A quanto pare in Danimarca esiste un cartone animato intitolato “John Dillermand” dove Dillermand significa letteralmente uomo-pene. https://www.youtube.com/watch?v=_3sGocnMP3A
Il personaggio è infatti un uomo dal pene lunghissimo che compie imprese mirabolanti proprio grazie al suo organo ipersviluppato che viene usato nei più svariati modi.
Ad esempio lo utilizza come un’elica per volare, o come una proboscide per afferrare le cose.
Proprio a causa di questo superpotere di cui perde spesso il controllo, Dillermand combina dei guai, che però poi risolve sempre, grazie al suo organo meravigliosamente grande.
L’uomo-pene e le polemiche
Sembra che i bambini siano entusiasti di questo cartone animato, rivolto ad una età tra i 4 e gli 8 anni, ma come si potrà ben immaginare esso ha sollevato polemiche che vedono diverse parti contrapposte.
C’è chi è contro, come Christian Groes, docente di studi di genere all’Università Roskilde, che lo ritiene un rinforzo alla società patriarcale e alla “cultura da spogliatoio”, o come la giornalista satirica Majbritt Maria Lundgard che sottolinea, che secondo lei la serie, pur essendo divertente, sarebbe stata veramente inclusiva se avesse proposto anche una donna-vulva.
Dall’altra parte c’è invece chi ritiene Dillermand un personaggio educativo, capace di assumersi la responsabilità delle azioni che compie e che a causa della sua impulsività e della facilità con cui perde il controllo, condivide con i bambini il loro modo di pensare.
Stiamo parlando della dottoressa Hojsted, una psicologa che lavora con i bambini e le famiglie.
La dottoressa sottolinea anche come siano gli adulti ad attribuire qualcosa di malizioso al personaggio, mentre lo sguardo dei bambini è molto diverso dato che essi trovano i genitali semplicemente divertenti.
Ho pensato dunque di aggiungere qualche riflessione al dibattito cercando, se possibile di arricchirlo di nuovi spunti.
Il pene e la fase fallica
Quando si dice che per par condicio, la serie avrebbe dovuto contemplare anche una protagonista donna dalla vagina grandissima, mi sembra che la questione dell’inclusione si applichi impropriamente al mondo dei bambini.
Bambini e bambine fra i tre e i cinque anni infatti sono concentrati sulla relazione con il loro oggetto d’amore (il genitore) e sul poterlo dunque conquistare con i mezzi di cui dispongono piuttosto che sulla questione di essere trattati in modo paritario ed inclusivo rispetto all’altro sesso.
Freud per esempio direbbe che le bambine di questa età vivono un senso di inferiorità nei confronti dei maschi a causa del minore sviluppo anatomico del loro organo sessuale, la clitoride, mentre non sono affatto consapevoli dell’esistenza della vagina.
Il maschietto penserebbe di conquistare la madre, esibendo la potenza del suo pene, mentre la femminuccia, sentendosi castrata dall’inferiorità morfologica della clitoride, finirebbe per desiderare il pene paterno, facendo del padre il proprio oggetto d’amore, anziché la madre.
Non a caso Freud aveva parlato di fase fallica (1923), per indicare la fase della vita pulsionale dei bambini fra i tre e i cinque anni e di entrambi i sessi, in cui l’opposizione avviene tra presenza o assenza di fallo e non tra pene e vagina.
Certo Melanie Klein ed altri autori successivi a Freud potrebbero dissentire sul fatto che la femminuccia di 4 anni non abbia alcuna cognizione della propria vagina.
Tuttavia ciò che è da sottolineare qui è che il confronto nella fase edipica, non si riferirebbe ad un bisogno da parte delle femminucce, di essere riconosciute socialmente. Piuttosto il problema si porrebbe sul piano del riconoscimento da parte del genitore amato.
La problematica dell’uguaglianza tra i sessi dunque, così come il timore del ritorno ad una società patriarcale, mi sembra essere più appannaggio degli adulti che del mondo infantile.
Pertanto credo che alcune categorie vengano applicate forse un pò intrusivamente al mondo dei piccoli, i quali tutt’al più possono vivere il confronto tra sessi non come un problema sociale ma come un aspetto squisitamente intrapsichico.
Pene-capezzolo e impulso alla conoscenza
Ed ora veniamo alla questione del divertimento. Che i bambini trovino il pene, e la sua abnorme esposizione, divertente, è sicuro. Lo dimostra il successo che la serie sta avendo.
Per i maschietti il pene è concretamente un oggetto di elevato valore narcisistico, che simboleggia la forza e la potenza, spesso rappresentata attraverso il gioco con pistole, treni, camion e macchinine.
Sono tutte rappresentazioni simboliche della forza del pene e della sua capacità penetrativa ed esplorativa.
Inoltre un pene sovraesposto, viola apertamente le norme sociali e questo non può che essere molto divertente per i bambini.
Ma c’è di più. Il pene e dunque la sensazione di essere potenti, è connesso con il capezzolo materno.
Secondo la teoria di Melanie Klein infatti, il capezzolo è il precursore del pene.
Esso, primo oggetto con cui i neonati di entrambi i sessi hanno a che fare, rappresenta il fulcro della connessione tra madre e bambino durante l’allattamento.
Quando avviene un buon allattamento, cioè quando si instaura un rapporto soddisfacente tra la mamma e il suo piccolo, nella mente del bambino il capezzolo assume simbolicamente un ruolo di sostegno e di forza.
I bambini di entrambi i sessi ne deriveranno un intenso desiderio sia sul piano concreto che simbolico, di esplorare e penetrare il corpo materno, senza timore di esserne divorati o distrutti.
Come ci dice M. Klein, fin dall’età neonatale, i bambini sentono l’impulso ad esplorare il mondo, che per loro è il corpo della madre.
In esso desiderano penetrare, per scoprirne e a volte rubarne tutte le ricchezze appropriandosi di esse.
In questo i maschi dell’età neonatale non sono diversi dalle bambine dato che il desiderio di penetrazione, scoperta, conoscenza e appropriazione, appartiene ad entrambi.
Dall’equilibrio relativo tra pulsioni aggressive e libidiche dipenderà il modo con cui il bambino vive il desiderio di conoscere (impulso epistemofilico).
Esso potrebbe essere inibito o distorto, qualora venisse associato al timore della propria distruttività.
Quindi tornando al personaggio del cartone animato, potremmo dire che esso, con il suo pene che ora combina guai, ora li risolve, rappresenta, nei bambini di entrambi i sessi, la ricerca dell’equilibrio tra impulsi aggressivi e libidici, tra impulso distruttivo e bisogno di riparare.
L’uomo pene: effetti diversi su fasi differenti
C’è poi un distinguo da fare. La serie è rivolta ai bambini che vanno dai 4 agli 8 anni, ma le due età sono ben diverse come diverse sono le esigenze psichiche relative.
I bambini di 4-5 anni si trovano come ho detto, nella fase fallico-edipica, quella in cui nella vita pulsionale di entrambi i sessi vi è un grande coinvolgimento amoroso nei confronti dei genitori e una notevole tendenza ad esibirsi dinanzi a loro.
Mentre i bambini tra i 6 e gli 8 anni si trovano nella fase di latenza, quella nella quale, la vita pulsionale viene relegata nel mondo inconscio per dare spazio all’impegno cognitivo che la mente deve affrontare dinanzi alla mole enorme di nuove conoscenze.
Per potersi concentrare su tale compito con successo, il mondo fantasmatico viene tenuto a bada attraverso il gioco spesso caratterizzato da aspetti ossessivi di ordine e classificazione. Tipiche di questa età sono per esempio le collezioni.
Ed ecco che un uomo pasticcione dal pene lunghissimo può avere un impatto molto diverso su bambini di età altrettanto diverse.
L’uomo pene e i bambini in fase edipica
A quattro anni, i bambini si trovano in una fase in cui per entrambi i sessi è fondamentale avere come riferimento delle figure adulte stabili, capaci di contenere l’esuberanza sessuale infantile e le angosce che ne derivano.
Quindi trovare un personaggio che ha il corpo di un adulto, il pene di un mostro e la mente di un bambino, potrebbe forse essere un tantino destabilizzante e confusivo.
Mi domando perciò se a questa età la risposta dei bambini sia più di interesse verso qualcosa che risulta strano e insolito che di divertimento.
Penso ad esempio all’enorme attrattiva suscitata anche sui bambini più piccoli da eroi negativi, altrimenti detti, mostri, come il pagliaccio IT , che pur suscitando terrore attrae irrimediabilmente.
A questa età i bambini stanno scoprendo il loro corpo e la differenza che c’è con quello dell’adulto. Hanno bisogno quindi di mettere in ordine le loro idee oltre che collocare la loro vita pulsionale in un contenitore mentale rassicurante e solido.
È fondamentale quindi che l’adulto sia adulto e per quanto possa trovarsi in difficoltà, possa essere percepito comunque, come capace di proteggere. Perché questo sia possibile è necessario stabilire una distanza, in modo che vi sia una chiara differenziazione di ruoli: quello di genitore (educatore ) e quello di figlio (educando).
Dubito che questa differenziazione sia possibile compierla quando un personaggio raccoglie in sé caratteristiche tali da non potersi collocare né nell’età infantile, né in quella adulta.
L’uomo pene e i bambini di 6-8 anni ( latenza )
Per quanto riguarda invece i più grandicelli, penso che il discorso sia diverso.
Loro si possono divertire enormemente a pensare ad un adulto che senta le loro stesse difficoltà e sia alle prese con problemi che poi vengono risolti grazie ad un pene onnipotente.
Inoltre questo adulto va fuori dalle regole e dai canoni sociali comuni e ciò è decisamente catartico per i bambini che si trovano alle prese con aspettative sociali sempre più stringenti, mano a mano che crescono.
Forse però il cartone potrebbe indurre un sottile sentimento di disprezzo per la figura dell’adulto in quanto tale.
A questo punto c’è da porsi una domanda: perché invece di rappresentare un uomo dal pene lunghissimo, non si è scelto di rappresentare un bambino dal pene lunghissimo?
John Dillermand e gli eroi del passato
Per esempio mi viene in mente Pippi Calzelunghe personaggio creato dalla fantasia di Astrid Lindgren, reso poi famoso dall’omonima serie televisiva.
Pippi era appunto una bambina dotata di forza enorme e di capacità tali da permetterle di abitare da sola, compiere ogni genere di impresa e starsene liberamente al di fuori di tutte le regole sociali.
Provo dunque ad azzardare una risposta alla domanda che mi pongo.
Forse si ritiene che per i bambini di oggi, un superbambino pasticcione non sarebbe altrettanto divertente e appagante di un buffo ometto dal superpene.
Dalla scelta dell’autore e dell’emittente televisiva, sembra di poter dedurre che la gioia dei bambini stia proprio nel constatare che anche un adulto possa essere pasticcione e maldestro.
Questo li assolve dai loro errori e allo stesso tempo li solleva dall’ansia per le proprie difficoltà attraverso il comportamento buffo del protagonista, il quale risulta tale proprio perché adulto.
I bambini si rendono perfettamente conto quando un adulto è inadeguato o ha caratteristiche infantili e tendono a non rispettarlo per questo.
Ma in questo caso Dillermand è una specie di eroe, compie imprese speciali e risolve i problemi che crea quindi invece di essere deriso, può diventare oggetto di divertente identificazione a buon mercato.
L’uomo-pene e l’identificazione verso il basso
Proviamo ora a pensare agli eroi del passato come i supereroi della Marvel per esempio. Si trattava di adulti dotati di forza e onnipotenza.
Ancora una volta i bambini, identificandosi con loro, potevano sognare di essere altrettanto invincibili e proiettare in un mondo di fantasia i loro bisogni e le loro paure, risolte attraverso i superpoteri.
Questi eroi erano senza macchia e senza paura e semmai il loro lato vulnerabile e umano era vissuto nella loro identità sociale manifesta che però aveva la garanzia di una risoluzione di tutti i problemi, attraverso l’uso dei superpoteri nascosti.
Quindi si potrebbero fare due osservazioni. La prima è che l’identificazione con il personaggio avviene in un movimento dall’alto verso il basso anziché il contrario.
Cioè dall’adulto al bambino e non viceversa. L’adulto scende dal suo piedistallo per essere associato alla figura del bambino. Mentre prima era il bambino, che sognando immaginava di raggiungere i poteri dell’adulto.
La seconda osservazione che si potrebbe fare è che rispetto al passato i nuovi eroi sembrano avere caratteristiche più composite.
Sembra essere venuta meno la netta scissione tra buono e cattivo e tra eroe ed essere umano comune.
Ora l’eroe se di eroe si può parlare, è un personaggio misto. Di confine.
Non si può infatti definirlo adulto ma neanche bambino. È un essere umano ma con una caratteristica che lo avvicina ad un mostro. È pieno di poteri ma pasticcione. È responsabile ma combinaguai.
John Dillermand: integrazione o confusione?
Non è di per sé una cosa negativa questo cambiamento. Purché l’adeguamento verso il basso e l’integrazione tra caratteristiche di segno opposto cui stiamo assistendo, sia segno di quella maturazione che segue una buona scissione.
Come ci fa notare la Klein, è possibile integrare le parti sentite come buone con quelle sentite come cattive del Sé e dell’altro, solo quando prima sia stata operata nella mente una buona scissione o distinzione tra le due.
Per fare un esempio, perché un piatto sia commestibile e anche appetitoso, bisogna che prima tutti gli ingredienti che lo compongono, siano stati selezionati adeguatamente.
Il che significa che devono prima essere distinti e solo dopo mescolati in modo proporzionato ed equilibrato.
Così accade nella mente. Se i suoi diversi aspetti, opposti tra loro non sono stati ben separati all’inizio, il rischio è uno stato di grave confusione mentale, che è tipico delle psicosi.
Ora, spero con tutto il cuore, che la comparsa sempre più frequente, di personaggi compositi, che tendono ad annullare i confini e le differenze, sia segno di una evoluzione verso forme sempre più articolate di integrazione, e non indice e foriera invece di una regressione verso stati confusionali sempre più marcati.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Bibliografia
Freud, S. – L’organizzazione genitale infantile (1923)
– Il tramonto del complesso edipico (1924)
– Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925)
in Opere, vol. 10, 1924-1929, Bollati Boringhieri, 1978.
Klein, M. Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.