Personal Shopper

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Regia elegantissima e asciutta quella di Personal Shopper, vincitore a Cannes nel 2016, un film dalle atmosfere crepuscolari che avvolgono lo spettatore fin quasi all’ultima scena e che prende inizio dalla sequenza in cui un’auto, attraversando un sentiero boscoso, si avvicina a un cancello oltre il quale una curva impedisce l’ulteriore visuale.

Immaginando fin da subito il passaggio in una dimensione altra, nascosta agli occhi dei più, abbiamo l’impressione che esso segni il confine tra due realtà separate della vita e della coscienza.

Una giovane scende dall’auto e apre il lucchetto compiendo un’azione che sembra un atto rituale che si ripeterà di lì a poco.

Ci addentriamo con lei nella stradina solitaria fino al luogo senza tempo di una lugubre villa vecchio stile.

Con queste sequenze il regista ci introduce lungo la trama del suo film nel quale lo spettatore è subito preso dentro uno stato di sogno.

In esso Maureen si aggira come un fantasma. Ma chi è il fantasma? Lei o Lewis il fratello morto che con lei condivideva il dono della medianità e che aveva promesso di lasciare un segno della sua sopravvivenza dopo la morte? Chi muore veramente? Noi o chi ci lascia?

Siamo avvolti dal lutto di Maureen che è vuoto ma anche ricerca spasmodica di una rivelazione che lo possa colmare.

Per lei infatti è possibile trovare pace solo con la prova che il fratello è sopravvissuto in qualche modo.

Ma è proprio la ricerca di un segno concreto, che fa pensare ad una incapacità di accedere al piano simbolico necessario per elaborare il lutto, così come qualsiasi altro stato mentale, laddove invece il dato di realtà della morte, è denegato.

E dunque ci addentriamo in un mondo nel quale non si è più in grado di distinguere realtà da fantasia, interno da esterno.

Il regista ci fa toccare con mano quello che potrebbe essere lo stato confusionale di chi è sull’orlo di un crollo psicotico, quando la mente non sembra più possedere un apparato per pensare.

Così, né pienamente svegli né completamente addormentati, guidati dai fantasmi proiettati sullo schermo della realtà esteriore si diventa preda di allucinazioni terrificanti.

Insieme a Maureen, come sonnambuli, vaghiamo nel buio che sembra simboleggiare la distruzione dell’apparato percettivo e delle funzioni del pensiero, quelle che ci permettono di elaborare le emozioni anche più dolorose.

Resta dunque sola con i suoi fantasmi la nostra protagonista, che ha un fidanzato, ma lontano, anche dal cuore.

L’unico vero attaccamento, che non lascia spazio a niente e nessuno, sembra essere quello al fratello gemello, morto a causa della stessa malformazione congenita al cuore, che in una ripetizione dello stesso destino, potrebbe essere fatale anche per lei.

Dove c’è ripetizione non c’è risoluzione e dunque il processo del lutto non sembra potersi avviare. Anime gemelle in tutto, dallo spirito al corpo, unico luogo dove è possibile depositare sentimenti non pensabili.

Ed ecco l’altro tema, strettamente collegato al primo, che Assayas sembra voler affrontare: quello dell’amore gemellare, simbiotico.

Esso rende impossibile la separazione e la differenziazione, lasciando una lacerazione irrimediabile nel momento in cui lo si perde.

L’amato fratello lascia un vuoto ostile che non permette un graduale recupero della pace attraverso l’accettazione della realtà della morte.

L’atmosfera si colora presto di toni scuri, inquietanti, e i significati si confondono, fino a che non è più possibile distinguere il bene dal male.

 Prende piede una realtà divisa tra idealizzazione e persecuzione. L’idealizzazione costringe Maureen a cercare spasmodicamente il fratello assente, trasformato in una figura quasi santificata, capace di inviare mistici segni a riprova di una vita oltre la vita.

Quella vita che Maureen semplicemente non riesce a preservare dentro di sé, attraverso la dolcezza dei ricordi, pur dolorosi, da elaborare e interiorizzare uno ad uno fino ad ottenerne un arricchimento complessivo della personalità.

Dall’altro lato sentiamo l’incombere della minaccia nell’atmosfera vagamente sinistra che avvolge la ragazza, anche durante le banali attività del quotidiano.

Nell’affiorare continuo di presunti segni che non è chiaro se abbiano connotazioni positive o maligne.

Nella presenza di un fantasma che quasi sembra incarnarsi attraverso i messaggi del cellulare dal quale Maureen non si separa mai, come se potesse riempire il vuoto di comunicazione con un pieno di informazioni che sembrano fungere da anestetico al dolore.

Assayas ci rammenta quanto il bisogno di comunicare sia forse il bisogno più profondo.

E terribile se ne siamo impediti da qualcosa come la morte o un abbandono inelaborabile.

Abbiamo allora la necessità di trovare una strada, un mezzo, qualsiasi cosa perfino l’allucinazione pur di non essere lasciati in uno stato di sospensione, nell’alienazione di una vita frenetica in un universo privo di significato.

Ma noi da spettatori vediamo il fratello, o la sua ombra in lontananza, comparire e svanire. Abbiamo la sensazione di una presenza, quasi un angelo custode che segue fedelmente i passi della sorella.

Maureen però non vede, ha bisogno di prove continue e concrete. E’ il dilemma del rapporto simbiotico che pur carico di un travolgente sentimento d’amore è contaminato dal dubbio dell’insinuarsi del suo opposto. Diventa impossibile vedere, sentire correttamente senza fraintendere i significati. 

Ma il regista ci mostra anche come il luogo dell’attesa, dell’ascolto e dell’incontro con chi amiamo e abbiamo perduto è quello dell’inconscio dove la vita vera vi scorre in stanze buie. Essa deve essere portata alla luce e compresa se vogliamo ritrovare quella linfa vitale in grado di farci andare avanti.

 Possiamo ritrovare il mondo che abbiamo perduto, con i suoi legami e i suoi affetti, solo quando siamo in grado di incontrare noi stessi e il nostro dolore, accettandolo fino in fondo. E per farlo dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro, anche rischiando di perderci nel viaggio oscuro della ricerca interiore, popolato da mostri e fantasmi che si possono dissolvere nel momento in cui ci riappropriamo delle nostre proiezioni in un pieno riconoscimento del nostro vero sé.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

(Dedicato a chi, nonostante tutto, ha trovato la forza di incoraggiarmi a  scrivere ancora. Ecco l’articolo di questo mese. Con gratitudine).

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