello che sembra un aggravarsi o approfondirsi del problema non è altro che uno dei passaggi necessari per arrivare al nocciolo della questione.

Di fatto si tratta di un progresso dal punto di vista evolutivo.

Questi sono i momenti in cui è fondamentale che i genitori facciano la loro parte, che in sostanza consiste nell’avere il coraggio di fare il primo vero salto nel buio, affidandosi alle parole del terapeuta anche se possono risultare piuttosto aliene.

Bambini in terapia: un’ occasione per una terapia dei genitori

E’ evidente che in questo senso, la terapia del bambino è in realtà una terapia familiare, dato che obbliga tutti ad allargare i confini di quanto è risaputo, per ribaltare, a volte completamente, la prospettiva.

In certi casi, gli incontri previsti per i genitori non bastano.

Specialmente in situazioni gravi, nelle quali si possono verificare condizioni acute di disagio, ingestibili con le sole sedute a disposizione, può essere necessario per i genitori fare un lavoro a parte, di tipo individuale o della coppia genitoriale.

In alcuni casi è necessaria una presa in carico farmacologica del paziente designato e un lavoro con tutta la famiglia.

Ma a parte queste situazioni estreme, normalmente quella che è richiesta è una buona dose di perseveranza e la capacità di aprire la mente a ciò che è nuovo e inaspettato.

Inoltre è necessario entrare nell’ordine di idee che la persona del terapeuta è destinata a diventare parte, in qualche modo, del sistema familiare, accettando la necessaria dipendenza da lui come da un genitore.

In questo senso si risveglieranno i vissuti dei genitori nei confronti dei propri genitori e questi stati mentali influenzeranno la loro capacità di allearsi con il terapeuta.

Il terapeuta dovrà avere la pazienza di contenere le angosce dei genitori che spesso potranno manifestarsi come dei veri e propri attacchi rabbiosi nei suoi confronti dato che sembrerà diventare improvvisamente la causa di tutti i mali, come se in precedenza tutto fosse stato migliore.

La tendenza a fare del terapeuta un capro espiatorio potrà essere uno dei rischi da considerare.

E la propensione al facile giudizio, alla sfiducia e alla delusione potranno essere gli ostacoli da superare.

Il terapeuta di fatto si troverà a svolgere contemporaneamente il ruolo di un genitore ma anche di un figlio, oggetto di aspettative genitoriali.

In questo senso sperimenterà sulla sua pelle ciò a cui anche il bambino è sottoposto.

Tutto questo dovrà essere trasformato in qualcosa di utile e utilizzabile sia per proteggere la terapia del bambino, che per aiutare i genitori a comprendere meglio se stessi.

Se tutti questi ostacoli saranno superati, la terapia avrà a sua disposizione alcuni degli indispensabili presupposti per risolversi positivamente.

 

Riferimenti bibliografici

Bion, W. R. (1970), Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.

Keats, J (1817-1818), Letters of John Keats, a c. di R Gittings , O.U.P., Oxford 1987, trad it. Lettere sulla poesia, Feltrinelli, Milano 1984.

 

Di Marina Mollica

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