Il potere curativo dell’arte

 

Il potere curativo dell’arte deriva dalla possibilità di rielaborare parti di sé attraverso di essa.

Secondo Freud (1908) infatti la creatività dell’artista funziona in modo analogo alla fantasia del bambino durante il gioco ed ha origine in essa.

L’artista, come il bambino, riesce ad integrare nell’opera d’arte quelle tensioni che nascono nella propria esperienza infantile ed è grazie a questa integrazione riuscita che l’opera d’arte suscita interesse e godimento nello spettatore il quale si identifica con la mente inconscia del suo autore elaborando così le proprie tensioni interne.

In altre parole attraverso l’opera d’arte avviene un incontro tra la psiche dell’artista e quella dello spettatore in modo tale che le soluzioni apportate dalla creatività dell’uno risolvono in profondità i conflitti dell’altro.

Penso sia per questo che le opere d’arte ci donano appagamento ed entusiasmo dato che riportano in qualche modo la nostra intera persona ad un equilibrio più profondo.

Dunque l’arte in quest’ottica ha un ruolo fondamentale nella società.

Essa ha un potere curativo ed evolutivo che nasce da una delle nostre risorse più importanti: la creatività.

Non solo il processo di identificazione che avviene durante il godimento di un’opera d’arte, ci permette di riconoscerci nell’altro ritrovandone i drammi insiti in noi stessi, ma ci permette di ricomporli in un ordine superiore.

Partecipiamo così ad una evoluzione sia personale che collettiva.

Il potere curativo dell’arte: il contatto diretto con l’opera artistica

Penso però a questo proposito, che perché il potere curativo dell’arte si esplichi pienamente, vi debba essere un contatto diretto con l’opera creativa. Un contatto che coinvolga contemporaneamente tutti i nostri sensi.

Ascoltare musicisti mentre eseguono un brano dal vivo, vedere ballerini o attori dalla platea di un teatro o guardare un quadro esposto a qualche metro da noi, non è la stessa cosa che sperimentarli tramite qualche apparato digitale, per quanto sofisticato e in grado di sedurre la mente possa essere, convincendola di trovarsi di fronte ad una esperienza soddisfacente.

Ci si può dimenticare della incredibile complessità e ricchezza di risonanze interiori che si vivono quando si è immersi nello stesso ambiente in cui l’opera d’arte prende vita.

Nel contatto diretto con l’artista o con la sua opera, noi possiamo essere un tutt’uno con essi vibrando con loro nello stesso tempo e nello stesso spazio.

Lasciarsi persuadere dalle ragioni che ci portano a fruire delle creazioni artistiche seduti comodamente a casa, magari con minore dispendio economico e di tempo, significa tuttavia accontentarsi di una esperienza in qualche modo sbiadita, potenzialmente capace di portarci ad un impoverimento progressivo per quanto inconsapevole.

Quando ci abituiamo ai surrogati rischiamo di dimenticare il sapore originale delle cose.

Ma ciò che perdiamo è qualcosa di infinitamente più importante di una esperienza più piacevole o intensa.

Penso che quello che rischiamo di perdere sia la parte più vera di noi stessi.

Quella che ci permette di sperimentare in modo insostituibile un senso di comunione con la collettività di esseri umani e di trascendere così ogni egoistico interesse personale in funzione del principio universale che che ci accomuna e ci fa evolvere nella nostra umanità.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Freud, S. Il poeta e la fantasia, 1908 in Opere vol. 5 Bollati Boringhieri, 1989 Torino

Sintomo e società

 

Ritengo che il sintomo di un individuo sia espressione del disagio dell’ intera società.

Cioè vedo sintomo e società così inestricabilmente intrecciati da diventare una cosa sola.

Sintomo e società: il percorso verticale

Comincerò col dire che il sintomo di un individuo  è il punto culminante dell’espressione di qualcosa che non ha funzionato a livello familiare.

Il membro che si ammala all’interno di un contesto familiare è colui che funge da ricettacolo delle patologie degli altri membri, principalmente i genitori.

Per sopravvivere ad esse è costretto ad assumere il ruolo di colui che raccoglie la sofferenza delle ferite presenti in loro.

Così quando pensiamo al sintomo di un individuo dobbiamo tenere a mente la relazione tra questo e i suoi familiari in modo tale che dal numero uno passiamo al numero tre: un figlio e due genitori.

Ma questa sofferenza non elaborata che si trasforma in sintomo e  che sembra partire dai genitori, ha a sua volta origine un pò più a monte.

Infatti i due genitori hanno ricevuto l’eredità psicofisica  dei propri genitori, facendosi portatori dei loro fardelli più o meno nascosti.

E così il numero sale a sette. Un figlio, due genitori e quattro nonni.

Poi salirà a quindici: un figlio, due genitori, quattro nonni, otto bisnonni…

Potremmo procedere in questo modo attraverso le ramificazioni dell’albero genealogico, con una progressione esponenziale.

Si tratta di un percorso verticale a ritroso nel tempo che si estende a ventaglio e che ci porta fino alle origini dell’umanità, quando chissà, forse essa davvero godeva di una condizione paradisiaca, perduta con il peccato originale.

Sintomo e società: il percorso orizzontale

Ma vi è anche un percorso orizzontale: ogni famiglia infatti è inserita in un tessuto sociale più ampio.

Una rete di relazioni interconnesse dove avvengono scambi infiniti e reciproci.

I fardelli cui accennavo prima e che si tramandano da una generazione all’altra, provengono da esperienze dolorose e traumatiche frutto dell’intreccio tra l’individuo con tutto il suo bagaglio e l’ambiente circostante.

Proprio come un virus che si diffonde in maniera incredibilmente veloce (e allo stato attuale delle cose pare che tutto il mondo lo abbia dovuto constatare), così il male di ogni individuo, portatore della sofferenza familiare, si propaga in tutte le pieghe della società assumendo le più svariate forme.

La depressione dell’uno si intreccia con la rabbia dell’altro. Il bisogno di prevalere con quello di subire.

Come calamite dai poli opposti, i vari disturbi in maniera maggiore o minore, si attrarranno e formeranno coppie di innamorati o di amici o di collaboratori che sono potenzialmente in grado di trasformarsi in aggregazioni cariche di conflitti di varia natura.

Strutture come gruppi, correnti e istituzioni per quanto innocenti possano sembrare a prima vista contengono potenzialmente il germe del conflitto, pronto ad esplodere alla prima occasione.

Conseguenze

Si assisterà così, su larga scala al tragico spettacolo di una fazione contro l’altra, di un giudizio contro l’altro.

E la cosa ha dell’incredibile perché pur essendo tutti ma proprio tutti contaminati ci sarà sempre chi a livello individuale o come parte di un gruppo, punterà il dito in avanti, come se il male fosse sempre lì e non qui.

Ci sarà sempre questa divisione io-tu e noi-loro.

Perfino negli ambiti che dovrebbero essere i più scevri da conflitti, come quello scientifico o artistico, persistono  rivalità, competizioni e guerre intestine.

Eppure si continua a credere che il malato, il folle sia quello che rientra nella casistica del manuale dei disordini mentali.

Devo dire che spesso questi malati hanno, nel loro tessuto sociale la funzione di capri espiatori. Essi come dei catalizzatori ci permettono di credere che tutto il male si concentri su di loro.

Questo ci fa sentire migliori in quanto parte della schiera dei sani.

Fino a quando qualche disturbo non colpisce anche noi, riportando le cose all’equilibrio.

Sono giunta a credere che ci sia una profonda equanimità nel modo con cui le malattie, fisiche o mentali che siano, prendono tutti prima o poi.

Esse sembrano svolgere la triste ma quanto mai necessaria funzione di ricondurre la mente alla ragione, ricordandole di essere completamente delirante e fuori strada.

Ma si spera che arrivi il meraviglioso giorno, pieno di luce, nel quale non sarà più necessaria alcuna malattia o alcun tipo di sofferenza per abbandonare la nostra, personale e sociale, follia.

Auguriamoci che per allora ci sia ancora qualche essere umano sulla faccia della terra.

 

Di Marina Mollica

e-mail:  info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Foto di Geralt da Pixabay

 

 

 

 

 

 

Terapia infantile in quarantena

Oggi vorrei fare qualche riflessione sulla situazione che si è venuta a creare per la terapia infantile durante il periodo di quarantena.

Dato che difficilmente i bambini sono in grado di mantenere le distanze di sicurezza e rispettare le più semplici norme igieniche, si è reso necessario mettere in quarantena le terapia infantile stessa.

Perché sospendere le terapie infantili

Durante una terapia infantile infatti i bambini si muovono, corrono, si avvicinano, ti abbracciano. Giocano, disegnano, prendono in mano oggetti che poi consegnano nelle tue mani.

Ti chiedono di condividere spazi anche ristretti e di ascoltare le loro espressioni di sé.

A volte per arrivare a raccogliere la loro sofferenza in termini psichici, devi raccogliere i loro umori nelle più svariate forme.

Se sono molto piccoli o molto disturbati devi occuparti prima di tutto del loro corpo e attraverso questo della loro mente, proprio come farebbe una mamma.

Per questo non è in alcun modo opportuno chiedergli di rispettare la distanza di sicurezza.

Supponiamo che un piccolo paziente lanci oggetti al tuo indirizzo, o  ti chieda di manipolare con lui una pasta modellabile. Immaginiamo che durante una corsa urti contro di te o, spaventato da una propria fantasia, si rifugi tra le tue braccia.

Supponiamo ancora che stia immaginando di essere nel bel mezzo di una tempesta e ti chieda di metterti con lui sotto una coperta.

In tutti questi casi ( e sono solo alcune delle innumerevoli possibilità di contatto), per rispettare le norme di sicurezza, il terapeuta dovrebbe inibire il gioco spontaneo, espressione del libero flusso associativo delle idee e forzare il comportamento entro il rigido schema della nuova regola.

Molto probabilmente non riuscirebbe nell’intento e se ci riuscisse avrebbe mandato in malora la terapia.

Dunque di fronte alla necessità di rispettare le norme per evitare il contagio l’unica alternativa possibile è stata quella di mettere in quarantena la terapia infantile stessa.

Terapia infantile in quarantena: possibili conseguenze

Ci sono bambini che intrattenendo un rapporto prevalentemente distruttivo con i propri oggetti interni, non sono in grado di sostenere una separazione dal proprio terapeuta, senza che ciò sia equiparabile per loro ad una vera e propria morte dell’altro e di sé.

Non avere il terapeuta a disposizione, può significare fare i conti con un vuoto incolmabile e terrificante che assume la forma di un oggetto cattivo.

L’assenza diventa presenza che attacca ed aggredisce (Bion, 1962).

E’ così che proliferano fantasie di persecuzione e di morte.

E a poco serve che si cerchi di compensare il venir meno del nutrimento stabile delle sedute con qualche telefonata di saluto o peggio con videochiamate.

Questo tipo di contatti, lungi dal rassicurare sulla presenza del proprio terapeuta e sul fatto che egli non sia scomparso in un vuoto senza senso, non fa altro che accentuare la distanza.

L’incontro attraverso un video può confermare le angosce più profonde, legate al dissolvimento del sé.

Angosce di tipo autistico o psicotico che portano ad una invasione di contenuti terrificanti della mente.

Vedere ma non poter toccare, immagini e audio privi di una consistenza reale e proiettati su uno schermo piatto, può favorire processi dissociativi a causa di sensazioni che giungono in maniera frammentata, scissa, che aggravano il rischio di frammentazione della personalità.

In alternativa sentire solo la voce del terapeuta al telefono, obbliga il bambino a comunicare attraverso la parola con uno sforzo di strutturazione del pensiero e della capacità narrativa che potrebbe coglierlo del tutto impreparato.

In altri casi potrebbe accentuarsi una già preponderante capacità verbale, sviluppata in maniera abnorme a copertura di un sé evanescente e di una identità inesistente.

Terreno fertile insomma per il rafforzamento di quello che Winnicott definisce falso sé (Winnicott, 1958).

Di certo portare avanti un trattamento in queste condizioni è, nei casi più gravi, del tutto improponibile e probabilmente superfluo nelle altre situazioni, dato che manca la vasta gamma di possibilità creative offerte all’interno della stanza d’analisi.

Un discorso a parte meriterebbe tutta la questione della difficoltà dei bambini oggi, ad esprimere una creatività spontanea, dipendenti come sono dall’appiattimento affettivo indotto dal video.

Ricondurli forzosamente ad un mezzo così povero a mio avviso risulta svantaggioso anche nella situazione meno compromessa.

Esprimersi nella stanza d’analisi

Adulti, adolescenti e preadolescenti con i quali il rapporto sia basato prevalentemente sul dialogo, possono dunque continuare a sviluppare il contatto con il loro terapeuta attraverso la parola ma per un bambino è di fondamentale importanza poter condividere il proprio mondo interno attraverso l’uso e la manipolazione di materiali condivisi.

Il bambino può utilizzare pupazzi, macchinine, pasta modellabile, carta, colla, per creare mondi che acquistano solidità e concretezza all’interno della stanza in cui si trova anche il terapeuta.

Possono attraverso di essi esplorare il proprio mondo interno, proiettandolo nelle loro storie e nei loro personaggi che prenderanno vita nella stanza che rappresenta il corpo e la mente del terapeuta (klein, 1921-1958).

Essa diventerà il ricettacolo delle loro fantasie, così come la mente del terapeuta, accoglierà fantasmi e angosce, offrendo un contenimento attraverso quella che Bion chiama reverie materna (Bion, 1962).

Dunque per il bambino è fondamentale trovarsi nella stanza del terapeuta, ambiente neutrale che diventerà lo scenario per la riproduzione di un mondo fantasmatico che con l’accompagnamento del terapeuta verrà esplorato progressivamente.

Trovarsi invece davanti ad uno schermo, in un luogo del proprio quotidiano, inibisce la proiezione ed impoverisce il rapporto con un terapeuta ora ridotto a mero fantasma molto più inconsistente dei fantasmi interni di natura persecutoria e depressiva, che prendono corpo senza che li si possa elaborare.

A ben poco dunque serve l’ immagine virtuale del terapeuta, la cui presenza è rarefatta e parcellizzata.

A questo punto la scelta è tra una perdita della terapia vissuta come totale e definitiva,  oppure la prosecuzione di un trattamento fantoccio.

Esso rischia di andare a compromettere il lavoro fatto fino a quel momento e  richiede al piccolo paziente un grosso sforzo per tenere separate le immagini buone interiorizzate nel rapporto con il proprio terapeuta, da quelle cattive che  ora prendono corpo.

Il rischio di confusione è alto e a molti bambini non resta che estraniarsi, far sentire al terapeuta tutta la sua impotenza ad aiutarli, allontanandosi dal contatto o mantenendolo in modo del tutto fittizio.

Conclusioni

Per concludere, solo attraverso una piena integrazione di tutti gli aspetti dell’esperienza istintuale e relazionale è possibile lo svilupparsi dell’individuo come soggetto.

Mentre il neonato vive i suoi diversi stati fisiologici come se fossero dissociati e indipendenti l’uno dall’altro, la madre con le sue cure  crea un collegamento tra essi favorendo lo svolgersi del processo di personificazione cioè il passaggio da uno stato di non-integrazione ad una piena integrazione (Winnicott, 1958).

Quando questo processo avviene in modo parziale  l’angoscia della disintegrazione diventa emergente.

Il forte disagio manifestato da certi bambini di fronte all’utilizzo di piattaforme informatiche per svolgere attività quotidiane e intrattenere relazioni, sembra mostrare come esse aggravino il rischio di una regressione a stadi precoci dello sviluppo nei quali non si sia compiuta una piena integrazione.

Inoltre sembra indurci a riflettere sul fatto che, anche  nel migliore dei casi, rischiamo di abdicare alla bellezza e pienezza della realtà naturale, in favore di parti di sé sempre più depauperate e artificiali per quanto mascherate da un facile adattamento.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Bion, W. R.  1962 Learning from Experience Heinemann- Medical Books, Ldt trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando editore, 1972.

Klein, M. 1921-1958, Scritti 1921-1958, Boringhieri, 1978.

Winnicott, D.W. 1958 Through Paediatrics to Psycho-Analysis, Tavistock Publications, London, 1958. Trad it Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze,1975.

Foto : Adalhelma da Pixabay

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bambino in psicoterapia

Oggi vorrei chiarire una questione legata alla cura del bambino in psicoterapia.

C’è chi afferma che sia inutile quando non dannoso avviare il bambino alla psicoterapia, dal momento che il problema nasce a livello familiare.

Quindi la cura dovrebbe essere rivolta ad uno dei genitori o ad entrambi piuttosto che al bambino.

Premesso che sicuramente un eventuale disturbo psicologico del bambino, insorge a causa di una problematica che ha origini nella famiglia e che lavorare a questo livello è certamente necessario, ciò non significa però che basti a risolvere il problema del bambino.

Anzi sempre più fonti confermano che, anche dopo che si sia risolto un eventuale disturbo psichiatrico del genitore, il disagio insorto nel bambino permane (Rutter, 1989).

Inoltre non sempre i genitori che si rivolgono ad un professionista per segnalare qualche problematica importante del loro figlio, sono in grado di farsi carico della consapevolezza di essere loro la fonte del disagio, al punto da chiedere una cura per se stessi.

Spesso hanno un vago sentore del loro contributo al problema, ma poi non riescono ad affrontarlo se non attraverso un intervento diretto sul figlio.

Ragioni per cui i genitori preferiscono mandare il bambino in psicoterapia

Ciò può accadere per diverse ragioni.

Anzitutto in certi casi il disagio del bambino è così conclamato da essere percepito come prioritario.

Trascurare questo aspetto in favore di una indicazione alla cura del genitore segnalerebbe come minimo una forma di insensibilità da parte del terapeuta.

Certo, quando il bambino è molto piccolo, si può prendere in considerazione l’idea di lavorare sulla coppia mamma-bambino e/o sulla triade genitori – figlio.

Ma già dai due anni in poi, è opportuno considerare un approccio individuale, magari preceduto da un lavoro a livello familiare.

Ci possono poi essere ragioni pratiche come quelle economiche, che obbligano i genitori a concentrare le loro risorse sul proprio figlio.

Infine ci sono genitori che sono in grado di prendersi cura del proprio dolore solo attraverso la cura del bambino.

Può succedere infatti che vi sia una resistenza da parte del genitore, ad affrontare problematiche riferite a sé, ma di fronte a quelle del proprio bambino non riesca a sottrarsi alla necessità di intervenire.

In altre parole i figli possono esprimere attraverso il proprio disagio quello dei genitori. Essi diventano il punto di fuoriuscita delle tensioni materne e paterne ed intervenire su questo vertice di osservazione può essere in alcuni casi la prima cosa da fare se non l’unica che si possa fare.

Un esempio 

Se un bambino per esempio non dorme o manifesta degli importanti disturbi del comportamento a scuola, trascurare un intervento diretto per concentrarsi su una eventuale depressione materna, porterebbe nel frattempo all’aggravarsi della problematica comportamentale del bambino.

Anzitutto perché la cura di una depressione richiede molto tempo. Poi perché una volta che si sia strutturato un disturbo nel bambino, esso prende una strada propria che può portare ad ulteriori complicazioni.

Si pensi ad un bambino che oltre a manifestare comportamenti di opposizione violenta, cominci ad essere conseguentemente etichettato dai compagni e dai  loro genitori.

Di seguito si aggiungerebbero problematiche di apprendimento, con compromissione della resa scolastica, dell’autostima ecc.

E’ evidente come un intervento solo sulla madre o sui genitori del bambino in questione otterrebbe dei risultati del tutto parziali.

Tra l’altro chiedere ad un genitore di dimenticare l’angoscia sollevata dal disturbo del bambino, per affrontare una eventuale problematica di cui magari  in quel momento non è nemmeno consapevole, può risultare estremamente persecutorio e far sentire il genitore incompreso e rifiutato.

Piuttosto è importante aiutare i genitori a pensare, in un momento in cui per loro è certamente difficile farlo, a causa di emozioni angosciose.

Conclusione

In conclusione sono del parere che vada accolta la richiesta dei genitori e il modo con cui essa si esplica, perché essa ci fornisce il punto di accesso più adatto all’intervento.

Sarà nostra cura in seguito, cercare di fornire loro elementi nuovi su cui riflettere, portandoli eventualmente a considerare un intervento per sé stessi.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Indicazioni bibliografiche

Rutter, M. (1989), “Psychiatric disorder in parents as a risk factor for children”, in Schaffer, D., Phillips, I. e Enger , N. B. (a cura di), Prevention of Mental Disorder, Alchool and Other Drug Use in Children and Adolescents, Office for Substance Abuse, USDHHS, Rockville Maryland.

Foto

Gerd Altmann da Pixabay

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine sociale e narcisismo

Oggi si assiste alla proliferazione di problematiche psicopatologiche di tipo narcisistico, mentre in passato prevalevano quelle nevrotiche.

Cosa significa questo?

Che è molto più rilevante per le persone riuscire ad offrire un’immagine di sé socialmente adeguata, che non occuparsi del rapporto con la propria coscienza morale.

Ciò implica che non contano tanto i comportamenti messi in atto, né le loro reali intenzioni sottostanti, quanto il fatto che essi appaiano corretti e lodevoli agli occhi dei più.

In questo senso si può cercare una popolarità a buon mercato, sfruttando e manipolando le emozioni altrui.

Ad esempio azioni legate alla beneficenza e all’aiuto del prossimo possono nascondere una volontà di potenza o desiderio di prestigio sociale.

Grandi ideali possono mascherare interessi personali o fughe da sensi di inferiorità.

Senso di colpa e vergogna

Se in passato il senso di colpa era il principale artefice della sofferenza psichica, adesso il problema verte intorno al sentimento di vergogna per non valere abbastanza e non apparire adeguati.

Tale sentimento acquista un sapore arcaico, di persecutorietà estrema, che si traduce nel timore di ricevere un giudizio negativo dal gruppo, rappresentativo di un’imago materna molto persecutoria.

Un banalissimo esempio dell’asservimento generale al giudizio della collettività lo ritroviamo nel meccanismo dei like sui social, che rappresenta la fatiscente sicurezza dell’approvazione sociale e del sentirsi ok.

Purtroppo in alcuni casi ciò comporta anche che un’azione approvata dal gruppo diventi lecita indipendentemente dal fatto che lo sia davvero e senza che ciò susciti alcun tipo di conflitto all’interno dell’individuo che la compie.

Viceversa si può arrivare ad un obnubilamento della propria coscienza per timore della disapprovazione sociale. Ciò sta alla base della collusione con i comportamenti delinquenziali di chi gode di una posizione di potere nel gruppo di riferimento 

Il cosiddetto Super-io individuale freudiano perciò è stato sostituito da una sorta di istanza critica a matrice gruppale e quindi estremamente regressiva.

Se non si è all’altezza delle aspettative del proprio gruppo e degli standard da esso proposti nei più svariati ambiti, si è a rischio di depressione persecutoria che si esplica con l’angoscia di ostracizzazione.

I giovani adolescenti sono particolarmente soggetti a queste pressioni per la loro implicita condizione dovuta alla fase evolutiva.

Tuttavia spiegare queste dinamiche che portano sempre più frequentemente al suicidio o ad atti autolesivi, con la fase dello sviluppo è limitato e fuorviante.

Manipolazione e narcisismo

Le strutture di personalità narcisistiche  sempre più diffuse, a fronte di una società che incoraggia l’uso sfrenato delle apparenze e della soddisfazione immediata, sono più  facilmente soggette a questo tipo di angosce.

Per questo fanno un uso massiccio della manipolazione della realtà quale meccanismo difensivo.

Essa funziona in modo molto simile al linguaggio pubblicitario diffuso dai media allo scopo di vendere il prodotto e fa leva sui bisogni emotivi inconsci dell’altro (siano essi riferiti a desideri o paure).

Proprio nel momento in cui non si è consapevoli di un bisogno si diventa vulnerabili alla manipolazione.

Se si è sottoposti a manipolazione può essere difficile mantenere un sufficiente senso critico e molte sono le vittime che non vedono i molteplici inganni di chi sa sfruttare i luoghi comuni del senso morale.

Un esempio lo abbiamo nel rapporto tra narcisista perverso e vittima co-dipendente, la cui situazione di abuso è invisibile agli occhi dei familiari e degli amici i quali sono abbagliati dal comportamento esteriormente perfetto del narcisista.

Un altro esempio, lo troviamo in famiglie  apparentemente funzionanti, in cui uno dei due genitori o entrambi occupano ruoli socialmente approvati e che all’interno del nucleo familiare portano avanti più o meno consapevolmente comportamenti che si configurano come vere e proprie violenze di natura psicologica, quando non fisica, nei confronti di uno o più figli.

Spesso in queste famiglie uno dei figli è la vittima designata e l’altro il pupillo di uno dei due genitori, cosa che mette sotto scacco tutti i membri della famiglia.

Quello che è essenziale notare qui è la compresenza di comportamenti contraddittori a seconda del contesto relazionale e sociale.

Tale contraddizione nasce dalla necessità di nascondere agli altri ma anche a se stessi l’estrema fragilità interiore percepita come minaccia alla propria sopravvivenza psichica.

 

Il nucleo della problematica narcisistica

E qui si manifesta il nucleo della problematica narcisistica, basato su una estrema dipendenza dall’altro, una dipendenza invidiosa e carica di rabbia che porta l’individuo a distruggere sistematicamente ogni buona relazione con i propri oggetti interni ed esterni, rendendo impossibile la costruzione di una personalità solida.

La conseguenza è la percezione di estrema fragilità del sé e l’utilizzo di meccanismi difensivi compensatori quali onnipotenza, svalutazione, scissione e proiezione.

Tali meccanismi portano a distorsioni sistematiche della realtà relazionale, che viene sottoposta a massicce manipolazioni volte a tenere l’altro sotto controllo.

Tutti gli aspetti rifiutati del sé (sentimenti, stati d’animo, intenzioni, bisogni, desideri, angosce) vengono separati dal resto della personalità (scissione) e attribuiti all’altro (proiezione), che per questo diventa oggetto di un attacco feroce. 

I genitori di questi individui hanno personalità spesso caratterizzate da nuclei narcisistici,  tratti depressivi, aggressivi e profonda anaffettività. 

Essi nutrono aspettative di successo sociale da parte dei figli e sono indifferenti nei confronti dei loro bisogni, spesso perchè non sono nemmeno in grado di percepirli, data l’urgenza soffocante di pressioni interne.

I bambini di tali genitori soffrono di pesanti carenze affettive, si sentono non visti, non considerati nei loro reali bisogni ma sottoposti a richieste esigenti e tiranniche.

Sentono di meritare l’affetto solo se in cambio soddisfano le attese genitoriali. Un affetto vincolato dunque a un ricatto.

Questo costituisce la base dell’apprendimento alla manipolazione e della rabbia rivendicativa perennemente presente nei loro rapporti e li espone al bisogno estremo di approvazione altrui per meritare la quale sono disposti a fare carte false, spesso non preoccupandosi di passare sul cadavere di qualcuno, purché questo qualcuno non disponga di alcun potere sociale e si presti perciò a diventare il ricettacolo degli aspetti di sé rifiutati.

Si tratta di un ciclo di violenza che si perpetua in maniera più o meno velata e che miete sempre più vittime nei vari strati sociali.

Diventare consapevoli

Fondamentale quindi è imparare a sviluppare la consapevolezza degli stati d’animo che muovono le nostre azioni più che il grado di approvazione che sono in grado di riscuotere.

Imparando a vigilare sul bisogno coatto di offrire un’immagine brillante e socialmente accettata si può entrare in contatto con i timori di dipendenza che indeboliscono la nostra personalità. 

Sempre di più oggi siamo chiamati a monitorare accuratamente ogni segnale di insoddisfazione, rabbia o inadeguatezza proveniente dal nostro mondo interno, senza tacitarlo con le facili “droghe” offerte dal mercato e dai rapporti sociali.

Questo allo scopo di imparare a non colludere con soggetti manipolatori e pericolosi, che entrano in risonanza con il nostro narcisismo.

In sintesi se ci siamo liberati dalla tirannia di una coscienza morale rigida e obsoleta che, in una società di tipo patriarcale, imponeva tabù sessuali e religiosi e provocava conflitti interni laceranti, ora in un’apparente libertà di costumi, dobbiamo imparare a fare a meno della forse ancora più grave tirannia delle aspettative sociali che ci obbligano ad apparire vincenti, buoni e capaci.

Azioni apparentemente lodevoli, qualora siano mosse, in maniera più o meno cosciente, da intenti volti ad ingrandire il proprio ego, in ultima analisi non potranno sortire effetti realmente positivi, se non altro perché avranno contribuito ad aumentare il livello di inconsapevolezza collettivo, cioè la confusione tra ciò che è e ciò che appare.

Una società dove tutto va bene ad ogni costo, è il terreno migliore per la proliferazione parassitaria di abusi nascosti che nessuno vede perché nessuno li vuole vedere.

Abbiamo il dovere di proteggere le vittime di tali abusi a partire da noi stessi.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

 

 

 

 

 

Narcisismo patologico: una porta per l’illuminazione

Introduzione

Oggi vorrei soffermarmi sull’impatto che il narcisismo patologico ha sulla vita di una persona che ne è affetta, sul grado di dolore mentale che esso provoca ma anche sull’opportunità che questo grado estremo di sofferenza offra.

Opportunità per il “narcisista”*,  qualora fosse in grado di arrivare ad una sufficiente consapevolezza del suo disturbo tanto da voler cambiare attraverso un lavoro di psicoterapia.

Opportunità per la sua “vittima”( inconsciamente consenziente e perciò catturata da una ragnatela mortale), nel momento in cui il dolore diventasse a tal punto insopportabile da desiderare di uscirne diventando consapevole  degli innumerevoli inganni del sistema di pensiero narcisistico che la domina.

E infine opportunità per tutti coloro che direttamente o indirettamente venissero a contatto con questo dramma.

* [Per convenzione mi riferirò, parlando del narcisismo, al genere maschile, beninteso ovviamente che tale patologia riguarda anche il genere femminile. Inoltre userò le virgolette per designare colui che soffre di tale patologia, allo scopo di sottolineare come spesso vi si pensi in termini squalificanti e denigratori e come invece egli si trovi a vivere coattivamente in una tragica vicenda umana].

Non voglio fare una trattazione clinica del disturbo narcisistico di personalità. Quello che mi interessa invece è descriverne l’aspetto di grave sofferenza mettendo l’accento sul fatto che esso potrebbe essere visto come una delle manifestazioni estreme del disagio profondo in cui versa la nostra società. Manifestazione che  si situa lungo un continuum dove il narcisismo di ciascuno è presente in varie misure.

Penso che il confine tra narcisismo sano e narcisismo patologico sia diventato molto sottile nel sistema  in cui ci troviamo a vivere, tanto da portarmi ad avere l’impressione che la confusione tra l’uno e l’altro sia piuttosto diffusa.

Per questo, osservare la modalità con cui si esplica una relazione basata sul narcisismo patologico e il danno che essa infligge a tutti coloro che ne sono implicati, può essere un’occasione unica per risvegliare le coscienze assopite.

La vita “normale”

Ognuno di noi si identifica con un’idea di sé legata ai vari ruoli che occupiamo nell’area affettiva, professionale e sociale. L’attaccamento all’immagine che abbiamo di noi stessi è tale da condizionare profondamente la nostra vita.

Se tutto funziona secondo i piani, le varie tappe socialmente condivise devono essere raggiunte entro determinati limiti di età e questo fa sentire narcisisticamente al sicuro.

A volte capitano degli imprevisti e l’immagine che si ha di sé ne viene minacciata.

Se si è abbastanza abili, o fortunati o entrambi si riesce a riportare il fiume al suo normale decorso e questo comporta un incremento della forza interiore che si manifesta come autostima.

Naturalmente la vita non ci lascia mai in pace e quando siamo riusciti a raggiungere qualche importante obiettivo o i maggiori traguardi prefissati, ne svela il lato effimero, se non altro attraverso l’invecchiamento, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Tuttavia ogni fase della vita ha le sue crisi, le sue difficoltà e le sue necessarie elaborazioni e questo sembra far parte del pacchetto.

Siamo avvezzi all’idea che presto o tardi invecchieremo, ci ammaleremo, qualche persona cara verrà a mancare e così via. E’ nell’ordine naturale delle cose, anche se poi cerchiamo di allontanare da noi tale pensiero e ci illudiamo inconsciamente che queste eventualità non riguardino noi.

Dunque tutto questo è parte del vivere quotidiano, e giorno per giorno ci facciamo i conti più o meno consapevolmente.

La società occidentale poi ha inventato milioni di modi per rendere il nostro soggiorno sulla terra quanto più gradevole possibile, in modo che possiamo dimenticarci della nostra vulnerabilità almeno per un pò.

“Ricordati che devi morire!” diceva un religioso nel film di Troisi intitolato  “Non ci resta che piangere” e lui rispondeva: ” E mò me lo segno!”.

Ma si trovavano a ridosso del medioevo.

Allora fin qui tutto bene.

La relazione con il “narcisista patologico”: un baratro infernale

Se non che la nostra società, tra le altre cose, produce su larga scala le guerre, il terrorismo, le manipolazioni di massa, i vari tipi di estremismo, i fanatismi, le ideologie più aberranti e, su “piccola” scala, il narcisismo perverso.

E qui per qualcuno cominciano guai seri perché ci troviamo sull’orlo della follia, di fronte ad un baratro oscuro che dà le vertigini, che non ha fine, come non c’è fine al grado di sofferenza che tale patologia infligge.

Nel narcisismo patologico, tutti i terrori più ancestrali, arcaici ed incontrollabili prendono le sembianze di demoni che assumono il controllo dell’intera esistenza.

Fame, bramosia, abbandono, impotenza, rabbia, odio, disgregazione e morte sono i nomi di questi demoni di cui “il narcisista” cerca costantemente di disfarsi, portandoseli dentro come una orribile compagnia a lui stesso nascosta.

Assieme alla sua distruttività essa viene precocemente trasformata in una specie di “gang mafiosa” (Rosenfeld, 1971), o di setta clandestina che ne controlla e ne domina la personalità ridotta ad un fatiscente fantoccio, minacciandolo costantemente di morte e torture indicibili, se non farà quanto gli viene comandato, ma anche, come descrive Meltzer (1968), promettendogli di proteggerlo contro il terrore in cambio della sua fedeltà.

A questo punto la scelta è tra la propria sopravvivenza ad ogni costo o quella dell’altro.

Si perché l’altro diventa la vittima designata, l’agnello sacrificale, da fornire periodicamente al famelico mostro, alla minacciosa congrega.

Egli oscilla tra il sentirsi fedele al patto omertoso con la sua società segreta identificandosi con i suoi valori: onnipotenza, controllo, supremazia, superiorità, dominio, e la disperata ricerca di un’isola felice che gli permetta di sfuggire alla sua schiavitù.

Per questo cerca una partner ideale, perfetta con cui creare una simbiosi salvifica e inebriante, che per un pò allontani e anestetizzi dal dolore del cancro già diffuso.

Ma non passa istante che ogni perfezione, non venga contaminata, ogni ideale non venga intaccato e messo in dubbio, così da trasformarsi velocemente  nel suo contrario: un misero feticcio da buttare perché incapace di proteggere dalle nuove pressanti richieste della “gang” che si pone come unico, vero, intramontabile ideale a cui asservirsi 

L’ infelice si salva agli occhi dei suoi persecutori interni scaricando la colpa sulla vittima, già colpevole di non essere stata in grado di salvarlo da essi.

E’ così che sorge un odio devastante nei confronti dell’altro sentito come traditore e al contempo minaccia per la sopravvivenza della propria identità.

L’altro,  con la sua semplice presenza che è alterità,  è causa di un conflitto insanabile.

Ogni differenza, ogni distinzione proposta nella relazione, è un attacco all’esistenza psichica di questo sventurato, dato che la percezione di una coesione del senso di sé è mantenuta faticosamente attraverso la costruzione di un’immagine tanto grandiosa quanto labile.

Sentimenti positivi o negativi sortiscono il medesimo effetto: quello di fargli sentire il rischio intollerabile di una potenziale dipendenza. Ciò potrebbe smascherarlo ed esporlo in prima persona alla vendetta dei suoi persecutori.

E’ per questo che non si fa scrupolo di mentire, manipolare, raggirare, pur di impedire all’altro di scoprire il suo punto debole: il terrore di diventare lui stesso vittima sacrificale in luogo di quella da lui designata.

Ed è per questo che la relazione con lui si pone in termini di “mors tua vita mea”.

Le regole della relazione narcisistica potranno suonare più o meno così:

Se entri in relazione con me non ne puoi più uscire.

Se ne esci è solo da morta.

Se non muori ti ritroverò.

Se ti ritroverò ti considererò colpevole di tradimento e perciò ti torturerò prima di finirti.

Se sei in relazione con me è per la mia unica soddisfazione.

Ma se mi soddisfi ti odio perchè mi controlli.

Se mi controlli lo farò per primo.

Se non mi soddisfi ti disprezzo.

Se ti disprezzo ti tormento per farti pagare la delusione che mi infliggi.

Se continui a stare con me a queste condizioni sei più miserabile di me e questo mi autorizza ad approfittare di te che non vali niente.

Se il motivo per cui stai con me non è la tua inferiorità, allora trami qualcosa

Potresti essere più pericolosa e perfida di me.

Ma se ti metterai contro di me perderai.

Se vincerai, prima o poi te la farò pagare a carissimo prezzo.

Perché non puoi fare a meno di me e non farai a meno di me.

Da questa specie di decalogo risulterà chiaro che egli  si pone come unico dio dell’altro, coltivando al contempo l’illusione di una totale autonomia, una vera e propria autarchia nella quale l’altro non può avere spazio.

Il sentimento di solitudine ed incomunicabilità è dilagante ma ancora più devastante è quello di una totale inconsistenza di sé e della relazione, che viene denegata costantemente attraverso varie misure difensive.

La rabbia è lo stato mentale prevalente, una rabbia debordante, incontrollabile a volte, che può esplodere violentemente o essere evacuata in maniera strisciante attraverso aggressioni più o meno nascoste.

Tuttavia l’origine interna di tale rabbia non viene da lui riconosciuta. Se lo fosse, dovrebbe fare i conti con una immagine di sé fallimentare.

Dunque  per giustificarne l’esistenza deve attribuirne la causa proprio all’altro, che diventa nemico pericoloso e perciò odiato, o disprezzato quando le circostanze lo permettano.

Egli vive in una costante minaccia di assedio da parte del suo presunto nemico esterno, ne immagina i pensieri, cerca di prevederne le mosse, anticipandole con operazioni strategiche incredibilmente sofisticate, attaccando e contrattaccando di continuo.

Vive nella costante ossessione di essere vinto, umiliato, smascherato, dominato, deriso, punito, violentato e questo inferno personale da lui costruito lo fa sentire in diritto di difendersi infliggendo le medesime umiliazioni e punizioni che teme da parte dell’altro o che crede di aver ricevuto.

Tenta di far cadere l’altro in situazioni relazionali claustrofobiche, senza via di uscita. Lo costringe a comportarsi in modo tale che questo si conformi quanto prima alle sue nefande aspettative, quasi a provarne sollievo.

Ma qualora il malcapitato cadesse nel tranello, provocherebbe una trionfante punizione e ulteriori macchinazioni da parte del suo perseguitato persecutore.

Ogni tentativo di far ragionare questo prigioniero di sé stesso, sarà vissuto come un tentativo di controllo su di lui o come una manipolazione simile a quelle che lui mette continuamente in atto per costruire, volente o nolente, lo scenario infernale che ha in mente.

Ogni tentativo di conciliazione sarà vissuto come una resa a volte perfino sospetta e strumentale.

I significati saranno sistematicamente distorti. Le migliori intenzioni annullate. Qualsiasi azione da parte della vittima risulterà sbagliata. Non ci sarà modo di uscirne. Né con le buone né con le cattive.

Ogni ribellione diventerà una violenza perpetrata ai suoi danni .

Ogni presa di distanza un abbandono e di conseguenza una illegittima, inaccettabile, terrorizzante punizione inflitta ad un essere inerme.

In questo senso essa sortirà l’effetto temporaneo di calmare la belva inferocita  che sente in sé stesso, trasformandola in un animale spaventato e momentaneamente messo all’angolo ma poi per questo ancor più carico di odio profondo, viscerale, violento, presto trasformato in bramosia di vendetta che passerà sotto il nome di giustizia.

Ogni mezzo sarà lecito per ottenere un risarcimento.

E ad aggravare la pena di questo girone d’inferno il dubbio ossessivo, devastante, logorante, di essere lui stesso,  la fonte di tutto questo orrore, il mostro, il colpevole.

Un dubbio sedato per l’appunto attraverso la continua ricerca delle prove a favore della colpevolezza dell’altro e della sua indegnità.

Una volta ottenute tali prove, estorte con ogni genere di manipolazione, scatterà la fase punitiva. Ma la violenza sarà tale da travolgere lo stesso giudice insieme alla vittima. In una totale confusione tra sé e l’altro. Riproponendosi così daccapo il ciclo del dubbio.

Rimarrà un’unica via di fuga, quella di cercare una nuova relazione, una nuova vittima, intatta, vergine, da idolatrare per tenere il più a lungo possibile lontano, il fantasma mostruoso della devastazione che presto travolgerà anche lei.

Se tale è l’inferno del “narcisista”, non lo è da meno quello della sua controparte.

In un rapporto di specchi che si riflettono l’uno nell’altro, la confusione è il tema dominante, dove la domanda assillante: “sono io o è lui”, finisce per trovare la tragica, ancorché paradossalmente liberatoria risposta, in un semplice:”sono io”. In questo modo sarà preservato il legame d’amore cui la “vittima” non riesce a rinunciare.

Il senso di colpa e di inadeguatezza sono dunque gli altri due aspetti ineludibili della relazione narcisistica, in un progressivo svilimento di sé.

Il senso di intrappolamento e angoscia poi derivano dal fatto che si desidera risolvere un enigma che non ha soluzione se non nell’auto annientamento.

Il desiderio onnipotente di cambiare le cose e di controllare a propria volta fa da contraltare al controllo subito. In una spirale distruttiva che non ha fine.

Come uscire dunque da questo labirinto mortale?

Dietro al narcisismo il dolore: il crollo delle illusioni

Quella del “narcisista” e della sua “preda”, schiavi l’uno dell’altro e a un tempo di se stessi, è una relazione emblematica, che ricorda quella che intercorre tra il servo e il suo padrone.

In quanto tale mi sembra che potrebbe riguardare ciascuno di noi, quando siamo invischiati in vari tipi di dipendenze illusorie, tutte facenti capo al bisogno di salvaguardare il nostro fragile ego.

Oserei dire che il narcisismo come sistema di pensiero e modalità di funzionamento è a tal punto generalizzato e inflazionato nella nostra società, a tal punto nutrito ed alimentato e parte del vivere comune, da sollevare il sospetto che si tratti di una forma molto pericolosa di illusione collettiva, capace di stravolgere i significati, di mistificare la realtà e così di annientare ogni nostra capacità critica.

Prendiamo ad esempio l’immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro mondo, come costrutto solido ed intoccabile. Che si tratti di convinzioni politiche o ideologiche, di adesione ad un certo gruppo sociale o religioso, o di idee su come dobbiamo sentirci e apparire, ci aggrappiamo ad esso e vi restiamo attaccati con tutte le nostre forze, al punto da cadere spesso in varie forme di alienazione pur di salvaguardarlo dinanzi ai nostri occhi e soprattutto a quelli degli altri.

Gli obiettivi che ci proponiamo nella vita diventano più importanti della vita stessa, specialmente se fin dalle prime battute della nostra presenza qui, non siamo stati proprio fortunati.

Lottiamo perennemente per un risarcimento, per lo più senza saperlo e ci tuffiamo a capofitto nel futuro, nella speranza di cancellare il passato.

Dimentichiamo così l’innocenza del bambino estatico dinanzi ad un oggetto che cattura tutta la sua attenzione, in pace quando non sa che un futuro lo aspetta e un passato lo ha condizionato.

“Se non ritornerete come bambini…”

Ma non siamo in grado di farlo o non siamo abbastanza motivati per farlo e quindi ci concediamo brevi momenti di fuoriuscita dalla morsa della mente adulta, nei ritagli di tempo e con modi codificati dalla nostra previdente società.

Tutto sommato un disagio che sta sullo sfondo delle nostre esistenze è tollerabile, ci facciamo i conti come fosse una tassa da pagare e ci conviviamo civilmente. Ma è proprio questa abitudine quiescente e passiva di sopportare a volte l’insopportabile che ci allontana dalla possibilità di entrare in contatto con l’essenza della vita, la parte più vera di noi stessi.

Ed ecco che osservare il funzionamento narcisistico proprio e altrui (meglio se  attraverso un lavoro terapeutico), può diventare un’occasione unica per liberarsene e comprendere il contagio ipnotico cui la mente socializzata ci sottopone.

Tutti i suoi idoli cui diamo tanta importanza: potere, successo, controllo, reputazione da un lato, ma anche amore, felicità, bellezza, perfezione, bontà dall’altro, devono essere gettati via in un sol colpo, se non si vuole essere sgretolati da quel tritacarne che è il pensiero narcisistico.

Quando si è imbrigliati nella rete soffocante della relazione narcisistica infatti si può diventare acutamente consapevoli del fatto che il  dolore cui si è sottoposti non ha giustificazione, nemmeno se motivato dalla necessità di proteggere tutto ciò che riteniamo più prezioso.

Niente come il dolore obbliga a tornare in se stessi. E’ come una domanda implacabile alla quale si deve per forza trovare risposta. Non c’è più modo di fuggire, non ci sono più palliativi che fungano da anestetici.

Esso è tale da scuotere così profondamente le fondamenta dell’essere di un individuo che diventa impossibile rimanere nel torpore. O ci si sveglia o si soccombe.

Ci si trova di fronte ad un bivio: cedere al ricatto degli attaccamenti o lasciar andare tutto e arrendersi.

Non essere più ricattabili: la resa e il risveglio

E la resa è un vero atto d’amore nei confronti di se stessi. Abbandonare tutto per amore di se stessi. Di quella parte  autentica di sé la cui essenza è assoluta, perché in essa risiede la vita.

Come dicevo la vita non ha valore solo a condizione che le cose vadano come ci aspettiamo. La vita è un assoluto cioè ab- solutus “libero da ogni vincolo ” e in quanto tale un mistero.

Abbandonare tutto non significa scappare su un’isola deserta o ritirarsi nella tipica roccaforte narcisistica del silenzio. Non significa nemmeno rinunciare a ciò in cui crediamo, ai nostri sogni o desideri.

Abbandonare significa abbandonarsi, cioè accettazione completa, totale di ciò che è per come è, per fare spazio. Per dare spazio al nuovo. Alla possibilità di creare.

E questo equivale a distacco. Distaccarsi smettendola di identificarsi con il groviglio di pensieri ed emozioni che ci caratterizzano, che sono il nostro tanto idolatrato patrimonio.

Il risveglio può solo avvenire entrando in contatto con il  qui ed ora, riscoperto come unico momento, unica realtà capace di dare consistenza e solidità, pur nel suo fluire.

Eckart Tolle, un maestro spirituale dei nostri tempi, ci ricorda il potere insito nel momento presente.

Non c’è dubbio ossessivo, pensiero tormentoso, angoscia, dolore o paura che non possa essere dileguato attraverso la consapevolezza della propria presenza.

Volgere l’attenzione interamente, intensamente e profondamente al momento presente porta ad un graduale consolidamento della percezione del proprio Essere che inizia a brillare come un astro nascente.

Ci si accorge della nobiltà dell’essere umano e della infinita bellezza di cui è parte. Al contempo si accresce il senso di pace, grazie alla capacità di fare silenzio.

E la vita umana si riscopre come sacra. Non solo se è in grado di offrire qualcuna delle gioie che siamo abituati a desiderare,  ma in se stessa, in assoluto.

Ciascuno di noi è un assoluto, indipendentemente dal fatto che sia stimato apprezzato o amato da qualcuno.

Ciascuno di noi è.

Se non ce ne dimentichiamo, se lo riscopriamo possiamo salvarci dal ricatto mortale ed alienante del narcisismo quale che sia la sua forma o il grado della sua presenza.

Possiamo allora fare qualcosa per evitare il prodursi di quelle condizioni che favoriscono tale patologia, come quando invece di accogliere con amore i nostri figli, ci aspettiamo da loro ogni genere di soddisfazioni, trattandoli come trofei, immolandoli all’implementazione del nostro ego, anche se mascheriamo tali intenzioni con la giustificazione che quanto facciamo è per “il loro bene”.

Che ne sappiamo noi del loro bene, dal momento che non conosciamo nemmeno quale sia il nostro!

Rispettiamoli per la vita e l’infinita saggezza che portano in sé e godiamo della loro presenza senza aspettarci nulla se non che siano se stessi.

Non aspettiamo che sia il loro disagio a farci ricordare del nostro e non anneghiamo un eventuale malessere sotterraneo nel lavoro, nelle relazioni sociali, negli hobbies o perfino nei corsi di crescita personale.

Non aspettiamo che sia una depressione conclamata a farci occupare della nostra interiorità.

Non convinciamoci che una crisi di coppia, preceduta da innumerevoli conflitti o incomprensioni sia dovuta al partner sbagliato.

Non permettiamoci di guardare davvero i nostri figli nel momento in cui una loro sofferenza grave ci faccia accorgere che non sono quello che immaginavamo.

Non facciamoci delle domande su noi stessi solo quando loro sono nella disperazione.

Non guardiamo agli altri come a dei prolungamenti di noi stessi, secondo la relazione “che il corpo di un organismo ameboide ha con gli pseudopodi che emette” (Freud, 1914).

Il narcisismo patologico rende inconsapevoli dell’altro in quanto persona intera e separata da sé.

L’altro è un vero e proprio oggetto, una cosa messa lì per il proprio uso e consumo, un cestino da riempire con i propri contenuti interni. Un utensile da gettare qualora la sua funzionalità dovesse venir meno.

Ma quante volte ci accade lo stesso? Con che occhi guardiamo all’altro se dalla relazione con lui non possiamo averne un tornaconto? Quante volte lo guardiamo a partire dai nostri schemi fatti di bisogni, desideri, emozioni e quindi lo guardiamo senza vederlo veramente? Quante volte cerchiamo di forzare la relazione dentro questi schemi?

Cerchiamo di rimanere sensibili e desti, di non lasciarci travolgere dalle abitudini insensate e folli della nostra società che ci dispongono in uno stato di obnubilamento costante accompagnato però da inquietudine e bramosia compulsiva.

Cerchiamo di sviluppare la consapevolezza attraverso una visione di profondità, fatta di studio, di lavoro su sé stessi, di ricerca, ma al contempo di accettazione incondizionata di ciò che è.

E’ un paradosso all’interno del quale trovare l’equilibrio è possibile se si conserva una mente vigile, attenta e non vorace.

E ne vale la pena. Perché è in gioco la nostra libertà e la libertà di tutti.

 

Indicazioni bibliografiche

Freud, S., ZurEinfuhrung des Narzissmus, trad. it. Introduzione al narcisismo, in Opere , vol. VII.

Meltzer D., Terror Persecution and Dread (1968).

Rosenfeld H.A., A Clinical Approach to the Psychoanalytic Theory of the Life and Death Instincts: an Investigation into the Aggressive Aspects of Narcissism, Int. J. Psycho-Anal., vol. 52 (1971a) cit. in Steiner J., “Le relazioni oggettuali narcisistiche e le organizzazioni patologiche della personalità: una rassegna in letteratura”, ne “I Rifugi Della Mente”, Bollati Boringhieri ed. pp73-78 (1996) .

Tolle E., The Power of now (1999), trad it. Il Potere di Adesso, ed. My Life (2013)

Immagini prese da Pixabay e da Pexels (pexels photo, Johannes Plenio)

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

Perchè non bisogna temere il disagio psichico

Spesso mi capita di incontrare nelle persone delle resistenze sulla possibilità di riconoscere il proprio disagio psichico e di affrontarlo con una opportuna psicoterapia. Penso addirittura che ci sia un timore a farlo, ancora molto diffuso.

Allo stesso tempo ho osservato una proliferazione di corsi inseriti all’interno dell’area del benessere.

Niente di male in questo naturalmente, dal momento che forse oggi, più che in passato c’è un’attenzione particolare alla salute e al collegamento tra psiche e corpo.

Si potrebbe anche dire che sia un bene che molti colleghi si siano dati da fare a sviluppare seriamente questo settore, perché è giusto che gli psicologi pongano l’attenzione prima di tutto sulla salute e sulla prevenzione della malattia, piuttosto che occuparsi unicamente della psicopatologia e della sua cura in ambito psicoterapico.

Tuttavia oltre al fatto che tali corsi sono spesso promossi indiscriminatamente non solo da colleghi del settore e da professionisti di aree limitrofe ma anche da figure con la più vasta e variopinta gamma di titoli, mi è capitato non poche volte di sentire in questi ambiti affermazioni avventate riguardanti l’inutilità della psicologia, della psicoterapia e degli psicoterapeuti in generale, descritti spesso come dei mangiasoldi che fanno parlare per ore e perdere anni dietro a trattamenti privi di risultato.

Per contro, sembra che basti fare meditazione, yoga, o qualche corso al limite tra l’esoterismo e la ricerca d’avanguardia, per risolvere ogni sorta di difficoltà della vita  per di più in un batter d’occhio.

Quando sento tali affermazioni mi vengono in mente alcuni meccanismi di difesa che la mente usa quando è in grave difficoltà.

Sto parlando di diniego, onnipotenza e svalutazione.

I meccanismi di difesa che allontanano dalla realtà

A volte capita che qualche paziente molto sofferente non sia in grado di osservare ed accettare interamente la propria condizione mentale e la propria situazione esistenziale, sentendo di non avere le risorse psichiche per affrontare né l’una né l’altra.

Questi pazienti possono risolvere temporaneamente il problema scotomizzando* porzioni della realtà psichica, attraverso operazioni mentali che li portano a non accorgersi neanche più di stare male.

Si convincono così di essere invincibili, immaginano soluzioni a buon mercato per quanto fantastiche, il tutto in un clima di euforia maniacale e di disprezzo per chiunque la pensi diversamente o per qualunque cosa si ponga come ostacolo a questo stato mentale.

Diniego appunto, onnipotenza e svalutazione.

Ecco mi sembra che il sistema di funzionamento di molti di quelli che  promuovono questi corsi sia il medesimo.

Esaltazione onnipotente visibile nella facilità estrema con cui promettono  il raggiungimento di qualsiasi obiettivo, disprezzo per coloro che la pensano e operano diversamente. Il tutto spesso condito da una crassa ignoranza di quello che disprezzano e infine diniego dell’angoscia sottostante: quella di non sentirsi in grado di affrontare una formazione seria.

In questo modo il loro diniego collude con quello di coloro che sperano in altrettante soluzioni a buon mercato per il proprio malessere.

Vorrei chiarire che ho il massimo rispetto per discipline come lo yoga e per pratiche come la meditazione. Inoltre non coltivo uno scetticismo a priori nel campo della ricerca di confine. Anzi sono sempre molto interessata a riguardo perché penso che da molte idee che appaiono estreme possano derivare interessanti innovazioni.

Tuttavia l’utilità e il valore di qualsiasi cosa, dipende dall’uso che se ne fa e dal contesto in cui è inserita.

Anche la psicoterapia non è la panacea per tutti i mali e di certo può fallire nel risolvere determinati disturbi per cui la persona chiede aiuto. Ci sono poi anche nel mio campo persone che non lavorano seriamente e questo può portare alcuni a farsi un’idea negativa della categoria.

Ma se è svolta con professionalità da chi la pratica, essa non può non portare allo svilupparsi di una maggiore consapevolezza di sé.

In questo senso raggiunge sempre un obiettivo fondamentale per l’essere umano.

Saltare a piè pari la conoscenza del proprio inconscio e di come funziona, quando ci si trova di fronte a seri disturbi psicologici la trovo un’operazione pericolosa.

E pensare di raggiungere la guarigione da malattie psichiche e fisiche, o semplicemente un benessere stabile e duraturo attraverso pratiche spirituali occasionali o adattamenti occidentalizzati di tali pratiche mi sembra addirittura utopistico anche per persone che si trovino in condizioni di buon equilibrio psichico.

Troppo spesso ho visto fare un uso strumentale e opportunistico di tali discipline.  Ed ho visto anche nascondere varie forme di disagio dietro un’adesione acritica e dipendente nei confronti di gruppi rigidamente dediti ad esse.

Disciplina ferrea e costanza di anni, sono condizioni imprescindibili per la maggior parte delle persone per ottenere un qualche risultato significativo in questi ambiti, soprattutto per comprenderne il significato profondo.

Nulla vieta dunque di seguire queste strade se la ricerca è onesta e seria ma in questo caso non sono affatto più facili o agevoli e veloci di un’analisi personale.

Anzi direi che un’analisi personale potrebbe essere il primo gradino, la base capace di facilitare un percorso spirituale. Se non altro perché dopo aver esplorato in lungo e in largo il mondo interno conscio e inconscio, potrebbe sorgere il naturale desiderio di andare oltre e una maggiore capacità di farlo.

 

Siamo nati in occidente e in Europa. La psicoanalisi nasce con Freud in un ambito che costituisce il nostro substrato culturale, che ce ne rendiamo conto o meno. E’ parte di noi sia che l’accettiamo, sia che la ripudiamo o che la ignoriamo.

Partiamo da ciò che siamo, cerchiamo di capirlo a fondo e poi andiamo oltre eventualmente. Avere una solida base da cui partire per poi scoprire che a un passo esiste il mondo spirituale…

Il disagio psichico come opportunità

Dunque penso che non si debba temere il disagio psichico ma piuttosto vederlo come un’opportunità enorme di crescita della consapevolezza di sé e di capacità di entrare in contatto con la realtà.

Certo ne faremmo volentieri a meno. Ma dal momento che ci dobbiamo fare i conti, se ci dobbiamo fare i conti, tanto vale cogliere la possibilità che è insita in esso: quella di essere obbligati a rimaneggiare completamente il proprio assetto mentale se si vuole superare il dolore che tale disagio comporta.

Sembra che da esso rifuggiamo tutti volentieri.

Eppure se non ci fosse il dolore mentale non distingueremmo ciò che è reale da ciò che non lo è. Esso viene ad avvisarci che da qualche parte abbiamo omesso di accorgerci della reale essenza di noi stessi. E per questo stiamo perdendo la nostra “anima”.

C’è qualche mistificazione in atto. Qualche autoinganno, qualche distorsione o illusione che prima o poi sarà destinata a crollare facendoci stare molto male.

In questo senso temo che anche la farmacoterapia rischi di essere usata indiscriminatamente non tanto per supportare un lavoro sul profondo alleviandone il dolore concomitante, ma come risoluzione definitiva ed univoca. Una vera e propria industria  capace di favorire la  dipendenza farmacologica, che ancora una volta allontana dalla possibilità di sviluppare un processo di crescita. Cosa tanto più grave quando viene pensata come unica soluzione per bambini molto problematici.

Chi soffre di qualche forma di psicopatologia grave è particolarmente lontano dalla verità profonda del proprio sé, ma paradossalmente potrebbe esservi più vicino della maggior parte delle persone.

Perché ha l’opportunità, molto prima degli altri, di mandare in frantumi le illusioni della propria mente malata, cioè condizionata.

Naturalmente tale opportunità può essere colta in diversi modi. Qualcuno potrebbe arrivare all’illuminazione in pochi istanti a causa di un intenso dolore psichico. Ma per la maggior parte un lungo e paziente lavoro, attraverso il prezioso strumento della psicoterapia, sarebbe altamente auspicabile.

Questo vale  per l’individuo adulto e per le famiglie dove il disagio sia espresso da un bambino o da un adolescente.

Si tratta di un momento in cui tutta la famiglia deve rimettere in discussione il suo funzionamento e spesso i genitori arrivano, a causa del dolore dei propri figli, a riconoscere il loro e a trasformarlo in qualcosa di nuovo e più vitale.

Sono percorsi spesso lunghi, difficili e penosi. Si devono attraversare zone di totale confusione, incredulità, paura, angoscia, rabbia. Per arrivare però a territori nuovi, dove i legami affettivi interni ed esterni si consolidano e diventano più veri.

L’esperienza di sé diventa più ricca e variegata, l’amore per la vita giustificato da nuova consapevolezza, perché si approfondisce la capacità di descrivere con le parole la propria esperienza interiore.

La possibilità di nominare ciò che prima non aveva nome perché oscurato alla coscienza, è la prerogativa di Dio. Dio crea attraverso la parola. Non è anche questo, qualcosa di profondamente spirituale per l’essere umano?

Interi universi ci abitano, ma allo stesso tempo ci condizionano procurando rigide limitazioni se non li possiamo nominare perché ci sono ignoti.

Chi ci garantisce che il rivolgerci esclusivamente a pratiche di meditazione o medicine “alternative” che bypassino un lavoro di introspezione della psiche non sia uno dei tanti modi con cui il nostro mondo inconscio ci condiziona allontanandoci così dalla possibilità non solo di curarci davvero ma addirittura di progredire spiritualmente?

Sarebbe un bel paradosso no?

Penso che, perlomeno, valga la pena di rifletterci.

 

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

* Glossario   Scotomizzare: dal greco scotòma: oscuramento, ottenebramento, operazione mentale   inconscia attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della   sua coscienza o della memoria, un evento o un ricordo a contenuto penoso o   sgradevole (Treccani)

 

Immagini: Pixabay