Personal Shopper

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Regia elegantissima e asciutta quella di Personal Shopper, vincitore a Cannes nel 2016, un film dalle atmosfere crepuscolari che avvolgono lo spettatore fin quasi all’ultima scena e che prende inizio dalla sequenza in cui un’auto, attraversando un sentiero boscoso, si avvicina a un cancello oltre il quale una curva impedisce l’ulteriore visuale.

Immaginando fin da subito il passaggio in una dimensione altra, nascosta agli occhi dei più, abbiamo l’impressione che esso segni il confine tra due realtà separate della vita e della coscienza.

Una giovane scende dall’auto e apre il lucchetto compiendo un’azione che sembra un atto rituale che si ripeterà di lì a poco.

Ci addentriamo con lei nella stradina solitaria fino al luogo senza tempo di una lugubre villa vecchio stile.

Con queste sequenze il regista ci introduce lungo la trama del suo film nel quale lo spettatore è subito preso dentro uno stato di sogno.

In esso Maureen si aggira come un fantasma. Ma chi è il fantasma? Lei o Lewis il fratello morto che con lei condivideva il dono della medianità e che aveva promesso di lasciare un segno della sua sopravvivenza dopo la morte? Chi muore veramente? Noi o chi ci lascia?

Siamo avvolti dal lutto di Maureen che è vuoto ma anche ricerca spasmodica di una rivelazione che lo possa colmare.

Per lei infatti è possibile trovare pace solo con la prova che il fratello è sopravvissuto in qualche modo.

Ma è proprio la ricerca di un segno concreto, che fa pensare ad una incapacità di accedere al piano simbolico necessario per elaborare il lutto, così come qualsiasi altro stato mentale, laddove invece il dato di realtà della morte, è denegato.

E dunque ci addentriamo in un mondo nel quale non si è più in grado di distinguere realtà da fantasia, interno da esterno.

Il regista ci fa toccare con mano quello che potrebbe essere lo stato confusionale di chi è sull’orlo di un crollo psicotico, quando la mente non sembra più possedere un apparato per pensare.

Così, né pienamente svegli né completamente addormentati, guidati dai fantasmi proiettati sullo schermo della realtà esteriore si diventa preda di allucinazioni terrificanti.

Insieme a Maureen, come sonnambuli, vaghiamo nel buio che sembra simboleggiare la distruzione dell’apparato percettivo e delle funzioni del pensiero, quelle che ci permettono di elaborare le emozioni anche più dolorose.

Resta dunque sola con i suoi fantasmi la nostra protagonista, che ha un fidanzato, ma lontano, anche dal cuore.

L’unico vero attaccamento, che non lascia spazio a niente e nessuno, sembra essere quello al fratello gemello, morto a causa della stessa malformazione congenita al cuore, che in una ripetizione dello stesso destino, potrebbe essere fatale anche per lei.

Dove c’è ripetizione non c’è risoluzione e dunque il processo del lutto non sembra potersi avviare. Anime gemelle in tutto, dallo spirito al corpo, unico luogo dove è possibile depositare sentimenti non pensabili.

Ed ecco l’altro tema, strettamente collegato al primo, che Assayas sembra voler affrontare: quello dell’amore gemellare, simbiotico.

Esso rende impossibile la separazione e la differenziazione, lasciando una lacerazione irrimediabile nel momento in cui lo si perde.

L’amato fratello lascia un vuoto ostile che non permette un graduale recupero della pace attraverso l’accettazione della realtà della morte.

L’atmosfera si colora presto di toni scuri, inquietanti, e i significati si confondono, fino a che non è più possibile distinguere il bene dal male.

 Prende piede una realtà divisa tra idealizzazione e persecuzione. L’idealizzazione costringe Maureen a cercare spasmodicamente il fratello assente, trasformato in una figura quasi santificata, capace di inviare mistici segni a riprova di una vita oltre la vita.

Quella vita che Maureen semplicemente non riesce a preservare dentro di sé, attraverso la dolcezza dei ricordi, pur dolorosi, da elaborare e interiorizzare uno ad uno fino ad ottenerne un arricchimento complessivo della personalità.

Dall’altro lato sentiamo l’incombere della minaccia nell’atmosfera vagamente sinistra che avvolge la ragazza, anche durante le banali attività del quotidiano.

Nell’affiorare continuo di presunti segni che non è chiaro se abbiano connotazioni positive o maligne.

Nella presenza di un fantasma che quasi sembra incarnarsi attraverso i messaggi del cellulare dal quale Maureen non si separa mai, come se potesse riempire il vuoto di comunicazione con un pieno di informazioni che sembrano fungere da anestetico al dolore.

Assayas ci rammenta quanto il bisogno di comunicare sia forse il bisogno più profondo.

E terribile se ne siamo impediti da qualcosa come la morte o un abbandono inelaborabile.

Abbiamo allora la necessità di trovare una strada, un mezzo, qualsiasi cosa perfino l’allucinazione pur di non essere lasciati in uno stato di sospensione, nell’alienazione di una vita frenetica in un universo privo di significato.

Ma noi da spettatori vediamo il fratello, o la sua ombra in lontananza, comparire e svanire. Abbiamo la sensazione di una presenza, quasi un angelo custode che segue fedelmente i passi della sorella.

Maureen però non vede, ha bisogno di prove continue e concrete. E’ il dilemma del rapporto simbiotico che pur carico di un travolgente sentimento d’amore è contaminato dal dubbio dell’insinuarsi del suo opposto. Diventa impossibile vedere, sentire correttamente senza fraintendere i significati. 

Ma il regista ci mostra anche come il luogo dell’attesa, dell’ascolto e dell’incontro con chi amiamo e abbiamo perduto è quello dell’inconscio dove la vita vera vi scorre in stanze buie. Essa deve essere portata alla luce e compresa se vogliamo ritrovare quella linfa vitale in grado di farci andare avanti.

 Possiamo ritrovare il mondo che abbiamo perduto, con i suoi legami e i suoi affetti, solo quando siamo in grado di incontrare noi stessi e il nostro dolore, accettandolo fino in fondo. E per farlo dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro, anche rischiando di perderci nel viaggio oscuro della ricerca interiore, popolato da mostri e fantasmi che si possono dissolvere nel momento in cui ci riappropriamo delle nostre proiezioni in un pieno riconoscimento del nostro vero sé.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

(Dedicato a chi, nonostante tutto, ha trovato la forza di incoraggiarmi a  scrivere ancora. Ecco l’articolo di questo mese. Con gratitudine).

Lo straniero

Lo Straniero” di Camus: ecco un’opera che merita di essere letta, riletta e meditata. Opera attraverso la quale, con l’espediente della storia narrata in prima persona, l’autore esemplifica, con impatto immediato e piuttosto destabilizzante, l’impossibilità di conciliare in una sola, le diverse prospettive umane.

Troppo spesso nel tentativo di comprendere la realtà mentale dell’altro si finisce con il fargli violenza, assoggettandolo ai propri schemi.

Allora il primo punto di domanda di Camus immagino sia questo: se si possa trovare un luogo di incontro per conoscersi davvero, o per caso non si stia gli uni accanto agli altri, isolati all’interno di un muro invalicabile di fraintendimenti e proiezioni.

E forse per questa ragione si ha l’impressione di osservare per tutto il tempo, insieme al protagonista Meursault, la vita e gli uomini da dietro un vetro, come se i suoi pensieri scaturissero da un interno chiuso e soffocante dal quale si compie una sistematica opera di spoliazione della realtà psichica.

Eppure, anche se il mondo del simbolo e degli affetti sembra precluso, e i pensieri, essendo privi della naturale coloritura dei sentimenti, appaiono meccanici e piatti, sperimentiamo progressivamente l’accrescersi di uno struggente desiderio di vita.

E intanto Meursault, a partire dal momento del funerale della madre, annota con giudiziosa quanto asettica puntualità ogni più piccolo dettaglio degli avvenimenti quotidiani, tanto che diventa quasi impossibile delineare il soggetto centrale della sua prospettiva.

Un dettaglio assume la stessa valenza di un evento straordinario mentre avvenimenti che dovrebbero risultare straordinari, come un funerale o un incontro d’amore, si dissolvono nel calderone delle mutevoli sensazioni, descritte attraverso una cronaca attenta e spesso puntellata di noia e fatica. Dunque una cappa caliginosa e ovattata scende sulla nostra percezione di lettori.

Immagini vacue di un eterno presente si susseguono senza apparente nesso tra loro. Unico filo conduttore: le sensazioni concrete di un esserci all’interno di un corpo, che vincola con bisogni e limiti o che talvolta, dona piacevoli esperienze piene di intensità.

Su uno sfondo omogeneo emergono le emozioni, quali istantanee pronte a dissolversi nel mare di percezioni, mentre la mente è catturata da una iper-sensorialità prevaricante che regola lo scorrere del giorno.

Attraverso il suo personaggio Camus ci fa provare un senso di estraneità, o di estraniamento. Quello che appunto uno straniero o forse un alieno potrebbe provare in un pianeta sconosciuto. Giunto da un universo psichico altro e perciò completamente privo delle categorie che ci contraddistinguono come esseri umani sociali e al tempo stesso ignaro di quelle regole della comunicazione che organizzano e definiscono il perimetro dei nostri rapporti, egli ci appare in qualche modo innocente e puro.

Perfino quando scarica cinque colpi di pistola sul corpo di un uomo, solo perché oppresso dal caldo, quello stesso caldo che a causa del sole accecante, il giorno del funerale della madre aveva cominciato ad intaccare, senza che ce ne avvedessimo, l’equilibrio evidentemente fragile di Meursault.

Si comincia a domandarsi se non siano le sensazioni fisiche a prendere il posto dei sentimenti, comunicandoci il contenuto di un mondo interno altrimenti indecifrabile, e assumendo un peso tale da spezzare l’armonia del giorno in modo irreparabile.

L’imminente frattura era stata in effetti segnalata da alcuni episodi apparentemente privi di significato, come quello del Salamano che gemendo per la perdita del suo cane, porta Meursault a ripensare alla madre, per lui senza un motivo. O quello in cui Meursault si sente svuotato e con il mal di testa alla vigilia della gita al mare.

Sembra dunque che sia il corpo a veicolare comunicazioni altrimenti inesprimibili.

Così, improvvisi guizzi di eccitazione e felicità vengono osservati e poi descritti con l’onnipresente distacco, mentre la compassione o il dolore per la sofferenza altrui sono sostituiti da una ragionevolezza oggettiva e spassionata che permea la valutazione dei fatti fino al punto estremo di concordare con la posizione dell’interlocutore anche quando questa è contraria ai propri interessi più vitali.

Questa caratteristica in effetti disarma, commuove e intenerisce, ma solo chi è collocato nella mente del protagonista, cioè noi lettori, mentre il resto del mondo interpreta le sue parole e le sue azioni alla luce delle proprie griglie interpretative, fraintendendone intenzioni e atteggiamenti.

Assunti relazionali come il principio principe della comunicazione: che non si può non comunicare, (qualsiasi cosa facciamo o non facciamo è oggetto di attribuzioni da parte degli altri) generano una paradossale situazione di incomunicabilità. Lo vediamo chiaramente quando tutti coloro che circondano Meursault inferiscono dalle sue parole e ancor più dai suoi silenzi, una lunga serie di metasignificati che portano inesorabilmente alla condanna assoluta.

Ciò che sfugge alla comprensione comune può solo essere rifiutato. Lo straniero, estraneo e alieno, diventa il mostro per definizione.

Quello che sgomenta chi lo circonda, è che Meursault è portatore di un’assenza di significato. Egli è straniero infatti anche a se stesso, completamente estraneo al mondo dei sentimenti, dissociati ed evacuati nel corpo, portatore dei pesi e delle sofferenze della vita. E dunque è la morte personificata che, con il suo essere inestricabilmente connessa alla vita, offende la ragione e l’istinto primario alla sopravvivenza.

Necessariamente un tale individuo dev’essere considerato un criminale e suscitare ora sdegno ora ilarità ora imbarazzo perché non si è capaci di sospendere ogni giudizio e restare in silenzio di fronte al proprio limite.

E anche perché non si è capaci di rinunciare ad un egocentrismo che porta inesorabilmente a chiedere conto della nostra infelicità a chi ci circonda.

Meursault sembra a tutta prima una creatura primitiva, quasi un debole mentale eppure si resta con l’imbarazzante sensazione di esserlo noi, quando ci identifichiamo con il buon senso comune, dal momento che per non saperci confrontare con ciò che non comprendiamo, lo comprimiamo nelle nostre limitate categorie interpretative, metaforicamente rappresentate dall’angusto spazio di prigionia in cui l’uomo, ignaro di ciò che si muove attorno a lui, è costretto a vivere negli ultimi mesi, fino all’annientamento finale.

La mente umana è programmata per trovare un senso, per mettere un bordo ad un infinito omogeneo in modo da delineare una figura qualsiasi e trarre dal nulla una forma di esistenza.

Vediamo dunque uno a uno i personaggi che lo circondano, cucirgli addosso una trama complessa di attribuzioni tutte nate dai bisogni, desideri e paure di ciascuno.

Nella prima parte del romanzo ci sono quelli che lo guardano con stima, rispetto e affetto. Perfino amore. Un amore che però non può salvare perché privo di significato agli occhi di Meursault e quindi incapace di giungere oltre il limite invalicabile della separazione di menti e di corpi. Il ricordo stesso della bellezza di Marie e dei fugaci istanti incantati vissuti assieme a lei è destinato a cedere il posto all’infinita solitudine del protagonista che non ricevendo più visite la immagina necessariamente assorbita da una nuova relazione. Del resto lei stessa di fronte alla noncuranza di Meursault per la sua proposta di matrimonio, che pure accetta, finisce col domandarsi se lo ami veramente, giudicandolo appunto “strano”. Forse lo ama proprio per questo ma sa che un giorno potrebbe farle schifo per lo stesso motivo.

Nella seconda parte poi vediamo capovolgersi nel suo rovescio l’emblematica medaglia mentre l’arringa finale del procuratore sarà come un fiume in piena che travolge, con la sua retorica, le deboli menti della giuria e dell’uditorio ormai persuasi della colpevolezza dell’imputato.

E mentre lo scorrere dei pensieri di Meursault va di pari passo con gli avvenimenti, su di lui si accumulano le nubi nere della tragedia, creata da un mondo che funziona con la stessa precisione crudele e meccanica della ghigliottina cui la sua testa è destinata. Una società che crede di essere detentrice dei valori di verità, giustizia e bontà, e che li porta avanti con feroce determinazione fino a trasformare ciò che non è in grado di comprendere, in un mostro.

Horror vacui dunque è un altro dei temi di questo capolavoro, che attraverso un tono affettivo piatto fa trapelare un dolore straziante che sorge improvviso quando osserviamo compiersi il vero delitto ai danni del capro espiatorio che, senza quasi avvedersene, assume su di sé la colpa del mondo come un novello Cristo. La colpa risiede nel sentimento di impotenza di cui non si ha il coraggio di farsi carico. Meursault diventa allora il bersaglio della rabbia di tutti, proiettata e mimetizzata nella creazione del mostro alieno e ripugnante.

La colpa è anche quella del darsi un’importanza esagerata, a differenza di Meursault che dotato di una inconscia umiltà, più simile a quella di un animale che di un uomo, si lascia attraversare dall’esistenza assaporandone interamente i momenti di poesia e lasciandoli andare per sempre l’istante successivo.

Ma assieme a questi filoni principali alcune inquietanti domande sembrano affiorare implicitamente dal testo. E’ davvero una debolezza la mancanza di sentimenti se ci porta a quel necessario distacco che permette di godere di ogni attimo come se fosse l’unico? L’amore esiste o tutto quello che possiamo sperare di dare e ricevere davvero è il godimento reciproco dei corpi accompagnato da fuggevoli emozioni che assumono così valore assoluto?

Il mondo degli affetti può permanere in una condizione di purezza senza essere presto contaminato dalla pressione di bisogni egoistici che portano a legami reciprocamente distruttivi, come ben mostra il rapporto tra il Salamano e il suo cane? Possono davvero distinguersi l’amore, dall’odio? L’altruismo dall’egoismo? O non si tratta per caso di categorizzazioni atte a proteggerci dalla coscienza della nostra miseria?

E ancora: i sentimenti sono davvero utili o non distorcono forse il reale con la loro soggettività? Non sarebbe meglio munirsi della stessa indifferenza che sembra caratterizzare Meursault per interpretare in modo veritiero ciò che ci circonda?

Due omicidi sono messi a confronto: quello apparentemente privo di significato ad opera di Meursault e che viene letto come un segnale di brutalità gratuita, e quello legalizzato che vede il protagonista come vittima di una società che si arroga il diritto di condannare un proprio simile. Sono davvero differenti nella sostanza? Questo sembra chiedersi l’autore, che portando il suo pubblico ad identificarsi con lui sembra propendere per una assoluzione del primo e una condanna del secondo.

L’aggressione cui l’uomo è sottoposto, chiuso in una cella e privato di quella libertà di cui era inconsapevolmente innamorato lo costringe a sentire oltre ogni limite e capacità di sopportazione e ad incontrare se stesso in una introspezione forzata e dolorosa, che esplode nello sfogo di rabbia di fronte all’invadente intrusione del prete che prepotentemente vuole dare aiuto al solo vero scopo di riceverne.

Dunque alla fine sentimenti di collera fanno irruzione di fronte all’ennesima forma di violenza psicologica e con essi, gioia per l’improvvisa chiarezza che porta conciliazione tra i pensieri frenetici con i quali Meursault aveva cercato di trovare una soluzione di fronte all’alternarsi di accettazione della morte e desiderio di prolungare la vita.

Si completano così definizione di sé e visione del mondo la cui “tenera indifferenza” porta Meursault a riconoscere la sua somiglianza con esso e a scoprire un sentimento di fratellanza, soprattutto verso la madre con cui si accorge di condividere il bisogno di ricominciare una nuova vita proprio a ridosso della morte.

Sorge come un sole a illuminare la coscienza, la consapevolezza che niente ha importanza. Essa diventa accettazione totale e liberazione finale.

Come il prete che piange, pieno di superflua compassione per il condannato, constatiamo con dolore e soggezione l’incertezza di poterci mai veramente avvicinare a Meursault e con lui a qualsiasi essere umano compresi noi stessi, a meno di non riconoscere la completa mancanza di significato e di importanza di tutte le nostre sovrastrutture psicologiche e sociali.

Solo così si può forse sperare di giungere alla verità delle cose e sperimentare autentica fratellanza e gratitudine per il privilegio di essere vivi.

 

Di Marina Mollica

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Irma la dolce: una questione di forma

Tra i film di Billie Wilder, penso che Irma La Dolce possa ritenersi a buon diritto quello più riuscito.

Pieno di humor, sagacia e poesia, con una sceneggiatura non velocissima ma efficace, Wilder ci fa entrare in un mondo parallelo girando l’angolo di Rue Casanova.

Dapprima identificati con l’occhio onesto e inquisitore del gendarme Nestore Patou, poi gradualmente con quello ammiccante e sornione di Moustache, barista del bistrò di fronte, compiamo assieme a Nestore una trasformazione liberatoria nel passare dalla rigidità quasi bambinesca con cui egli si rapporta al mondo, allo sguardo di un uomo maturo, capace di dare e ricevere amore.

Moustache potrebbe rappresentare lo stesso Wilder nel suo interrogarsi su quale sia il miglior modo di affrontare la vita e le sue sfide, quando afferma ch’essa è una guerra a cielo aperto e non si può ammettere l’obiezione di coscienza. Con ciò si riferisce alla visuale “borghese” e priva di compromessi di Nestore, inaccettabile in un mondo dove prevale la disonestà.

Bellissima questa riflessione che apre la strada al percorso di maturazione di Nestore e con lui a quello della prostituta Irma detta la douce, cioè la dolce.

Ed ecco dunque una prima profonda lezione che questo sorprendente film ci dà con la leggerezza propria delle commedie: che per vivere in questo mondo dobbiamo imparare a comprendere e integrare tutte le parti di noi stessi, pena l’essere estraniati dalla realtà che provvederà a presentarci il conto alla prima occasione.

Tutte le istanze devono essere in equilibrio tra loro: quelle etiche e morali, quelle del mondo affettivo e quelle della realtà. Freud parlerebbe di gioco tra Es, Io e Superio.

Il cambio di prospettiva di Patou avviene alla stessa maniera di qualsiasi essere umano che entrando nella fase dell’adolescenza, deve temporaneamente abbandonare i modelli interiorizzati nell’infanzia, dell’etica dei genitori, per trovarne di nuovi e più adatti, confrontabili con le necessità imposte dai propri bisogni/desideri all’interno di un contesto sociale reale e quindi complesso.

Dunque l’entrata di Nestore nel mondo della malavita e della prostituzione, con la perdita del lavoro e del ruolo con cui in precedenza era così fortemente identificato, sembra rappresentare perfettamente il disorientamento dell’adolescente quando è costretto ad abbandonare gli oggetti della sua infanzia per cercarne di nuovi e più adatti ai suoi bisogni affettivi e sessuali risvegliati dalla maturazione psicofisica.

Chi non si adatta al processo di crescita e si ostina a rimanere legato al proprio mondo infantile, nella forma di una morale del tipo tutto bianco e tutto nero, verrà rigettato dal mondo reale e costretto a rivedere la propria interpretazione della realtà.

Così Nestore, privato di tutte le sue sicurezze fino ad allora intatte, riceve attonito gli insegnamenti di Moustache ai quali appare sulle prime resistente ma che entreranno a far parte del suo pensiero in un batter d’occhio, sotto la pressione del desiderio e del bisogno. Si conquisterà così il ruolo di boss del quartiere, con il soprannome di Tigre, che sarà più frutto di una serie fortunata di circostanze casuali che non di realtà. Ma tant’è, basta che tutti ti vedano in un certo modo che tale diventi, proprio come accadeva nella novella di Pirandello.

Così per amore o per forza Nestore finisce con l’impersonare il ruolo più rispettato e temuto della gang e per questo riesce a conquistare l’amore della sua bella. Ma sostenere l’immagine fittizia che altri ci hanno attribuito non è facile e sotto sotto restano le istanze più profonde dell’amore e della fedeltà, della dedizione e del sacrificio, inconciliabili con una mentalità basata sull’abuso, lo sfruttamento e la sopraffazione del più forte sul più debole. Mentalità che invece Irma ha sposato, rifiutando di ripercorrere la “fallimentare” carriera materna. Tutto è alla rovescia nel mondo di Irma tanto che è proprio lei a pretendere di mantenere il suo uomo per dimostrare a lui e a tutti la sua capacità di dargli il meglio. Una specie di società matriarcale si nasconde dietro lo sfruttamento dei maschi, dove la migliore è colei che conquista più clienti.

E Irma prende il suo lavoro molto sul serio definendolo una “professione”, perciò non esiterà a rinfacciare a Nestore il fatto che dietro il suo successo c’è lei, con le sue risorse senza le quali lui non sarebbe nessuno. Ma negli anni ’60 in una società che si rispetti è l’uomo che provvede all’amata, portandola all’altare per poi regalarle la possibilità di essere madre.

Dunque come mettere insieme le attese del gruppo di riferimento e della propria amata, con i propri bisogni e ideali? Come conciliare l’amore per Irma, con il ruolo di protettore? E come risolvere il problema della gelosia?

Si tratta ancora una volta di affrontare l’ingrato compito dell’integrazione tra parti di sé. Ma Nestore ricorre alla soluzione più patologica che ci sia: diniego della realtà e scissione in una doppia vita, di giorno e di notte, che rappresenta l’impossibilità di tenere assieme gli opposti e che darà luogo a una serie di complicazioni e di equivoci tanto esilaranti quanto disastrosi. La soluzione a tutta prima appare geniale, ma assumere una doppia identità sarà pagato a caro prezzo, addirittura con la galera. La cosa interessante qui è la situazione paradossale cui la mente è sottoposta. Non conta la realtà fattuale: il fatto cioè che il ricco epulone cui Irma si affeziona, altri non è che Nestore sotto mentite spoglie. Irma non lo sa e questo è ciò che conta.

Il problema della gelosia e del tradimento dunque, risolto sul piano di realtà, simbolicamente rimane. Gelosia verso quella parte di sé che gode delle attenzioni sessuali dell’amata. Il gioco di fantasie e immaginazioni, cioè la realtà fantasmatica è la vera realtà. La forma è superiore alla sostanza e il simbolo alla concretezza. Il mondo intrapsichico, con i suoi oggetti determina se saremo felici o fallimentari e Nestore è costretto suo malgrado ad assistere alla scena primaria mentre il suo alter ego si lascia andare alle grazie della donna che, a sua volta gelosa, si vendica delle presunte scorribande dell’amato tra prostitute rivali. Viene affrontato dunque un tema scottante, quello del conflitto edipico che nasce dalle relazioni interiorizzate con i genitori e che nevroticamente può portare all’identificazione con una parte di sé infantile, gelosa nei confronti di un’altra identificata con un sé adulto.

E come si chiede a una vera tragedia, il padre (e la madre) devono essere fatti fuori. Così mentre Irma prende a botte la “collega”, Nestore ucciderà nel Lord il personaggio da lui stesso creato. E ancora una volta realtà e fantasia si intrecceranno inestricabilmente mettendo nei guai il povero Nestore. A poco servirebbe rivelare i fatti reali, che, come il buon Moustache fa notare, non interessano a nessuno. La realtà è quella che ci sembra più plausibile in base al contesto in cui ci muoviamo e di esso dobbiamo tenere conto se vogliamo sperare di spuntarla.

Così finalmente trionfa una nuova consapevolezza, laddove il tempo della galera rappresenta la faticosa conquista dell’età adulta. Ormai forte della sua esperienza Nestore è libero di realizzare il suo sogno d’amore, accettandone i limiti e integrando tutte le parti di sé, rivale interno compreso, con il quale Irma, certa della sua paternità, ha concepito il figlioletto nel simbolico tradimento.

Ma alla fine di questo stupendo film, Wilder ci riporta al consueto gusto per la burla e ci ricorda che nulla va preso troppo sul serio, nemmeno i nostri fantasmi che altrimenti potrebbero assumere una vita propria. Ed è per questo che perfino Moustache, sopraffatto dagli eventi e a rischio di dare di matto opta per quella noncuranza, che lo contraddistingue, quando conclude con la frase: “ma quella è un’altra storia”.

“Il Buco”: tra ricerca e incanto

 

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La nostalgia di terre incontaminate non toccate dal discorso umano, trova perfetta corrispondenza nel film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino, presentato nel 2021 alla Mostra del Cinema di Venezia.

Esso sorprende con un tuffo al cuore tanto è imponente e maestosa la natura che offre al nostro sguardo per mezzo di spettacolari riprese cinematografiche.

Spazi e cieli sconfinati attraverso i quali giungono suoni attutiti e lontani di campanacci, cinguettii, vento e richiami di pastori.

Tra giochi di luci e colori, che variano con il lento scorrere del tempo, questo lungometraggio sembra incoraggiare più alla contemplazione estatica che all’attesa della narrazione di una storia.

Eppure una storia c’è, ma tra le sue pieghe sembrerebbe di scorgere un significato più profondo di quanto possa apparire a prima vista. Profondo almeno quanto lo è la cavità sotterranea esplorata dal gruppo di speleologi milanesi in onore dei quali è stato creato il film.

Ci addentriamo in un viaggio nel silenzio dove l’unica parola,  articolata in un discorso, viene dalla televisione che mostra l’ostentata saccenteria del mondo milanese, produttivo e operoso, o le luci scintillanti di spettacoli di varietà, in antitesi con l’innocenza quasi infantile degli abitanti di un paesello dell’entroterra del Pollino, abbracciato da una culla di montagne, che raggruppati sulla strada la guardano rapiti.

Troviamo che la storia più che svilupparsi dal prima al dopo, si espande su piani sovrapposti che ci fanno intuire l’infinita piccolezza dell’uomo eppure piena di dignità quando accetta senza egocentrismi la sua parte nel tutto.

E parte del tutto con cui si fonde, è il vecchio pastore, frammento dell’immota natura, dal volto quasi intagliato nel legno, così simile al tronco che gli è accanto.

Uomo dallo sguardo innocente e pacato, di chi si è lasciato attraversare dalla vita anziché appropriarsene con tracotanza, egli sembra osservare con preoccupazione l’impudenza rumorosa con cui il torpedone, rappresentanza del mondo civilizzato, compie la sua incursione all’interno delle montagne.

Insieme al vecchio pastore godiamo, dall’alto, dello sguardo di Dio e per antitesi, come sotto una lente di ingrandimento, ci addentriamo tra le strette insenature del corridoio sotterraneo che gli esploratori percorrono risoluti e certi dei loro mezzi.

La loro smania di andare sempre più giù per misurare la profondità della caverna, illuminandola passo a passo, forse simboleggia il bisogno dell’uomo di fare luce sul mistero della vita, di trovare una spiegazione alla sua esistenza, avendo dimenticato di gettare lo sguardo un po’ oltre il buco, proprio come il regista fa nella prima sequenza.

E allora diventa necessario spingersi nelle viscere nodose e sdrucciolevoli, negli antri acquosi, illuminati da fogli, lasciati bruciare. di riviste dai contenuti effimeri, come la vita degli uomini nelle città. Sempre un po’ oltre, a vedere dove sia il limite e come dimenticarsi della morte che a questo punto può solo far paura.

Ed è la paura della morte che trasforma la sacralità della natura nel culto religioso di umani che si confortano così della loro fragilità. Uomini e donne, visti dal refettorio accanto, radunati nella chiesa a pregare la Madonna, in cerca di protezione dinanzi al mistero angoscioso della vita.

Ma il mistero non si pone senza il linguaggio: laddove la parola è muta non c’è nemmeno la domanda.

E l’uomo preso dalle sue esplorazioni, misura e delinea, disegna e classifica e infine accumula perdendosi nel suo buco, novella caverna di Platone, mentre contemporaneamente il vecchio pastore muore, dopo essersi semplicemente abbandonato alla terra.

L’incomunicabilità tra Dio e l’uomo si fa sempre più profonda se questo dimentica da dove proviene.

Di pari passo la mente razionale, col suo sapere sempre più dettagliato, prende il sopravvento. Ma la misura di 683 metri nel sottosuolo sembra rappresentare il limite con cui essa dovrà sempre e comunque scontrarsi.

L’ultima parola spetta quindi alla natura e lo vediamo quando il vento, indifferente, sparpaglia sull’erba i fogli, prima ordinati, sui quali era delineato ogni tratto del mondo di sotto. Tra essi appare in primo piano l’immagine quasi fiabesca di un uomo che, forte dei suoi strumenti: torcia casco e scala di corda, sembra il conquistatore della caverna.

Questo foglio giace sull’erba mentre accanto passa un insetto delle stesse dimensioni dell’eroe che vi è disegnato.

Assistiamo infine al lavoro paziente e minuzioso dello studioso che dopo aver nuovamente assemblato i fogli esce dal suo riparo, forse attirato dal rumore del vento. E, sgomento per l’arrivo silenzioso di una immensa nuvola bianca, lo vediamo in una ripresa dall’alto che lo fa rimpicciolire e poi dissolvere in essa.

La vita immota e senza tempo riprende il sopravvento e il suo corso, noncurante dei sogni e delle ambizioni dell’uomo che si perde in una nebbia di incomprensione quando crede di essere il Dio di se stesso.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

il giovane Holden

Non sono un’accanita lettrice di romanzi.

Gli ultimi risalgono più o meno all’epoca delle scuole superiori, quando in estate ti consigliavano alcuni testi da leggere.

Ricordo “la buona terra” di Pearl S. Buck che ho veramente amato oppure “Se questo è un uomo” di Primo Levi e tanti altri.

Poi il mio interesse si è orientato a letture legate al lavoro e quindi prevalentemente psicoanalitiche.

Tuttavia ogni tanto, qua e là un romanzo di quelli classici mi capitava tra le mani con nostalgia.

E di recente, devo ammettere che il desiderio di trovare qualche autore non ancora letto, che potesse appassionarmi quanto quelli di allora, si è rifatto vivo.

Ho avuto fortuna.

Trovare quella meraviglia che è “Il Giovane Holden” di J.D. Salinger è stata un’esperienza entusiasmante. Entusiasmante e commovente.

Non ci si crederebbe che esista un libro capace di tenerti incollato dall’inizio alla fine neanche fosse un giallo mozzafiato.

Meglio di un film premiato o di un concerto rock. 

Sicuramente meglio di certi libri, dove è l’estetica a farla da padrona, di autori autoreferenziali, alla perenne ricerca dell’espressione perfetta ma così ingombrante da farti perdere subito di vista il soggetto.

Alla fine, ammazzato di belle espressioni, desisti dal cercarlo.

Certi scrittori a volte sono un po’ fastidiosi. Vogliono mostrare quanto sono intelligenti.

Ma l’intelligenza ostentata diventa il suo contrario.

Per questo ho esultato nel leggere il giovane Holden (il cui titolo originale poi è “The Catcher in the Rye” che è bellissimo già da sé).

Perché ti fa sentire meno solo. Perché l’occhio critico nei confronti dell’ipocrisia della gente ce l’ha anche il protagonista.

E’ come se un vecchio amico ti strattonasse per le braccia dicendo “oh sveglia, siamo in due”.

Il bello è che Salinger per bocca del suo Holden lo dice che ci sono scrittori che, una volta finito di leggerli li vorresti come migliori amici. E si, lui è uno di quelli. E guarda caso pare che lui non ne volesse sapere della gente e preferiva di gran lunga la solitudine. Lo apprezzo anche per questo. Altro che scrittori prezzolati e prezzemolini che sfornano libri leziosi quanto superflui.

Che per restare sulla cresta dell’onda e non lasciarsi sfuggire una larga tiratura di copie sfruttano solo temi alla moda.

Mi domando sempre se ci sono o ci fanno. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro.

Proprio come i personaggi di Holden spesso così pomposi, da diventare delle macchiette. Tutti sottoposti a quel suo sguardo innocente e spietato. Spietato perché non nasconde nulla e non mente su nulla, nemmeno su se stesso.

Eppure quanta comprensione per le persone che soffrono davvero, lui che riconosce dietro le maschere i poveracci che vi si nascondono e quelli che invece ormai non sono altro che maschera e basta.

Accetta tutti Holden, così come sono, anche se ne vede i lati più sgradevoli. 

Ma quanta solitudine, quanto disagio. Nessuno con cui riesca a parlare veramente perché nessuno ha voglia di ascoltare.

Ognuno, preso dal suo interesse personale, mira alla propria sopravvivenza sulla pelle degli altri. 

Lo impara presto Holden, nelle scuole che frequenta e puntualmente abbandona, perché proprio non riesce ad adattarsi all’ipocrisia di giovani o adulti, e alla loro violenza. Nessuno a cui rivolgersi nemmeno i genitori. Solo al mondo dell’infanzia che nella sua mente è ancora salvo, puro, bello. Di una bellezza struggente e viva. Un’infanzia in bilico sul burrone dove Holden come un catcher potrebbe prenderla al volo. 

In un mondo di ombre grigie Holden sembra l’unica figura a colori.

Con un ritmo descrittivo che incalza incessantemente ognuno è passato al vaglio di un occhio che descrive scene esilaranti e grottesche. Che lasciano l’amaro in bocca e lo stupore. La rabbia e la desolazione. Che sfiorano spesso la tragedia per poi risollevarsi in un carosello di eventi fatti di tutto e di nulla.

E ogni volta che speri che il prossimo incontro sarà quello buono, quello che solleverà le sorti della sua esistenza e della nostra insieme, ti devi ricredere e riprendere il viaggio insieme a Holden, sempre più stremato.

Eppure lui è lì a descrivere tutto senza posa, come se alla fine valesse la pena di farlo. Il suo cinismo, la sua voglia di farla finita cedono il passo a un disperato bisogno di andare almeno un pò più in là per vedere che succederà e se valga ancora la pena di vivere. Di aspettare in attesa che il tempo presente, così ossessivamente vuoto, passi o dia una tregua alla depressione.

Sembra di sentire le urla di un animale agonizzante dietro il parlare esagitato.

Holden è un eroe, l’eroe del quotidiano, della normalità più bieca. Dell’uomo che affronta l’abisso del non senso di un’esistenza alienata, all’interno di una società opulenta e corrotta fino al midollo. Dove tutti sono anestetizzati dal ruolo che recitano, come ombre su uno schermo.

Verrebbe da stringergli la mano a Holden o tenderla per confortarlo. Holden è ciascuno di noi, è il parlare incessante di una mente in bilico. E’ l’inflazione del pensiero sovraeccitato dall’incomunicabilità. Perché nessuno capisce, nessuno sente veramente. E’ colui che non molla e ci prova ancora una volta, nonostante la voglia di farla finita o fuggire non si sa dove. E’ la girandola di sentimenti contrapposti che nessuno è lì per accogliere dandoci un senso.

E il paradosso è che leggerlo dà conforto. Il conforto di scoprire che il dolore che si prova ad essere al mondo non è senza significato ma piuttosto la testimonianza, in una messa in scena di manichini, del fatto che dopotutto si è ancora vivi, proprio come lo è Holden.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Bibliografia: J.D. Salinger “Il giovane Holden” 2014 Giulio Einaudi editore, titolo originale “The Catcher in the Rye”, 1945.

https://www.lafeltrinelli.it/giovane-holden-libro-j-d-salinger/e/9788806218188 .

John Dillermand l’uomo-pene

 

A quanto pare in Danimarca esiste un cartone animato intitolato “John Dillermand” dove Dillermand significa letteralmente uomo-pene. https://www.youtube.com/watch?v=_3sGocnMP3A

Il personaggio è infatti un uomo dal pene lunghissimo che compie imprese mirabolanti proprio grazie al suo organo ipersviluppato che viene usato nei più svariati modi.

Ad esempio lo utilizza come un’elica per volare, o come una proboscide per afferrare le cose.

Proprio a causa di questo superpotere di cui perde spesso il controllo, Dillermand combina dei guai, che però poi risolve sempre, grazie al suo organo meravigliosamente grande.

L’uomo-pene e le polemiche

Sembra che i bambini siano entusiasti di questo cartone animato, rivolto ad una età tra i 4 e gli 8 anni, ma come si potrà ben immaginare esso ha sollevato polemiche che vedono diverse parti contrapposte.

C’è chi è contro, come Christian Groes, docente di studi di genere all’Università Roskilde, che lo ritiene un rinforzo alla società patriarcale e alla “cultura da spogliatoio”, o come  la giornalista satirica Majbritt Maria Lundgard che sottolinea, che secondo lei la serie, pur essendo divertente, sarebbe stata veramente inclusiva se avesse proposto anche una donna-vulva.

Dall’altra parte c’è invece chi ritiene Dillermand un personaggio educativo, capace di assumersi la responsabilità delle azioni che compie e che a causa della sua impulsività e della facilità con cui perde il controllo, condivide con i bambini  il loro modo di pensare.

Stiamo parlando della dottoressa Hojsted, una psicologa che lavora con i bambini e le famiglie.

La dottoressa sottolinea anche come siano gli adulti ad attribuire qualcosa di malizioso al personaggio, mentre lo sguardo dei bambini è molto diverso dato che essi trovano i genitali semplicemente divertenti.

Ho pensato dunque di aggiungere qualche riflessione al dibattito cercando, se possibile di arricchirlo di nuovi spunti.

Il pene e la fase fallica

Quando si dice che per par condicio, la serie avrebbe dovuto contemplare anche una protagonista donna dalla vagina grandissima, mi sembra che la questione dell’inclusione si applichi impropriamente al mondo dei bambini. 

Bambini e bambine fra i tre e i cinque anni infatti sono concentrati sulla relazione con il loro oggetto d’amore (il genitore) e sul poterlo dunque conquistare con i mezzi di cui dispongono piuttosto che sulla questione di essere trattati in modo paritario ed inclusivo rispetto all’altro sesso.

Freud per esempio direbbe che le  bambine di questa età vivono un senso di inferiorità nei confronti dei maschi a causa del minore sviluppo anatomico del loro organo sessuale, la clitoride, mentre non sono affatto consapevoli dell’esistenza della vagina.

Il maschietto penserebbe di conquistare la madre, esibendo la potenza del suo pene, mentre la femminuccia, sentendosi castrata dall’inferiorità morfologica della clitoride, finirebbe per desiderare il pene paterno, facendo del padre il proprio oggetto d’amore, anziché la madre.

Non a caso Freud aveva parlato di fase fallica (1923), per indicare la fase della  vita pulsionale dei bambini fra i tre e i cinque anni e di entrambi i sessi,  in cui l’opposizione avviene tra presenza o assenza di fallo e non tra pene e vagina.

Certo Melanie Klein ed altri autori successivi a Freud potrebbero dissentire sul fatto che la femminuccia di 4 anni non abbia alcuna cognizione della propria vagina.

Tuttavia ciò che è da sottolineare qui è che il confronto nella fase edipica, non si riferirebbe ad un bisogno da parte delle femminucce, di essere riconosciute socialmente. Piuttosto il problema si porrebbe sul piano del riconoscimento da parte del genitore amato.

La problematica dell’uguaglianza tra i sessi dunque, così come il timore del ritorno ad una società patriarcale, mi sembra essere più appannaggio degli adulti che del mondo infantile.

Pertanto credo che alcune categorie vengano applicate forse un pò intrusivamente al mondo dei piccoli, i quali tutt’al più possono vivere il confronto tra sessi non come un problema sociale ma come un aspetto squisitamente intrapsichico.

Pene-capezzolo e impulso alla conoscenza

Ed ora veniamo alla questione del divertimento. Che i bambini trovino il pene, e la sua abnorme esposizione, divertente, è sicuro. Lo dimostra il successo che la serie sta avendo.

Per i maschietti il pene è concretamente un oggetto di elevato valore narcisistico, che simboleggia la forza e la potenza, spesso rappresentata attraverso il gioco con pistole, treni, camion e macchinine. 

Sono tutte rappresentazioni simboliche della forza del pene e della sua capacità penetrativa ed esplorativa.

Inoltre un pene sovraesposto, viola apertamente le norme sociali e questo non può che essere molto divertente per i bambini.

Ma c’è di più. Il pene e dunque la sensazione di essere potenti, è connesso con il capezzolo materno. 

Secondo la teoria di Melanie Klein infatti, il capezzolo è il precursore del pene.

Esso, primo oggetto con cui i neonati di entrambi i sessi hanno a che fare, rappresenta il fulcro della connessione tra madre e bambino durante l’allattamento.

Quando avviene un buon allattamento, cioè quando si instaura un rapporto soddisfacente tra la mamma e il suo piccolo, nella mente del bambino il capezzolo assume simbolicamente un ruolo di sostegno e di forza. 

I bambini di entrambi i sessi ne deriveranno un intenso desiderio sia sul piano concreto che simbolico, di esplorare e penetrare il corpo materno, senza timore di esserne divorati o distrutti.

 Come ci dice M. Klein, fin dall’età neonatale, i bambini sentono l’impulso ad esplorare il mondo, che per loro è il corpo della madre.

In esso desiderano penetrare, per scoprirne e a volte rubarne tutte le ricchezze appropriandosi di esse.

In questo i maschi dell’età neonatale non sono diversi dalle bambine  dato che il desiderio di penetrazione, scoperta, conoscenza  e appropriazione, appartiene ad entrambi.

Dall’equilibrio relativo tra pulsioni aggressive e libidiche  dipenderà il modo con cui il bambino vive  il desiderio di conoscere (impulso epistemofilico).

Esso potrebbe essere inibito o distorto, qualora venisse associato al timore della propria distruttività.

Quindi tornando al personaggio del cartone animato, potremmo dire che esso, con il suo pene che ora combina guai, ora li risolve, rappresenta, nei bambini di entrambi i sessi, la ricerca dell’equilibrio tra impulsi aggressivi e libidici, tra impulso distruttivo e bisogno di riparare. 

L’uomo pene: effetti diversi su fasi differenti

C’è poi un distinguo da fare. La serie è rivolta ai bambini che vanno dai 4 agli 8 anni, ma le due età sono ben diverse come diverse sono le esigenze psichiche relative.

I bambini di 4-5 anni si trovano come ho detto, nella fase fallico-edipica, quella in cui nella vita pulsionale di entrambi i sessi vi è un grande coinvolgimento amoroso nei confronti dei genitori e una notevole tendenza ad esibirsi dinanzi a loro.

Mentre i bambini  tra i 6 e gli 8 anni si trovano nella fase di latenza, quella nella quale, la vita pulsionale viene relegata nel mondo inconscio per dare spazio all’impegno cognitivo che la mente deve affrontare dinanzi alla mole enorme di nuove conoscenze.

Per potersi concentrare su tale compito con successo, il mondo fantasmatico viene tenuto a bada attraverso il gioco spesso caratterizzato da aspetti ossessivi di ordine e classificazione. Tipiche di questa età sono per esempio le collezioni. 

Ed ecco che un uomo pasticcione dal pene lunghissimo può avere un impatto molto diverso su bambini di età altrettanto diverse.

L’uomo pene e i bambini in fase edipica

A quattro anni, i bambini si trovano in una fase in cui per entrambi i sessi è fondamentale avere come riferimento delle figure adulte stabili, capaci di contenere l’esuberanza sessuale infantile e le angosce che ne derivano.

Quindi trovare un personaggio che ha il corpo di un adulto, il pene di un mostro e la mente di un bambino, potrebbe forse essere un tantino destabilizzante e confusivo.

Mi domando perciò se a questa età la risposta dei bambini sia più di interesse verso qualcosa che risulta strano e insolito che di divertimento.

Penso ad esempio all’enorme attrattiva suscitata anche sui bambini più piccoli da eroi negativi, altrimenti detti, mostri, come il pagliaccio IT , che pur suscitando terrore attrae irrimediabilmente.

A questa età i bambini stanno scoprendo il loro corpo e la differenza che c’è con quello dell’adulto. Hanno bisogno quindi di mettere in ordine le loro idee oltre che collocare la loro vita pulsionale in un contenitore mentale rassicurante e solido.

È fondamentale quindi che l’adulto sia adulto e per quanto possa trovarsi in difficoltà, possa essere percepito comunque, come capace di proteggere. Perché questo sia possibile è necessario stabilire una distanza, in modo che vi sia una chiara differenziazione di ruoli: quello di genitore (educatore ) e quello di figlio (educando).

Dubito che questa differenziazione sia possibile compierla quando un personaggio raccoglie in sé caratteristiche tali da non potersi collocare né nell’età infantile, né in quella adulta.

L’uomo pene e i bambini di 6-8 anni ( latenza )

Per quanto riguarda invece i più grandicelli, penso che il discorso sia diverso. 

Loro si possono divertire enormemente a pensare ad un adulto che senta le loro stesse difficoltà e sia alle prese con problemi che poi vengono risolti grazie ad un pene onnipotente.

Inoltre questo adulto va fuori dalle regole e dai canoni sociali comuni e ciò è decisamente catartico per i bambini che si trovano alle prese con aspettative sociali sempre più stringenti, mano a mano che crescono.

Forse però il cartone potrebbe indurre un sottile sentimento di disprezzo per la figura dell’adulto in quanto tale.

A questo punto c’è da porsi una domanda: perché invece di rappresentare un uomo dal pene lunghissimo, non si è scelto di rappresentare un bambino dal pene lunghissimo?

John Dillermand e gli eroi del passato

Per esempio mi viene in mente Pippi Calzelunghe personaggio creato dalla fantasia di Astrid Lindgren, reso poi famoso dall’omonima serie televisiva.

Pippi era appunto una bambina dotata di forza enorme e di capacità tali da permetterle di abitare da sola, compiere ogni genere di impresa e starsene liberamente al di fuori di tutte le regole sociali.

Provo dunque ad azzardare una risposta alla domanda che mi pongo.

Forse si ritiene che per i bambini di oggi, un superbambino pasticcione non sarebbe altrettanto divertente e appagante di un buffo ometto dal superpene.

Dalla scelta dell’autore e dell’emittente televisiva, sembra di poter dedurre che la gioia dei bambini stia proprio nel constatare che anche un adulto possa essere pasticcione e maldestro.

Questo li assolve dai loro errori e allo stesso tempo li solleva dall’ansia per le proprie difficoltà  attraverso il comportamento buffo del protagonista, il quale risulta tale proprio perché adulto.

I bambini si rendono perfettamente conto quando un adulto è inadeguato o ha caratteristiche infantili e tendono a non rispettarlo per questo. 

Ma in questo caso Dillermand è una specie di eroe, compie  imprese speciali e risolve i problemi che crea quindi invece di essere deriso, può diventare oggetto di divertente identificazione a buon mercato. 

L’uomo-pene e l’identificazione verso il basso

Proviamo ora a pensare agli eroi del passato come  i supereroi della Marvel per esempio. Si trattava di adulti dotati di forza e onnipotenza.

Ancora una volta i bambini, identificandosi con loro, potevano sognare di essere altrettanto invincibili e proiettare in un mondo di fantasia i loro bisogni e le loro paure, risolte attraverso i superpoteri.

Questi eroi erano senza macchia e senza paura e semmai il loro lato vulnerabile e umano era vissuto nella loro identità sociale manifesta che però aveva la garanzia di una risoluzione di tutti i problemi, attraverso l’uso dei superpoteri nascosti. 

Quindi si potrebbero fare due osservazioni. La prima è che l’identificazione con il personaggio avviene in un movimento dall’alto verso il basso anziché il contrario.

Cioè dall’adulto al bambino e non viceversa. L’adulto  scende dal suo piedistallo per essere associato alla figura del bambino. Mentre prima era il bambino, che sognando immaginava di raggiungere i poteri dell’adulto.

La seconda osservazione che si potrebbe fare è che rispetto al passato i nuovi eroi sembrano avere caratteristiche più composite.

Sembra essere venuta meno la netta scissione tra buono e cattivo e tra eroe ed essere umano comune.

Ora l’eroe se di eroe si può parlare, è un personaggio misto. Di confine. 

Non si può infatti definirlo adulto ma neanche bambino. È un essere umano ma con una caratteristica che lo avvicina ad un mostro. È pieno di poteri ma pasticcione. È responsabile ma combinaguai.

John Dillermand: integrazione o confusione?

Non è di per sé una cosa negativa questo cambiamento. Purché l’adeguamento verso il basso e l’integrazione tra caratteristiche di segno opposto cui stiamo assistendo, sia segno di quella maturazione che segue una buona scissione.

Come ci fa notare la Klein, è possibile integrare le parti sentite come buone con quelle sentite come cattive del Sé e dell’altro, solo quando prima sia stata operata nella mente una buona scissione o distinzione tra le due.

Per fare un esempio, perché un piatto sia commestibile e anche appetitoso, bisogna che prima tutti gli ingredienti che lo compongono, siano stati selezionati adeguatamente.

Il che significa che devono prima essere distinti e solo dopo mescolati in modo proporzionato ed equilibrato.

Così accade nella mente. Se i suoi diversi aspetti, opposti tra loro non sono stati ben separati all’inizio, il rischio è uno stato di grave confusione mentale, che è tipico delle psicosi.

Ora, spero con tutto il cuore, che la comparsa sempre più frequente, di personaggi compositi, che tendono ad annullare i confini e le differenze, sia segno di una evoluzione verso forme sempre più articolate di integrazione, e non indice e foriera invece di una regressione verso stati confusionali sempre più marcati.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Freud, S. – L’organizzazione genitale infantile (1923)

                   – Il tramonto del complesso edipico (1924)

                 –  Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi                        (1925)

                  in Opere, vol. 10,  1924-1929, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein, M.  Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.

 

 

 

 

MADAME: TRA IDEALE E REALE IL VOLTO DI UN’ADOLESCENTE

Voglio parlare di una ragazza di diciassette anni di nome Francesca, in arte: Madame.

Una musicista rapper alle prese col dramma del confronto con gli stereotipi della bellezza femminile e del successo sociale, che imperversano nel nostro sempre più narcisistico ambiente.

Dramma sentito ancora più acutamente in adolescenza, quando in luogo della “humanitas” di cui Francesca ci parla, vi è nel rapporto tra pari, quel giudizio ipercritico carico di crudeltà e cinismo, che ognuno è costretto a fare proprio.

In Francesca c’è una tensione fortissima verso la soluzione di un profondo conflitto che in definitiva, appartiene a ciascun essere umano: il conflitto tra realtà e ideale.

Cito da una puntata di “Sopra le righe” ( dal canale youtube “Canale dei venti”) le parole della ragazza che dice: “cosa c’è di più bello che creare un mondo proprio?”

Per lei l’angoscia nasce dal confronto con un mondo esterno in cui diventa impossibile riconoscersi  perché esso è come uno specchio deformante.

“Il mondo proprio è invece lo specchio nel quale vorremmo vedere l’immagine di noi che desideriamo vedere.

Il nostro ideale, così fondamentale per strutturare tutta la personalità volta dinamicamente verso un obiettivo vitale e che dà vita.

Sempre che l’Io ideale non si trasformi in un Super Io feroce e punitivo che fa risuonare dentro la mente le parole di un altrettanto feroce Super Io di gruppo: ” sei troppo cessa per fare il rap”.

Madame si dibatte dunque tra le aggressioni di queste disumane istanze e la ricerca di un’estetica più profonda, più vera, risolvendo il conflitto in favore di quest’ultima, con un’eroica e commovente forza interiore.

Eroica, perché chi è stato vittima di bullismo porta dentro di sé una ferita nascosta, per quanto ne possa parlare con il sorriso sulle labbra.

E questa ferita non smette di sanguinare ma può essere occultata dalle “sciccherie” che come dei boomerang, finiscono con l’affossare ogni speranza reale di riparazione.

Le sciccherie sono degli strozzini,  che finché ti illudono di aiutarti a pagare il debito, in realtà lo amplificano generando dipendenza.

E tuttavia Francesca, con immensa forza vitale, rinasce in Anna: identificazione del sé femminile cui Francesca aspira e che la porta ad un’esplosione di creatività.

Anna un modello materno ideale, ma anche potenzialmente raggiungibile, in quel mondo creato da sé, che porta a sentirsi ricchi e solidi.

Ognuno di noi è un creatore e dalla creatività è possibile sviluppare la capacità di amare prima di tutto sé stessi.

Quella capacità che Francesca crede di non avere, ma la cui chiave ha compreso a fondo e che la porta al movimento verso un perfezionamento continuo.

Se questo movimento non diventa vessatorio a sua volta e non esige un tributo all’insaziabilità, Francesca può illustrare ad ognuno, come creare l’infinita varietà dei mondi possibili , tanti quanti sono le persone.

Il suo è un invito ad uscire dalla condanna dell’omologazione, che porta alla paura e all’odio reciproco e fa diventare spietati e disumani.

L’eleganza ritmica dei suoi testi, perfettamente amalgamati alla musica e carichi di una intrinseca bellezza che trascende le immagini crude e il turpiloquio, si eleva su un mondo di “rametti secchi”, per portare, come il “mazzetto di primule”, una speranza di rinascita e integrazione definitiva del brutto, che addolora e ferisce, in un tutto armonioso e nuovo.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it