Il bambino in psicoterapia

Oggi vorrei chiarire una questione legata alla cura del bambino in psicoterapia.

C’è chi afferma che sia inutile quando non dannoso avviare il bambino alla psicoterapia, dal momento che il problema nasce a livello familiare.

Quindi la cura dovrebbe essere rivolta ad uno dei genitori o ad entrambi piuttosto che al bambino.

Premesso che sicuramente un eventuale disturbo psicologico del bambino, insorge a causa di una problematica che ha origini nella famiglia e che lavorare a questo livello è certamente necessario, ciò non significa però che basti a risolvere il problema del bambino.

Anzi sempre più fonti confermano che, anche dopo che si sia risolto un eventuale disturbo psichiatrico del genitore, il disagio insorto nel bambino permane (Rutter, 1989).

Inoltre non sempre i genitori che si rivolgono ad un professionista per segnalare qualche problematica importante del loro figlio, sono in grado di farsi carico della consapevolezza di essere loro la fonte del disagio, al punto da chiedere una cura per se stessi.

Spesso hanno un vago sentore del loro contributo al problema, ma poi non riescono ad affrontarlo se non attraverso un intervento diretto sul figlio.

Ragioni per cui i genitori preferiscono mandare il bambino in psicoterapia

Ciò può accadere per diverse ragioni.

Anzitutto in certi casi il disagio del bambino è così conclamato da essere percepito come prioritario.

Trascurare questo aspetto in favore di una indicazione alla cura del genitore segnalerebbe come minimo una forma di insensibilità da parte del terapeuta.

Certo, quando il bambino è molto piccolo, si può prendere in considerazione l’idea di lavorare sulla coppia mamma-bambino e/o sulla triade genitori – figlio.

Ma già dai due anni in poi, è opportuno considerare un approccio individuale, magari preceduto da un lavoro a livello familiare.

Ci possono poi essere ragioni pratiche come quelle economiche, che obbligano i genitori a concentrare le loro risorse sul proprio figlio.

Infine ci sono genitori che sono in grado di prendersi cura del proprio dolore solo attraverso la cura del bambino.

Può succedere infatti che vi sia una resistenza da parte del genitore, ad affrontare problematiche riferite a sé, ma di fronte a quelle del proprio bambino non riesca a sottrarsi alla necessità di intervenire.

In altre parole i figli possono esprimere attraverso il proprio disagio quello dei genitori. Essi diventano il punto di fuoriuscita delle tensioni materne e paterne ed intervenire su questo vertice di osservazione può essere in alcuni casi la prima cosa da fare se non l’unica che si possa fare.

Un esempio 

Se un bambino per esempio non dorme o manifesta degli importanti disturbi del comportamento a scuola, trascurare un intervento diretto per concentrarsi su una eventuale depressione materna, porterebbe nel frattempo all’aggravarsi della problematica comportamentale del bambino.

Anzitutto perché la cura di una depressione richiede molto tempo. Poi perché una volta che si sia strutturato un disturbo nel bambino, esso prende una strada propria che può portare ad ulteriori complicazioni.

Si pensi ad un bambino che oltre a manifestare comportamenti di opposizione violenta, cominci ad essere conseguentemente etichettato dai compagni e dai  loro genitori.

Di seguito si aggiungerebbero problematiche di apprendimento, con compromissione della resa scolastica, dell’autostima ecc.

E’ evidente come un intervento solo sulla madre o sui genitori del bambino in questione otterrebbe dei risultati del tutto parziali.

Tra l’altro chiedere ad un genitore di dimenticare l’angoscia sollevata dal disturbo del bambino, per affrontare una eventuale problematica di cui magari  in quel momento non è nemmeno consapevole, può risultare estremamente persecutorio e far sentire il genitore incompreso e rifiutato.

Piuttosto è importante aiutare i genitori a pensare, in un momento in cui per loro è certamente difficile farlo, a causa di emozioni angosciose.

Conclusione

In conclusione sono del parere che vada accolta la richiesta dei genitori e il modo con cui essa si esplica, perché essa ci fornisce il punto di accesso più adatto all’intervento.

Sarà nostra cura in seguito, cercare di fornire loro elementi nuovi su cui riflettere, portandoli eventualmente a considerare un intervento per sé stessi.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Indicazioni bibliografiche

Rutter, M. (1989), “Psychiatric disorder in parents as a risk factor for children”, in Schaffer, D., Phillips, I. e Enger , N. B. (a cura di), Prevention of Mental Disorder, Alchool and Other Drug Use in Children and Adolescents, Office for Substance Abuse, USDHHS, Rockville Maryland.

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