
Non smetto mai di stupirmi quando vedo bambini definiti come ritirati, gravemente disturbati e per questo terrorizzati dagli estranei, illuminarsi di gioia e trattarmi come loro pari non appena gli metto a disposizione una stanza, dei giochi e la mia attenzione.
Ho sempre l’impressione che non aspettassero altro che questa occasione di parlare la propria lingua.
Non che ne fossero consapevoli. Ma appena trovano questa opportunità, per istinto ne riconoscono la familiarità, la perfetta assonanza con loro.
Allora mi domando per quale ragione non siamo altrettanto capaci di riconoscere ciò che è in sintonia con noi aprendoci senza condizioni, quando lo troviamo?
Possibile che la nostra coscienza si sia così distorta al punto da non comprendere che abbiamo bisogno di giocare come il bambino? Per il bambino giocare è vitale al pari del respirare. Ed è, tra l’altro, un lavoro molto serio nel quale si impegna totalmente.
Per l’adulto, il parallelo del gioco è creare. Creare bellezza, armonia in tutte le sue forme.
Ma come si può farlo immersi nella paura?
Come si può pensare che in un sistema di pensiero che alimenta condotte fobiche, ossessive e paranoidi possa essere favorita la creatività?
Siamo sempre più sospettosi, arrabbiati e controllanti. Attaccati al fantasma della nostra vita invece che impegnati a vivere. Ed uso la parola “impegnati” proprio in riferimento all’impegno del tutto naturale che ci mette il bambino nel giocare. E’ così vitale per lui giocare che sono convinta che i bambini più danneggiati siano proprio quelli che non riescono a farlo.
Così penso che come adulti siamo altrettanto danneggiati perché non sappiamo più creare. Sappiamo solo darci alla fuga. Non c’è spazio per creare quando si punta alla mera sopravvivenza. Sopravvivere non è vivere. E il contrario della vita non è la morte.
Semmai è la paura di morire che impedisce di riconoscere il Dio che è in noi, che è noi.
Abbiamo perso il sonar, la capacità innata di essere attratti dal bello, dalla meraviglia dalla gioia.
E dedichiamo sempre più spazio alla paura, al controllo e alla rabbia.
Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare come bambini e permettere ai bambini di tornare a sé stessi.
Di Marina Mollica
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