Perchè non bisogna temere il disagio psichico

Spesso mi capita di incontrare nelle persone delle resistenze sulla possibilità di riconoscere il proprio disagio psichico e di affrontarlo con una opportuna psicoterapia. Penso addirittura che ci sia un timore a farlo, ancora molto diffuso.

Allo stesso tempo ho osservato una proliferazione di corsi inseriti all’interno dell’area del benessere.

Niente di male in questo naturalmente, dal momento che forse oggi, più che in passato c’è un’attenzione particolare alla salute e al collegamento tra psiche e corpo.

Si potrebbe anche dire che sia un bene che molti colleghi si siano dati da fare a sviluppare seriamente questo settore, perché è giusto che gli psicologi pongano l’attenzione prima di tutto sulla salute e sulla prevenzione della malattia, piuttosto che occuparsi unicamente della psicopatologia e della sua cura in ambito psicoterapico.

Tuttavia oltre al fatto che tali corsi sono spesso promossi indiscriminatamente non solo da colleghi del settore e da professionisti di aree limitrofe ma anche da figure con la più vasta e variopinta gamma di titoli, mi è capitato non poche volte di sentire in questi ambiti affermazioni avventate riguardanti l’inutilità della psicologia, della psicoterapia e degli psicoterapeuti in generale, descritti spesso come dei mangiasoldi che fanno parlare per ore e perdere anni dietro a trattamenti privi di risultato.

Per contro, sembra che basti fare meditazione, yoga, o qualche corso al limite tra l’esoterismo e la ricerca d’avanguardia, per risolvere ogni sorta di difficoltà della vita  per di più in un batter d’occhio.

Quando sento tali affermazioni mi vengono in mente alcuni meccanismi di difesa che la mente usa quando è in grave difficoltà.

Sto parlando di diniego, onnipotenza e svalutazione.

I meccanismi di difesa che allontanano dalla realtà

A volte capita che qualche paziente molto sofferente non sia in grado di osservare ed accettare interamente la propria condizione mentale e la propria situazione esistenziale, sentendo di non avere le risorse psichiche per affrontare né l’una né l’altra.

Questi pazienti possono risolvere temporaneamente il problema scotomizzando* porzioni della realtà psichica, attraverso operazioni mentali che li portano a non accorgersi neanche più di stare male.

Si convincono così di essere invincibili, immaginano soluzioni a buon mercato per quanto fantastiche, il tutto in un clima di euforia maniacale e di disprezzo per chiunque la pensi diversamente o per qualunque cosa si ponga come ostacolo a questo stato mentale.

Diniego appunto, onnipotenza e svalutazione.

Ecco mi sembra che il sistema di funzionamento di molti di quelli che  promuovono questi corsi sia il medesimo.

Esaltazione onnipotente visibile nella facilità estrema con cui promettono  il raggiungimento di qualsiasi obiettivo, disprezzo per coloro che la pensano e operano diversamente. Il tutto spesso condito da una crassa ignoranza di quello che disprezzano e infine diniego dell’angoscia sottostante: quella di non sentirsi in grado di affrontare una formazione seria.

In questo modo il loro diniego collude con quello di coloro che sperano in altrettante soluzioni a buon mercato per il proprio malessere.

Vorrei chiarire che ho il massimo rispetto per discipline come lo yoga e per pratiche come la meditazione. Inoltre non coltivo uno scetticismo a priori nel campo della ricerca di confine. Anzi sono sempre molto interessata a riguardo perché penso che da molte idee che appaiono estreme possano derivare interessanti innovazioni.

Tuttavia l’utilità e il valore di qualsiasi cosa, dipende dall’uso che se ne fa e dal contesto in cui è inserita.

Anche la psicoterapia non è la panacea per tutti i mali e di certo può fallire nel risolvere determinati disturbi per cui la persona chiede aiuto. Ci sono poi anche nel mio campo persone che non lavorano seriamente e questo può portare alcuni a farsi un’idea negativa della categoria.

Ma se è svolta con professionalità da chi la pratica, essa non può non portare allo svilupparsi di una maggiore consapevolezza di sé.

In questo senso raggiunge sempre un obiettivo fondamentale per l’essere umano.

Saltare a piè pari la conoscenza del proprio inconscio e di come funziona, quando ci si trova di fronte a seri disturbi psicologici la trovo un’operazione pericolosa.

E pensare di raggiungere la guarigione da malattie psichiche e fisiche, o semplicemente un benessere stabile e duraturo attraverso pratiche spirituali occasionali o adattamenti occidentalizzati di tali pratiche mi sembra addirittura utopistico anche per persone che si trovino in condizioni di buon equilibrio psichico.

Troppo spesso ho visto fare un uso strumentale e opportunistico di tali discipline.  Ed ho visto anche nascondere varie forme di disagio dietro un’adesione acritica e dipendente nei confronti di gruppi rigidamente dediti ad esse.

Disciplina ferrea e costanza di anni, sono condizioni imprescindibili per la maggior parte delle persone per ottenere un qualche risultato significativo in questi ambiti, soprattutto per comprenderne il significato profondo.

Nulla vieta dunque di seguire queste strade se la ricerca è onesta e seria ma in questo caso non sono affatto più facili o agevoli e veloci di un’analisi personale.

Anzi direi che un’analisi personale potrebbe essere il primo gradino, la base capace di facilitare un percorso spirituale. Se non altro perché dopo aver esplorato in lungo e in largo il mondo interno conscio e inconscio, potrebbe sorgere il naturale desiderio di andare oltre e una maggiore capacità di farlo.

 

Siamo nati in occidente e in Europa. La psicoanalisi nasce con Freud in un ambito che costituisce il nostro substrato culturale, che ce ne rendiamo conto o meno. E’ parte di noi sia che l’accettiamo, sia che la ripudiamo o che la ignoriamo.

Partiamo da ciò che siamo, cerchiamo di capirlo a fondo e poi andiamo oltre eventualmente. Avere una solida base da cui partire per poi scoprire che a un passo esiste il mondo spirituale…

Il disagio psichico come opportunità

Dunque penso che non si debba temere il disagio psichico ma piuttosto vederlo come un’opportunità enorme di crescita della consapevolezza di sé e di capacità di entrare in contatto con la realtà.

Certo ne faremmo volentieri a meno. Ma dal momento che ci dobbiamo fare i conti, se ci dobbiamo fare i conti, tanto vale cogliere la possibilità che è insita in esso: quella di essere obbligati a rimaneggiare completamente il proprio assetto mentale se si vuole superare il dolore che tale disagio comporta.

Sembra che da esso rifuggiamo tutti volentieri.

Eppure se non ci fosse il dolore mentale non distingueremmo ciò che è reale da ciò che non lo è. Esso viene ad avvisarci che da qualche parte abbiamo omesso di accorgerci della reale essenza di noi stessi. E per questo stiamo perdendo la nostra “anima”.

C’è qualche mistificazione in atto. Qualche autoinganno, qualche distorsione o illusione che prima o poi sarà destinata a crollare facendoci stare molto male.

In questo senso temo che anche la farmacoterapia rischi di essere usata indiscriminatamente non tanto per supportare un lavoro sul profondo alleviandone il dolore concomitante, ma come risoluzione definitiva ed univoca. Una vera e propria industria  capace di favorire la  dipendenza farmacologica, che ancora una volta allontana dalla possibilità di sviluppare un processo di crescita. Cosa tanto più grave quando viene pensata come unica soluzione per bambini molto problematici.

Chi soffre di qualche forma di psicopatologia grave è particolarmente lontano dalla verità profonda del proprio sé, ma paradossalmente potrebbe esservi più vicino della maggior parte delle persone.

Perché ha l’opportunità, molto prima degli altri, di mandare in frantumi le illusioni della propria mente malata, cioè condizionata.

Naturalmente tale opportunità può essere colta in diversi modi. Qualcuno potrebbe arrivare all’illuminazione in pochi istanti a causa di un intenso dolore psichico. Ma per la maggior parte un lungo e paziente lavoro, attraverso il prezioso strumento della psicoterapia, sarebbe altamente auspicabile.

Questo vale  per l’individuo adulto e per le famiglie dove il disagio sia espresso da un bambino o da un adolescente.

Si tratta di un momento in cui tutta la famiglia deve rimettere in discussione il suo funzionamento e spesso i genitori arrivano, a causa del dolore dei propri figli, a riconoscere il loro e a trasformarlo in qualcosa di nuovo e più vitale.

Sono percorsi spesso lunghi, difficili e penosi. Si devono attraversare zone di totale confusione, incredulità, paura, angoscia, rabbia. Per arrivare però a territori nuovi, dove i legami affettivi interni ed esterni si consolidano e diventano più veri.

L’esperienza di sé diventa più ricca e variegata, l’amore per la vita giustificato da nuova consapevolezza, perché si approfondisce la capacità di descrivere con le parole la propria esperienza interiore.

La possibilità di nominare ciò che prima non aveva nome perché oscurato alla coscienza, è la prerogativa di Dio. Dio crea attraverso la parola. Non è anche questo, qualcosa di profondamente spirituale per l’essere umano?

Interi universi ci abitano, ma allo stesso tempo ci condizionano procurando rigide limitazioni se non li possiamo nominare perché ci sono ignoti.

Chi ci garantisce che il rivolgerci esclusivamente a pratiche di meditazione o medicine “alternative” che bypassino un lavoro di introspezione della psiche non sia uno dei tanti modi con cui il nostro mondo inconscio ci condiziona allontanandoci così dalla possibilità non solo di curarci davvero ma addirittura di progredire spiritualmente?

Sarebbe un bel paradosso no?

Penso che, perlomeno, valga la pena di rifletterci.

 

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

 

 

* Glossario   Scotomizzare: dal greco scotòma: oscuramento, ottenebramento, operazione mentale   inconscia attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della   sua coscienza o della memoria, un evento o un ricordo a contenuto penoso o   sgradevole (Treccani)

 

Immagini: Pixabay

 

 

 

 

 

 

 

Modelli terapeutici in psicoterapia infantile: quale scelta?

Vi sono vari modelli terapeutici in ambito evolutivo. Qui mi riferirò a tre approcci metodologici: psicodinamico, sistemico e cognitivo comportamentale.

I tre tipi di approcci pur facendo capo a scuole di pensiero diverse e pur essendo nati in risposta ad esigenze diverse, non sono, a mio parere, così distanti come a prima vista potrebbe sembrare ed in certi casi, una loro integrazione sarebbe certamente auspicabile.

La validità e utilità di ciascuno dipende non solo dalla effettiva preparazione, esperienza e umanità del professionista, ma anche dal tipo di problematica, dal contesto in cui essa si inscrive e infine, dalla preferenza di ciascuno per il tipo di terapia con cui senta di funzionare meglio.

Purtroppo però questa comprensione dei diversi fattori che determinano il percorso più utile da intraprendere non è così facilmente raggiungibile, se non al prezzo, a volte, di lunghi e costosi tentativi in termini economici, di tempo e soprattutto emotivi.

Passare anni alla ricerca del trattamento giusto, può portare ad un aggravarsi della situazione, con il rischio di rendere poi più difficile un successivo intervento.

Curare un bambino nei primi anni di vita ad esempio non è lo stesso che prenderlo in carico in età di latenza (l’età della scuola primaria per intenderci). E passare da un trattamento ad un altro che magari potrebbe essere più efficace non è un processo indolore e privo di conseguenze sul piano terapeutico.

Quindi sarà bene avere presenti almeno determinate linee guida che potranno aiutare ad orientarsi.

Vediamo anzitutto alcune differenze tra questi modelli terapeutici.

1. Chi viene preso in carico

Bisogna sempre tenere presente che se un bambino sta male, il disagio è dell’intero contesto familiare, poiché il bambino ne fa parte integrante.

Spesso un bambino è il “portatore” di un problema che però nasce come espressione sintomatica di un disagio della famiglia.

In questo senso chi segue l’approccio sistemico preferisce occuparsi della coppia di genitori e della relazione che questi hanno con i figli piuttosto che del bambino in questione.

Al contrario gli altri due approcci, di solito, lavorano direttamente col bambino, anche se sono previsti interventi di “parent training” nell’approccio cognitivo comportamentale, o di supporto alla genitorialità  e/o terapia per i genitori, nell’approccio psicodinamico.

2. Tempi di durata della terapia

Una seconda distinzione può essere fatta sulla base dei tempi di durata della terapia.

Gli psicologi cognitivo comportamentali ad esempio seguono un approccio improntato prevalentemente al rendimento performativo.

In altre parole si aspetteranno, in tempi relativamente brevi, cambiamenti visibili e quantificabili, utilizzando una metodologia legata ad un apprendimento attivo da parte del bambino in modo che possa imparare a padroneggiare, attraverso specifiche strategie, le difficoltà dell’area presa in considerazione.

Faranno quindi ricorso ad una serie di metodologie che mirano a modificare comportamento e schemi cognitivi sottostanti in modo rapido e specifico.

Questo modello ad esempio, può essere molto utile nei gravi disturbi del comportamento, dato che offre un più veloce contenimento di situazioni che spesso vanno fuori controllo e danneggiano le aree legate alla socializzazione e all’apprendimento.

In seconda battuta, oltre ad un lavoro di supporto e/o di terapia per i genitori, potrebbe essere utile integrare un lavoro di tipo psicodinamico che, sul lungo termine, dovrebbe portare ad una trasformazione più profonda della personalità.

Spesso sintomatologie simili infatti sottendono quadri di personalità molto diversi e può capitare che la risoluzione di un sintomo non equivalga alla soluzione del problema che potrebbe ricomparire sotto altra forma, di solito aggravata, più avanti nel tempo. 

3. Focus dell’intervento

Per l’orientamento sistemico, il focus dell’intervento sarà l’analisi delle relazioni familiari e sociali del bambino, in un lavoro che coinvolgerà i genitori o l’intera famiglia.

L’attenzione del terapeuta cognitivo comportamentale andrà invece sul rapporto che intercorre tra pensieri, emozioni e comportamento, del bambino, alla ricerca di quali siano le credenze ricorrenti e disfunzionali capaci di creare il comportamento disturbante o il sintomo in questione.

Infine il terapeuta psicodinamico, avendo a mente il quadro di relazioni familiari in cui il bambino è inserito, si focalizzerà tuttavia sulle  sue fantasie inconsce (che riguardano le relazioni interiorizzate dal bambino). Tali fantasie troveranno nella relazione con il terapeuta la possibilità di essere espresse ed elaborate, in modo da arrivare gradualmente e nel tempo alla trasformazione della personalità (Per una più approfondita esposizione della tecnica adottata in questo modello di intervento, rimando all’articolo precedente).

4. Principale obiettivo dell’intervento

In pratica, nell’orientamento psicodinamico vi è un capovolgimento di prospettiva che porta a dare maggiore rilievo al mondo interiore della persona piuttosto che alla realtà esterna, compresa quella relazionale.

Di conseguenza il suo obiettivo principale non è il raggiungimento di un determinato risultato atteso, ad esempio la scomparsa del sintomo, ma la progressiva conoscenza di sé che promuova lo svilupparsi della consapevolezza, ritenuta la via regia per una trasformazione profonda e duratura.

In questo senso sarà estremamente importante la relazione che il bambino avrà con il suo terapeuta. Una relazione personale, intima e privata, che non dovrebbe subire interferenze da parte di agenti terzi, nel senso che non dovrebbe essere funzionale al raggiungimento di un determinato risultato, e quindi strumentalizzata a questo scopo, ma dovrebbe essere rispettata in quanto tale, così come dovrebbe essere rispettato lo spazio personale di ogni individuo.

Purtroppo nella realtà questo livello ideale di accoglimento della terapia analitica da parte dei genitori e delle istituzioni, non è sempre raggiungibile sia per motivi pratici, sia a causa della pressione ad ottenere un sollievo immediato da tutto ciò che è disturbante, in una società che in modo sempre più pervasivo promuove la velocità ed il benessere ad ogni costo.

Quale approccio scegliere?

In ogni caso l’approccio psicodinamico non è sempre il più auspicabile. Sarà importante fare una valutazione costi-benefici sulla base di bisogni, aspettative, risorse all’interno dell’assetto relazionale familiare.

I tre modelli terapeutici inoltre non sono mutuamente esclusivi e non si può nemmeno dire che uno sia migliore dell’altro. La scelta può dipendere da diversi fattori.

Alcuni elementi da considerare:

L’urgenza

Ad esempio se ci si trova di fronte ad una problematica di tipo comportamentale che ostacola gravemente l’andamento scolastico, i genitori e anche gli insegnanti potrebbero sentire l’esigenza di un approccio che faccia rientrare rapidamente la situazione di emergenza.

Attualmente vi sono psicologi scolastici che propongono progetti atti a contenere e risolvere situazioni problematiche in classe. Quando tali soluzioni non sono sufficienti, possono anche proporre un intervento diretto sul bambino. Se il comportamento disfunzionale rientra, ci si può ritenere più che soddisfatti.

La durata e la ricorrenza del disturbo

Tuttavia, come dicevo in precedenza, capita che il problema si ripresenti in seguito, a volte sotto altra forma. In questo caso è possibile che i genitori si pongano nuove domande che vertono di solito sul tipo di educazione data e su eventuali errori fatti. Possono quindi ricorrere a qualche altro esperto, nel tentativo di trovare delle risposte.

Un terapeuta comportamentale, oltre ad un lavoro individuale sul nuovo sintomo, potrebbe proporre ai genitori un pacchetto di sedute per fornire delle strategie pratiche atte a gestire i “comportamenti problema” dei figli. 

Un terapeuta con impostazione psicoanalitica potrebbe proporre una psicoterapia individuale per il bambino, aiutando nel contempo i genitori a sviluppare la capacità di pensare osservando aspetti nascosti alla consapevolezza, nelle periodiche sedute di confronto con loro.

La presenza di problemi di coppia

D’altro canto un terapeuta sistemico, che lavora sulle relazioni familiari, potrebbe essere la scelta più adatta, se ci fossero anche difficoltà legate al rapporto di coppia.

I genitori potrebbero domandarsi se e in che modo queste influiscano sul benessere dei figli.

A volte capita che si rendano necessari entrambi i tipi di lavoro contemporaneamente. Ad esempio se c’è un alto livello di conflittualità nella coppia e una grossa problematica nel bambino (come un grave disturbo dell’umore) gli stessi genitori potrebbero sentire l’esigenza che ci si occupi di entrambe le situazioni in modo da sentirsi supportati su più livelli.

Oppure potrebbero dare la precedenza al lavoro del bambino, sentendo questo come la priorità assoluta, magari rimandando ad un secondo momento il lavoro sulla coppia.

Infine potrebbe essere il terapeuta stesso a suggerire in fase di valutazione, l’approccio più indicato in un determinato momento della storia evolutiva del bambino, in base anche alle esigenze portate dai genitori.

La sensibilità ad un determinato approccio

Ancora, può essere importante la sensibilità dei genitori nel determinare la preferenza per un tipo di approccio piuttosto che un altro.

Può anche capitare che uno o entrambi in passato abbiano fatto una buona esperienza di terapia e quindi sentano che lo stesso approccio potrebbe essere utile per il proprio figlio.

La relazione con il terapeuta

Un ultimo ma significativo elemento da considerare è la risposta emotiva che la relazione con il terapeuta suscita nei genitori. 

Al di là dei titoli e della formazione del professionista è importante infatti che sentano di trovarsi a proprio agio e sviluppino un senso di fiducia. 

Naturalmente questi aspetti potrebbero essere parte della problematica in questione e quindi eventuali simpatie o antipatie potrebbero essere dovute a fattori inconsci legati alla propria storia e che riemergono nel qui ed ora della relazione terapeutica.

Conclusione

Da queste poche annotazioni, con le quali beninteso l’argomento non è da ritenersi esaurito, credo risulti evidente come la scelta di un approccio piuttosto che un altro non sia affatto scontata e si debba basare sull’analisi approfondita e quanto più possibile accurata, dei diversi intrecci delle variabili in esame.

Con questo articolo spero di aver dato un minimo contributo alla possibilità che i genitori hanno di orientarsi in un già tanto difficile percorso.

Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it

Cos’è la psicoterapia psicoanalitica infantile

In questo articolo parlerò della psicoterapia psicoanalitica infantile, come modello di intervento specifico all’interno del più vasto campo dei trattamenti di psicoterapia infantile.

Mi riservo di tornare in seguito sull’argomento per approfondirlo con altri articoli.

Psicoterapia psicoanalitica: esplorazione di un mondo sommerso

La psicoterapia psicoanalitica infantile si caratterizza per avere come interesse principale, l’esplorazione del mondo interno della persona, sia conscio che inconscio.

Essa fa riferimento a diverse teorie che in generale hanno in comune il fatto di considerare l’essere umano come mosso da spinte di cui è solo in minima parte consapevole.

Pensieri, scelte, comportamenti che si svolgono nell’attualità, sono per lo più il risultato di un agglomerato di esperienze vissute nella prima infanzia con le proprie figure di riferimento principali, in primo luogo i genitori. Tali esperienze sono disponibili al recupero della memoria in maniera parziale e frammentaria o non lo sono affatto se sono avvenute in epoca preverbale.

Se consideriamo infatti che la memoria narrativa richiede l’uso del linguaggio, è chiaro che tutto ciò che accade nel primo anno di vita, soprattutto nei primi mesi,  e che costituisce la base della costruzione della personalità, rimane depositato in una memoria inconscia, al confine tra lo psichico e il corporeo.

Ma anche gli avvenimenti successivi subiscono lo stesso destino dato che il bambino piccolo, pur cominciando a sviluppare il linguaggio, a causa della prolungata immaturità psicofisica, non possiede comunque gli strumenti cognitivi per sottoporre a critica ciò che accade. Di fatto, dipende integralmente dai genitori per la propria sopravvivenza e per la costruzione della propria mente.

Inconscio: l’organizzatore nascosto

Tutte le situazioni relazionali di cui l’essere umano farà esperienza, dunque, saranno depositate in una memoria inconscia, automatica e costantemente attiva nell’influenzare la vita quotidiana.

Tali esperienze si configureranno come specie di reti di informazioni collegate tra di loro da “nessi associativi”.  Da esse deriveranno le immagini che si possiedono di sé e dell’altro,  i vissuti ad esse collegati e, conseguentemente, gli schemi entro i quali ci muoviamo.

Questo bagaglio, prevalentemente inconscio assieme alla nostra eredità biologica, sarà il responsabile del modo con cui saremo in grado di affrontare la nostra vita e così pure di eventuali disturbi della sfera cognitiva, affettiva, somatica ecc.

Vorrei qui far riflettere sulla valenza del termine “inconscio” che significa ciò di cui non siamo consapevoli e che per questo agisce indisturbato su di noi, almeno fino a che non irrompa, inaspettata, una crisi, in grado di generare una condizione di dolore mentale insostenibile.

Per essere più precisi, tale crisi genera una situazione di allarme che porta la persona a cercare, con tutti i mezzi noti a propria disposizione, di ripristinare il controllo e, fondamentalmente, lo status quo.

Se tali tentativi non hanno successo, cioè se la persona sente che le risorse interne o esterne, di cui solitamente era in grado di disporre non sono più sufficienti, vivrà  questa situazione come angoscioso sentimento di impotenza.

La presa di coscienza dei propri limiti nel fronteggiare la nuova situazione si trasformerà prima o poi in una richiesta d’aiuto.

Solo a questo punto ci sarà la disponibilità ad affrontare un cambiamento tramite l’osservazione di ciò che prima sfuggiva alla coscienza. Cioè di tutti quegli aspetti, dentro di sé, che in qualche modo hanno contribuito a creare le premesse per il costituirsi della situazione attuale.

Anche quando le difficoltà riguardano il bambino la richiesta d’aiuto, da parte dei genitori nei confronti dello psicoterapeuta infantile, viene spesso fatta solo dopo aver tentato diverse altre soluzioni e solo nei casi in cui queste si siano rivelate del tutto insoddisfacenti.

A volte passano anni prima che un disturbo di natura psicologica, insorto magari già in età prescolare, venga affrontato al livello che gli compete, cosa che in certi casi può compromettere  l’efficacia di un trattamento di psicoterapia o complicarne notevolmente l’andamento.

Il compito dello psicoterapeuta psicodinamico

Il compito dello psicoterapeuta che lavora in ambito psicoanalitico, è proprio quello di aiutare chi si rivolge a lui a comprendere ciò che succede e a dargli un significato che colleghi ciò che è conscio con ciò che non lo è.

A partire dal problema che ha portato la persona a chiedere aiuto, lo psicoterapeuta cerca di portarla ad una graduale presa di coscienza delle cause profonde di quella richiesta e di ciò che si nasconde dietro al sintomo, che spesso costituisce la punta di un iceberg.

Farà parte della fase di accertamento comprendere la natura del disagio, la sua gravità, il suo essere eventualmente legato a fattori contingenti (ad esempio un lutto, o una separazione) e quanto questi vadano a minare la stabilità interiore della persona a causa di eventuali fragilità rimaste magari latenti fino a quel momento.

Età evolutiva e psicoterapia psicoanalitica

Chiariti questi aspetti di ordine generale, possiamo dire che la psicoterapia psicoanalitica infantile si configura come un’area specifica della terapia psicoanalitica. Anzitutto perché si occupa dell’età evolutiva. Un’età in cui cioè l’individuo è ancora in fase di sviluppo e pertanto dipendente dal contesto familiare. La terapia del bambino quindi coinvolgerà tutta la famiglia in modo più o meno diretto.

Anche se sarà il bambino ad essere seguito settimanalmente, periodicamente anche i genitori saranno chiamati a partecipare a colloqui di aggiornamento sulla situazione. Colloqui che permetteranno al terapeuta di capire l’impatto che la terapia ha sul sistema familiare e sull’ambiente sociale del bambino, e che daranno ai genitori la possibilità di chiarire dubbi o comprendere più a fondo le problematiche del proprio figlio. Potrà via via diventare più chiaro come esse si inscrivano nel contesto familiare e in taluni casi potrà emergere il bisogno per uno o entrambi i genitori, di accedere ad una terapia per sé.

Come lavora lo psicoanalista infantile

I genitori faranno l’esperienza di come il terapeuta lavora. Il suo compito principale infatti, non è tanto quello di fornire soluzioni pratiche, quanto quello di contenere innanzitutto la loro ansia, mantenendo la capacità di pensare in situazioni difficili, aiutandoli così a sviluppare in se stessi la medesima capacità assieme a quella di osservare e di riflettere sul significato non immediatamente evidente, di quanto accade al bambino.

Allo stesso modo avverrà nel lavoro col bambino. Egli farà esperienza di un luogo dove potrà essere accolto da una persona in grado di mantenere un atteggiamento di osservazione neutrale rispetto a ciò che avviene nella stanza durante la seduta.

I bambini infatti portano nella seduta tutto ciò che accade nel loro mondo interno; le loro angosce, i loro bisogni, i desideri, i loro impulsi e relativi conflitti, e infine le fantasie che fanno riguardo a tutto questo. Tutto ciò sarà espresso prevalentemente attraverso il gioco (o in certi casi con il disegno) che via via sarà sostituito dalle parole con l’avanzare dell’età.

Dato che la stanza di terapia sarà il luogo dove i bambini porteranno anche i propri impulsi distruttivi, è chiaro che in questo luogo non ci si può aspettare che si comportino bene.

Il terapeuta infantile non ha il ruolo di un educatore, pertanto non è interessato a produrre un determinato comportamento nel suo paziente ma ad osservare e comprendere ciò che succede nella stanza, per poi descriverlo (cioè metterlo in parole) ed eventualmente attribuirvi un significato.

Tale significato potrà essere comunicato se il terapeuta sente che il bambino è in grado di accoglierlo. Altrimenti sarà tenuto nella propria mente e utilizzato come indicazione per il proseguo della terapia.

Per questo sarà molto importante che i genitori comprendano in che cosa la psicoterapia psicoanalitica infantile si differenzia rispetto ad altri tipi di trattamento. L’attenzione è sui processi interni e non sul fatto che il bambino soddisfi determinate aspettative, modificando il proprio comportamento esteriore.

Una trasformazione dello stato mentale del bambino avverrà attraverso una progressiva interiorizzazione del funzionamento della mente del terapeuta  e questo è un processo che richiede tempo.

Così come la personalità si costruisce negli anni, più il bambino sarà grande, più tempo ci vorrà per ottenere una trasformazione profonda.

Aspettarsi dei progressi o la risoluzione in tempi brevi del problema per cui il bambino è stato portato in terapia, non è molto realistico.

A volte succede che ci sia un immediato e tangibile miglioramento, dovuto alla risposta del bambino alla situazione terapeutica cioè al fatto di aver trovato uno spazio per sé dove essere accolto. Ma cambiamenti che resistano nel tempo, possono avvenire solo con un lungo e paziente lavoro da parte di tutti.

 

Di Marina Mollica

e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it