
Per trattare l’argomento delle difficoltà alimentari precoci all’interno della relazione genitori- bambino, farò riferimento allo studio clinico condotto da Mariangela Mendes de Almeida Pinheiro.
In questo studio l’autrice esplora la correlazione tra modelli relazionali della diade madre-bambino ed eventuali difficoltà alimentari del neonato.
La cornice teorica di riferimento è quella che fa capo al pensiero di M. Klein e W. Bion che esplorano i processi psichici precoci legati alle prime esperienze nutritive.
La psiche e la sua capacità o meno di assimilare ed elaborare esperienze emotive viene vista come analoga ad un apparato digerente.
I processi di assimilazione ed evacuazione possono essere paragonati a quelli di introiezione e proiezione di contenuti psichici.
Il bambino fa esperienza di stati psicofisici che possono essere vissuti come stimolazioni travolgenti e non metabolizzabili senza l’intervento di una mente in grado di dare un significato ai suoi molteplici segnali e quindi di contenerli e restituirli elaborati e digeriti.
La madre deve avere uno spazio mentale disponibile ad accogliere le proiezioni del suo bambino che vengono poi restituite in forma assimilabile e pronta per una nuova introiezione (Bion, 1962).
E’ così che si struttura la capacità di pensare del neonato come attraverso l’alimentazione si sviluppa il suo corpo.
In questo senso le precoci esperienze alimentari diventano un prototipo che delinea la modalità di assunzione della realtà esterna e di relazione comunicativa con essa.
L’ipotesi dell’autrice è che vi sia dunque una correlazione tra difficoltà alimentari del bambino e la modalità della diade o della famiglia di elaborare esperienze emotive, attraverso sintonizzazione e contenimento.
Con il suo studio dunque ha potuto individuare alcuni tratti comuni tra i casi studiati.
Questi aspetti comuni si riferiscono a difficoltà legate ai genitori, al bambino e alla relazione genitore-bambino che hanno inciso sulle difficoltà precoci di alimentazione.
Difficoltà alimentari precoci: i genitori
Per quanto riguarda le difficoltà dei genitori, gli elementi individuati sono:
- la presenza di gravidanze conflittuali: durante la gravidanza le madri avevano fantasie cariche di angoscia rispetto agli scambi nutritivi, vissuti come momenti in cui il neonato avrebbe potuto prosciugare in modo parassitario, le risorse materne.
- parti difficili: a causa di complicazioni durante il parto le madri, nella fase immediatamente successiva, si sentivano così stremate ed esaurite da non provare inizialmente attaccamento nei confronti del piccolo.
- precocità dello svezzamento o dell’abbandono dell’allattamento al seno: l’allattamento al seno durava al massimo tre mesi e vi era il ricorso al biberon come sostituto del seno sentito come più rassicurante. Erano infatti presenti pensieri ostili durante la gravidanza, da cui le madri sentivano di dover difendere il bambino, come se il loro latte ne fosse il veicolo velenoso e carico di tali proiezioni.
- depressione materna: nelle madri vi era la presenza di una depressione postnatale. Essa impediva loro di avere la disponibilità mentale ad accogliere i bisogni del bambino che a sua volta sviluppava la propensione ad una pseudo autosufficienza, o ad occuparsi dei bisogni della madre evitando di chiedere per sé.
- importanza del cibo: il cibo veniva utilizzato come strumento di controllo e diventava il veicolo principale per la manifestazione del disturbo relazionale.
- svalutazione delle proprie capacità materne: le madri si sentivano inadeguate nella loro funzione legata alla nutrizione o venivano criticate dai familiari nella gestione di tale funzione. Erano presenti conflitti tra coniugi a questo riguardo e la presenza di nonni era vissuta in termini di rivalità piuttosto che di sostegno. Il rifiuto di nutrirsi da parte del bambino aggravava il vissuto materno.
- tensioni nei rapporti familiari: nelle famiglie erano presenti tensioni conflittuali difficilmente elaborabili, caratterizzate da aspetti di intrusività, iperprotettività e rigidità.
- lutti non elaborati: erano presenti aborti precedenti, perdita dei genitori durante l’infanzia che aggravavano la percezione di rischio di morte, di fronte alle difficoltà alimentari del bambino.
Difficoltà alimentari precoci: il bambino
Per quanto riguarda le difficoltà del bambino:
- inibizione dell’esplorazione con la bocca: in questi bambini l’inibizione delle attività orali si inseriva in un quadro più ampio di inibizione del comportamento esplorativo attraverso la bocca. il mordere poi, essendo un comportamento legato all’aggressività, veniva sentito come potenzialmente distruttivo cosa che generava difficoltà nell’alimentazione. In questo modo i bambini potevano evitare il contatto con i sentimenti ostili e proteggerne le madri.
- pseudoindipendenza: i bambini mostravano una tendenza al ritiro e all’autosufficienza, mentre vivevano con disagio coccole o vicinanza da parte dei genitori. Il bisogno di evitare sentimenti di dipendenza permetteva di esercitare un controllo su eventuali impulsi ostili. Ciò si rifletteva anche nell’ambito dell’alimentazione.
Difficoltà alimentari precoci: il rapporto genitore bambino
Infine per quanto riguarda le difficoltà del rapporto genitore-bambino
- offerta di cibo come reazione ad un disagio: l’autrice osserva come offrire cibo quando il bambino esprimeva disagio, era un modo per le madri di tamponare la propria angoscia indipendentemente dai reali bisogni espressi dal bambino. In questo modo, in luogo di un contenimento si aveva una evacuazione di angosce tramite l’offerta di cibo. Questa indisponibilità a pensare e contenere potrebbe essere collegata con i problemi alimentari del bambino che rappresentano il suo tentativo di metabolizzare assieme al cibo, un’esperienza indigeribile.
- proiezioni massicce o ostili che interferiscono con la capacità del genitore di entrare in relazione con il bambino reale: vi sono dei “fantasmi” familiari che influenzano in modo massiccio la relazione della madre con il bambino, al punto tale che il bambino per quello che è scompare e viene sostituito con quello presente nella mente del genitore. Il rifiuto del cibo da parte del bambino può essere inteso come un tentativo di proteggersi da tali proiezioni per lo più ostili.
- mancanza di contenimento e tipo di relazione: in queste famiglie era evidente una incapacità di contenere eventuali stati di malessere del bambino che venivano identificati con una sua incapacità di digerire il cibo. In questo senso ogni disturbo nel funzionamento psicofisiologico del bambino innescava ed aggravava il disturbo alimentare. Contemporaneamente vi era una specie di “contenimento piatto” inteso come una indifferenza o distacco nei confronti del bambino, che, a seconda delle caratteristiche di quest’ultimo, provocava reazioni che andavano dal ritiro a forme estreme di comunicazione per tenere viva la relazione.
Elementi di rischio e di recupero
Per quanto riguarda gli aspetti delle diadi/famiglie che facilitano una risoluzione delle difficoltà alimentari o in alternativa le aggravano, l’autrice sottolinea come anzitutto vi sia una differenza di tipo quantitativo che ha un impatto sull’esito del disturbo.A seconda dell’intensità delle proiezioni di fantasmi familiari infatti era più o meno possibile entrare in contatto con i bisogni del bambino reale.
Da un punto di vista qualitativo invece l’autrice, rifacendosi a Fraiberg (1975), afferma come non necessariamente esperienze traumatiche e relativi fantasmi familiari portino allo svilupparsi di una problematica relazionale. Ciò che fa la differenza è la possibilità del genitore di rimanere a contatto con il proprio dolore, senza negarlo o rimuoverlo, tenendo viva la sua esperienza passata in modo da essere in grado di proteggere il proprio bambino da essa invece di proiettarla inconsapevolmente.
Un altro elemento rilevante è la capacità del bambino di avere un impatto sulla mente del genitore. I bambini si differenziano per la loro capacità di esprimere i propri bisogni e di comunicare o entrare in contatto con il genitore. Queste differenze possono offrire uno spazio di negoziazione nella relazione e di trasformazione delle angosce del genitore alle prese con l’ansia sollevata dalle difficoltà del bambino stesso.
Infine importante è anche il diverso valore attribuito dai genitori alla pseudoindipendenza del bambino. Quando questa veniva alimentata era meno facile che vi fosse un cambiamento.
In conclusione l’intensità, il contenuto, la qualità e la permeabilità delle proiezioni genitoriali, le capacità individuali di metabolizzare il dolore e accettare la dipendenza, il tipo di contenimento disponibile nella famiglia, sono tutti fattori che incidono sulla possibilità o meno di creare relazioni che favoriscano la crescita e lo sviluppo del bambino.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Indicazioni bibliografiche
Bion, W. (1962) Learning from Experience, Heinemann, Londra. Trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.
Fraiberg, S., Adelson,E. e Shapiro, V. (1975), “Ghosts in the nursery: a psychoanalitical approach to impaire infant-mother relationships”, in Fraiberg, S., Clinical Studies In Infant Menthal Health, Tavistock, Londra 1980. Trad it. “I fantasmi nella stanza dei bambini”, in Il sostegno allo sviluppo, Cortina, Milano 1999.
Klein, M. (1978) Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino.
Mendes de Almeida Pinheiro, M. (2002) “Studio clinico delle difficoltà precocidi alimentazione: fattori di rischio e di recupero nelle iniziali difficoltà di relazione tra genitori e neonato”, in E. Quagliata (a cura di) Un Bisogno Vitale, casa editrice Astrolabio- Ubaldini ed. Roma, 2002.
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