
Psicoanalisi: un metodo di cura che, contrariamente a quanto si pensi, va oltre le parole.
Mi è capitato spesso di sentir dire che andare dallo psicoanalista non serve a niente, tutte chiacchiere di anni, su problemi presenti e passati.
Questo è uno dei tanti luoghi comuni, così come lo è quello che porta ad immaginare uno psicoterapeuta come un esperto che, in quanto tale, saprà risolvere il problema, aiutando il paziente con consigli, ragionamenti e convincimenti.
La durata
Stupisce come si consideri normale un percorso di anni ed anni per l’apprendimento di qualsiasi disciplina scolastica e ci si aspetti invece di cambiare la mente di un individuo in breve tempo, con qualche magico accorgimento.
La trasformazione non avviene, come si crede comunemente, ragionando su un determinato problema, sviscerandolo assieme al terapeuta, ricevendo indicazioni e suggerimenti o semplicemente confrontandosi con lui.
Non è dovuta nemmeno al fatto di parlare per anni delle proprie vicende personali, della propria storia passata e contingente.
La trasformazione profonda di un individuo avviene all’interno di un incontro significativo con un altro individuo.
Per questa ragione la relazione analitica, come ogni altra relazione, ha bisogno di tempo per svilupparsi e mettere radici profonde.
Il cambiamento
Ciò che porta al cambiamento è l’incontro della mente del paziente, con quella del terapeuta.
E’ un contatto profondo che riguarda anche e soprattutto le parti inconsce della personalità, che vengono “sentite” dall’analista e gradualmente rese consce attraverso la parola ma non solo.
Non si tratta solo di spiegazioni verbali, ma di ritmi nel tempo, che devono trovare sempre più accordo e sincronismo.
Una stessa frase detta in un momento piuttosto che in un altro può sortire effetti completamente diversi. Così come avviene per un concetto presentato con un certo tipo di struttura della frase piuttosto che con un’altra.
Senza contare l’intonazione, lo sguardo, la velocità dell’eloquio, l’intensità dell’emissione vocale, l’espressione facciale e la postura, (quando vi sia il contatto vis a vis).
Tutti i parametri della comunicazione non verbale che sono poi quelli fondamentali nella comunicazione madre-bambino.
La comunicazione madre bambino
Una madre che parla al suo neonato non pensa di certo che egli possa comprendere le sue parole. Non fino a che non avrà sviluppato un vocabolario sufficiente a definire in termini di concetti il mondo che lo circonda.
Tuttavia gli parla, utilizzando tutta la ricca gamma di coloriture linguistiche e paralinguistiche di cui è istintivamente a conoscenza, e immaginando che egli la possa comprendere.
Ha cioè fiducia nelle potenzialità evolutive del suo bambino, così come il terapeuta ne ha nei confronti del suo paziente.
L’ intenzione comunicativa materna unita alla disponibilità recettiva ad accogliere le comunicazioni del bambino, dotandole di significato, porterà il piccolo a sentire che il suo mondo interno ed esterno non sono caotici ma comprensibili.
Bion parla di “reverie” della madre (1962). Quella particolare capacità, quello stato mentale di ricevere e contenere le comunicazioni del bambino, espressione di dolore o di piacere, sentendole dentro di sè e dotandole di significato.
Ella le restituisce poi al suo piccolo come se fossero state digerite.
Per questa ragione, potenti sensazioni psicofisiche che potrebbero travolgere la mente del neonato, diventano assimilabili e contribuiscono alla crescita della sua mente.
In altre parole si crea l’apparato per pensare.
Relazione analitica
Dunque, con tutti i pazienti e in particolare con quelli più gravi, è fondamentale il modo con cui avviene la comunicazione, piuttosto che il suo contenuto.
A ciò si aggiunga la riflessione dell’analista sulla relazione in corso, non necessariamente esplicitata con le parole, ma che deve portare ad una scelta terapeutica piuttosto che un’altra.
Tale riflessione si avvale di ciò che l’analista sente in presenza del suo paziente, il cosiddetto controtransfert, che funge da guida costante per comprendere il vero significato da dare a ciò che il paziente fa in un determinato momento nella e sulla relazione, con o senza le parole.
“Sentire” il paziente per comprenderne l’assetto mentale non ha a che fare con una riflessione intellettuale astratta ma con quella capacità di cui ogni essere umano è dotato che ha a che vedere con l’empatia acquisita fin dai primi contatti con l’altro significativo.
L’analista ha sviluppato una raffinatissima sensibilità e consapevolezza rispetto ad ogni sfumatura di questo sentire e alle sue implicazioni sul piano relazionale.
Collegherà poi tutto questo al suo bagaglio di conoscenze, ma solo a posteriori in modo da non avere sul momento, la mente ingombra di sapere astratto invece che una conoscenza di prima mano del paziente.
Come diceva Bion “senza memoria e senza desiderio” (1967).
Quindi la cura avviene nel contatto autentico tra due esseri umani, di cui uno dei due, si spera abbia sviluppato una consapevolezza e integrazione del sé sufficienti a contenere il sé disintegrato e sofferente del paziente, così come si spera che una madre sia in grado di contenere e integrare le angosce del proprio neonato.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Indicazioni bibliografiche
Bion, W.R. (1962) Learning from Experience, Heinemann London, trad. it. Apprendere dall’Esperienza, Armando Roma, 1988.
Bion, W.R. (1967) Appunti su memoria e desiderio, in Cogitationes, Armando Roma 1996.
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