Elogio della tristezza: a che serve oggi Melanie Klein

Per qualcuno la tristezza è da sfuggire come la peste e da trattare come un sottoprodotto della mente che a sua volta è un attributo patologico e nefasto del genere umano.

In questa accezione il pensiero diventa qualcosa di negativo e dannoso indipendentemente dalla sua qualità.

Tali convinzioni spesso si avvalgono di argomentazioni apparentemente legate a pratiche zen o buddiste, che mirano tutte all’assenza di pensiero e al vuoto mentale.

Sono la prima a sostenere che per la mente ci voglia una sana pulizia, come quella che facciamo a casa nostra, verso Pasqua, per liberarla dallo sporco e da cianfrusaglie vecchie.

In questo caso il silenzio meditativo avrebbe una funzione analoga a quella di detergenti e spazzoloni.

Ma per l’appunto se vogliamo liberare la mente dai pensieri dobbiamo presupporre che una mente ce l’abbiamo, così come liberare la casa dallo sporco e dal ciarpame, non significa mandare a fuoco la casa.

Tra l’altro, la convinzione di dover eliminare il pensiero e con esso l’azione (che inevitabilmente deriva dal pensiero) potrebbe essere una difesa. Una specie di fuga da una realtà vissuta come intollerabile in una forma di rassegnazione passiva e rabbiosa.

Esistono forme di schizofrenia in cui, in una sorta di “inaccessibilità autistica”, vengono inconsciamente attaccati il significato e il pensiero oltre alla capacità di creare esperienza e di pensare, in quanto fonte di dolore e conflitto incontrollabile (Ogden, 1980)

Dovremmo dunque dire che in esse è stata trovata la soluzione ideale alla sofferenza della vita?

Per arrivare in paradiso, Dante ci insegna che è necessario passare per l’inferno.

Non si può pensare di eludere certa parte della realtà come il proprio inferno interiore, eredità dei nostri genitori e della società tutta, attraverso pratiche volte a disfarsi in fretta, di ogni elemento di disturbo.

Sa tanto di sistema tipico della società dei consumi.

Si applica alla vita la stessa mentalità sfruttatrice, fondamentalmente guidata da un atteggiamento rabbioso e ri-vendicativo.

La mente può essere occupata da forme di pensiero deteriori ma non c’è nulla di male se ne siamo consapevoli.

E tanto basta.

Non occorre dare la caccia al condizionamento e ai comportamenti “sbagliati” da un lato, o arrivare all’estremo opposto eliminando pensiero e azione dall’altro.

E’ più che sufficiente osservare ed essere consapevoli.

Possiamo essere a nostro agio allora con tutti i nostri condizionamenti lasciandoli là dove sono fino a che non saranno loro ad andarsene da sé, proprio perché non gradiscono di essere guardati.

Ma a quel punto il risultato non avrà più importanza.

Dunque senza accusarci di niente (spesso ci battiamo il petto proprio come alibi al mantenimento attivo dei nostri sistemi di pensiero cui siamo a tal punto affezionati da farne una bandiera), senza fare sforzi da fachiri sui chiodi, ma semplicemente lasciando che le cose avvengano da sé.

E il cambiamento avviene quando è tempo che avvenga.

Come quando si piantano dei semi ed essi crescono indipendentemente da noi.

Accettare questo è umiltà. E forza interiore.

Trovare la via stretta credo significhi proprio essere in equilibrio tra l’eccesso di zelo tipico del fanatismo, e l’accidia o il nichilismo che così come non cerca il cambiamento però anche lo rifiuta inibendolo.

Elogio della tristezza

Dunque veniamo alla tristezza.

Perché elogiarne la presenza?

In virtù di quanto detto sopra, ritengo che rifiutare i sentimenti negativi sia superfluo e dannoso in quanto serve solo a coltivare l’illusione onnipotente di poter dirigere a piacimento il proprio destino, con la convinzione di fondo tipica del consumatore/sfruttatore, che la vita mi debba qualcosa e che sia di mio gradimento altrimenti non pago.

Se invece accogliamo quel che passa il convento, ci accorgeremo che la tristezza può insegnarci qualcosa.

Si tratta di un sentimento profondo in grado di mostrarci la differenza tra sé e l’altro, tra realtà e fantasia, tra dentro e fuori. In altre parole ci dà l’occasione di prendere coscienza del limite. Non possiamo infatti usare l’altro (o il mondo esterno, il che è lo stesso) come un oggetto per il nostro piacere e la nostra soddisfazione, impunemente.

Non perché sia un peccato.

Ma perché stiamo andando fuori come dei balconi!

Fuori dalla realtà, fuori dalla verità delle cose, insita nella legge naturale.

Possiamo crearci finché vogliamo il nostro personale paradiso fatto di illusioni. Anzi di un’unica illusione: quella che il mondo sia un immenso parco dei divertimenti per il nostro trastullo, sul quale noi abbiamo il pieno controllo.

Ed ecco allora che ci adoperiamo per essere invincibili nella mente e nel corpo.

Una mente piena di nozioni e priva di sentimenti sgradevoli e un corpo forte bello e muscoloso o seducente e privo di brutture e debolezze.

Ma presto o tardi ci compariranno le orecchie d’asino come è successo a Lucignolo e Pinocchio.

E l’omino di burro delle illusioni che tanto ci aveva sedotto, ci venderà al miglior offerente, per farci ballare in qualche circo a suon di frusta (sempre secondo la stessa mentalità sfruttatrice che noi stessi condividiamo).

Morale della favola: se coltiviamo illusioni, da esse saremo puniti per contrappasso.

E allora a cosa serve la tristezza?

A sentire il richiamo di ciò che è vero!

Non esiste un seno bello pieno di latte, da noi creato, e sempre disponibile.

Esiste una madre che lo ha messo a disposizione, cioè un individuo separato da noi nello spazio e nel tempo, che può darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma può anche deluderci, frustrarci, lasciarci da soli, farci provare dolore e rabbia.

Si spera che tali esperienze negative non siano superiori a quelle positive naturalmente, sennò sono guai.

Ma se odiamo questa nutrice e ci vogliamo vendicare del dolore che ci infligge, la tristezza ci avverte: – guarda che l’essere che stai odiando fino a sperarne la distruzione, è lo stesso che ami, da cui dipendi e che ti nutre –

Si chiama posizione depressiva, di kleiniana memoria, in opposizione alla posizione maniacale.

Allora se siamo fortunati imparando dalla tristezza che proviamo, invece di debellarla come una seccatura imbarazzante, torniamo sui nostri passi, accettiamo la dipendenza, cerchiamo di riparare al danno che volevamo infliggere, e recuperiamo il legame con l’altro.

Consapevoli della sua imperfezione ma anche del suo immenso valore. E lo facciamo naturalmente e senza sforzo. E questa è la crescita insita nello sviluppo della persona.

E cresciamo così, avvicinandoci un pochino di più al paradiso o alla strada che conduce ad esso.

Liberarsi dalla tristezza, secondo un mistificante narcisismo onnipotente, significa tornare al neonato che siamo stati, quando, nella posizione maniacale, vivevamo di allucinazioni: convinti di essere noi padre e madre di noi stessi, artefici del seno pieno di dolce latte, ma che rapidamente si trasforma nel suo rovescio sotto forma di una rabbia invidiosa e divorante.

Melanie Klein la sapeva lunga: a noi la scelta.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia

Klein, M. Contributo alla psicogenesi degli stai maniaco depressivi (1936) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein, M. Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Ogden, T.H. (1980) On the nature of schizofrenic conflict. Int. J. Psycho-Anal., 61, pp. 513-533