Il valore della psicoanalisi

 

Se dovessi dire quale metodo di cura ritengo migliore fra tutti, direi senza esitare: la psicoanalisi. E naturalmente ciò risponde al fatto che l’ho scelta come professione, come ambito di ricerca, come scopo di vita, e anche come cura, sentendo fin dall’inizio del mio percorso di studi alla facoltà di Psicologia, un particolare interesse per l’approccio psicodinamico.

Tuttavia, considerando altri modelli terapeutici, che sembrano dare in base alle ricerche ottimi risultati in tempi relativamente brevi, mi sono spesso domandata, al di là della mia predisposizione personale e della mia preferenza, per quale ragione consiglierei ancora e nonostante tutto la terapia psicoanalitica.

Si tratta di una domanda dal valore etico e deontologico dato che chiedere a una famiglia di impegnare per lungo tempo le sue risorse nella direzione dell’approccio che pratico, non è responsabilità di poco conto.

Le ragioni atte a giustificare la scelta potrebbero dipendere dal tipo di disturbo segnalato e dalla predisposizione del paziente per esempio.

Tuttavia una risposta di carattere più generale mi è balzata alla coscienza nel corso di una seduta nella quale, nonostante le apparenze, sentivo che qualcosa non stava funzionando.

Sulla scorta di questa impressione e seguendo alcuni nessi associativi tra le parti del discorso del paziente, ho cominciato a portare alla sua attenzione alcune osservazioni di cui in quel momento non sembrava conscio e che a prima vista avevano l’apparenza di dettagli irrilevanti. Seguendo questo filo conduttore siamo arrivati assieme a mettere in luce sentimenti che se non fossero stati colti e condivisi, lo avrebbero lasciato solo con la sua parte sofferente più profonda.

Spesso i pazienti celano l’esistenza del dolore prima di tutto a se stessi e naturalmente al terapeuta, dato che farlo emergere spaventa. Esso fa entrare in contatto con la propria vulnerabilità. Difese di tutti i tipi si ergono contro questa presa di coscienza. Esse potrebbero essere considerate come mura di cinta che nel momento in cui nascondono e proteggono, allo stesso tempo isolano e indeboliscono chi vi si cela dietro.

Così ecco la risposta alla domanda iniziale. L’esperienza di poter entrare in contatto con ciò che è nascosto dentro di sé può apparire a prima vista come l’apertura di un pericoloso vaso di Pandora. Tuttavia, assistiti da un compagno di viaggio, quale è il proprio analista, si ha l’occasione di risalire la china di un inferno congelato per liberare una nuova corrente vitale che si sperimenta come sentimento di esserci. E’ come se l’immagine di sé dapprima sfocata si mettesse a fuoco e questo facesse provare un grande sollievo assieme a gioia che a volte trova sfogo attraverso lacrime liberatorie.

Penso che tutto questo sia molto differente dall’imparare attraverso esercizi e ragionamenti (le cosiddette strategie che in molti mi chiedono), ad essere funzionali all’ambiente in cui si è inseriti, abolendo sintomi disturbatori. Non dimentichiamo infatti che le categorie psicopatologiche del DSMV sono enunciate in termini di “disturbo”.

Si cerca di eliminare l’elemento disturbatore ma chi è che viene disturbato? Il bambino/adolescente/adulto o i genitori, la scuola, gli amici, il luogo di lavoro ecc.?

Non mi si fraintenda. Non ho intenzione di negare il valore del poter avere una vita più scorrevole e comportamenti più adattivi.

Ma se tutto inizia e finisce qui, temo che ci stiamo perdendo qualcosa di fin troppo significativo perché almeno non si tenti di ricordarlo.

A che serve togliere sintomi comportamentali e cognitivi attraverso tecniche riabilitative se poi nel sottofondo siamo ancora completamente addormentati nel mondo di sogno creato da condizionamenti interni ed esterni? Come faccio a sapere chi sono, o chi non sono, se il mio unico scopo è aderire a un contesto sociale che mi vuole privo di elementi di disturbo per me e per gli altri? Preferisco tenermi i miei sintomi che almeno mi ricordano che una parte di me sta ancora dormendo ed è cieca a realtà più profonde e infine più elevate.

Dante e Virgilio erano dovuti passare per l’inferno prima di giungere al Paradiso.

E il Paradiso per me è il sentimento di esserci che si rinforza improvvisamente, ogni volta che si giunge a una maggiore comprensione di sé. Perché si sottrae la propria coscienza al mondo dell’inconscio e quindi della ripetitività involontaria e automatica, definita da Freud coazione a ripetere. Si raggiunge per un breve, impagabile istante la consapevolezza di poter essere liberi da passato e futuro che mollano la loro presa e lasciano intravvedere un orizzonte sconfinato di quiete e potenzialità. Un istante del genere, per quanto breve, trasforma l’intera esistenza e la rivitalizza. Forse perché in realtà si entra in contatto con una realtà universale che in quanto tale è fuori dal tempo e permette di liberare energia psichica disponibile per il pensiero creativo.

Si tratta in una parola di assaporare la libertà.  E non credo sia poco.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Immagine: Pixabay (Michelangelo: dettaglio)

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