“Il Buco”: tra ricerca e incanto

 

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La nostalgia di terre incontaminate non toccate dal discorso umano, trova perfetta corrispondenza nel film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino, presentato nel 2021 alla Mostra del Cinema di Venezia.

Esso sorprende con un tuffo al cuore tanto è imponente e maestosa la natura che offre al nostro sguardo per mezzo di spettacolari riprese cinematografiche.

Spazi e cieli sconfinati attraverso i quali giungono suoni attutiti e lontani di campanacci, cinguettii, vento e richiami di pastori.

Tra giochi di luci e colori, che variano con il lento scorrere del tempo, questo lungometraggio sembra incoraggiare più alla contemplazione estatica che all’attesa della narrazione di una storia.

Eppure una storia c’è, ma tra le sue pieghe sembrerebbe di scorgere un significato più profondo di quanto possa apparire a prima vista. Profondo almeno quanto lo è la cavità sotterranea esplorata dal gruppo di speleologi milanesi in onore dei quali è stato creato il film.

Ci addentriamo in un viaggio nel silenzio dove l’unica parola,  articolata in un discorso, viene dalla televisione che mostra l’ostentata saccenteria del mondo milanese, produttivo e operoso, o le luci scintillanti di spettacoli di varietà, in antitesi con l’innocenza quasi infantile degli abitanti di un paesello dell’entroterra del Pollino, abbracciato da una culla di montagne, che raggruppati sulla strada la guardano rapiti.

Troviamo che la storia più che svilupparsi dal prima al dopo, si espande su piani sovrapposti che ci fanno intuire l’infinita piccolezza dell’uomo eppure piena di dignità quando accetta senza egocentrismi la sua parte nel tutto.

E parte del tutto con cui si fonde, è il vecchio pastore, frammento dell’immota natura, dal volto quasi intagliato nel legno, così simile al tronco che gli è accanto.

Uomo dallo sguardo innocente e pacato, di chi si è lasciato attraversare dalla vita anziché appropriarsene con tracotanza, egli sembra osservare con preoccupazione l’impudenza rumorosa con cui il torpedone, rappresentanza del mondo civilizzato, compie la sua incursione all’interno delle montagne.

Insieme al vecchio pastore godiamo, dall’alto, dello sguardo di Dio e per antitesi, come sotto una lente di ingrandimento, ci addentriamo tra le strette insenature del corridoio sotterraneo che gli esploratori percorrono risoluti e certi dei loro mezzi.

La loro smania di andare sempre più giù per misurare la profondità della caverna, illuminandola passo a passo, forse simboleggia il bisogno dell’uomo di fare luce sul mistero della vita, di trovare una spiegazione alla sua esistenza, avendo dimenticato di gettare lo sguardo un po’ oltre il buco, proprio come il regista fa nella prima sequenza.

E allora diventa necessario spingersi nelle viscere nodose e sdrucciolevoli, negli antri acquosi, illuminati da fogli, lasciati bruciare. di riviste dai contenuti effimeri, come la vita degli uomini nelle città. Sempre un po’ oltre, a vedere dove sia il limite e come dimenticarsi della morte che a questo punto può solo far paura.

Ed è la paura della morte che trasforma la sacralità della natura nel culto religioso di umani che si confortano così della loro fragilità. Uomini e donne, visti dal refettorio accanto, radunati nella chiesa a pregare la Madonna, in cerca di protezione dinanzi al mistero angoscioso della vita.

Ma il mistero non si pone senza il linguaggio: laddove la parola è muta non c’è nemmeno la domanda.

E l’uomo preso dalle sue esplorazioni, misura e delinea, disegna e classifica e infine accumula perdendosi nel suo buco, novella caverna di Platone, mentre contemporaneamente il vecchio pastore muore, dopo essersi semplicemente abbandonato alla terra.

L’incomunicabilità tra Dio e l’uomo si fa sempre più profonda se questo dimentica da dove proviene.

Di pari passo la mente razionale, col suo sapere sempre più dettagliato, prende il sopravvento. Ma la misura di 683 metri nel sottosuolo sembra rappresentare il limite con cui essa dovrà sempre e comunque scontrarsi.

L’ultima parola spetta quindi alla natura e lo vediamo quando il vento, indifferente, sparpaglia sull’erba i fogli, prima ordinati, sui quali era delineato ogni tratto del mondo di sotto. Tra essi appare in primo piano l’immagine quasi fiabesca di un uomo che, forte dei suoi strumenti: torcia casco e scala di corda, sembra il conquistatore della caverna.

Questo foglio giace sull’erba mentre accanto passa un insetto delle stesse dimensioni dell’eroe che vi è disegnato.

Assistiamo infine al lavoro paziente e minuzioso dello studioso che dopo aver nuovamente assemblato i fogli esce dal suo riparo, forse attirato dal rumore del vento. E, sgomento per l’arrivo silenzioso di una immensa nuvola bianca, lo vediamo in una ripresa dall’alto che lo fa rimpicciolire e poi dissolvere in essa.

La vita immota e senza tempo riprende il sopravvento e il suo corso, noncurante dei sogni e delle ambizioni dell’uomo che si perde in una nebbia di incomprensione quando crede di essere il Dio di se stesso.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

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