Vi sono vari modelli terapeutici in ambito evolutivo. Qui mi riferirò a tre approcci metodologici: psicodinamico, sistemico e cognitivo comportamentale.
I tre tipi di approcci pur facendo capo a scuole di pensiero diverse e pur essendo nati in risposta ad esigenze diverse, non sono, a mio parere, così distanti come a prima vista potrebbe sembrare ed in certi casi, una loro integrazione sarebbe certamente auspicabile.
La validità e utilità di ciascuno dipende non solo dalla effettiva preparazione, esperienza e umanità del professionista, ma anche dal tipo di problematica, dal contesto in cui essa si inscrive e infine, dalla preferenza di ciascuno per il tipo di terapia con cui senta di funzionare meglio.
Purtroppo però questa comprensione dei diversi fattori che determinano il percorso più utile da intraprendere non è così facilmente raggiungibile, se non al prezzo, a volte, di lunghi e costosi tentativi in termini economici, di tempo e soprattutto emotivi.
Passare anni alla ricerca del trattamento giusto, può portare ad un aggravarsi della situazione, con il rischio di rendere poi più difficile un successivo intervento.
Curare un bambino nei primi anni di vita ad esempio non è lo stesso che prenderlo in carico in età di latenza (l’età della scuola primaria per intenderci). E passare da un trattamento ad un altro che magari potrebbe essere più efficace non è un processo indolore e privo di conseguenze sul piano terapeutico.
Quindi sarà bene avere presenti almeno determinate linee guida che potranno aiutare ad orientarsi.
Vediamo anzitutto alcune differenze tra questi modelli terapeutici.
1. Chi viene preso in carico
Bisogna sempre tenere presente che se un bambino sta male, il disagio è dell’intero contesto familiare, poiché il bambino ne fa parte integrante.
Spesso un bambino è il “portatore” di un problema che però nasce come espressione sintomatica di un disagio della famiglia.
In questo senso chi segue l’approccio sistemico preferisce occuparsi della coppia di genitori e della relazione che questi hanno con i figli piuttosto che del bambino in questione.
Al contrario gli altri due approcci, di solito, lavorano direttamente col bambino, anche se sono previsti interventi di “parent training” nell’approccio cognitivo comportamentale, o di supporto alla genitorialità e/o terapia per i genitori, nell’approccio psicodinamico.
2. Tempi di durata della terapia
Una seconda distinzione può essere fatta sulla base dei tempi di durata della terapia.
Gli psicologi cognitivo comportamentali ad esempio seguono un approccio improntato prevalentemente al rendimento performativo.
In altre parole si aspetteranno, in tempi relativamente brevi, cambiamenti visibili e quantificabili, utilizzando una metodologia legata ad un apprendimento attivo da parte del bambino in modo che possa imparare a padroneggiare, attraverso specifiche strategie, le difficoltà dell’area presa in considerazione.
Faranno quindi ricorso ad una serie di metodologie che mirano a modificare comportamento e schemi cognitivi sottostanti in modo rapido e specifico.
Questo modello ad esempio, può essere molto utile nei gravi disturbi del comportamento, dato che offre un più veloce contenimento di situazioni che spesso vanno fuori controllo e danneggiano le aree legate alla socializzazione e all’apprendimento.
In seconda battuta, oltre ad un lavoro di supporto e/o di terapia per i genitori, potrebbe essere utile integrare un lavoro di tipo psicodinamico che, sul lungo termine, dovrebbe portare ad una trasformazione più profonda della personalità.
Spesso sintomatologie simili infatti sottendono quadri di personalità molto diversi e può capitare che la risoluzione di un sintomo non equivalga alla soluzione del problema che potrebbe ricomparire sotto altra forma, di solito aggravata, più avanti nel tempo.
3. Focus dell’intervento
Per l’orientamento sistemico, il focus dell’intervento sarà l’analisi delle relazioni familiari e sociali del bambino, in un lavoro che coinvolgerà i genitori o l’intera famiglia.
L’attenzione del terapeuta cognitivo comportamentale andrà invece sul rapporto che intercorre tra pensieri, emozioni e comportamento, del bambino, alla ricerca di quali siano le credenze ricorrenti e disfunzionali capaci di creare il comportamento disturbante o il sintomo in questione.
Infine il terapeuta psicodinamico, avendo a mente il quadro di relazioni familiari in cui il bambino è inserito, si focalizzerà tuttavia sulle sue fantasie inconsce (che riguardano le relazioni interiorizzate dal bambino). Tali fantasie troveranno nella relazione con il terapeuta la possibilità di essere espresse ed elaborate, in modo da arrivare gradualmente e nel tempo alla trasformazione della personalità (Per una più approfondita esposizione della tecnica adottata in questo modello di intervento, rimando all’articolo precedente).
4. Principale obiettivo dell’intervento
In pratica, nell’orientamento psicodinamico vi è un capovolgimento di prospettiva che porta a dare maggiore rilievo al mondo interiore della persona piuttosto che alla realtà esterna, compresa quella relazionale.
Di conseguenza il suo obiettivo principale non è il raggiungimento di un determinato risultato atteso, ad esempio la scomparsa del sintomo, ma la progressiva conoscenza di sé che promuova lo svilupparsi della consapevolezza, ritenuta la via regia per una trasformazione profonda e duratura.
In questo senso sarà estremamente importante la relazione che il bambino avrà con il suo terapeuta. Una relazione personale, intima e privata, che non dovrebbe subire interferenze da parte di agenti terzi, nel senso che non dovrebbe essere funzionale al raggiungimento di un determinato risultato, e quindi strumentalizzata a questo scopo, ma dovrebbe essere rispettata in quanto tale, così come dovrebbe essere rispettato lo spazio personale di ogni individuo.
Purtroppo nella realtà questo livello ideale di accoglimento della terapia analitica da parte dei genitori e delle istituzioni, non è sempre raggiungibile sia per motivi pratici, sia a causa della pressione ad ottenere un sollievo immediato da tutto ciò che è disturbante, in una società che in modo sempre più pervasivo promuove la velocità ed il benessere ad ogni costo.
Quale approccio scegliere?
In ogni caso l’approccio psicodinamico non è sempre il più auspicabile. Sarà importante fare una valutazione costi-benefici sulla base di bisogni, aspettative, risorse all’interno dell’assetto relazionale familiare.
I tre modelli terapeutici inoltre non sono mutuamente esclusivi e non si può nemmeno dire che uno sia migliore dell’altro. La scelta può dipendere da diversi fattori.
Alcuni elementi da considerare:
L’urgenza
Ad esempio se ci si trova di fronte ad una problematica di tipo comportamentale che ostacola gravemente l’andamento scolastico, i genitori e anche gli insegnanti potrebbero sentire l’esigenza di un approccio che faccia rientrare rapidamente la situazione di emergenza.
Attualmente vi sono psicologi scolastici che propongono progetti atti a contenere e risolvere situazioni problematiche in classe. Quando tali soluzioni non sono sufficienti, possono anche proporre un intervento diretto sul bambino. Se il comportamento disfunzionale rientra, ci si può ritenere più che soddisfatti.
La durata e la ricorrenza del disturbo
Tuttavia, come dicevo in precedenza, capita che il problema si ripresenti in seguito, a volte sotto altra forma. In questo caso è possibile che i genitori si pongano nuove domande che vertono di solito sul tipo di educazione data e su eventuali errori fatti. Possono quindi ricorrere a qualche altro esperto, nel tentativo di trovare delle risposte.
Un terapeuta comportamentale, oltre ad un lavoro individuale sul nuovo sintomo, potrebbe proporre ai genitori un pacchetto di sedute per fornire delle strategie pratiche atte a gestire i “comportamenti problema” dei figli.
Un terapeuta con impostazione psicoanalitica potrebbe proporre una psicoterapia individuale per il bambino, aiutando nel contempo i genitori a sviluppare la capacità di pensare osservando aspetti nascosti alla consapevolezza, nelle periodiche sedute di confronto con loro.
La presenza di problemi di coppia
D’altro canto un terapeuta sistemico, che lavora sulle relazioni familiari, potrebbe essere la scelta più adatta, se ci fossero anche difficoltà legate al rapporto di coppia.
I genitori potrebbero domandarsi se e in che modo queste influiscano sul benessere dei figli.
A volte capita che si rendano necessari entrambi i tipi di lavoro contemporaneamente. Ad esempio se c’è un alto livello di conflittualità nella coppia e una grossa problematica nel bambino (come un grave disturbo dell’umore) gli stessi genitori potrebbero sentire l’esigenza che ci si occupi di entrambe le situazioni in modo da sentirsi supportati su più livelli.
Oppure potrebbero dare la precedenza al lavoro del bambino, sentendo questo come la priorità assoluta, magari rimandando ad un secondo momento il lavoro sulla coppia.
Infine potrebbe essere il terapeuta stesso a suggerire in fase di valutazione, l’approccio più indicato in un determinato momento della storia evolutiva del bambino, in base anche alle esigenze portate dai genitori.
La sensibilità ad un determinato approccio
Ancora, può essere importante la sensibilità dei genitori nel determinare la preferenza per un tipo di approccio piuttosto che un altro.
Può anche capitare che uno o entrambi in passato abbiano fatto una buona esperienza di terapia e quindi sentano che lo stesso approccio potrebbe essere utile per il proprio figlio.
La relazione con il terapeuta
Un ultimo ma significativo elemento da considerare è la risposta emotiva che la relazione con il terapeuta suscita nei genitori.
Al di là dei titoli e della formazione del professionista è importante infatti che sentano di trovarsi a proprio agio e sviluppino un senso di fiducia.
Naturalmente questi aspetti potrebbero essere parte della problematica in questione e quindi eventuali simpatie o antipatie potrebbero essere dovute a fattori inconsci legati alla propria storia e che riemergono nel qui ed ora della relazione terapeutica.
Conclusione
Da queste poche annotazioni, con le quali beninteso l’argomento non è da ritenersi esaurito, credo risulti evidente come la scelta di un approccio piuttosto che un altro non sia affatto scontata e si debba basare sull’analisi approfondita e quanto più possibile accurata, dei diversi intrecci delle variabili in esame.
Con questo articolo spero di aver dato un minimo contributo alla possibilità che i genitori hanno di orientarsi in un già tanto difficile percorso.
Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
