Introduzione 
Quando si viene abbandonati da una persona significativa ci si trova di fronte ad una situazione che provoca delle tensioni altamente regressive.
Si viene cioè esposti alle angosce primarie che hanno caratterizzato il percorso evolutivo di ciascuno.
O per dirla in termini più semplici, a livello emotivo e affettivo si è sbalzati all’indietro di parecchi anni e si attivano stati mentali tipici del bambino molto piccolo.
I Parte
L’impatto del primo anno di vita
Facciamo un discorso generale: il rapporto del bambino con la propria madre è caratterizzato da una serie di tappe evolutive che, anche quando si svolgono senza particolari intoppi, prevedono un certo grado di frustrazioni prodotte dal fatto che la madre non è sotto il suo controllo e può per questo disattendere le sue aspettative.
Ogni volta che il grado di frustrazione supera una certa soglia di tollerabilità, nel bambino dei primi mesi di vita, insorgono angosce di morte percepite in forma persecutoria.
Ad esempio: il neonato ha fame e reclama il nutrimento che deve arrivare entro un certo tempo. Oltre questo tempo la frustrazione può rapidamente trasformarsi in angoscia dato che egli sperimenta un grado di eccitazione psico fisica impossibile da elaborare senza l’aiuto materno (tralascerò il caso in cui la soddisfazione avvenga troppo precocemente rispetto alla richiesta, sulle cui conseguenze mi soffermerò in altri articoli).
Tale eccitazione viene sentita come potenzialmente distruttiva.
Le esperienze frustranti e perciò cariche di angoscia quindi provocheranno stati di eccitazione rabbiosa vissuta come pericolosa.
Il bambino per proteggersi dalle conseguenze di tali esperienze impara a separarle difensivamente da quelle buone e soddisfacenti.
A tale suddivisione corrisponde una equivalente separazione tra aspetti buoni e cattivi di sé e dell’oggetto-mamma (si veda per questo il mio articolo “psicoterapia del bambino e capacità di amare).
Se la situazione rientra in un tempo utile, grazie all’intervento della madre, il bambino vive alla fine una sensazione di contenimento (esperienza buona).
Su esperienze ripetute di contenimento si costruiscono le basi della struttura del sé e una adeguata fiducia di base.
Più nel dettaglio, potendo contare su una certa solidità delle esperienze buone di sé e dell’altro, (dapprima con la madre e in seguito con entrambi i genitori) il bambino sarà in grado di integrarle con le esperienze cattive senza pregiudicarne la bontà di fondo.
A questa maggiore capacità di integrazione corrisponderà una maggior creatività e capacità di riparare ad eventuali danni e in definitiva di amare.
In altre parole la struttura del sé diventa abbastanza forte da reggere di fronte a potenziali situazioni di frustrazione superandole in modo tale da risultarne arricchita e rinforzata.
Quando le cose si complicano…
Le cose si complicano invece, quando queste prime fasi dello sviluppo sono state caratterizzate da un eccessivo grado di frustrazione, quindi di distruttività e di conseguente angoscia di morte. La struttura del sé ne risulterà danneggiata.
In cosa consiste questo danno? Anzitutto nel fatto che sarà più difficile tenere separate esperienze buone e cattive.
Come conseguenza l’immagine buona di sé e dell’altro sarà più facilmente attaccabile dalle parti cattive di sé e dell’oggetto.
In parole povere il mondo esterno diventerà nemico e la mente sarà facilmente invasa da senso di persecuzione e angoscia per la potenziale distruzione di tutto ciò che è buono.
La speranza di riparare i danni sarà minore, così come minori saranno le capacità creative e di amore.
Per riassumere…
In generale dunque di fronte a situazioni della vita molto frustranti, come nel caso di un abbandono, si tornerà a sperimentare la medesima angoscia, nel medesimo grado, delle primissime tappe dello sviluppo.
E diventerà molto più difficile farvi fronte qualora le spinte distruttive siano state più potenti di quelle costruttive.
In questo caso il rischio di essere esposti ad una depressione sarà maggiore.
Perciò l’abbandono da parte di una persona amata può assumere diverse connotazioni a seconda della propria storia evolutiva.
II Parte
Quando si viene abbandonati: cosa succede
Faccio due premesse.
La prima: descriverò le cose in modo volutamente schematico e semplificato per facilitarne la comprensione.
La seconda: quanto sto per descrivere accade secondo modalità che, per ciascuno, saranno distribuite lungo un continuum i cui poli saranno caratterizzati da esperienze di intensità devastante da un lato ed esperienze dolorose ma gestibili, al polo opposto. Il punto in cui ci si troverà su questo continuum dipenderà dalla struttura di personalità, che, come ho spiegato, a sua volta è determinata in gran parte dalla storia evolutiva.
accettare la realtà
Cosa fare se una persona amata ci abbandona?
Qui è da capire una cosa fondamentale: non ci si può fare niente.
E’ proprio questa l’esperienza più angosciante: scoprire che si è completamente impotenti di fronte al libero arbitrio dell’altro.
Dunque la prima titanica impresa è quella di arrivare ad accettare questa semplice verità dei fatti.
Essere abbandonati da un oggetto amato equivale ad un vero e proprio lutto, anche se la perdita avviene su un piano ideale. La persona non è morta ma è andato perduto il suo amore.
Il necessario distacco dall’oggetto sul quale vi era stato un forte investimento affettivo avviene lentamente e con grande fatica, infatti “tutti i ricordi e le aspettative con riferimento ai quali la libido era legata all’oggetto vengono evocati e sovrainvestiti uno a uno, e il distacco della libido si effettua in relazione a ciascuno di essi”(Freud, 1915).
L’ambivalenza
Una seconda impresa da giganti consiste nell’accettare il fatto di essere attraversati da stati mentali opposti che ci rendono simili ad una fogliolina sbattuta di qua e di là da un vento capriccioso e alterno.
L’abbandono da parte di un oggetto amato infatti porta con sé l’intensificarsi dell'”ambivalenza”.
Sentimenti contrapposti, concomitanti ed estremi di amore e di odio, di struggimento e rabbia mettono a dura prova la capacità di integrarli tra loro, in una sintesi finale che abbia esito positivo.
Anche se sembra che l’odio o la rabbia prevalgano a causa del fatto che si è stati abbandonati e quindi traditi, tuttavia quello che paradossalmente complica le cose è che c’è ancora una dose di amore inestricabilmente intrecciata con l’odio e al tempo stesso inconciliabile con esso, nei confronti di quello stesso oggetto.
Ecco perché si è tentati di svalutare completamente l’altro in modo da non dover fare i conti con la trappola dei sentimenti opposti a causa dei quali diventa ancora più difficile liberarsi dalla dipendenza nei suoi confronti.
La retrocessione alla posizione schizoparanoide
L’autrice M. Klein ci spiega che le due posizioni fondamentali dell’essere umano e poste in sequenza nel primo anno di vita, caratterizzeranno in alternanza tutte le tappe fondamentali del ciclo di vita (Klein, 1935).
Ogni qualvolta infatti, ci troveremo ad affrontare situazioni critiche sarà più difficile mantenere l’assetto mentale tipico della posizione più evoluta cioè quella depressiva, caratterizzata da capacità di integrare aspetti opposti di sé e dell’altro, con le conseguenti capacità di creare e amare.
Ogni situazione difficile della vita comporta uno stato di crisi che rimanda al senso di minaccia originario nel quale ci si sente aggrediti dall’interno e dall’esterno da qualcosa che va ad intaccare la sicurezza di parti buone del sé. 
L’abbandono da parte di una persona prima amata e ora odiata è a tutti gli effetti un attacco alla stabilità delle buone relazioni interiorizzate. Tale attacco potrebbe rendere necessario difendersi ricorrendo al primitivo meccanismo della “scissione” tra aspetti buoni e cattivi dell’esperienza.
Gli aspetti cattivi verranno espulsi e proiettati nelle relazioni del mondo esterno.
L’altro diverrà un nemico e si intensificherà in generale il senso di persecuzione.
Il vuoto
Il rimpianto nei confronti di chi ci ha abbandonato può portare a sentirsi svuotati e privi di valore e questo quanto più avevamo riposto nell’altro parti buone di noi stessi.
Anche qui ci viene in aiuto M. Klein (1946) quando ci spiega che il neonato mette, letteralmente, dentro la madre i propri stati d’animo intesi come parti di sé.
La madre, dal canto suo, essendo in totale contatto col proprio bambino dà un significato alle esperienze caotiche dei primi mesi di vita restituendogliele in forma digeribile e comprensibile e contribuendo così alla costruzione della sua mente (Bion, 1962).
In questo modo si strutturano e definiscono i confini della mente del piccolo umano, con la conseguente capacità di differenziare il sé e l’altro, il mondo interno dal mondo esterno.
Se per qualche ragione questo processo subisce degli intoppi il bambino continuerà a proiettare disperatamente nella madre stati mentali, bisogni e parti di sé sentendo che esse non gli appartengono più.
La conseguenza sarà un progressivo svuotamento della personalità, un impoverimento percepito appunto come vuoto incolmabile oltre che come un ingigantirsi della minaccia persecutoria.
Quindi nel momento in cui si viene abbandonati si è soggetti ad una esperienza percepita a diversi gradi, come perdita di significato e di valore.
L’attacco all’immagine di sé
Chi viene abbandonato, percepisce tale abbandono come un rifiuto della propria persona.
Quindi non abbiamo a che fare solo con la perdita dell’oggetto amato, cosa già di per sé complicata da elaborare, ma con un attacco alla propria immagine di sé, al proprio narcisismo. L’angoscia di morte riguarderà anche se stessi: morte della propria identità.
L’identità di ciascuno di noi inizia a costruirsi attraverso lo sguardo materno. Se la mamma ci ha guardato con sguardo amorevole, noi abbiamo avuto la fortuna, specchiandoci, di vedere un’immagine riflessa arricchita dal suo sguardo(Mc Dougall, 1982).
Questa esperienza, assieme a quella vissuta con altri oggetti significativi, a poco a poco è divenuta la nostra immagine di noi stessi. Dai primi abbozzi di identità fino ad una identità ben strutturata.
Ora, quando l’altro ci abbandona, noi interpretiamo questo fatto come se fosse un rifiuto equiparabile a quello da parte della figura primaria che ha dato origine alla nostra stessa persona.
Questo perché il valore del nostro sé e la nostra identità si sono costruiti nella relazione con l’altro.
I sentimenti di colpa, indegnità e svalorizzazione del sé
Sentimenti di colpa e svalorizzazione del sé possono tormentare la mente di chi viene abbandonato, specialmente se la relazione primaria con la madre è stata carente.
Freud nel saggio “lutto e melanconia” (1915) descrive cosa accade quando l’attaccamento all’oggetto perduto è di tipo narcisistico e quindi basato sulla permanenza inconscia del legame simbiotico originario.
Ogni forma di investimento “libidico” si stacca dall’oggetto amato ma invece di essere gradualmente re-investito in nuovi interessi, come avviene nell’elaborazione del lutto normale, viene riportato dentro l’Io.
In altre parole la persona abbandonata si identifica completamente con l’oggetto perduto e per questo rivolge a sé l’odio riservato ad esso.
Tale odio è quello originario riservato ad una madre gravemente insoddisfacente durante le prime poppate. In esse vi erano tutta la fame e la voracità accentuate dalla frustrazione.
L’oggetto amato diventa un pasto divorato e distrutto e il sé identificato con esso subisce lo stesso destino. Questo processo è all’origine delle depressioni più gravi (Abraham, 1924).
III Parte
Quando si viene abbandonati: sfatare un mito
Anzitutto è fondamentale differenziare chi siamo da ciò che ci è successo.
L’altro ci abbandona per la propria situazione interna ed esterna e per il modo con cui essa si è intrecciata con la nostra.
Perciò possiamo interrogarci sul contributo che abbiamo dato, coscientemente o meno, a quanto ci è accaduto, senza però trarne un giudizio di valore su noi stessi.
In secondo luogo la sensazione di non poter sopravvivere senza l’altro è quella del neonato che non sarebbe sopravvissuto senza la mamma.
Si tratta di un passato remoto che si ripete nell’attualità della nostra esistenza almeno finché non facciamo luce su di esso.
Gran parte del dolore viene dal sentire che l’altro porta via con sé tutto ciò a cui si dava valore, mentre l’immagine di noi si sgretola.
Questo è un dolore originario perché rimanda alle prime esperienze, quando lo sguardo della madre era tutto per capire chi fossimo e un suo volgerlo lontano da noi significava non esistenza del sé. Quando la perdita della sua attenzione significava timore di non esserci più, una sua inaccessibilità emotiva voleva dire assenza di significato e una sua assenza fisica significava potenziale rischio di morte…
Ma ora non è più così.
La sfida da affrontare
Ritengo che la sfida per ogni essere umano consista nello scoprire chi siamo al di là delle esperienze biologiche e psicologiche legate alla nostra ontogenesi.
Ma per farlo dobbiamo prima comprendere dove ci collochiamo all’interno di esse.
Ora in questo ammasso di lavoro per la psiche che stenderebbe Maciste, c’è una buona notizia: se si riesce a non farsi prendere dal panico è possibile fare un’esperienza unica di rimaneggiamento radicale del proprio sé.
Da soli o, se necessario, con l’aiuto di qualcuno, questa è l’opportunità che si offre quando si viene lasciati.
Il segreto è comportarsi come Ulisse quando voleva ascoltare il canto delle sirene. Legato all’albero maestro della sua nave è rimasto immobile a sentire ogni nota di quella musica mortale.
Ma proprio perché legato non è morto.
Ed ecco la metafora: rimanere immobili ad osservare. Il che equivale a dire: non lasciarsi trascinare ma confidare in questa incredibile capacità a disposizione di ciascuno di noi di osservare ciò che accade.
In questo senso la psicoanalisi offre un’opportunità enorme di praticare questa disciplina e di prepararsi ad essa.
All’inizio infatti è il terapeuta che mette a disposizione le sue funzioni osservative, analitiche e di contenimento mentre gradualmente verranno acquisite dal paziente.
La capacità di fare silenzio e di sostare in esso è indispensabile a qualsiasi psicoanalista se vuole essere in grado di ascoltare ciò che accade tra lui e il suo paziente, in attesa che affiori un significato cui dare voce.
Praticare l’osservazione
Ma se vi sentite in grado potete provare a mettere in pratica l’osservazione da soli, anche se sconsiglio di farlo alla leggera e senza alcun tipo di guida, specialmente se sentite di stare molto male.
Prendete in ogni caso tutte le informazioni possibili sulla vostra situazione, confrontatevi con persone che sappiano di cosa state parlando, leggete libri, guardate video. Insomma trovate tutto ma proprio tutto quello che c’è da fare e da sapere in modo da non essere colti alla sprovvista.
Come quando si affronta un territorio sconosciuto, bisogna raccogliere le osservazioni di chi lo ha già esplorato per non attraversarlo da sprovveduti. 
Ma l’informazione non basta. Essa serve a dare un’idea dei nomi da dare a quanto troveremo, nel momento in cui ci lasceremo attraversare dalle più o meno violente turbolenze emotive che passeranno dalle nostre parti.
Quando l’altro se ne va è come se portasse via con sé delle parti di noi. Quanto maggiore è stato l’investimento da parte nostra, tanto più ci sarà la percezione di essere svuotati. Come se dentro di noi e nella nostra vita non rimanesse niente di significativo e tale da meritare la nostra attenzione e il nostro desiderio.
Allora questo è il mito da sfatare, la percezione distorta, l’illusione più potente e dannosa.
L’amore come crescita spirituale
Anche quando si viene abbandonati stiamo confrontandoci con un’esperienza che riguarda la relazione con il nostro oggetto d’amore. Comunque essa si configuri nel momento presente, ci dice qualcosa di noi e di come ci siamo strutturati.
In questo senso è una cartina di tornasole per capire a che punto ci troviamo nella nostra evoluzione personale.
Si può individuare il percorso da seguire e la meta da raggiungere solo se si conosce il punto in cui ci si trova in un determinato momento.
Per questo vale la pena di utilizzare l’esperienza della perdita della persona amata per conoscersi a fondo e quindi ridefinire la propria identità, autodeterminandosi.
Nell’atto di osservare essendo pienamente presenti a sé stessi, ci si dona uno sguardo amorevole e compassionevole, cioè privo di giudizio. Questo sguardo lo paragonerei alla bellezza dell’incontro degli occhi della madre con quelli del suo bambino.
Quando la madre non sia assorbita da urgenze interne prevaricanti, questo incontro dà al bambino la sensazione di esistere e di avere valore.
Così quando attraverso l’osservazione liberiamo la nostra mente dai suoi pressanti bisogni e la accogliamo nel silenzio, possiamo sentire di esserci al di là della situazione contingente e questo gradualmente ci libera dal peso della nostra vecchia identità, donandoci una consapevolezza capace di andare oltre la nostra storia e la nostra percezione soggettiva.
Ed è questo che costituisce il fondamento dell’amore universale.
Quell’amore che, libero da attaccamenti contingenti e soggettivi, si può dare nella libertà perfino a chi ci ha abbandonato.
Bibliografia
Abraham, K. (1924) Perdita dell’oggetto e introiezione nel lutto normale e negli stati psichici anormali, in Opere, vol. I Torino, Boringhieri 1975
Bion, W. R. (1962) Learning from Experience, trad. it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1988.
Freud, S. (1915) Trauer und Melancholie, trad. it. Lutto e melanconia, in Opere, vol. VIII Torino, Boringhieri, 1967-1980.
Klein, M. (1935) Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressivi, in Scritti 1921-1958, Torino, Boringhieri, 1978.
Klein, M. (1946) Alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Torino, Boringhieri,1978.
Mc Dougall, J. (1982) Teatri dell’Io, Cortina, Milano, 1988.
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Di Marina Mollica
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