Genitori dei bambini in terapia

Introduzione

Un argomento che mi sta a cuore è quello che riguarda il rapporto con i genitori dei bambini in terapia.

Questo argomento è molto  vasto perciò sarà opportuno sviscerarlo in più articoli.

Per prima cosa mi soffermerò sulle grandi difficoltà che devono affrontare i genitori quando portano il loro figlio da un terapeuta.

Ci vuole molto coraggio e molta generosità ad affrontare anche solo l’idea di affidare i propri figli alle cure di qualcun altro.

Questo è tanto più vero quanto più i bambini sono piccoli e quindi ancora legati da un rapporto di natura simbiotica soprattutto con la propria madre.

Un genitore deve sentire che affidare il proprio bambino allo psicologo è la soluzione migliore per lui.

Questo spesso accade perché tutte le altre soluzioni sono state fallimentari.

In genere quando i genitori arrivano a rivolgersi allo psicoterapeuta sono in questo tipo di condizione mentale: sentono che le loro risorse si sono esaurite e quindi sono disposti a farsi guidare da una persona “esperta”.

Quando hanno il loro primo incontro con questa persona sono pieni di dubbi, timori, insicurezze e angoscia, ma anche di aspettative e speranze.

Temono di aver sbagliato tutto, di essere giudicati, di mostrare le loro pecche. Si sentono prevalentemente in colpa, ma anche arrabbiati ed esasperati.

Tutto questo li mette nelle condizioni di provare un iniziale sollievo quando finalmente riescono a mettere in parole pensieri e sentimenti confusi e a fare chiarezza con una persona che sentono capace di dare dei contorni più definiti ai loro fantasmi.

Ed è così che in fondo al tunnel sembra farsi un pò di luce.

Ma questo stato mentale dura poco.

Le difficoltà dell’alleanza con i genitori dei bambini in terapia

La breve durata dell’entusiasmo iniziale è uno dei problemi dell’alleanza con i genitori, su cui oggi mi vorrei soffermare.

Passato il primo momento, carico di buona volontà, poco per volta subentra lo stato di affaticamento dovuto al fatto che le cose non vanno praticamente mai secondo le aspettative.

Queste aspettative riguardano i tempi e i modi in cui il bambino dovrebbe cambiare.

I genitori, anche in questo contesto, fanno l’esperienza dell’ imprevedibilità della vita e della sua naturale tendenza a sfuggire ad ogni tentativo di ridurla al proprio controllo.

Pensano che il terapeuta, essendo un esperto, produca un cambiamento in tempi brevi e nella direzione da loro immaginata.

E laddove le cose sono sfuggite loro di mano, si illudono che non succeda ad un terapeuta sicuramente dotato di capacità quasi magiche.

Di fatto questo non accade perché in genere la questione che si va ad affrontare è di solito più complessa di quanto si riesca a comprendere al momento della presa in carico, e questa complessità si dispiega un pò alla volta.

E a poco servirebbe anticipare le varie tappe del cammino con accurate spiegazioni.

Un tale resoconto introduttivo, nonostante venga puntualmente fatto, sarà presto dimenticato perché non accompagnato dal supporto dell’esperienza concreta.

I genitori perciò, sono praticamente costretti, insieme al terapeuta, a fare esperienza di quella che il poeta inglese John Keats (1817-1818), poi ripreso dallo psicoanalista W. Bion (1970), chiama “capacità negativa”.

Essa consiste nella capacità di sostare nell’incertezza, nella cecità della mente razionale, nell’assenza di risposte, confidando che col tempo esse arriveranno in un modo o nell’altro.

Per poter fare questo, il terapeuta deve avere fiducia nel processo terapeutico, e i genitori devono avere fiducia nel terapeuta.

Un problema in terapia: l’aggravarsi dei sintomi

Una cosa difficile da accettare ad esempio è quella di assistere, dopo un iniziale miglioramento, ad un aggravarsi dei sintomi del bambino o al fatto di vederne comparire di nuovi.

Questo può succedere perché il paziente, con il procedere della terapia, ha finalmente l’occasione, di regredire alla fase in cui il suo sviluppo ha subito una battuta d’arresto.

Ciò significa che, come in un viaggio a ritroso nel tempo, ci troviamo improvvisamente ad avere a che fare con un bambino di età molto inferiore a quella attuale, ad esempio l’età in cui non aveva ancora raggiunto il controllo degli sfinteri.

E’ terribile per un genitore che porta il figlio in terapia nella speranza che si liberi, poniamo, di un disturbo oppositivo, trovarsi con lo stesso bambino che ora si mette a bagnare il letto.

Naturalmente questo può sembrare un segno di fallimento del trattamento e ciò, nonostante sia stato spiegato in varie maniere che prima di arrivare ad una soluzione definitiva del problema è probabile che si debba passare attraverso delle fasi critiche.

Perciò quello che sembra un aggravarsi o approfondirsi del problema non è altro che uno dei passaggi necessari per arrivare al nocciolo della questione.

Di fatto si tratta di un progresso dal punto di vista evolutivo.

Questi sono i momenti in cui è fondamentale che i genitori facciano la loro parte, che in sostanza consiste nell’avere il coraggio di fare il primo vero salto nel buio, affidandosi alle parole del terapeuta anche se possono risultare piuttosto aliene.

Bambini in terapia: un’ occasione per una terapia dei genitori

E’ evidente che in questo senso, la terapia del bambino è in realtà una terapia familiare, dato che obbliga tutti ad allargare i confini di quanto è risaputo, per ribaltare, a volte completamente, la prospettiva.

In certi casi, gli incontri previsti per i genitori non bastano.

Specialmente in situazioni gravi, nelle quali si possono verificare condizioni acute di disagio, ingestibili con le sole sedute a disposizione, può essere necessario per i genitori fare un lavoro a parte, di tipo individuale o della coppia genitoriale.

In alcuni casi è necessaria una presa in carico farmacologica del paziente designato e un lavoro con tutta la famiglia.

Ma a parte queste situazioni estreme, normalmente quella che è richiesta è una buona dose di perseveranza e la capacità di aprire la mente a ciò che è nuovo e inaspettato.

Inoltre è necessario entrare nell’ordine di idee che la persona del terapeuta è destinata a diventare parte, in qualche modo, del sistema familiare, accettando la necessaria dipendenza da lui come da un genitore.

In questo senso si risveglieranno i vissuti dei genitori nei confronti dei propri genitori e questi stati mentali influenzeranno la loro capacità di allearsi con il terapeuta.

Il terapeuta dovrà avere la pazienza di contenere le angosce dei genitori che spesso potranno manifestarsi come dei veri e propri attacchi rabbiosi nei suoi confronti dato che sembrerà diventare improvvisamente la causa di tutti i mali, come se in precedenza tutto fosse stato migliore.

La tendenza a fare del terapeuta un capro espiatorio potrà essere uno dei rischi da considerare.

E la propensione al facile giudizio, alla sfiducia e alla delusione potranno essere gli ostacoli da superare.

Il terapeuta di fatto si troverà a svolgere contemporaneamente il ruolo di un genitore ma anche di un figlio, oggetto di aspettative genitoriali.

In questo senso sperimenterà sulla sua pelle ciò a cui anche il bambino è sottoposto.

Tutto questo dovrà essere trasformato in qualcosa di utile e utilizzabile sia per proteggere la terapia del bambino, che per aiutare i genitori a comprendere meglio se stessi.

Se tutti questi ostacoli saranno superati, la terapia avrà a sua disposizione alcuni degli indispensabili presupposti per risolversi positivamente.

 

Riferimenti bibliografici

Bion, W. R. (1970), Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.

Keats, J (1817-1818), Letters of John Keats, a c. di R Gittings , O.U.P., Oxford 1987, trad it. Lettere sulla poesia, Feltrinelli, Milano 1984.

 

Di Marina Mollica

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