Psicoterapia del bambino e capacità di amare

Uno dei compiti della psicoterapia del bambino è quello di aiutarlo a ripristinare i normali processi evolutivi in modo che avvenga un recupero della sua capacità di amare che è alla base di una vita interiore ricca e soddisfacente.

La capacità di amare può sembrare a prima vista una conquista ovvia e scontata ma in realtà essa è il frutto di vicissitudini estremamente complesse e travagliate della vita psichica infantile.

Cercherò di descrivere i principali passaggi che, nel primo anno di vita, sono all’origine di queste vicende interiori facendo riferimento a due autori fondamentali  del pensiero psicoanalitico in ambito infantile quali Melanie Klein e Donald Winnicott.

La posizione schizo-paranoide nel pensiero di M. Klein

M. Klein descrive le primissime fasi dello sviluppo del bambino come organizzate intorno ad impulsi, fantasie, angosce e difese.

Tra il 1935 e il 1948, individua precisamente due tipi di organizzazione psichica: la posizione schizo-paranoide e la posizione depressiva, che caratterizzano il primo e il secondo semestre di vita.

Con il concetto di “posizione” la Klein sottolinea l’assetto mentale in cui si trova il neonato nella sua relazione con la mamma.

Tale relazione è influenzata da fantasie legate ad impulsi sia libidici che aggressivi.

In altre parole la madre fin dalle prime esperienze del bambino è oggetto di  fantasie  e desideri di natura sia costruttiva (libidica) che distruttiva (aggressiva).

Winnicott in seguito descriverà molto bene le insidie insite ad esempio in una semplice poppata quando l’istinto pulsionale della fame produce voracità e aggressività nel bambino e la sua soddisfazione, lungi dal portare esclusivamente ad un senso di sazietà e quindi di quiete, può provocare anche un senso di vuoto o di “truffa” dovuto al fatto che “una fonte di godimento della vita è bruscamente scomparsa, ed egli non sa che ritornerà” (1954).

Nel periodo antecedente al sesto mese di vita dunque  il bambino non è in grado di integrare tra loro queste esperienze relazionali di segno opposto. Per questa ragione nella sua vita psichica coesisteranno ma accuratamente separati, aspetti positivi e negativi di sé, della madre, e della relazione con lei.

In questo modo il bambino può proteggersi dalle conseguenze dei  propri impulsi distruttivi derivanti dalla propria aggressività innata e dalle esperienze frustranti, ponendole in un oggetto cattivo che sarà vissuto come un vero e proprio nemico.

Questa situazione intrapsichica viene chiamata dall’autrice: “posizione schizo-paranoide (1946).

La posizione depressiva come tappa dello sviluppo normale

In seguito il bambino comincia a sviluppare gradualmente la comprensione che immagini opposte della madre appartengono in realtà alla stessa persona.

Questa progressiva consapevolezza dipende da una sempre maggiore capacità di integrare esperienze relazionali positive e negative che coinvolgono il sé e l’oggetto materno.

Poco a poco l’immagine di sé e dell’oggetto diventano complesse e intere.

Ora, se in precedenza tutta l’aggressività dovuta ad esperienze relazionali frustranti, era riversata sull’oggetto “cattivo” separato dall’oggetto “buono”, questa distinzione non è più possibile proprio perché, con il procedere dello sviluppo, intorno alla seconda metà del primo anno di vita, il bambino comprende che mamma buona e cattiva non sono due ma una sola.

Come dirà Winnicott nel suo articolo del 1954, “il bambino fa l’addizione e incomincia ad accorgersi che uno più uno fa uno e non due”

All’angoscia “paranoide” della fase schizo-paranoide in cui il bambino si sente come se fosse perseguitato da un nemico esterno, si sostituisce l’angoscia “depressiva”che consiste nel timore di aver distrutto l’oggetto d’amore da cui dipende interamente, con la propria aggressività.

Siamo nel pieno della “posizione depressiva”, che nulla ha a che vedere con la depressione clinica del bambino.

La posizione depressiva è considerata dalla Klein come una fase dello sviluppo normale in cui il bambino diventa capace di un’autentica preoccupazione per il destino dell’oggetto e da un profondo desiderio di porre riparo, con il proprio amore, agli eventuali danni fatti.

Tutte le spinte creative nonché la capacità di amare nel bambino e in seguito nell’adulto hanno origine da questa fase cruciale.

Se il bambino sente che i suoi tentativi di rimediare al danno inflitto hanno successo, può sviluppare un senso di speranza nelle sue capacità ricostruttive e generative.

Di conseguenza può gradualmente sviluppare un’immagine di sé integra e una personalità sana, capace di dare e di ricevere amore.

L’elaborazione di Winnicott  

Nel suo articolo Winnicott riprende questi concetti e sottolinea l’importanza fondamentale della presenza di una madre che possieda caratteristiche ben precise, affinché il bambino possa “conquistare” la posizione depressiva e superarla felicemente in modo da garantirsi uno sviluppo sano.

La posizione depressiva è in effetti una conquista, dal momento che, qualora prevalga nel bambino la sensazione di non essere in grado di riparare la madre dopo i suoi attacchi distruttivi, il senso di disperazione sarà tale da indurlo a regredire alla posizione schizo-paranoide.

Si tratterebbe di una retrocessione difensiva.

Nella clinica è infatti frequente trovare pazienti che si trovano in un assetto mentale caratterizzato da  senso di persecuzione, (dove il mondo esterno è vissuto esclusivamente come minaccioso e ostile) che nasconde e in definitiva protegge da un profondo senso di impotenza e disperazione per non essere stati capaci di restaurare dentro di sé l’immagine di una madre intatta.

Questi pazienti hanno rinunciato o forse non hanno mai raggiunto la speranza di poter salvare dal massacro il proprio oggetto d’amore.

Dunque, secondo Winnicott la madre deve avere due caratteristiche specifiche che aiuteranno il bambino a completare il suo sviluppo in una direzione costruttiva.

Si tratta della capacità di fornire “cure materne sufficientemente buone” e di “resistere nel tempo”.

Questi due aspetti sono di fatto fondamentali anche in un trattamento di psicoterapia psicoanalitica volto a rimaneggiare le prime fasi della vita dei pazienti, quando queste, per svariate ragioni si siano svolte in modo particolarmente travagliato.

La psicoterapia del bambino come recupero della possibilità di amare

Quando Winnicott parla di cure materne sufficientemente buone e di capacità della madre di sopravvivere per un certo periodo di tempo, possiamo comprendere come non sia necessaria la perfezione per garantirci che tutto vada bene.

Tuttavia la solidità della madre nel contenere angosce proprie e del bambino è una conditio sine qua non perché l’infante possa costruire dentro di sé quello spazio mentale atto a contenere ed integrare esperienze psichiche distanti tra loro.

Non sempre questo è possibile. Vi sono mamme che per la propria storia personale o per circostanze contingenti non favorevoli possono vivere con grande angoscia, rabbia e frustrazione le tappe fondamentali dello sviluppo del proprio bambino.

Se la loro situazione interna o esterna inibisce la capacità di offrire al bambino un ambiente sufficientemente solido e stabile, ovvero al riparo da vissuti emotivi intollerabili, il bambino sarà invaso dalle proprie angosce che torneranno indietro a boomerang assieme a quelle della madre.

Il compito dello psicoterapeuta infantile

Il compito del terapeuta infantile è quello di creare un ambiente supportivo e facilitante che darà alle madri in difficoltà l’opportunità di gestire stati penosi come ansia, rabbia, inadeguatezza o colpa e di riprendere in mano il proprio ruolo.

Potranno così iniziare a comprendere cosa succede nella relazione con il loro bambino nel vivo della seduta in modo da sviluppare la consapevolezza di eventuali difficoltà per poi superarle.

Un lavoro di questo tipo è possibile quando il bambino è molto piccolo.

Per questa ragione sarebbe auspicabile avviare un trattamento in fasi precoci della vita, al primo comparire di disturbi della sfera psicosomatica come ad esempio disturbi del sonno, dell’alimentazione o del controllo sfinterico.

Si possono in questo modo prevenire maggiori complicazioni.

Se il bambino è più grande, diciamo già intorno ai 18 mesi, può diventare necessaria una psicoterapia individuale, anche se non è escluso un periodo di trattamento in presenza della mamma o di entrambi i genitori.

Quindi il tipo di intervento sarà diverso a seconda dell’età del bambino.

In ogni caso proprio come una madre, il terapeuta ha il compito di essere sufficientemente buono e di resistere nel tempo.

Durante il processo terapeutico infatti si sviluppa una relazione che altro non è se non la riedizione di quelle relazioni significative del bambino con i suoi primi oggetti d’amore.

Il terapeuta non dev’essere perfetto, non è richiesto che non faccia mai errori. E’ un essere umano come lo è la madre col suo neonato.

Al tempo stesso dev’essere però in grado di reggere agli attacchi cui sicuramente sarà sottoposto dal suo paziente.

Quest’ultimo infatti metterà alla prova la capacità di resistenza del suo terapeuta per essere certo della sua tenuta.

E durante lo svilupparsi della relazione il paziente sperimenterà nuovamente quelle condizioni psichiche caratteristiche della posizione schizo-paranoide in cui presumibilmente si è arrestato lo sviluppo.

Il terapeuta potrà essere visto ora come nemico ora come oggetto d’amore idealizzato e sarà di conseguenza apprezzato o svalutato e attaccato.

La capacità di resistere nel tempo è un requisito fondamentale che si traduce nella possibilità di continuare ad utilizzare la funzione del pensiero anche in condizioni di pressioni emotive estremamente intense, senza restituire al paziente odio o vendetta.

Contemporaneamente dovrà riconoscere e sostenere ogni più piccolo segno di spinta evolutiva senza risentimento, invidia o ritorsione per quanto subito in precedenza.

Solo così il paziente potrà forse interiorizzare delle buone esperienze relazionali.

Esse verranno gradualmente assimilate in una nuova struttura del sé e costituiranno la base per sviluppare la fiducia nella propria capacità di amare.

Indicazioni bibliografiche

Klein, M. Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressivi (1936) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein, M. Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.

Winnicott, D. W. La posizione depressiva nello sviluppo emozionale normale (1954) in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Modelli terapeutici in psicoterapia infantile: quale scelta?

Vi sono vari modelli terapeutici in ambito evolutivo. Qui mi riferirò a tre approcci metodologici: psicodinamico, sistemico e cognitivo comportamentale.

I tre tipi di approcci pur facendo capo a scuole di pensiero diverse e pur essendo nati in risposta ad esigenze diverse, non sono, a mio parere, così distanti come a prima vista potrebbe sembrare ed in certi casi, una loro integrazione sarebbe certamente auspicabile.

La validità e utilità di ciascuno dipende non solo dalla effettiva preparazione, esperienza e umanità del professionista, ma anche dal tipo di problematica, dal contesto in cui essa si inscrive e infine, dalla preferenza di ciascuno per il tipo di terapia con cui senta di funzionare meglio.

Purtroppo però questa comprensione dei diversi fattori che determinano il percorso più utile da intraprendere non è così facilmente raggiungibile, se non al prezzo, a volte, di lunghi e costosi tentativi in termini economici, di tempo e soprattutto emotivi.

Passare anni alla ricerca del trattamento giusto, può portare ad un aggravarsi della situazione, con il rischio di rendere poi più difficile un successivo intervento.

Curare un bambino nei primi anni di vita ad esempio non è lo stesso che prenderlo in carico in età di latenza (l’età della scuola primaria per intenderci). E passare da un trattamento ad un altro che magari potrebbe essere più efficace non è un processo indolore e privo di conseguenze sul piano terapeutico.

Quindi sarà bene avere presenti almeno determinate linee guida che potranno aiutare ad orientarsi.

Vediamo anzitutto alcune differenze tra questi modelli terapeutici.

1. Chi viene preso in carico

Bisogna sempre tenere presente che se un bambino sta male, il disagio è dell’intero contesto familiare, poiché il bambino ne fa parte integrante.

Spesso un bambino è il “portatore” di un problema che però nasce come espressione sintomatica di un disagio della famiglia.

In questo senso chi segue l’approccio sistemico preferisce occuparsi della coppia di genitori e della relazione che questi hanno con i figli piuttosto che del bambino in questione.

Al contrario gli altri due approcci, di solito, lavorano direttamente col bambino, anche se sono previsti interventi di “parent training” nell’approccio cognitivo comportamentale, o di supporto alla genitorialità  e/o terapia per i genitori, nell’approccio psicodinamico.

2. Tempi di durata della terapia

Una seconda distinzione può essere fatta sulla base dei tempi di durata della terapia.

Gli psicologi cognitivo comportamentali ad esempio seguono un approccio improntato prevalentemente al rendimento performativo.

In altre parole si aspetteranno, in tempi relativamente brevi, cambiamenti visibili e quantificabili, utilizzando una metodologia legata ad un apprendimento attivo da parte del bambino in modo che possa imparare a padroneggiare, attraverso specifiche strategie, le difficoltà dell’area presa in considerazione.

Faranno quindi ricorso ad una serie di metodologie che mirano a modificare comportamento e schemi cognitivi sottostanti in modo rapido e specifico.

Questo modello ad esempio, può essere molto utile nei gravi disturbi del comportamento, dato che offre un più veloce contenimento di situazioni che spesso vanno fuori controllo e danneggiano le aree legate alla socializzazione e all’apprendimento.

In seconda battuta, oltre ad un lavoro di supporto e/o di terapia per i genitori, potrebbe essere utile integrare un lavoro di tipo psicodinamico che, sul lungo termine, dovrebbe portare ad una trasformazione più profonda della personalità.

Spesso sintomatologie simili infatti sottendono quadri di personalità molto diversi e può capitare che la risoluzione di un sintomo non equivalga alla soluzione del problema che potrebbe ricomparire sotto altra forma, di solito aggravata, più avanti nel tempo. 

3. Focus dell’intervento

Per l’orientamento sistemico, il focus dell’intervento sarà l’analisi delle relazioni familiari e sociali del bambino, in un lavoro che coinvolgerà i genitori o l’intera famiglia.

L’attenzione del terapeuta cognitivo comportamentale andrà invece sul rapporto che intercorre tra pensieri, emozioni e comportamento, del bambino, alla ricerca di quali siano le credenze ricorrenti e disfunzionali capaci di creare il comportamento disturbante o il sintomo in questione.

Infine il terapeuta psicodinamico, avendo a mente il quadro di relazioni familiari in cui il bambino è inserito, si focalizzerà tuttavia sulle  sue fantasie inconsce (che riguardano le relazioni interiorizzate dal bambino). Tali fantasie troveranno nella relazione con il terapeuta la possibilità di essere espresse ed elaborate, in modo da arrivare gradualmente e nel tempo alla trasformazione della personalità (Per una più approfondita esposizione della tecnica adottata in questo modello di intervento, rimando all’articolo precedente).

4. Principale obiettivo dell’intervento

In pratica, nell’orientamento psicodinamico vi è un capovolgimento di prospettiva che porta a dare maggiore rilievo al mondo interiore della persona piuttosto che alla realtà esterna, compresa quella relazionale.

Di conseguenza il suo obiettivo principale non è il raggiungimento di un determinato risultato atteso, ad esempio la scomparsa del sintomo, ma la progressiva conoscenza di sé che promuova lo svilupparsi della consapevolezza, ritenuta la via regia per una trasformazione profonda e duratura.

In questo senso sarà estremamente importante la relazione che il bambino avrà con il suo terapeuta. Una relazione personale, intima e privata, che non dovrebbe subire interferenze da parte di agenti terzi, nel senso che non dovrebbe essere funzionale al raggiungimento di un determinato risultato, e quindi strumentalizzata a questo scopo, ma dovrebbe essere rispettata in quanto tale, così come dovrebbe essere rispettato lo spazio personale di ogni individuo.

Purtroppo nella realtà questo livello ideale di accoglimento della terapia analitica da parte dei genitori e delle istituzioni, non è sempre raggiungibile sia per motivi pratici, sia a causa della pressione ad ottenere un sollievo immediato da tutto ciò che è disturbante, in una società che in modo sempre più pervasivo promuove la velocità ed il benessere ad ogni costo.

Quale approccio scegliere?

In ogni caso l’approccio psicodinamico non è sempre il più auspicabile. Sarà importante fare una valutazione costi-benefici sulla base di bisogni, aspettative, risorse all’interno dell’assetto relazionale familiare.

I tre modelli terapeutici inoltre non sono mutuamente esclusivi e non si può nemmeno dire che uno sia migliore dell’altro. La scelta può dipendere da diversi fattori.

Alcuni elementi da considerare:

L’urgenza

Ad esempio se ci si trova di fronte ad una problematica di tipo comportamentale che ostacola gravemente l’andamento scolastico, i genitori e anche gli insegnanti potrebbero sentire l’esigenza di un approccio che faccia rientrare rapidamente la situazione di emergenza.

Attualmente vi sono psicologi scolastici che propongono progetti atti a contenere e risolvere situazioni problematiche in classe. Quando tali soluzioni non sono sufficienti, possono anche proporre un intervento diretto sul bambino. Se il comportamento disfunzionale rientra, ci si può ritenere più che soddisfatti.

La durata e la ricorrenza del disturbo

Tuttavia, come dicevo in precedenza, capita che il problema si ripresenti in seguito, a volte sotto altra forma. In questo caso è possibile che i genitori si pongano nuove domande che vertono di solito sul tipo di educazione data e su eventuali errori fatti. Possono quindi ricorrere a qualche altro esperto, nel tentativo di trovare delle risposte.

Un terapeuta comportamentale, oltre ad un lavoro individuale sul nuovo sintomo, potrebbe proporre ai genitori un pacchetto di sedute per fornire delle strategie pratiche atte a gestire i “comportamenti problema” dei figli. 

Un terapeuta con impostazione psicoanalitica potrebbe proporre una psicoterapia individuale per il bambino, aiutando nel contempo i genitori a sviluppare la capacità di pensare osservando aspetti nascosti alla consapevolezza, nelle periodiche sedute di confronto con loro.

La presenza di problemi di coppia

D’altro canto un terapeuta sistemico, che lavora sulle relazioni familiari, potrebbe essere la scelta più adatta, se ci fossero anche difficoltà legate al rapporto di coppia.

I genitori potrebbero domandarsi se e in che modo queste influiscano sul benessere dei figli.

A volte capita che si rendano necessari entrambi i tipi di lavoro contemporaneamente. Ad esempio se c’è un alto livello di conflittualità nella coppia e una grossa problematica nel bambino (come un grave disturbo dell’umore) gli stessi genitori potrebbero sentire l’esigenza che ci si occupi di entrambe le situazioni in modo da sentirsi supportati su più livelli.

Oppure potrebbero dare la precedenza al lavoro del bambino, sentendo questo come la priorità assoluta, magari rimandando ad un secondo momento il lavoro sulla coppia.

Infine potrebbe essere il terapeuta stesso a suggerire in fase di valutazione, l’approccio più indicato in un determinato momento della storia evolutiva del bambino, in base anche alle esigenze portate dai genitori.

La sensibilità ad un determinato approccio

Ancora, può essere importante la sensibilità dei genitori nel determinare la preferenza per un tipo di approccio piuttosto che un altro.

Può anche capitare che uno o entrambi in passato abbiano fatto una buona esperienza di terapia e quindi sentano che lo stesso approccio potrebbe essere utile per il proprio figlio.

La relazione con il terapeuta

Un ultimo ma significativo elemento da considerare è la risposta emotiva che la relazione con il terapeuta suscita nei genitori. 

Al di là dei titoli e della formazione del professionista è importante infatti che sentano di trovarsi a proprio agio e sviluppino un senso di fiducia. 

Naturalmente questi aspetti potrebbero essere parte della problematica in questione e quindi eventuali simpatie o antipatie potrebbero essere dovute a fattori inconsci legati alla propria storia e che riemergono nel qui ed ora della relazione terapeutica.

Conclusione

Da queste poche annotazioni, con le quali beninteso l’argomento non è da ritenersi esaurito, credo risulti evidente come la scelta di un approccio piuttosto che un altro non sia affatto scontata e si debba basare sull’analisi approfondita e quanto più possibile accurata, dei diversi intrecci delle variabili in esame.

Con questo articolo spero di aver dato un minimo contributo alla possibilità che i genitori hanno di orientarsi in un già tanto difficile percorso.

Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Cos’è la psicoterapia psicoanalitica infantile

In questo articolo parlerò della psicoterapia psicoanalitica infantile, come modello di intervento specifico all’interno del più vasto campo dei trattamenti di psicoterapia infantile.

Mi riservo di tornare in seguito sull’argomento per approfondirlo con altri articoli.

Psicoterapia psicoanalitica: esplorazione di un mondo sommerso

La psicoterapia psicoanalitica infantile si caratterizza per avere come interesse principale, l’esplorazione del mondo interno della persona, sia conscio che inconscio.

Essa fa riferimento a diverse teorie che in generale hanno in comune il fatto di considerare l’essere umano come mosso da spinte di cui è solo in minima parte consapevole.

Pensieri, scelte, comportamenti che si svolgono nell’attualità, sono per lo più il risultato di un agglomerato di esperienze vissute nella prima infanzia con le proprie figure di riferimento principali, in primo luogo i genitori. Tali esperienze sono disponibili al recupero della memoria in maniera parziale e frammentaria o non lo sono affatto se sono avvenute in epoca preverbale.

Se consideriamo infatti che la memoria narrativa richiede l’uso del linguaggio, è chiaro che tutto ciò che accade nel primo anno di vita, soprattutto nei primi mesi,  e che costituisce la base della costruzione della personalità, rimane depositato in una memoria inconscia, al confine tra lo psichico e il corporeo.

Ma anche gli avvenimenti successivi subiscono lo stesso destino dato che il bambino piccolo, pur cominciando a sviluppare il linguaggio, a causa della prolungata immaturità psicofisica, non possiede comunque gli strumenti cognitivi per sottoporre a critica ciò che accade. Di fatto, dipende integralmente dai genitori per la propria sopravvivenza e per la costruzione della propria mente.

Inconscio: l’organizzatore nascosto

Tutte le situazioni relazionali di cui l’essere umano farà esperienza, dunque, saranno depositate in una memoria inconscia, automatica e costantemente attiva nell’influenzare la vita quotidiana.

Tali esperienze si configureranno come specie di reti di informazioni collegate tra di loro da “nessi associativi”.  Da esse deriveranno le immagini che si possiedono di sé e dell’altro,  i vissuti ad esse collegati e, conseguentemente, gli schemi entro i quali ci muoviamo.

Questo bagaglio, prevalentemente inconscio assieme alla nostra eredità biologica, sarà il responsabile del modo con cui saremo in grado di affrontare la nostra vita e così pure di eventuali disturbi della sfera cognitiva, affettiva, somatica ecc.

Vorrei qui far riflettere sulla valenza del termine “inconscio” che significa ciò di cui non siamo consapevoli e che per questo agisce indisturbato su di noi, almeno fino a che non irrompa, inaspettata, una crisi, in grado di generare una condizione di dolore mentale insostenibile.

Per essere più precisi, tale crisi genera una situazione di allarme che porta la persona a cercare, con tutti i mezzi noti a propria disposizione, di ripristinare il controllo e, fondamentalmente, lo status quo.

Se tali tentativi non hanno successo, cioè se la persona sente che le risorse interne o esterne, di cui solitamente era in grado di disporre non sono più sufficienti, vivrà  questa situazione come angoscioso sentimento di impotenza.

La presa di coscienza dei propri limiti nel fronteggiare la nuova situazione si trasformerà prima o poi in una richiesta d’aiuto.

Solo a questo punto ci sarà la disponibilità ad affrontare un cambiamento tramite l’osservazione di ciò che prima sfuggiva alla coscienza. Cioè di tutti quegli aspetti, dentro di sé, che in qualche modo hanno contribuito a creare le premesse per il costituirsi della situazione attuale.

Anche quando le difficoltà riguardano il bambino la richiesta d’aiuto, da parte dei genitori nei confronti dello psicoterapeuta infantile, viene spesso fatta solo dopo aver tentato diverse altre soluzioni e solo nei casi in cui queste si siano rivelate del tutto insoddisfacenti.

A volte passano anni prima che un disturbo di natura psicologica, insorto magari già in età prescolare, venga affrontato al livello che gli compete, cosa che in certi casi può compromettere  l’efficacia di un trattamento di psicoterapia o complicarne notevolmente l’andamento.

Il compito dello psicoterapeuta psicodinamico

Il compito dello psicoterapeuta che lavora in ambito psicoanalitico, è proprio quello di aiutare chi si rivolge a lui a comprendere ciò che succede e a dargli un significato che colleghi ciò che è conscio con ciò che non lo è.

A partire dal problema che ha portato la persona a chiedere aiuto, lo psicoterapeuta cerca di portarla ad una graduale presa di coscienza delle cause profonde di quella richiesta e di ciò che si nasconde dietro al sintomo, che spesso costituisce la punta di un iceberg.

Farà parte della fase di accertamento comprendere la natura del disagio, la sua gravità, il suo essere eventualmente legato a fattori contingenti (ad esempio un lutto, o una separazione) e quanto questi vadano a minare la stabilità interiore della persona a causa di eventuali fragilità rimaste magari latenti fino a quel momento.

Età evolutiva e psicoterapia psicoanalitica

Chiariti questi aspetti di ordine generale, possiamo dire che la psicoterapia psicoanalitica infantile si configura come un’area specifica della terapia psicoanalitica. Anzitutto perché si occupa dell’età evolutiva. Un’età in cui cioè l’individuo è ancora in fase di sviluppo e pertanto dipendente dal contesto familiare. La terapia del bambino quindi coinvolgerà tutta la famiglia in modo più o meno diretto.

Anche se sarà il bambino ad essere seguito settimanalmente, periodicamente anche i genitori saranno chiamati a partecipare a colloqui di aggiornamento sulla situazione. Colloqui che permetteranno al terapeuta di capire l’impatto che la terapia ha sul sistema familiare e sull’ambiente sociale del bambino, e che daranno ai genitori la possibilità di chiarire dubbi o comprendere più a fondo le problematiche del proprio figlio. Potrà via via diventare più chiaro come esse si inscrivano nel contesto familiare e in taluni casi potrà emergere il bisogno per uno o entrambi i genitori, di accedere ad una terapia per sé.

Come lavora lo psicoanalista infantile

I genitori faranno l’esperienza di come il terapeuta lavora. Il suo compito principale infatti, non è tanto quello di fornire soluzioni pratiche, quanto quello di contenere innanzitutto la loro ansia, mantenendo la capacità di pensare in situazioni difficili, aiutandoli così a sviluppare in se stessi la medesima capacità assieme a quella di osservare e di riflettere sul significato non immediatamente evidente, di quanto accade al bambino.

Allo stesso modo avverrà nel lavoro col bambino. Egli farà esperienza di un luogo dove potrà essere accolto da una persona in grado di mantenere un atteggiamento di osservazione neutrale rispetto a ciò che avviene nella stanza durante la seduta.

I bambini infatti portano nella seduta tutto ciò che accade nel loro mondo interno; le loro angosce, i loro bisogni, i desideri, i loro impulsi e relativi conflitti, e infine le fantasie che fanno riguardo a tutto questo. Tutto ciò sarà espresso prevalentemente attraverso il gioco (o in certi casi con il disegno) che via via sarà sostituito dalle parole con l’avanzare dell’età.

Dato che la stanza di terapia sarà il luogo dove i bambini porteranno anche i propri impulsi distruttivi, è chiaro che in questo luogo non ci si può aspettare che si comportino bene.

Il terapeuta infantile non ha il ruolo di un educatore, pertanto non è interessato a produrre un determinato comportamento nel suo paziente ma ad osservare e comprendere ciò che succede nella stanza, per poi descriverlo (cioè metterlo in parole) ed eventualmente attribuirvi un significato.

Tale significato potrà essere comunicato se il terapeuta sente che il bambino è in grado di accoglierlo. Altrimenti sarà tenuto nella propria mente e utilizzato come indicazione per il proseguo della terapia.

Per questo sarà molto importante che i genitori comprendano in che cosa la psicoterapia psicoanalitica infantile si differenzia rispetto ad altri tipi di trattamento. L’attenzione è sui processi interni e non sul fatto che il bambino soddisfi determinate aspettative, modificando il proprio comportamento esteriore.

Una trasformazione dello stato mentale del bambino avverrà attraverso una progressiva interiorizzazione del funzionamento della mente del terapeuta  e questo è un processo che richiede tempo.

Così come la personalità si costruisce negli anni, più il bambino sarà grande, più tempo ci vorrà per ottenere una trasformazione profonda.

Aspettarsi dei progressi o la risoluzione in tempi brevi del problema per cui il bambino è stato portato in terapia, non è molto realistico.

A volte succede che ci sia un immediato e tangibile miglioramento, dovuto alla risposta del bambino alla situazione terapeutica cioè al fatto di aver trovato uno spazio per sé dove essere accolto. Ma cambiamenti che resistano nel tempo, possono avvenire solo con un lungo e paziente lavoro da parte di tutti.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it