Il paradosso del controllo

Il paradosso del controllo in terapia

Alcuni pazienti chiedono fin dall’inizio e per tutto il tempo di durata del trattamento, la garanzia che il lavoro del professionista che hanno di fronte sia efficace e utile, sottoponendolo  ad un costante “controllo qualità”.

Ma naturalmente i parametri per decidere se i loro test di controllo sono superati con successo, ce li hanno in mano loro.

Creano così un autentico circolo vizioso, dato che invece di affidarsi alla cura e al curante, si affidano ancora una volta a sé stessi e al proprio modo di giudicare le cose che però è quello che andrebbe curato.

In pratica generano essi stessi l’ostacolo all’efficacia che tanto stanno cercando, pronti a svalutare il terapeuta alla minima deflessione.

E a poco vale il fatto che fino a quel momento il loro giudizio sia stato magari favorevole.

Questo occhio giudicante non riposa mai e attacca il valore del loro sé e di chi si appresta ad allearvisi con una vera e propria propaganda terroristica.

Essi nella loro vita quotidiana sono tormentati dal bisogno del controllo al punto che tutto il loro spazio mentale ne viene occupato fino all’angolo più recondito. Ciò si traduce di fatto in una follia ossessiva che prende la forma di una voragine senza fine.

Ed è proprio tale funzionamento che impedisce loro di lasciarsi andare alla dipendenza dal terapeuta, che invece è conditio sine qua non, affinché una cura possa aver luogo. 

Il paradosso del controllo: influenze sociali

Certamente questi pazienti soffrono di un disagio importante ma mi domando se questo non venga intensificato, per non dire sostenuto da una società che avalla proprio tale modo di funzionare.

Si perché se non siamo sempre al massimo della nostra efficienza in tutti gli ambiti della nostra vita, e non raggiungiamo i nostri obiettivi, da quello professionale a quello personale, nel più breve tempo possibile, siamo da buttare, da evitare come la peste, quasi potessimo essere contagiosi.

E allora vai con il pensiero positivo, con le strategie per raggiungere ciò di cui abbiamo bisogno in una settimana e mezza, con la coscienza della nuova era.

Ci sono fior di corsi che spaziano trasversalmente attraverso le varie discipline, dalla medicina (tradizionale, omeopatica, olistica o naturale che sia) alla psicologia, dalla religione alla filosofia ma solo rigorosamente orientale.

E le tecniche che vanno per la maggiore, quasi tutte mutuate dalla grande corrente di prodotti cognitivo comportamentali, promettono benessere ed efficienza. Come la mindfulness, una rivisitazione della meditazione yogica, resa fruibile per le esigenze del consumatore occidentale medio.

E nel frattempo i percorsi scolastici delle scuole superiori (o secondarie di secondo grado) sono sempre più all’insegna di una formazione adatta alle richieste del mercato, con buona pace dei licei classici sempre più snobbati per la loro pretesa anacronistica di far perdere tempo con lingue morte come latino e greco.

Mentre fin dalla più tenera infanzia siamo bombardati da test con i quali veniamo misurati rispetto ad un mitologico gruppo standard.

Test d’ingresso, test in uscita, prove di livello,  questionari di efficienza, di efficacia, di soddisfazione del cliente. Siamo prodotti da vendere, basta vedere i profili social che altro non servono se non a vendersi come cose.

Ma l’amore? La pazienza? L’essere anziché l’avere dove li mettiamo? Suppongo nel cestino come facciamo con un semplice click per eliminare documenti dal nostro computer e relazioni interpersonali dalla nostra vita.

E intanto corri, corri, corri, ma per andare dove? E chi lo sa? Non c’è neanche il tempo per porsi questa domanda in fondo. Verso la tanto agognata felicità no di certo, e nemmeno verso il successo, se per successo si intende una vita fatta di soddisfazione duratura.

Ma cosa conta la soddisfazione duratura quando possiamo far credere al mondo intero che siamo vincenti?

E così torniamo all’argomento iniziale: come posso dire io a questi pazienti che c’è da aver pazienza, che per guarire ci vuole tempo, che i risultati veloci la maggior parte delle volte non durano; che sarebbe meglio dimenticare l’obiettivo di liberarsi subito dai sintomi, (il senza memoria e desiderio di Bion penso che qualche volta potrebbe valere non solo per il terapeuta) che c’è qualcosa di più profondo e significativo della guarigione che loro hanno in mente ed è l’esperienza del viaggio insieme all’analista: un viaggio di cui si conosce la meta ma non la strada per arrivarci; che nel frattempo su questa strada ci saranno varie tappe per conoscere il Sé e che in ultima analisi la conoscenza del Sé, o consapevolezza è l’unica cosa che conta davvero?

Utopia bella e buona, forse un po’ colorata di delirio di onnipotenza.

In fondo le argomentazioni sono che la vita costa, che le sedute costano e che il tempo che ci vuole, quando è troppo è sprecato.

In fondo la pensiamo un po’ tutti così e i soldi spesi per risvegliare la propria consapevolezza non valgono quelli investiti in una bella vacanza o in un cellulare. E potrei anche essere d’accordo, se di queste cose non si fosse schiavi.

Quindi che senso ha una terapia analitica in un mondo di terapie a pacchetti sempre più brevi, specifici ed altamente performanti? (Almeno così dicono).

Che l’uomo di oggi sia bene integrato, adattato e resiliente. Inclusivo, green e capace di far soldi. Giovane o eternamente giovanile, atletico, cosmopolita e in perenne movimento. Se poi riesce a non morire mai…

Di tutto il resto che ci importa? Non pretendiamo di curare questi nostri pazienti perché la società gli dà ragione.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

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