Irma la dolce: una questione di forma

Tra i film di Billie Wilder, penso che Irma La Dolce possa ritenersi a buon diritto quello più riuscito.

Pieno di humor, sagacia e poesia, con una sceneggiatura non velocissima ma efficace, Wilder ci fa entrare in un mondo parallelo girando l’angolo di Rue Casanova.

Dapprima identificati con l’occhio onesto e inquisitore del gendarme Nestore Patou, poi gradualmente con quello ammiccante e sornione di Moustache, barista del bistrò di fronte, compiamo assieme a Nestore una trasformazione liberatoria nel passare dalla rigidità quasi bambinesca con cui egli si rapporta al mondo, allo sguardo di un uomo maturo, capace di dare e ricevere amore.

Moustache potrebbe rappresentare lo stesso Wilder nel suo interrogarsi su quale sia il miglior modo di affrontare la vita e le sue sfide, quando afferma ch’essa è una guerra a cielo aperto e non si può ammettere l’obiezione di coscienza. Con ciò si riferisce alla visuale “borghese” e priva di compromessi di Nestore, inaccettabile in un mondo dove prevale la disonestà.

Bellissima questa riflessione che apre la strada al percorso di maturazione di Nestore e con lui a quello della prostituta Irma detta la douce, cioè la dolce.

Ed ecco dunque una prima profonda lezione che questo sorprendente film ci dà con la leggerezza propria delle commedie: che per vivere in questo mondo dobbiamo imparare a comprendere e integrare tutte le parti di noi stessi, pena l’essere estraniati dalla realtà che provvederà a presentarci il conto alla prima occasione.

Tutte le istanze devono essere in equilibrio tra loro: quelle etiche e morali, quelle del mondo affettivo e quelle della realtà. Freud parlerebbe di gioco tra Es, Io e Superio.

Il cambio di prospettiva di Patou avviene alla stessa maniera di qualsiasi essere umano che entrando nella fase dell’adolescenza, deve temporaneamente abbandonare i modelli interiorizzati nell’infanzia, dell’etica dei genitori, per trovarne di nuovi e più adatti, confrontabili con le necessità imposte dai propri bisogni/desideri all’interno di un contesto sociale reale e quindi complesso.

Dunque l’entrata di Nestore nel mondo della malavita e della prostituzione, con la perdita del lavoro e del ruolo con cui in precedenza era così fortemente identificato, sembra rappresentare perfettamente il disorientamento dell’adolescente quando è costretto ad abbandonare gli oggetti della sua infanzia per cercarne di nuovi e più adatti ai suoi bisogni affettivi e sessuali risvegliati dalla maturazione psicofisica.

Chi non si adatta al processo di crescita e si ostina a rimanere legato al proprio mondo infantile, nella forma di una morale del tipo tutto bianco e tutto nero, verrà rigettato dal mondo reale e costretto a rivedere la propria interpretazione della realtà.

Così Nestore, privato di tutte le sue sicurezze fino ad allora intatte, riceve attonito gli insegnamenti di Moustache ai quali appare sulle prime resistente ma che entreranno a far parte del suo pensiero in un batter d’occhio, sotto la pressione del desiderio e del bisogno. Si conquisterà così il ruolo di boss del quartiere, con il soprannome di Tigre, che sarà più frutto di una serie fortunata di circostanze casuali che non di realtà. Ma tant’è, basta che tutti ti vedano in un certo modo che tale diventi, proprio come accadeva nella novella di Pirandello.

Così per amore o per forza Nestore finisce con l’impersonare il ruolo più rispettato e temuto della gang e per questo riesce a conquistare l’amore della sua bella. Ma sostenere l’immagine fittizia che altri ci hanno attribuito non è facile e sotto sotto restano le istanze più profonde dell’amore e della fedeltà, della dedizione e del sacrificio, inconciliabili con una mentalità basata sull’abuso, lo sfruttamento e la sopraffazione del più forte sul più debole. Mentalità che invece Irma ha sposato, rifiutando di ripercorrere la “fallimentare” carriera materna. Tutto è alla rovescia nel mondo di Irma tanto che è proprio lei a pretendere di mantenere il suo uomo per dimostrare a lui e a tutti la sua capacità di dargli il meglio. Una specie di società matriarcale si nasconde dietro lo sfruttamento dei maschi, dove la migliore è colei che conquista più clienti.

E Irma prende il suo lavoro molto sul serio definendolo una “professione”, perciò non esiterà a rinfacciare a Nestore il fatto che dietro il suo successo c’è lei, con le sue risorse senza le quali lui non sarebbe nessuno. Ma negli anni ’60 in una società che si rispetti è l’uomo che provvede all’amata, portandola all’altare per poi regalarle la possibilità di essere madre.

Dunque come mettere insieme le attese del gruppo di riferimento e della propria amata, con i propri bisogni e ideali? Come conciliare l’amore per Irma, con il ruolo di protettore? E come risolvere il problema della gelosia?

Si tratta ancora una volta di affrontare l’ingrato compito dell’integrazione tra parti di sé. Ma Nestore ricorre alla soluzione più patologica che ci sia: diniego della realtà e scissione in una doppia vita, di giorno e di notte, che rappresenta l’impossibilità di tenere assieme gli opposti e che darà luogo a una serie di complicazioni e di equivoci tanto esilaranti quanto disastrosi. La soluzione a tutta prima appare geniale, ma assumere una doppia identità sarà pagato a caro prezzo, addirittura con la galera. La cosa interessante qui è la situazione paradossale cui la mente è sottoposta. Non conta la realtà fattuale: il fatto cioè che il ricco epulone cui Irma si affeziona, altri non è che Nestore sotto mentite spoglie. Irma non lo sa e questo è ciò che conta.

Il problema della gelosia e del tradimento dunque, risolto sul piano di realtà, simbolicamente rimane. Gelosia verso quella parte di sé che gode delle attenzioni sessuali dell’amata. Il gioco di fantasie e immaginazioni, cioè la realtà fantasmatica è la vera realtà. La forma è superiore alla sostanza e il simbolo alla concretezza. Il mondo intrapsichico, con i suoi oggetti determina se saremo felici o fallimentari e Nestore è costretto suo malgrado ad assistere alla scena primaria mentre il suo alter ego si lascia andare alle grazie della donna che, a sua volta gelosa, si vendica delle presunte scorribande dell’amato tra prostitute rivali. Viene affrontato dunque un tema scottante, quello del conflitto edipico che nasce dalle relazioni interiorizzate con i genitori e che nevroticamente può portare all’identificazione con una parte di sé infantile, gelosa nei confronti di un’altra identificata con un sé adulto.

E come si chiede a una vera tragedia, il padre (e la madre) devono essere fatti fuori. Così mentre Irma prende a botte la “collega”, Nestore ucciderà nel Lord il personaggio da lui stesso creato. E ancora una volta realtà e fantasia si intrecceranno inestricabilmente mettendo nei guai il povero Nestore. A poco servirebbe rivelare i fatti reali, che, come il buon Moustache fa notare, non interessano a nessuno. La realtà è quella che ci sembra più plausibile in base al contesto in cui ci muoviamo e di esso dobbiamo tenere conto se vogliamo sperare di spuntarla.

Così finalmente trionfa una nuova consapevolezza, laddove il tempo della galera rappresenta la faticosa conquista dell’età adulta. Ormai forte della sua esperienza Nestore è libero di realizzare il suo sogno d’amore, accettandone i limiti e integrando tutte le parti di sé, rivale interno compreso, con il quale Irma, certa della sua paternità, ha concepito il figlioletto nel simbolico tradimento.

Ma alla fine di questo stupendo film, Wilder ci riporta al consueto gusto per la burla e ci ricorda che nulla va preso troppo sul serio, nemmeno i nostri fantasmi che altrimenti potrebbero assumere una vita propria. Ed è per questo che perfino Moustache, sopraffatto dagli eventi e a rischio di dare di matto opta per quella noncuranza, che lo contraddistingue, quando conclude con la frase: “ma quella è un’altra storia”.

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