Giovani e social

Quando penso ai giovani non posso fare a meno di collegarli, nella mia mente, al mondo dei social e all’uso che ne fanno, apparentemente innocuo ma più spesso autolesionistico.

Penso a qualche ragazzo/a che guarda, (ma sarebbe più preciso dire: spia) tormentosamente la storia pubblicata dal/ dalla sua ex.

Penso a qualcuno che vorrebbe non essere tenuto costantemente aggiornato dalle “notizie” dei propri contatti, che tanto volentieri si offrono sulla bacheca, ma non riesce ad evitarlo.

Poi torno al mondo che conoscevo, quando le probabilità di venire a sapere cosa stesse facendo il proprio fidanzatino appena lasciato erano certamente inferiori. Si doveva casualmente incontrarlo per strada, magari abbracciato ad un’altra. O qualche “amica” doveva prodigamente riferire cose da lei sapute o viste.

Ma bastava starsene un po’ per conto proprio, o evitare certi luoghi a ridurre di molto queste probabilità.

Ci si poteva proteggere di più insomma, per dare tempo alle ferite di rimarginarsi.

Ora invece si è troppo abituati a frequentare il mondo virtuale da cui si è stati sedotti fin dalla più tenera età, con la promessa di una vita parallela, migliore di quella reale, per poterne fare a meno.

In esso ciascuno può presentare la sua storia, o le sue storie, da protagonista assoluto e tutti gli altri, volenti o nolenti, finiscono con l’accedervi.

Ciascuno può sbandierare al mondo la sua bellezza e la sua fortuna.

E di bellezza e fortuna se ne può costruire tanta, grazie ai mezzi tecnici disponibili, mentre il pubblico si lascia trascinare dalle apparenze, messe lì a bella posta per suscitare la sua invidia.

Ecco parliamo un po’ di questo. Oggi moltissimo passa attraverso uno sguardo bramoso ed invidioso.

Non si è tanto vittime di gelosia, che presupporrebbe una relazione almeno evoluta fino alla fase edipica. Cioè quella in cui si è in tre. Una coppia e un terzo escluso, come per esempio nel rapporto del bambino intorno ai tre anni, con i genitori.

Ma l’invidia! Cioè quel penoso sentimento di inferiorità che prova un bambino frustrato nel rapporto primario con la madre, vista come la proprietaria esclusiva di tutti i tesori possibili, dei quali lascia solo le briciole.

Questo bambino infelice, quando trova qualcuno che prova a donargli qualcosa, non solo non apprezza ma sente quel dono come un’ostentazione dell’altrui superiorità.

Per un bambino di questo genere sarà impossibile ricevere qualcosa. Potrà solo cercare di creare un’immagine di autonomia assoluta e di perfetta grandezza, che non deve ricorrere a nulla o a nessuno per completarsi.

Allora torniamo ai social dei giovani. Sono tutti in vetrina. Tutti ostentano la merce e nessuno ha bisogno di nulla. Al tempo stesso tutti spiano tutti (anche se in gergo si dice: seguire).

Ognuno conta i followers che ha, raccontandosi che follower equivalga ad amico/ammiratore.

Invece follower significa: “ti seguo nella speranza che anche tu con la tua grandezza mi segua incrementando il mio senso di me”.

Oppure significa: “hai un sacco di cose che vorrei avere anch’io”.

Che sofferenza per questi giovani. Certo finché funziona è tutto sotto controllo.

Magari uno ha il cuore a pezzi, però ciò che conta è che tutti vedano foto smaglianti e commenti adoranti sotto. E se l’illusione resta in piedi per gli altri, allora ci crediamo anche noi e sopravviviamo.

E’ una guerra senza esclusione di colpi e chi ha poche cartucce da sparare, perché magari ha un aspetto che manco i ritocchi più spinti lo possono perfezionare, o non ha seguaci da mostrare al suo attivo, è spacciato. E deve anche stare molto attento alla velocità con cui le notizie e i commenti corrono sui profili di tutti e lì si insediano ad imperituro ricordo, con tanto di faccine ridacchianti. Se la propria immagine è distrutta su larga scala, cosa rimane?

Capite che qui il problema non è la gelosia, cioè il sentimento di esclusione, ma la minaccia all’identità.

Una cosa così profonda e pervasiva da portare perfino al suicidio, dato che ci si sente già annientati, identificati come si è con quell’immagine fallimentare esposta a tutti.

E se non si arriva al suicidio, ci sono comunque le condotte autolesive. C’è chi si taglia e posta le foto dei propri tagli. Beh che dire: se non potrò suscitare stupore con bellezza e fortuna, lo farò con la mia sofferenza, ancora una volta sfruttata per apparire ed incrementare un senso di me, per quanto distorto e patologico.

Non c’è fine a questo circolo vizioso.

E chi vince in tutto questo? Il social.

La struttura sistemica che come un mostro dallo stomaco sfondato, fagocita all’infinito storie di esseri ridotti a foto e racconti, per ampliarsi sempre di più.

Direte che sono esagerata. Forse. Ci sono anche moltissimi giovani che hanno buon senso ed esprimono semplicemente la loro creatività e gioia di vivere. Nulla di più.

In fondo basta sapere che esiste anche una vita reale e imparare a non confonderla con quella virtuale.

Ma mi domando se lo spazio per coltivare relazioni reali, palpabili, dove l’esperienza non sia costruita attraverso una narrazione studiata a tavolino, ma lasciata agli avvenimenti quotidiani che il buon Dio voglia offrire, non si stia progressivamente restringendo un po’ per tutti.

A cosa serve oggi Dio se ognuno può sostituirsi a lui grazie ad un profilo ben costruito?

Ecco per tornare al pensiero iniziale, quello del ragazzino che soffre per una storia d’amore finita: essa è fonte di grande dolore ma al tempo stesso può portare ad un rimaneggiamento dell’intera personalità.

Gli adolescenti attraverso le molteplici relazioni e cambi di partner approfondiscono la conoscenza di sé e scoprono chi sono, cosa desiderano, cosa non sopportano.

In altre parole definiscono i confini tra sé e l’altro ed imparano ad accettarne, nel tempo, limiti e realtà.

Ma come possono compiere questi passaggi così delicati se invece del confronto reale sono continuamente sollecitati a fare affidamento su una costruzione illusoria e onnipotente dell’identità? A fermarsi nel pelago melmoso ed invischiante del mercato delle vetrine?

Qualcuno dopo lungo tormento magari riesce a chiudere almeno per un po’ con la spinta compulsiva a spulciare tra le notizie dell’amato, o del rivale, o del finto amico, ed a tornare a sé.

A resistere alla droga eccitante costituita dal bisogno morboso di verificare se ci siano novità, per poi alimentare la rabbia e il desiderio di vendetta se ne trova.

Al bisogno di esporre il proprio corpo seminudo o nudo come carne nella macelleria per attrarre l’attenzione dell’amato bene e fargli tornare l’acquolina in bocca e il bisogno di supremazia, constatando l’aumentare del numero di altri followers.

Tutti mezzi volti a procrastinare l’elaborazione del dolore aggrappandosi all’illusione di poter magicamente cambiare la realtà attraverso una tastiera.

Come si può crescere con questi presupposti?

Penso che il rischio sia quello di restare invischiati e di deteriorarsi, di perdere energie e prospettive alternative.

Invece, accettare di attraversare proprio quel dolore che manda in frantumi la presente immagine di sé,  può permettere di ritrovarne un’altra più ricca e più ampia.

Voi genitori mi direte: che fare?

Come sempre non ho formule preconfezionate. Però si può partire dal domandarsi quanto siamo assorbiti dalle nostre paure e depressioni, fino a negarle a noi stessi e al mondo.

Cominciamo ad osservare e a prendere le distanze da questi mostri.

Forse riusciremo poi ad indicare la strada anche ai nostri figli avendo bene in mente che anche se non possiamo controllare tutto, possiamo sempre imparare ad apprezzare l’ignoto, l’imponderabile mistero che sta dietro la nostra vita, al di là di ogni giudizio o gratificazione sociale.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Foto di Gerd Altman, da Pixabay

Relazione didattica e concetti psicoanalitici

Penso che possa essere molto utile per gli insegnanti imparare ad osservare la relazione didattica alla luce di alcuni concetti psicoanalitici come transfert controtransfert e identificazione proiettiva.

A volte, quando gli insegnanti sono in difficoltà con determinati studenti, chiedono agli psicologi “strategie” per fronteggiare la situazione ovvero piani dettagliati che portino alla soluzione del problema.

Senza avere nulla contro questo modo di procedere, mi sono però convinta, negli anni, che possa anche essere utile tentare di approfondire la conoscenza di sé e delle proprie emozioni prima di cercare la soluzione del problema.

E da approfondire c’è decisamente tanto.

La relazione didattica: transfert e identificazione proiettiva

La relazione insegnante-studente infatti, in quanto tale, è soggetta a dei fenomeni che sono ubiquitari: presenti cioè in tutte le relazioni.

Ma limitandoci adesso al contesto scolastico, possiamo dire che il minore intrattiene con l’adulto un rapporto che sollecita risposte analoghe a quelle che entrambi hanno vissuto con i propri genitori, nella primissima infanzia.

Questo è il fenomeno del transfert. Cioè la riattualizzazione dei vissuti, siano essi piacevoli o conflittuali, che hanno caratterizzato le relazioni primarie.

E’ evidente come l’insegnante venga investito di fantasie e aspettative che in certi casi possono essere anche molto difficili da reggere. Egli può essere idealizzato, oppure odiato e disprezzato e non sempre queste risposte da parte degli studenti dipendono dal suo comportamento o dal suo modo di essere, ma piuttosto da “proiezioni”.

Esse a volte sono così potenti da obbligarlo ad adeguarvisi e a comportarsi inconsapevolmente e involontariamente in determinati modi, nei quali non si riconosce e che sente come disfunzionali.

Se questo accade, l’insegnante sta subendo la pressione di una identificazione proiettiva, cioè una proiezione con la quale si è inconsciamente identificato. Ha cioè assunto involontariamente il ruolo che l’altro, altrettanto inconsciamente lo ha costretto a recitare.

Questo fenomeno, che in origine sarebbe alla base della comunicazione profonda tra il neonato e la madre, nei suoi aspetti patologici, può portare ad assumere atteggiamenti dannosi per sé e per gli altri.

La relazione didattica: controtransfert e transfert dell’insegnante

Naturalmente se siamo propensi ad identificarci con un certo ruolo o spinti fortemente ad assumere un certo atteggiamento è perché l’altro, ha contattato una parte di noi, magari latente e sopita, che però all’occasione emerge con tutta la sua forza condizionante.

In questo caso l’insegnante sentirà prepotentemente determinate emozioni o stati d’animo che si ripetono sempre uguali in presenza di quel determinato studente. Potrebbe provare per esempio irritazione, o pena, o ansia. Sentirsi particolarmente protettivo o viceversa indifferente.

E questo è il controtransfert.

Magari poi, a causa di questi sentimenti si sentirà spinto ad attaccare lo studente con particolare accanimento. Oppure potrebbe scoprirsi ad essere stranamente indulgente o a rispondere addirittura con soggezione.

Il controtransfert dunque è il sentimento che accompagna la relazione con quel determinato allievo e che finisce spesso col caratterizzarla in maniera rigida. E l’identificazione proiettiva è la spinta inconscia che sentiamo, ad adeguarci e ad agire in conseguenza di tali sentimenti.

C’è da aggiungere, tanto per complicare un po’ di più il quadro, che anche l’insegnante vive il suo transfert, che sarà diverso con ogni studente.

Per esempio ci sono allievi che ci ispirano immediata simpatia, altri il contrario. Alcuni diventeranno i nostri preferiti. Se osserviamo bene, potrebbe essere che le preferenze o le antipatie nascono da qualcosa di noi stessi che riconosciamo in quei particolari studenti.

Entrare in contatto con le emozioni

E’ proprio a causa di questi processi cristallizzati (transfert, controtransfert e identificazione proiettiva) che si creano quelle difficoltà apparentemente insormontabili con un determinato allievo e se non si analizza in profondità la costellazione di proiezioni reciproche, transferali e controtransferali si finisce col convincersi che non ci sia niente da fare o in alternativa si cercano rapide soluzioni attraverso misure disciplinari che coinvolgano eventualmente anche la famiglia.

Penso allora che al di là di tutte le altre modalità di intervento, sicuramente valide, prendersi del tempo per pensare e soprattutto restare a contatto con le proprie emozioni sgradevoli, in modo da dare ad esse un significato che colleghi i vari aspetti di sé e dell’altro, invece di disfarsene, possa essere estremamente utile, anche per permettere agli insegnanti di dare un valore umano profondo alla propria professione, sottoposta alla pressione alienante del risultato e della programmazione, almeno tanto quanto lo è l’allievo.

Mi rendo conto però che di tempo non ce n’è o ce n’è sempre meno. E che la possibilità di incontrarsi in gruppo a pensare con calma sia attualmente quasi un’utopia data la situazione emergenziale. Essa tra le altre cose ha alterato pesantemente la relazione tra l’insegnante e la sua classe che invece di essere presente e viva all’interno di un’aula dove emozioni e proiezioni circolano liberamente da uno all’altro per convergere sulla sua persona, è parcellizzata e filtrata dal sistema della didattica a distanza.

Intanto mi limiterò a concludere che utilizzare una chiave di lettura psicoanalitica possa sempre offrire un’opportunità di conoscenza alla quale non bisognerebbe rinunciare tanto facilmente se vogliamo comprendere a fondo le difficoltà che incontriamo nelle nostre relazioni, e, non meno importante, rendere la nostra vita più ricca di significato.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Se non tornerete come bambini…

 

 

Non smetto mai di stupirmi quando vedo bambini definiti come ritirati, gravemente disturbati e per questo terrorizzati dagli estranei, illuminarsi di gioia e trattarmi come loro pari non appena gli metto a disposizione una stanza, dei giochi e la mia attenzione.

Ho sempre l’impressione che non aspettassero altro che questa occasione di parlare la propria lingua.

Non che ne fossero consapevoli. Ma appena trovano questa opportunità, per istinto ne riconoscono la familiarità, la perfetta assonanza con loro.

Allora mi domando per quale ragione non siamo altrettanto capaci di riconoscere ciò che è in sintonia con noi aprendoci senza condizioni, quando lo troviamo?

Possibile che la nostra coscienza si sia così distorta al punto da non comprendere che abbiamo bisogno di giocare come il bambino? Per il bambino giocare è vitale al pari del respirare. Ed è, tra l’altro, un lavoro molto serio nel quale si impegna totalmente.

Per l’adulto, il parallelo del gioco è creare. Creare bellezza, armonia in tutte le sue forme.

Ma come si può farlo immersi nella paura?

Come si può pensare che in un sistema di pensiero che alimenta condotte fobiche, ossessive e paranoidi possa essere favorita la creatività?

Siamo sempre più sospettosi, arrabbiati e controllanti. Attaccati al fantasma della nostra vita invece che impegnati a vivere. Ed uso la parola “impegnati” proprio in riferimento all’impegno del tutto naturale che ci mette il bambino nel giocare. E’ così vitale per lui giocare che sono convinta che i bambini più danneggiati siano proprio quelli che non riescono a farlo.

Così penso che come adulti siamo altrettanto danneggiati perché non sappiamo più creare. Sappiamo solo darci alla fuga. Non c’è spazio per creare quando si punta alla mera sopravvivenza. Sopravvivere non è vivere. E il contrario della vita non è la morte.

Semmai è la paura di morire che impedisce di riconoscere il Dio che è in noi, che è noi.

Abbiamo perso il sonar, la capacità innata di essere attratti dal bello, dalla meraviglia dalla gioia.

E dedichiamo sempre più spazio alla paura, al controllo e alla rabbia.

Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare come bambini e permettere ai bambini di tornare a sé stessi.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

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Disagio dei giovani e ascolto

Con questo articolo voglio spendere qualche parola per i giovani che si trovano in una condizione di disagio. Essi possono attuare condotte autolesive fino al suicidio che lasciano completamente disorientati gli adulti che vivono intorno a loro.

Ci si può domandare che cosa sia meglio fare per questi ragazzi che soffrono.

Le risposte sono tante e articolate.

Qui mi limito a condividere qualche riflessione sull’ascolto, nata dal lavoro con i miei pazienti.

Quando parlo di ascolto mi riferisco ad un atteggiamento molto più complesso di quello che identifichiamo con il semplice stare a sentire le parole dell’altro.

In effetti noi ascoltiamo veramente, quando siamo in grado di osservare quello che accade fuori e dentro di noi, lasciando poi che tutto questo si riverberi liberamente nella nostra cassa di risonanza interiore.

Ma quando una persona si confida con noi, potremmo essere distratti pur seguendo attentamente il suo discorso.

Infatti può succedere di trovarci in uno stato mentale condizionato da qualcosa di interno. Per esempio vogliamo qualcosa da quella persona. Ci prefiggiamo un obiettivo. Oppure siamo tesi per le nostre vicende personali, che nulla hanno a che fare con lei, ma che influenzano l’ascolto di quel momento. O quello che ci dice produce qualche corrente di pensieri sotterranei che creano interferenza e ci allontanano dal presente e così via.

Un altro punto importante consiste nel fatto che una persona ci parla in molti modi. E i più importanti non sono veicolati dalle parole. Non mi riferisco solo a tutta la complessità della comunicazione corporea che può confermare o meno il discorso verbale.

Ma anche al modo con cui questo si esplica. Cioè quali associazioni ci sono tra le parole? Cosa viene prima e cosa dopo? Quali sono i nessi? Qual è la logica? Le parole evocano in noi particolari sensazioni o immagini?

Per esempio un figlio potrebbe dirci che vuole andare in palestra, oppure che deve assolutamente avere un determinato oggetto. Poi, magari in un altro momento, accenna in modo del tutto casuale ad un amico che sta male e fa uso di sostanze stupefacenti per tirarsi su.

Infine butta là che gli insegnanti fanno tutti schifo e pensano solo ad umiliare con i voti.

Ebbene i tre argomenti, venuti fuori in tempi diversi della giornata, potrebbero passare inosservati, specialmente se siamo indaffarati.

Quindi potremmo rispondere a monosillabi e poi occuparci d’altro. Dare una risposta sbrigativa alla richiesta della palestra con un si o con un no. O soffermarci in modo insistente sulla questione dei voti perché è quella che ci sta più a cuore. Oppure fare un commento di qualche tipo sull’amico che sta male.

Ma se colleghiamo insieme in uno stesso quadro i tre discorsi, potremmo avere un indizio del fatto che chi sta male è nostro figlio, che si sente inadeguato (i voti) e non ascoltato (gli insegnanti), che cerca di risolvere la cosa cercando di modificare il suo aspetto con lo sport, o possedendo quel determinato oggetto e che soffre al punto da considerare l’ipotesi di fare uso di qualche sostanza psicotropa.

Naturalmente questo è solo un esempio e per essere certi che le cose stiano davvero così bisogna raccogliere altri elementi.

Si tratta dunque di essere svegli, attenti. NON DISTRATTI.

Se siamo in un atteggiamento ricettivo, la nostra funzione intuitiva ci avvisa collegando spontaneamente le varie informazioni.

Vi capita mai per esempio che proprio quando vi rilassate un attimo, o prima di addormentarvi, di colpo si affacci alla mente la consapevolezza di qualcosa che durante la giornata vi era sfuggita? Come una lampadina che si accende e vi fa dire “oddio”.

Ecco, significa che la nostra mente intuitiva, il nostro pre-conscio ha lavorato per noi in background e quando finalmente viene meno lo stato mentale in cui ci troviamo costantemente che è uno stato IPER-ATTIVO e tendenzialmente distratto, allora “riceviamo” la risposta di qualcosa per la quale non avevamo nemmeno posto la domanda.

Mi fermo. Non perché il discorso sia esaurito, bensì per lasciare che questo punto si sedimenti. Anche in me.

Essere ricettivi richiede di disporre l’animo all’osservazione. E’ un capovolgimento del modo di stare al mondo. Ma si deve cominciare da qui.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

John Dillermand l’uomo-pene

 

A quanto pare in Danimarca esiste un cartone animato intitolato “John Dillermand” dove Dillermand significa letteralmente uomo-pene. https://www.youtube.com/watch?v=_3sGocnMP3A

Il personaggio è infatti un uomo dal pene lunghissimo che compie imprese mirabolanti proprio grazie al suo organo ipersviluppato che viene usato nei più svariati modi.

Ad esempio lo utilizza come un’elica per volare, o come una proboscide per afferrare le cose.

Proprio a causa di questo superpotere di cui perde spesso il controllo, Dillermand combina dei guai, che però poi risolve sempre, grazie al suo organo meravigliosamente grande.

L’uomo-pene e le polemiche

Sembra che i bambini siano entusiasti di questo cartone animato, rivolto ad una età tra i 4 e gli 8 anni, ma come si potrà ben immaginare esso ha sollevato polemiche che vedono diverse parti contrapposte.

C’è chi è contro, come Christian Groes, docente di studi di genere all’Università Roskilde, che lo ritiene un rinforzo alla società patriarcale e alla “cultura da spogliatoio”, o come  la giornalista satirica Majbritt Maria Lundgard che sottolinea, che secondo lei la serie, pur essendo divertente, sarebbe stata veramente inclusiva se avesse proposto anche una donna-vulva.

Dall’altra parte c’è invece chi ritiene Dillermand un personaggio educativo, capace di assumersi la responsabilità delle azioni che compie e che a causa della sua impulsività e della facilità con cui perde il controllo, condivide con i bambini  il loro modo di pensare.

Stiamo parlando della dottoressa Hojsted, una psicologa che lavora con i bambini e le famiglie.

La dottoressa sottolinea anche come siano gli adulti ad attribuire qualcosa di malizioso al personaggio, mentre lo sguardo dei bambini è molto diverso dato che essi trovano i genitali semplicemente divertenti.

Ho pensato dunque di aggiungere qualche riflessione al dibattito cercando, se possibile di arricchirlo di nuovi spunti.

Il pene e la fase fallica

Quando si dice che per par condicio, la serie avrebbe dovuto contemplare anche una protagonista donna dalla vagina grandissima, mi sembra che la questione dell’inclusione si applichi impropriamente al mondo dei bambini. 

Bambini e bambine fra i tre e i cinque anni infatti sono concentrati sulla relazione con il loro oggetto d’amore (il genitore) e sul poterlo dunque conquistare con i mezzi di cui dispongono piuttosto che sulla questione di essere trattati in modo paritario ed inclusivo rispetto all’altro sesso.

Freud per esempio direbbe che le  bambine di questa età vivono un senso di inferiorità nei confronti dei maschi a causa del minore sviluppo anatomico del loro organo sessuale, la clitoride, mentre non sono affatto consapevoli dell’esistenza della vagina.

Il maschietto penserebbe di conquistare la madre, esibendo la potenza del suo pene, mentre la femminuccia, sentendosi castrata dall’inferiorità morfologica della clitoride, finirebbe per desiderare il pene paterno, facendo del padre il proprio oggetto d’amore, anziché la madre.

Non a caso Freud aveva parlato di fase fallica (1923), per indicare la fase della  vita pulsionale dei bambini fra i tre e i cinque anni e di entrambi i sessi,  in cui l’opposizione avviene tra presenza o assenza di fallo e non tra pene e vagina.

Certo Melanie Klein ed altri autori successivi a Freud potrebbero dissentire sul fatto che la femminuccia di 4 anni non abbia alcuna cognizione della propria vagina.

Tuttavia ciò che è da sottolineare qui è che il confronto nella fase edipica, non si riferirebbe ad un bisogno da parte delle femminucce, di essere riconosciute socialmente. Piuttosto il problema si porrebbe sul piano del riconoscimento da parte del genitore amato.

La problematica dell’uguaglianza tra i sessi dunque, così come il timore del ritorno ad una società patriarcale, mi sembra essere più appannaggio degli adulti che del mondo infantile.

Pertanto credo che alcune categorie vengano applicate forse un pò intrusivamente al mondo dei piccoli, i quali tutt’al più possono vivere il confronto tra sessi non come un problema sociale ma come un aspetto squisitamente intrapsichico.

Pene-capezzolo e impulso alla conoscenza

Ed ora veniamo alla questione del divertimento. Che i bambini trovino il pene, e la sua abnorme esposizione, divertente, è sicuro. Lo dimostra il successo che la serie sta avendo.

Per i maschietti il pene è concretamente un oggetto di elevato valore narcisistico, che simboleggia la forza e la potenza, spesso rappresentata attraverso il gioco con pistole, treni, camion e macchinine. 

Sono tutte rappresentazioni simboliche della forza del pene e della sua capacità penetrativa ed esplorativa.

Inoltre un pene sovraesposto, viola apertamente le norme sociali e questo non può che essere molto divertente per i bambini.

Ma c’è di più. Il pene e dunque la sensazione di essere potenti, è connesso con il capezzolo materno. 

Secondo la teoria di Melanie Klein infatti, il capezzolo è il precursore del pene.

Esso, primo oggetto con cui i neonati di entrambi i sessi hanno a che fare, rappresenta il fulcro della connessione tra madre e bambino durante l’allattamento.

Quando avviene un buon allattamento, cioè quando si instaura un rapporto soddisfacente tra la mamma e il suo piccolo, nella mente del bambino il capezzolo assume simbolicamente un ruolo di sostegno e di forza. 

I bambini di entrambi i sessi ne deriveranno un intenso desiderio sia sul piano concreto che simbolico, di esplorare e penetrare il corpo materno, senza timore di esserne divorati o distrutti.

 Come ci dice M. Klein, fin dall’età neonatale, i bambini sentono l’impulso ad esplorare il mondo, che per loro è il corpo della madre.

In esso desiderano penetrare, per scoprirne e a volte rubarne tutte le ricchezze appropriandosi di esse.

In questo i maschi dell’età neonatale non sono diversi dalle bambine  dato che il desiderio di penetrazione, scoperta, conoscenza  e appropriazione, appartiene ad entrambi.

Dall’equilibrio relativo tra pulsioni aggressive e libidiche  dipenderà il modo con cui il bambino vive  il desiderio di conoscere (impulso epistemofilico).

Esso potrebbe essere inibito o distorto, qualora venisse associato al timore della propria distruttività.

Quindi tornando al personaggio del cartone animato, potremmo dire che esso, con il suo pene che ora combina guai, ora li risolve, rappresenta, nei bambini di entrambi i sessi, la ricerca dell’equilibrio tra impulsi aggressivi e libidici, tra impulso distruttivo e bisogno di riparare. 

L’uomo pene: effetti diversi su fasi differenti

C’è poi un distinguo da fare. La serie è rivolta ai bambini che vanno dai 4 agli 8 anni, ma le due età sono ben diverse come diverse sono le esigenze psichiche relative.

I bambini di 4-5 anni si trovano come ho detto, nella fase fallico-edipica, quella in cui nella vita pulsionale di entrambi i sessi vi è un grande coinvolgimento amoroso nei confronti dei genitori e una notevole tendenza ad esibirsi dinanzi a loro.

Mentre i bambini  tra i 6 e gli 8 anni si trovano nella fase di latenza, quella nella quale, la vita pulsionale viene relegata nel mondo inconscio per dare spazio all’impegno cognitivo che la mente deve affrontare dinanzi alla mole enorme di nuove conoscenze.

Per potersi concentrare su tale compito con successo, il mondo fantasmatico viene tenuto a bada attraverso il gioco spesso caratterizzato da aspetti ossessivi di ordine e classificazione. Tipiche di questa età sono per esempio le collezioni. 

Ed ecco che un uomo pasticcione dal pene lunghissimo può avere un impatto molto diverso su bambini di età altrettanto diverse.

L’uomo pene e i bambini in fase edipica

A quattro anni, i bambini si trovano in una fase in cui per entrambi i sessi è fondamentale avere come riferimento delle figure adulte stabili, capaci di contenere l’esuberanza sessuale infantile e le angosce che ne derivano.

Quindi trovare un personaggio che ha il corpo di un adulto, il pene di un mostro e la mente di un bambino, potrebbe forse essere un tantino destabilizzante e confusivo.

Mi domando perciò se a questa età la risposta dei bambini sia più di interesse verso qualcosa che risulta strano e insolito che di divertimento.

Penso ad esempio all’enorme attrattiva suscitata anche sui bambini più piccoli da eroi negativi, altrimenti detti, mostri, come il pagliaccio IT , che pur suscitando terrore attrae irrimediabilmente.

A questa età i bambini stanno scoprendo il loro corpo e la differenza che c’è con quello dell’adulto. Hanno bisogno quindi di mettere in ordine le loro idee oltre che collocare la loro vita pulsionale in un contenitore mentale rassicurante e solido.

È fondamentale quindi che l’adulto sia adulto e per quanto possa trovarsi in difficoltà, possa essere percepito comunque, come capace di proteggere. Perché questo sia possibile è necessario stabilire una distanza, in modo che vi sia una chiara differenziazione di ruoli: quello di genitore (educatore ) e quello di figlio (educando).

Dubito che questa differenziazione sia possibile compierla quando un personaggio raccoglie in sé caratteristiche tali da non potersi collocare né nell’età infantile, né in quella adulta.

L’uomo pene e i bambini di 6-8 anni ( latenza )

Per quanto riguarda invece i più grandicelli, penso che il discorso sia diverso. 

Loro si possono divertire enormemente a pensare ad un adulto che senta le loro stesse difficoltà e sia alle prese con problemi che poi vengono risolti grazie ad un pene onnipotente.

Inoltre questo adulto va fuori dalle regole e dai canoni sociali comuni e ciò è decisamente catartico per i bambini che si trovano alle prese con aspettative sociali sempre più stringenti, mano a mano che crescono.

Forse però il cartone potrebbe indurre un sottile sentimento di disprezzo per la figura dell’adulto in quanto tale.

A questo punto c’è da porsi una domanda: perché invece di rappresentare un uomo dal pene lunghissimo, non si è scelto di rappresentare un bambino dal pene lunghissimo?

John Dillermand e gli eroi del passato

Per esempio mi viene in mente Pippi Calzelunghe personaggio creato dalla fantasia di Astrid Lindgren, reso poi famoso dall’omonima serie televisiva.

Pippi era appunto una bambina dotata di forza enorme e di capacità tali da permetterle di abitare da sola, compiere ogni genere di impresa e starsene liberamente al di fuori di tutte le regole sociali.

Provo dunque ad azzardare una risposta alla domanda che mi pongo.

Forse si ritiene che per i bambini di oggi, un superbambino pasticcione non sarebbe altrettanto divertente e appagante di un buffo ometto dal superpene.

Dalla scelta dell’autore e dell’emittente televisiva, sembra di poter dedurre che la gioia dei bambini stia proprio nel constatare che anche un adulto possa essere pasticcione e maldestro.

Questo li assolve dai loro errori e allo stesso tempo li solleva dall’ansia per le proprie difficoltà  attraverso il comportamento buffo del protagonista, il quale risulta tale proprio perché adulto.

I bambini si rendono perfettamente conto quando un adulto è inadeguato o ha caratteristiche infantili e tendono a non rispettarlo per questo. 

Ma in questo caso Dillermand è una specie di eroe, compie  imprese speciali e risolve i problemi che crea quindi invece di essere deriso, può diventare oggetto di divertente identificazione a buon mercato. 

L’uomo-pene e l’identificazione verso il basso

Proviamo ora a pensare agli eroi del passato come  i supereroi della Marvel per esempio. Si trattava di adulti dotati di forza e onnipotenza.

Ancora una volta i bambini, identificandosi con loro, potevano sognare di essere altrettanto invincibili e proiettare in un mondo di fantasia i loro bisogni e le loro paure, risolte attraverso i superpoteri.

Questi eroi erano senza macchia e senza paura e semmai il loro lato vulnerabile e umano era vissuto nella loro identità sociale manifesta che però aveva la garanzia di una risoluzione di tutti i problemi, attraverso l’uso dei superpoteri nascosti. 

Quindi si potrebbero fare due osservazioni. La prima è che l’identificazione con il personaggio avviene in un movimento dall’alto verso il basso anziché il contrario.

Cioè dall’adulto al bambino e non viceversa. L’adulto  scende dal suo piedistallo per essere associato alla figura del bambino. Mentre prima era il bambino, che sognando immaginava di raggiungere i poteri dell’adulto.

La seconda osservazione che si potrebbe fare è che rispetto al passato i nuovi eroi sembrano avere caratteristiche più composite.

Sembra essere venuta meno la netta scissione tra buono e cattivo e tra eroe ed essere umano comune.

Ora l’eroe se di eroe si può parlare, è un personaggio misto. Di confine. 

Non si può infatti definirlo adulto ma neanche bambino. È un essere umano ma con una caratteristica che lo avvicina ad un mostro. È pieno di poteri ma pasticcione. È responsabile ma combinaguai.

John Dillermand: integrazione o confusione?

Non è di per sé una cosa negativa questo cambiamento. Purché l’adeguamento verso il basso e l’integrazione tra caratteristiche di segno opposto cui stiamo assistendo, sia segno di quella maturazione che segue una buona scissione.

Come ci fa notare la Klein, è possibile integrare le parti sentite come buone con quelle sentite come cattive del Sé e dell’altro, solo quando prima sia stata operata nella mente una buona scissione o distinzione tra le due.

Per fare un esempio, perché un piatto sia commestibile e anche appetitoso, bisogna che prima tutti gli ingredienti che lo compongono, siano stati selezionati adeguatamente.

Il che significa che devono prima essere distinti e solo dopo mescolati in modo proporzionato ed equilibrato.

Così accade nella mente. Se i suoi diversi aspetti, opposti tra loro non sono stati ben separati all’inizio, il rischio è uno stato di grave confusione mentale, che è tipico delle psicosi.

Ora, spero con tutto il cuore, che la comparsa sempre più frequente, di personaggi compositi, che tendono ad annullare i confini e le differenze, sia segno di una evoluzione verso forme sempre più articolate di integrazione, e non indice e foriera invece di una regressione verso stati confusionali sempre più marcati.

 

Di Marina Mollica

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Bibliografia

Freud, S. – L’organizzazione genitale infantile (1923)

                   – Il tramonto del complesso edipico (1924)

                 –  Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi                        (1925)

                  in Opere, vol. 10,  1924-1929, Bollati Boringhieri, 1978.

Klein, M.  Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.

 

 

 

 

Mamme in difficoltà

 

Questo scritto è dedicato a tutte le mamme che si sentono in difficoltà.

Alle mamme che hanno appena partorito e per qualche ragione di natura fisica o psicologica pensano di non farcela a svolgere il proprio ruolo.

A quelle madri che si trovano alle prese con un bambino che non dorme, o non mangia, o mostra un’alterazione di una qualsiasi delle funzioni fisiologiche.

A tutte le mamme che si sentono sole, inadeguate, criticate, spaventate.

Alle mamme di ogni età e che sono alle prese con una fase difficile della vita dei loro figli.

O che stanno attraversando loro stesse un momento critico.

A queste madri dico che c’è sempre un modo per venirne fuori.

Ogni problema porta in sé la soluzione, anche se questa non sembra essere a portata di mano.

Certo è importante poter trovare lo spazio per pensare. E’ fondamentale.

La maggior parte dei problemi nasce dall’impossibilità di pensare a causa di una urgenza che può essere esterna, interna o entrambe.

Una urgenza che porta spesso ad agire in modi che non sono funzionali o che sono addirittura dannosi per sé e per gli altri.

Pensare significa poter avere abbastanza spazio e forza nella mente, da riuscire a reggere gli stati emotivi più dolorosi ed angoscianti.

Poter rimanere a contatto con essi, osservandoli, per trasformarli in qualcosa di utilizzabile.

Questo è pensare.

Se non si riesce a svolgere questa funzione da soli, bisogna farsi aiutare.

Quando il neonato piange per un qualsiasi motivo, la mamma sperimenta un senso di urgenza.

Quel pianto ha il grande potere di sollecitare tutta l’attenzione della madre, che gli mette a disposizione le sue risorse mentali, emotive, fisiche, materiali.

Così facendo contiene l’angoscia del bambino e risolve il suo problema. In questo modo il piccolo impara a contenere da solo i suoi stati emotivi intollerabili.

Ma se per qualche ragione la mamma non può svolgere questa importantissima funzione, per la quale, ci tengo a sottolinearlo, è fondamentale la presenza del papà, allora come potrà il bambino crescere?

Come potrà cioè sostenere tutte le sfide che il suo sviluppo gli presenta?

Questa mamma ha bisogno di qualcuno che la accolga, come lei avrebbe dovuto fare a sua volta col suo bambino.

Si può dare solo ciò che si è prima ricevuto.

Un augurio di cuore a tutte le mamme in difficoltà, perché possano sempre trovare qualcuno che sappia accoglierle permettendo loro di creare dentro di sé lo spazio necessario per riuscire ad essere madri.

 

Di Marina Mollica

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Immagine: Victoria_Borodinova, da Pixabay

 

 

 

Stato mentale psicotico ed esperienza emotiva

Quando vi è una sofferenza mentale che va oltre la capacità di sopportazione  del soggetto, la risposta ad essa può essere uno stato psicotico.

Ciò accade se l’esperienza emotiva è di natura traumatica, oppure quando la personalità è troppo immatura per farvi fronte.

Se lo stato psicotico diventa la modalità di risposta abituale alla sofferenza mentale, si sviluppa la malattia mentale.

Lo stato mentale psicotico comporta una profonda alterazione del rapporto con la realtà (esterna e interna) ed in termini psicoanalitici può essere inteso come una grave incapacità di comprendere la propria esperienza emotiva.

Fondamenta della comprensione dell’esperienza emotiva

La capacità di comprendere l’esperienza emotiva trova le sue fondamenta nel rapporto primario con la madre.

Il neonato si trova inizialmente in una condizione in cui l’esperienza mentale e quella corporea sono la stessa cosa.

Tutte le potenti sensazioni da cui viene travolto, trovano una costante interpretazione da parte della madre, che, con la sua istintiva capacità di sintonizzarsi riesce a coglierne i bisogni emergenti.

Quando il neonato prova delle sensazioni spiacevoli, le espelle col pianto.

Contemporaneamente al riflesso corporeo del pianto si sviluppa un meccanismo mentale definito proiezione.

Con la proiezione il neonato immagina di disfarsi dello stimolo disturbante e del disagio mentale che esso comporta. Il dolore espulso ora viene vissuto dal bambino come se fosse causato dal mondo esterno.

La madre accoglie la proiezione del suo bambino e la interpreta, cioè dà ad essa un significato.

Quindi risponde in modo da restituire al bambino qualcosa che lo farà sentire meglio.

Ad esempio se il bambino piange perché ha fame, gli darà il latte.

Assieme al latte, che è il nutrimento per il corpo, il bambino assimila delle sensazioni di rassicurazione e soddisfazione (introiezione).

Ma non solo: oltre al contenuto (latte, rassicurazione, benessere) egli introietta la capacità materna di dare un significato  alla sua esperienza emozionale.

In poche parole con ripetute esperienze di soddisfacimento, il bambino impara a comprendere i propri stati mentali, così come la madre li comprende.

Impara la capacità di decodificare, di dare un significato all’esperienza emozionale.

Esperienza emozionale e meccanismi di difesa

Qui vale la pena soffermarsi allora brevemente su cosa sia l’esperienza emozionale. Con essa si intende l’insieme di sensazioni, emozioni e fantasie inconsce (in quanto il neonato non ha ancora sviluppato la capacità di pensare), presenti nella mente in un dato momento.

L’esperienza emozionale può essere compresa quando è possibile contenere le proprie emozioni, restando a contatto con esse anche se sono spiacevoli o dolorose.

Ciò significa non fare ricorso a meccanismi di fuga ed evacuazione dell’esperienza emotiva come per esempio, un eccesso di proiezione o di identificazione proiettiva.

Identificazione proiettiva e scissione

Quest’ultimo concetto lo si deve a Melanie Klein (1946) che si riferisce ad un meccanismo della mente in base al quale il neonato, oltre ad espellere il disagio, immagina di espellere parti di sé per metterle nella madre.

E’ grazie all’identificazione proiettiva, che la madre può sentire come si sente il suo bambino. Perché ora quella parte che era nel bambino è dentro di lei.

Accanto alla proiezione e all’identificazione proiettiva  vi è un altro meccanismo di cui la mente fa uso per proteggersi dal dolore: quello della scissione.

La mente del neonato tiene nettamente separate tra loro le esperienze sentite come gratificanti da quelle spiacevoli perché non è ancora in grado di integrarle.

Quando il neonato è in uno stato mentale caratterizzato dal dolore, farà esperienza di sé e del mondo che lo circonda come se fosse assolutamente e solamente cattivo. In quel momento la mente non avrà accesso all’altra faccia dell’esperienza (quella buona) e viceversa.

In questo modo il neonato può proteggere quanto di buono ha vissuto nella relazione con la madre, tenendolo lontano da tutto ciò che vi è stato di negativo.

I tre meccanismi menzionati (proiezione, identificazione proiettiva e scissione) sono da ritenersi necessari per il normale sviluppo della mente dell’individuo.

D’altro canto, se l’esperienza da affrontare oltrepassa la capacità della mente di farvi fronte, il ricorso massiccio ad essi comporta una grave distorsione dello sviluppo nella direzione della psicosi.

Stato mentale psicotico ed esperienza emotiva

Dunque veniamo al problema dello stato mentale psicotico: se vi è un fallimento della capacità di comprendere l’esperienza emotiva, essa non potrà essere utilizzata per la costruzione della capacità di pensare.

Quella capacità a cui Bion (1962) si riferisce quando parla di funzione alfa, che permette di pensare i pensieri e che in parte, è costituita dall’introiezione della capacità di contenimento materno.

La funzione alfa trasforma le sensazioni e le emozioni in modo che esse possano essere usate per il pensiero simbolico.

Il formarsi del pensiero simbolico è fondamentale perché è unicamente grazie ad esso che il bambino è in grado di mantenere il contatto con le esperienze buone avute nella relazione con la madre, quando questa non c’è o è presente come madre deludente e frustrante.

Il bambino, quando il suo sviluppo mentale lo consente, può ricordare, tenere a mente qualcosa di buono anche mentre è arrabbiato e frustrato. E questo gli garantisce la continuità nell’esperienza psichica.

Diversamente le fratture provocate da esperienze disturbanti, non mitigate da quelle positive stabilizzatesi nel proprio Sé, finiranno col provocare corrispondenti fratture nel tessuto mentale.

Stato mentale psicotico: eccesso di frustrazione e caduta della scissione

Abbiamo visto dunque che il meccanismo di scissione è indispensabile per salvaguardare le esperienze buone e con esse l’immagine di sé e della madre come altrettanto buone.

Attraverso lo svilupparsi del pensiero simbolico il bambino comincerà ad essere in grado di rimanere in contatto con tali esperienze pur trovandosi in una situazione frustrante.

Questo permetterà di integrare gradualmente ciò che sembra cattivo con la buona base costruita.

La percezione di sé e dell’altro diverrà così sempre più complessa, sfumata e realistica.

Tuttavia, quando il grado di frustrazione è tale da risultare intollerabile, per il neonato diventa impossibile tenere inizialmente separate esperienze di segno opposto.

Si creano così invasioni di campo nell’area delle poche esperienze buone, con gravi confusioni tra buono e cattivo e conseguenti angosce di morte perché tutto ciò che è buono viene distrutto.

La mente è costretta ad utilizzare allora in modo ancora più massiccio il meccanismo della proiezione e della scissione con un formarsi di frammenti terrificanti nella mente, quando questi tornano indietro come  un boomerang per via dell’introiezione.

Si tratta di una vera e propria minuta parcellizzazione della personalità che risulta così frammentata in altrettanti Sé.

L’instabilità dello stato mentale psicotico

E’ tipico dell’esperienza psicotica non avere un senso di identità stabile proprio a causa delle numerose linee divisorie tra le varie parti di sé.

Il risultato da un punto di vista emozionale è una totale instabilità, un cambio continuo di umore, prospettiva, modalità di funzionamento sotto l’effetto di angosce distruttive e di morte.

La mente allora cerca di evacuare i contenuti non metabolizzati, dato che manca della capacità di pensare.

Un eccesso di proiezione e di identificazione proiettiva svuotano il Sé che finisce con il confondersi completamente con il mondo esterno.

In alcuni casi vi possono essere allucinazioni, quando pezzi del proprio apparato percettivo assieme alle relative sensazioni ed emozioni non metabolizzate nel pensiero, vengono proiettati fuori di sé.

La personalità rischia di essere invasa continuamente da angosce confusionali, minacciata dall’esterno e incapace di distinguere la propria esperienza emotiva da quella dell’altro.

Stato mentale psicotico e narcisismo onnipotente

L’incapacità di comprendere il proprio mondo interiore e il conseguente allontanamento dalla realtà interna ed esterna è aggravata da un altro meccanismo di difesa.

Si tratta del ritiro narcisistico cioè un ritiro onnipotente dalle figure genitoriali, con la fantasia di poter soddisfare autarchicamente i propri bisogni fondamentali.

Un esempio è il vuoto mentale o la fantasia di appropriarsi di una parte della madre o di un suo sostituto per non sentire la dipendenza da lei.

O ancora un atteggiamento mentale caratterizzato dalla sensazione di poter fare e ottenere tutto.

Il narcisismo onnipotente inteso dunque come lo stato mentale che nega la dipendenza dalle figure materna e paterna,  diventa una componente stabile della personalità psicotica.

Ai genitori interiorizzati viene onnipotentemente negato il loro ruolo e in questo modo viene meno la capacità di contenimento dell’individuo.

Impotenza dello psicotico

La comprensione emotiva dunque può essere pregiudicata da emozioni troppo intense, specialmente se dolorose e dal senso di onnipotenza, che è stato posto a difesa della mente esposta ad un eccesso di sofferenza.

La causa di una eccessiva frustrazione la si può rinvenire nelle anamnesi,  in eventi emozionali traumatici, avvenuti in una fase precoce della vita, quando la capacità del Sé non era sufficiente a contenere il sovraccarico di stimoli sensoriali ed emotivi.

Anche una indisponibilità materna dovuta ad esempio a depressione potrebbe essere causa di una sofferenza mentale indigeribile.

L’incapacità di contenere le emozioni trasformandole in pensieri, provoca un ingorgo per cui i contenuti emozionali possono solo essere evacuati nella proiezione, nell’identificazione proiettiva, con relative scissioni, nell’acting out (azioni aggressive e impulsive) o restare incistati nella mente generando tormento e sofferenza.

Tutto questo è alla base della condizione di grave impotenza dello psicotico, pur celata dietro l’onnipotenza.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Riferimenti bibliografici:

Bion, W.R. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Bion, W.R. Una teoria del pensiero, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, International Journal of Psycho-Analysis 1962.

Klein, M. (1946) Note su alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Bollati Boringhieri, 1978.

Rustin, M. et al. a cura di,  Stati psicotici nei bambini, Mondadori ed. 1999, Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grande Rodari

Tratto da Gelsomino nel paese dei bugiardi

“Succede abbastanza spesso che una banda di pirati si impadronisca di questo o di quel paese in qualche parte del mondo.

Occupato il paese, Giacomone pensò bene di cambiare il proprio nome in quello di Re Giacomone primo e di nominare i suoi uomini ammiragli, ciambellani, cortigiani e capi dei pompieri.

Naturalmente Giacomone fece anche una legge che obbligava tutti a chiamarlo Sua Maestà, pena il taglio della lingua.

Ma per essere sicuro che a nessuno saltasse mai in testa di dire la verità sul suo conto ordinò ai suoi ministri di riformare il vocabolario.

-Bisogna cambiare tutte le parole- Spiegò.

-Per esempio, la parola pirata significherà gentiluomo.

Così quando la gente dirà che io sono un pirata, che cosa dirà nella nuova lingua? Che io sono un gentiluomo.

-Per tutte le balene che ci hanno visto andare all’arrembaggio!- Gridarono i ministri entusiasti.

-Questa si che è un’idea di lusso, da mettere in cornice.-

-Chiaro?- Proseguì Giacomone.

-Allora avanti: cambiate tutti i nomi delle cose, degli animali e delle persone. Per cominciare, alla mattina invece che buongiorno bisognerà dire buonanotte: così i miei  fedeli sudditi cominceranno la loro giornata con una bugia.                      Naturalmente al momento di andare a letto bisognerà dire Buongiorno-

-Magnifico- Gridò uno dei ministri.

-E per dire a uno che bella cera avete si dovrà dire guarda che bella faccia da schiaffi!

Fatta la riforma del vocabolario, promulgata la legge che rendeva obbligatoria la bugia, ne venne fuori una confusione incredibile.

Nei primi tempi la gente si sbagliava facilmente. Per esempio andava a comprare il pane dal fornaio, dimenticandosi che ormai il fornaio vendeva quaderni e matite e che il pane si comprava dal cartolaio.

(…)

Nelle scuole, quello che successe non si può descrivere. Giacomone aveva fatto cambiare tutti i numeri della tavola pitagorica. Per fare una somma bisognava fare una sottrazione. Per fare una divisione una  moltiplicazione.

Gli stessi maestri non riuscivano più a correggere i problemi.

Per i somari una vera bazza: più facevano errori e più erano sicuri che avrebbero avuto un bel voto.

(…)

Ma basta così: ormai sapete di che si tratta. Nel paese dei bugiardi persino gli animali avevano dovuto imparare a dire le bugie: i cani miagolavano, i gatti abbaiavano, i cavalli muggivano e il leone, nella sua gabbia al giardino zoologico, era costretto a squittire perché il suo ruggito era stato assegnato al topo.

Solo i pesci nell’acqua e gli uccelli nell’aria potevano infischiarsene delle leggi di Re Giacomone: i pesci perché stanno sempre zitti, e perciò nessuno può obbligarli a dir bugie; gli uccelli perché gli acchiappacani non potevano arrestarli.

Gli uccelli continuavano come sempre a cantare ciascuno nel suo verso, e qualche volta la gente li guardava con malinconia.

 

Di Marina Mollica 

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Il coraggio di vedere la verità

 

 

 

La nostra capacità di conoscere il mondo, dipende dalla possibilità di entrare in contatto con la realtà.

Ma vi è una realtà esterna ed una realtà interna.

La seconda per la nostra vita psichica è di gran lunga la più importante e significativa.

Bion la definisce verità (Bion, 1962).

Entrare in contatto con essa è una sfida che richiede coraggio: il coraggio di vedere la verità.

La verità interiore

Si può entrare in contatto con la propria verità interiore solo se si è in grado di combinare i due diversi punti di vista emotivi relativi ad uno stesso oggetto: cioè l’amore e l’odio (Bion, 1962).

Ovvero quando siamo in grado di sopportare il dolore che proviene dalla consapevolezza che l’oggetto d’amore è anche causa di sentimenti di odio.

Se l’odio è così intenso da farci perdere il contatto con l’amore che eravamo stati in grado di provare per l’altro, potremmo sentire che tutto il nostro mondo interiore ne viene annientato.

La conseguenza è che anche la realtà esterna diventa tetra, oscura, vuota.

Questo è ciò che accade al neonato quando le esperienze frustranti nella relazione con la madre sono al di sopra della sua capacità di tollerarle.

Egli perde il contatto con l’esperienza buona, confortante e rassicurante eventualmente fatta con lei e tutto diventa odio, distruzione, morte.

Lui, la madre, il mondo esterno e interno, tutto questo è così terrificante da richiedere, se vuole continuare a sopravvivere, un sistema difensivo massiccio.

Verità e legame K

Ecco che allora alla spinta naturale verso la conoscenza delle proprie emozioni, che Bion definisce Knowledge o legame k (Bion, 1965) si sostituisce il fraintendimento dei significati dell’esperienza (-K).

Una vera conoscenza infatti obbligherebbe ad entrare in contatto con una verità terrificante.

Per effetto del fraintendere dunque,  bisogno  e dipendenza diventano pseudo-autonomia e rifiuto dei legami.

L’impotenza diventa onnipotenza e controllo.

L’odio: un sentirsi perseguitati da un nemico.

La spinta alla conoscenza: accumulo di sapere per dominare.

Si forma poco a poco una personalità dalla corazza dura, rigida, apparentemente inscalfibile che nasconde però una estrema fragilità.

Tutta la vita psichica è orientata al diniego della reale esperienza emotiva interiore: “sentimenti di odio sono diretti verso tutte le emozioni e contro la realtà esterna che li provoca. Il passo è breve dall’odio verso le emozioni all’odio verso la vita stessa” (Bion, 1959).

Il coraggio di vedere la verità

E’ solo la fedeltà al legame K, cioè al desiderio di conoscere la propria verità profonda, che permette di trasformare una esperienza interiore potenzialmente catastrofica in opportunità.

Se si è disposti ad attraversare il dolore che nasce dal vedere che l’oggetto amato è lo stesso che ci procura frustrazione, rabbia, sofferenza con la sua assenza o la sua presenza non sintonica;

se si è disposti  a rinunciare alla visione idealizzata o svalutata di sè e dell’altro  per lasciare spazio ad una più realistica immagine di entrambi;

se si accetta che l’altro ha una vita propria, che non è in nostro potere controllare e che per questo può intrattenere relazioni con altri al di fuori di noi;

se si accoglie infine la realtà della perdita, diventando consapevoli del fatto che dipendere dall’altro significa necessariamente fare i conti con la solitudine, allora e solo allora, potremo godere di quel senso di pienezza della vita che nasce dal contatto con “la verità”.

 

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

Bibliografia

Bion, W.  (1959) Attacchi al legame, in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma 1970.

–  (1962) Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma, 1972.

–  (1965) Trasformazioni. Armando, Roma 1973.

Immagine: da Pixabay

 

 

 

 

Bambini e mascherine

Vedo bambini che si toccano la mascherina infastiditi.

La tirano da sotto per allentarne la stretta.

Se sono un po’ più grandi e quindi consapevoli dei rischi cui vanno incontro, secondo le informazioni ricevute, subito la rimettono sul naso preoccupati.

Alcuni si sentono visibilmente soffocare, specialmente quando parlano di questioni personali che li preoccupano: l’ansietà o peggio l’angoscia provocano un maggior bisogno di incamerare aria, dato che il respiro si fa più corto.

Qualcuno si dirige verso la finestra per provare a respirare liberamente, ma poi ci ripensa sentendosi insieme colpevole e vulnerabile.

Qualche altro, usando i pupazzetti di cui è fornita la propria scatola, racconta storie i cui personaggi sono tutti imbavagliati e tormentati in varia misura da questo bavaglio.

Esso viene spesso rappresentato come strumento di tortura, di dominio di qualcuno su qualche altro, di derisione verso l’imbavagliato e perfino di morte per soffocamento.

Qualche personaggio si libera baldanzosamente dell’ingombro per poi essere duramente punito: al bavaglio si aggiungono manette e prigionia.

I personaggi che portano la mascherina sono descritti come impotenti, ridicoli e in qualche caso come delinquenti.

Ci sono poi le ansie legate alla ripresa della scuola.

Che ora fa paura non solo per sé stessa a quei bambini che hanno particolari difficoltà di relazione o apprendimento, ma anche per il timore di non riuscire a contenersi per tutto il tempo richiesto, a causa dell’intenso disagio nell’indossare la mascherina.

Qualcuno si domanda se ce la potrà fare, qualche altro teme il mal di testa che sicuramente gli verrà. Qualcuno più preciso, mi dà una descrizione accurata di tutto ciò che prova, dall’irritazione al collo, al dolore dietro le orecchie provocato dagli elastici stretti; dalla paura di metterci per sbaglio le mani sopra, al timore di essere contaminato se non la tiene perfettamente aderente al viso.

Qualcuno alterna il toccarsi la faccia coperta, al movimento di tutto il corpo, che deve evadere la tensione, bloccata nelle mani.

In tutto questo il mio compito è cercare di tenere viva la capacità di pensare, mia e del bambino.

Di sostenere la convinzione che le spinte vitali e creative dell’essere umano sono prioritarie rispetto a qualsiasi altra considerazione e che l’angoscia persecutoria e di morte che ora prende le sembianze di una mascherina, possono essere contenute.

Mi domando quanto sia utile per la psiche in formazione di questi piccoli, osservare una società che per proteggersi dalla paura, è disposta a modificare in pianta stabile, le proprie consuetudini e soprattutto il proprio modo di stare in relazione.

Una società che sembra vivere più del terrore della malattia e della morte del corpo, che dell’interesse a superare la sofferenza della mente e l’abbattimento dello spirito.

Imponendo allo stesso corpo che vuole salvare, continue vessazioni e alla mente infinite riduzioni di prospettive, tutte ormai concentrate sulla mera sopravvivenza biologica e sulla fede cieca ed esclusiva nelle cure mediche.

Cosa possono imparare i bambini da tutto questo?

Loro venivano da me per trovare un luogo dove le prevaricanti angosce persecutorie e di morte che già li tormentavano, potessero essere alleviate e successivamente trasformate in qualcosa di più integrato con le spinte vitali.

Ma cosa succederà quando anch’io dovrò capitolare e cedere il passo agli obblighi derivanti da un sempre più stringente sistema di controllo che costringe a quarantene e tamponi ad ogni piè sospinto?

Che succederà quando a più riprese la terapia dovrà essere interrotta per fare spazio proprio a quei fantasmi che si cercava di dissolvere?

Nonostante queste domande, continuo stoicamente, per quanto possibile, a svolgere la mia funzione di contenitore e di pensiero.

A sperare che, dopotutto, l’amore per l’essere umano nella sua interezza, sarà capace di prevalere su questo periodo nel quale l’angoscia della morte la fa da padrona.

A credere che la mia professione serva ancora a qualcosa in un mondo che sembra aver già trovato tutte le risposte alle sue ombre.

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it