
Oggi vorrei fare qualche riflessione sulla situazione che si è venuta a creare per la terapia infantile durante il periodo di quarantena.
Dato che difficilmente i bambini sono in grado di mantenere le distanze di sicurezza e rispettare le più semplici norme igieniche, si è reso necessario mettere in quarantena le terapia infantile stessa.
Perché sospendere le terapie infantili
Durante una terapia infantile infatti i bambini si muovono, corrono, si avvicinano, ti abbracciano. Giocano, disegnano, prendono in mano oggetti che poi consegnano nelle tue mani.
Ti chiedono di condividere spazi anche ristretti e di ascoltare le loro espressioni di sé.
A volte per arrivare a raccogliere la loro sofferenza in termini psichici, devi raccogliere i loro umori nelle più svariate forme.
Se sono molto piccoli o molto disturbati devi occuparti prima di tutto del loro corpo e attraverso questo della loro mente, proprio come farebbe una mamma.
Per questo non è in alcun modo opportuno chiedergli di rispettare la distanza di sicurezza.
Supponiamo che un piccolo paziente lanci oggetti al tuo indirizzo, o ti chieda di manipolare con lui una pasta modellabile. Immaginiamo che durante una corsa urti contro di te o, spaventato da una propria fantasia, si rifugi tra le tue braccia.
Supponiamo ancora che stia immaginando di essere nel bel mezzo di una tempesta e ti chieda di metterti con lui sotto una coperta.
In tutti questi casi ( e sono solo alcune delle innumerevoli possibilità di contatto), per rispettare le norme di sicurezza, il terapeuta dovrebbe inibire il gioco spontaneo, espressione del libero flusso associativo delle idee e forzare il comportamento entro il rigido schema della nuova regola.
Molto probabilmente non riuscirebbe nell’intento e se ci riuscisse avrebbe mandato in malora la terapia.
Dunque di fronte alla necessità di rispettare le norme per evitare il contagio l’unica alternativa possibile è stata quella di mettere in quarantena la terapia infantile stessa.
Terapia infantile in quarantena: possibili conseguenze
Ci sono bambini che intrattenendo un rapporto prevalentemente distruttivo con i propri oggetti interni, non sono in grado di sostenere una separazione dal proprio terapeuta, senza che ciò sia equiparabile per loro ad una vera e propria morte dell’altro e di sé.
Non avere il terapeuta a disposizione, può significare fare i conti con un vuoto incolmabile e terrificante che assume la forma di un oggetto cattivo.
L’assenza diventa presenza che attacca ed aggredisce (Bion, 1962).
E’ così che proliferano fantasie di persecuzione e di morte.
E a poco serve che si cerchi di compensare il venir meno del nutrimento stabile delle sedute con qualche telefonata di saluto o peggio con videochiamate.
Questo tipo di contatti, lungi dal rassicurare sulla presenza del proprio terapeuta e sul fatto che egli non sia scomparso in un vuoto senza senso, non fa altro che accentuare la distanza.
L’incontro attraverso un video può confermare le angosce più profonde, legate al dissolvimento del sé.
Angosce di tipo autistico o psicotico che portano ad una invasione di contenuti terrificanti della mente.
Vedere ma non poter toccare, immagini e audio privi di una consistenza reale e proiettati su uno schermo piatto, può favorire processi dissociativi a causa di sensazioni che giungono in maniera frammentata, scissa, che aggravano il rischio di frammentazione della personalità.
In alternativa sentire solo la voce del terapeuta al telefono, obbliga il bambino a comunicare attraverso la parola con uno sforzo di strutturazione del pensiero e della capacità narrativa che potrebbe coglierlo del tutto impreparato.
In altri casi potrebbe accentuarsi una già preponderante capacità verbale, sviluppata in maniera abnorme a copertura di un sé evanescente e di una identità inesistente.
Terreno fertile insomma per il rafforzamento di quello che Winnicott definisce falso sé (Winnicott, 1958).
Di certo portare avanti un trattamento in queste condizioni è, nei casi più gravi, del tutto improponibile e probabilmente superfluo nelle altre situazioni, dato che manca la vasta gamma di possibilità creative offerte all’interno della stanza d’analisi.
Un discorso a parte meriterebbe tutta la questione della difficoltà dei bambini oggi, ad esprimere una creatività spontanea, dipendenti come sono dall’appiattimento affettivo indotto dal video.
Ricondurli forzosamente ad un mezzo così povero a mio avviso risulta svantaggioso anche nella situazione meno compromessa.
Esprimersi nella stanza d’analisi
Adulti, adolescenti e preadolescenti con i quali il rapporto sia basato prevalentemente sul dialogo, possono dunque continuare a sviluppare il contatto con il loro terapeuta attraverso la parola ma per un bambino è di fondamentale importanza poter condividere il proprio mondo interno attraverso l’uso e la manipolazione di materiali condivisi.
Il bambino può utilizzare pupazzi, macchinine, pasta modellabile, carta, colla, per creare mondi che acquistano solidità e concretezza all’interno della stanza in cui si trova anche il terapeuta.
Possono attraverso di essi esplorare il proprio mondo interno, proiettandolo nelle loro storie e nei loro personaggi che prenderanno vita nella stanza che rappresenta il corpo e la mente del terapeuta (klein, 1921-1958).
Essa diventerà il ricettacolo delle loro fantasie, così come la mente del terapeuta, accoglierà fantasmi e angosce, offrendo un contenimento attraverso quella che Bion chiama reverie materna (Bion, 1962).
Dunque per il bambino è fondamentale trovarsi nella stanza del terapeuta, ambiente neutrale che diventerà lo scenario per la riproduzione di un mondo fantasmatico che con l’accompagnamento del terapeuta verrà esplorato progressivamente.
Trovarsi invece davanti ad uno schermo, in un luogo del proprio quotidiano, inibisce la proiezione ed impoverisce il rapporto con un terapeuta ora ridotto a mero fantasma molto più inconsistente dei fantasmi interni di natura persecutoria e depressiva, che prendono corpo senza che li si possa elaborare.
A ben poco dunque serve l’ immagine virtuale del terapeuta, la cui presenza è rarefatta e parcellizzata.
A questo punto la scelta è tra una perdita della terapia vissuta come totale e definitiva, oppure la prosecuzione di un trattamento fantoccio.
Esso rischia di andare a compromettere il lavoro fatto fino a quel momento e richiede al piccolo paziente un grosso sforzo per tenere separate le immagini buone interiorizzate nel rapporto con il proprio terapeuta, da quelle cattive che ora prendono corpo.
Il rischio di confusione è alto e a molti bambini non resta che estraniarsi, far sentire al terapeuta tutta la sua impotenza ad aiutarli, allontanandosi dal contatto o mantenendolo in modo del tutto fittizio.
Conclusioni
Per concludere, solo attraverso una piena integrazione di tutti gli aspetti dell’esperienza istintuale e relazionale è possibile lo svilupparsi dell’individuo come soggetto.
Mentre il neonato vive i suoi diversi stati fisiologici come se fossero dissociati e indipendenti l’uno dall’altro, la madre con le sue cure crea un collegamento tra essi favorendo lo svolgersi del processo di personificazione cioè il passaggio da uno stato di non-integrazione ad una piena integrazione (Winnicott, 1958).
Quando questo processo avviene in modo parziale l’angoscia della disintegrazione diventa emergente.
Il forte disagio manifestato da certi bambini di fronte all’utilizzo di piattaforme informatiche per svolgere attività quotidiane e intrattenere relazioni, sembra mostrare come esse aggravino il rischio di una regressione a stadi precoci dello sviluppo nei quali non si sia compiuta una piena integrazione.
Inoltre sembra indurci a riflettere sul fatto che, anche nel migliore dei casi, rischiamo di abdicare alla bellezza e pienezza della realtà naturale, in favore di parti di sé sempre più depauperate e artificiali per quanto mascherate da un facile adattamento.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Bibliografia
Bion, W. R. 1962 Learning from Experience Heinemann- Medical Books, Ldt trad it. Apprendere dall’esperienza, Armando editore, 1972.
Klein, M. 1921-1958, Scritti 1921-1958, Boringhieri, 1978.
Winnicott, D.W. 1958 Through Paediatrics to Psycho-Analysis, Tavistock Publications, London, 1958. Trad it Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze,1975.
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