Giovani e social

Quando penso ai giovani non posso fare a meno di collegarli, nella mia mente, al mondo dei social e all’uso che ne fanno, apparentemente innocuo ma più spesso autolesionistico.

Penso a qualche ragazzo/a che guarda, (ma sarebbe più preciso dire: spia) tormentosamente la storia pubblicata dal/ dalla sua ex.

Penso a qualcuno che vorrebbe non essere tenuto costantemente aggiornato dalle “notizie” dei propri contatti, che tanto volentieri si offrono sulla bacheca, ma non riesce ad evitarlo.

Poi torno al mondo che conoscevo, quando le probabilità di venire a sapere cosa stesse facendo il proprio fidanzatino appena lasciato erano certamente inferiori. Si doveva casualmente incontrarlo per strada, magari abbracciato ad un’altra. O qualche “amica” doveva prodigamente riferire cose da lei sapute o viste.

Ma bastava starsene un po’ per conto proprio, o evitare certi luoghi a ridurre di molto queste probabilità.

Ci si poteva proteggere di più insomma, per dare tempo alle ferite di rimarginarsi.

Ora invece si è troppo abituati a frequentare il mondo virtuale da cui si è stati sedotti fin dalla più tenera età, con la promessa di una vita parallela, migliore di quella reale, per poterne fare a meno.

In esso ciascuno può presentare la sua storia, o le sue storie, da protagonista assoluto e tutti gli altri, volenti o nolenti, finiscono con l’accedervi.

Ciascuno può sbandierare al mondo la sua bellezza e la sua fortuna.

E di bellezza e fortuna se ne può costruire tanta, grazie ai mezzi tecnici disponibili, mentre il pubblico si lascia trascinare dalle apparenze, messe lì a bella posta per suscitare la sua invidia.

Ecco parliamo un po’ di questo. Oggi moltissimo passa attraverso uno sguardo bramoso ed invidioso.

Non si è tanto vittime di gelosia, che presupporrebbe una relazione almeno evoluta fino alla fase edipica. Cioè quella in cui si è in tre. Una coppia e un terzo escluso, come per esempio nel rapporto del bambino intorno ai tre anni, con i genitori.

Ma l’invidia! Cioè quel penoso sentimento di inferiorità che prova un bambino frustrato nel rapporto primario con la madre, vista come la proprietaria esclusiva di tutti i tesori possibili, dei quali lascia solo le briciole.

Questo bambino infelice, quando trova qualcuno che prova a donargli qualcosa, non solo non apprezza ma sente quel dono come un’ostentazione dell’altrui superiorità.

Per un bambino di questo genere sarà impossibile ricevere qualcosa. Potrà solo cercare di creare un’immagine di autonomia assoluta e di perfetta grandezza, che non deve ricorrere a nulla o a nessuno per completarsi.

Allora torniamo ai social dei giovani. Sono tutti in vetrina. Tutti ostentano la merce e nessuno ha bisogno di nulla. Al tempo stesso tutti spiano tutti (anche se in gergo si dice: seguire).

Ognuno conta i followers che ha, raccontandosi che follower equivalga ad amico/ammiratore.

Invece follower significa: “ti seguo nella speranza che anche tu con la tua grandezza mi segua incrementando il mio senso di me”.

Oppure significa: “hai un sacco di cose che vorrei avere anch’io”.

Che sofferenza per questi giovani. Certo finché funziona è tutto sotto controllo.

Magari uno ha il cuore a pezzi, però ciò che conta è che tutti vedano foto smaglianti e commenti adoranti sotto. E se l’illusione resta in piedi per gli altri, allora ci crediamo anche noi e sopravviviamo.

E’ una guerra senza esclusione di colpi e chi ha poche cartucce da sparare, perché magari ha un aspetto che manco i ritocchi più spinti lo possono perfezionare, o non ha seguaci da mostrare al suo attivo, è spacciato. E deve anche stare molto attento alla velocità con cui le notizie e i commenti corrono sui profili di tutti e lì si insediano ad imperituro ricordo, con tanto di faccine ridacchianti. Se la propria immagine è distrutta su larga scala, cosa rimane?

Capite che qui il problema non è la gelosia, cioè il sentimento di esclusione, ma la minaccia all’identità.

Una cosa così profonda e pervasiva da portare perfino al suicidio, dato che ci si sente già annientati, identificati come si è con quell’immagine fallimentare esposta a tutti.

E se non si arriva al suicidio, ci sono comunque le condotte autolesive. C’è chi si taglia e posta le foto dei propri tagli. Beh che dire: se non potrò suscitare stupore con bellezza e fortuna, lo farò con la mia sofferenza, ancora una volta sfruttata per apparire ed incrementare un senso di me, per quanto distorto e patologico.

Non c’è fine a questo circolo vizioso.

E chi vince in tutto questo? Il social.

La struttura sistemica che come un mostro dallo stomaco sfondato, fagocita all’infinito storie di esseri ridotti a foto e racconti, per ampliarsi sempre di più.

Direte che sono esagerata. Forse. Ci sono anche moltissimi giovani che hanno buon senso ed esprimono semplicemente la loro creatività e gioia di vivere. Nulla di più.

In fondo basta sapere che esiste anche una vita reale e imparare a non confonderla con quella virtuale.

Ma mi domando se lo spazio per coltivare relazioni reali, palpabili, dove l’esperienza non sia costruita attraverso una narrazione studiata a tavolino, ma lasciata agli avvenimenti quotidiani che il buon Dio voglia offrire, non si stia progressivamente restringendo un po’ per tutti.

A cosa serve oggi Dio se ognuno può sostituirsi a lui grazie ad un profilo ben costruito?

Ecco per tornare al pensiero iniziale, quello del ragazzino che soffre per una storia d’amore finita: essa è fonte di grande dolore ma al tempo stesso può portare ad un rimaneggiamento dell’intera personalità.

Gli adolescenti attraverso le molteplici relazioni e cambi di partner approfondiscono la conoscenza di sé e scoprono chi sono, cosa desiderano, cosa non sopportano.

In altre parole definiscono i confini tra sé e l’altro ed imparano ad accettarne, nel tempo, limiti e realtà.

Ma come possono compiere questi passaggi così delicati se invece del confronto reale sono continuamente sollecitati a fare affidamento su una costruzione illusoria e onnipotente dell’identità? A fermarsi nel pelago melmoso ed invischiante del mercato delle vetrine?

Qualcuno dopo lungo tormento magari riesce a chiudere almeno per un po’ con la spinta compulsiva a spulciare tra le notizie dell’amato, o del rivale, o del finto amico, ed a tornare a sé.

A resistere alla droga eccitante costituita dal bisogno morboso di verificare se ci siano novità, per poi alimentare la rabbia e il desiderio di vendetta se ne trova.

Al bisogno di esporre il proprio corpo seminudo o nudo come carne nella macelleria per attrarre l’attenzione dell’amato bene e fargli tornare l’acquolina in bocca e il bisogno di supremazia, constatando l’aumentare del numero di altri followers.

Tutti mezzi volti a procrastinare l’elaborazione del dolore aggrappandosi all’illusione di poter magicamente cambiare la realtà attraverso una tastiera.

Come si può crescere con questi presupposti?

Penso che il rischio sia quello di restare invischiati e di deteriorarsi, di perdere energie e prospettive alternative.

Invece, accettare di attraversare proprio quel dolore che manda in frantumi la presente immagine di sé,  può permettere di ritrovarne un’altra più ricca e più ampia.

Voi genitori mi direte: che fare?

Come sempre non ho formule preconfezionate. Però si può partire dal domandarsi quanto siamo assorbiti dalle nostre paure e depressioni, fino a negarle a noi stessi e al mondo.

Cominciamo ad osservare e a prendere le distanze da questi mostri.

Forse riusciremo poi ad indicare la strada anche ai nostri figli avendo bene in mente che anche se non possiamo controllare tutto, possiamo sempre imparare ad apprezzare l’ignoto, l’imponderabile mistero che sta dietro la nostra vita, al di là di ogni giudizio o gratificazione sociale.

Di Marina Mollica

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Foto di Gerd Altman, da Pixabay