Per spiegare da dove viene il nostro interesse per la cultura, cioè l’origine dell’arte, della religione e del pensiero scientifico-filosofico, mi rifarò ad un importante autore della scuola inglese di psicoanalisi: Donald Winnicott.
Allattamento e sviluppo della mente
Winnicott descrive molto accuratamente ma anche con semplicità le prime fasi della vita del neonato, mettendo l’accento sul processo estremamente delicato e complesso che si svolge durante l’allattamento.
Da profani assistiamo ad una situazione che vede coinvolta una mamma col suo bambino. Vediamo cioè due individui distinti che assieme si coordinano e si organizzano affinché si svolga un compito per la verità cruciale, quello dell’alimentazione del cucciolo umano.
Ma Winnicott ha il grande pregio di aiutarci ad assumere la sua prospettiva e farci così osservare ciò che avviene dietro le quinte.
Egli nel suo scritto: “Oggetti transizionali e fenomeni transizionali” (1958) spiega come la possibilità che il bambino ha di compiere i fondamentali passaggi per la costruzione della propria mente, ossia la capacità di distinguere la fantasia dalla realtà, il mondo interno da quello esterno, e il sé dall’oggetto (l’altro) dipendono all’inizio dal fatto che vi sia una madre (o un suo sostituto) in grado di adattarsi in modo quasi perfetto ai bisogni del bambino.
Perché è così importante che l’adattamento della madre sia quasi perfetto con una sovrapposizione pressoché totale tra impulso del bambino a nutrirsi e risposta dell’ambiente?
Perché solo così il neonato avrà l’illusione di aver creato lui ciò che ha ardentemente desiderato e che esista un mondo che corrisponde al proprio bisogno.
Illusione e delusione: fattori cruciali
In parole povere se vogliamo costruire una casa, bisogna che le fondamenta siano ben solide e l’illusione del bambino di essere lui a creare il seno che lo nutre, è per l’appunto la base solida di partenza.
Se non c’è illusione non ci può essere la successiva “disillusione” che permetterà di differenziare la fantasia dalla realtà.
Quindi si parte da qui: una illusione grazie alla quale il mondo interno e quello esterno coincidono.
Il neonato, spiega Winnicott, all’inizio non è differenziato dalla madre.
Insieme costituiscono un unico universo perfetto.
Tuttavia se all’inizio la perfetta coincidenza di bisogno-soddisfazione è indispensabile per offrire al bambino la possibilità di illudersi, ed è garantita da un attivo adattamento della madre, in seguito esso gradualmente diminuisce “mano a mano che aumenta la capacità del bambino di accettare dei limiti e tollerare i risultati della frustrazione”.
Il compito della madre: deludere il bambino
Dunque “il compito finale della madre è quello di deludere gradualmente il bambino”.
Egli deve realizzare che tra lui e la mamma c’è uno spazio che li rende differenti.
Tale processo genera un certo grado di frustrazione. Per tollerarla, il bambino sostituirà l’illusione (onnipotente) con qualcosa che lo aiuti.
Questo qualcosa, compare nella multiforme varietà dei comportamenti che tutti possiamo osservare tra i quattro e i dodici mesi: succhiare il dito o la mano, o un lembo del lenzuolo, giocherellare con un pezzetto di coperta, compiere dei suoni gutturali, ecc
In seguito queste attività si focalizzeranno come interesse nei confronti di un oggetto prediletto come ad esempio un orsacchiotto o un ciuccio o un panno morbido e così via.
Questo oggetto viene chiamato da Winnicott, “oggetto transizionale” perché appartiene a quella fase dello sviluppo del bambino che costituisce una transizione dal mondo dell’illusione al mondo della realtà.
Il bambino ha l’oneroso compito di tenere questi due mondi separati ma allo stesso tempo collegati e questo sarà il compito dell’essere umano per tutta la vita.
Da dove viene il nostro interesse per la cultura: gli oggetti transizionali
Gli oggetti transizionali possono esistere nella mente del bambino come oggetti di cui ha un riscontro reale, ma al tempo stesso è come se li avesse creati lui.
In sintesi, nella mente del piccolo di uomo si crea un’area, uno spazio derivante dalla delusione, che dev’essere colmato con qualcosa.
Questo qualcosa è lo svilupparsi della capacità creativa e simbolica del bambino che investe ora una parte del suo interesse in oggetti consolatori, precursori di quelli che per l’adulto saranno la cultura, l’arte, la religione, la scienza e la filosofia.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta- evolutiva.it
Bibliografia
D.W. Winnicott, “Oggetti transizionali e fenomeni transizionali” in Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli & C. Firenze, 1975 (titolo originale: Through Paediatrics to Psycho-Analysis, Tavistock Publications, London, 1958)
Un modo che il bambino ha di affrontare le situazioni per lui emotivamente difficili, è quello di padroneggiarle con il gioco, che costituisce per lui una indispensabile risorsa.
Il gioco infatti gli permette di avere un ruolo attivo rispetto agli “oggetti”(come ad esempio la mamma) con i quali è in relazione e dai quali dipende.
La separazione come sfida da affrontare
Specialmente nel primo anno di vita, uno dei compiti più ardui da affrontare per il bambino è quello della separazione.
Mano a mano che lo sviluppo procede, egli acquisisce sempre maggiore consapevolezza del fatto che la mamma non è sotto il suo controllo e le sue azioni non dipendono solamente da lui.
Non solo la mamma a volte si allontana e sparisce del tutto dalla sua vista, ma anche lui, grazie al progressivo sviluppo delle abilità motorie, può cominciare a separarsi da lei.
I bambini che fanno i loro primi tentativi di esplorazione dell’ambiente a partire dai nove mesi circa in poi, controllano spesso con lo sguardo, la posizione della mamma e richiedono che lei fornisca di tanto in tanto rassicurazioni sulla sua disponibilità fisica ed emotiva.
Questa fase evolutiva è fonte di notevole stress, dato che l’acquisizione della deambulazione eretta passa per la possibilità di interiorizzare un legame con la mamma sufficientemente sicuro.
Tale legame non dovrà essere messo in discussione nei momenti in cui il bambino si concede di allontanarsi da lei.
Naturalmente è fondamentale la capacità materna di tollerare l’avvento di questa nuova fase che prevede una maggiore separazione dal proprio piccolo, rispetto allo stretto contatto corporeo dei primi mesi in cui egli dipendeva integralmente da lei.
Deve cioè prevalere la gioia per le nuove conquiste del proprio bambino, piuttosto che l’angoscia provocata dalla separazione che queste provocano.
Un attaccamento sicuro (Bowlby, 1973) basato anche su una relazione non contaminata da un’eccessiva ambivalenza materna nel tollerare la separazione, garantisce un armonioso svilupparsi della capacità del bambino di essere indipendente.
Esso inoltre è garantito dalla capacità materna e paterna, di fornire rifornimento affettivo e risposte accurate alla manifestazione dei bisogni del figlio.
In altre parole egli deve essere certo di poter contare su di loro.
Il gioco come risorsa del bambino
Ammettendo che, da questo punto di vista tutto fili liscio, rimane comunque il fatto che le prime separazioni dalla mamma sono fonte di notevole angoscia, dato che non è certo del fatto che ella, dopo essere sparita dalla sua vista, ritornerà.
Un modo che il bambino ha di fronteggiare un’angoscia di fronte alla quale è effettivamente totalmente impotente dunque, è quella di fare dei giochi nei quali venga rappresentata la separazione e il successivo ritorno della mamma.
Questi giochi permettono al bambino di ribaltare la sua condizione di passività sostituendola con una gestione attiva della situazione.
Un famoso esempio di questo comportamento ce lo dà Freud (1920) che osservando il comportamento del nipotino di diciotto mesi durante l’assenza della mamma, nota come egli facesse uso di un rocchetto che lanciava in modo da farlo cadere al di fuori del suo campo visivo e poi recuperava con la cordicella, cui era appeso, in modo da tornare in possesso del giocattolo.
Freud aveva ipotizzato che questa attività gli permettesse di rappresentare nella sua fantasia l’allontanarsi della mamma e il suo potere nel garantirsi il suo ritorno.
È dunque attraverso questa capacità di giocare, basata sullo sviluppo delle capacità simboliche, che i bambini possono gestire, nella propria mente, eventi altrimenti difficilmente tollerabili, anche quando vi sia di base un legame di attaccamento sicuro.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Riferimenti bibliografici
Bowlby, J. (1973) Attaccamento e perdita (vol. 2) Bollati Boringhieri.
Voglio parlare di una ragazza di diciassette anni di nome Francesca, in arte: Madame.
Una musicista rapper alle prese col dramma del confronto con gli stereotipi della bellezza femminile e del successo sociale, che imperversano nel nostro sempre più narcisistico ambiente.
Dramma sentito ancora più acutamente in adolescenza, quando in luogo della “humanitas” di cui Francesca ci parla, vi è nel rapporto tra pari, quel giudizio ipercritico carico di crudeltà e cinismo, che ognuno è costretto a fare proprio.
In Francesca c’è una tensione fortissima verso la soluzione di un profondo conflitto che in definitiva, appartiene a ciascun essere umano: il conflitto tra realtà e ideale.
Cito da una puntata di “Sopra le righe” ( dal canale youtube “Canale dei venti”) le parole della ragazza che dice: “cosa c’è di più bello che creare un mondo proprio?”
Per lei l’angoscia nasce dal confronto con un mondo esterno in cui diventa impossibile riconoscersi perché esso è come uno specchio deformante.
“Il mondo proprio è invece lo specchio nel quale vorremmo vedere l’immagine di noi che desideriamo vedere.
Il nostro ideale, così fondamentale per strutturare tutta la personalità volta dinamicamente verso un obiettivo vitale e che dà vita.
Sempre che l’Io ideale non si trasformi in un Super Io feroce e punitivo che fa risuonare dentro la mente le parole di un altrettanto feroce Super Io di gruppo: ” sei troppo cessa per fare il rap”.
Madame si dibatte dunque tra le aggressioni di queste disumane istanze e la ricerca di un’estetica più profonda, più vera, risolvendo il conflitto in favore di quest’ultima, con un’eroica e commovente forza interiore.
Eroica, perché chi è stato vittima di bullismo porta dentro di sé una ferita nascosta, per quanto ne possa parlare con il sorriso sulle labbra.
E questa ferita non smette di sanguinare ma può essere occultata dalle “sciccherie” che come dei boomerang, finiscono con l’affossare ogni speranza reale di riparazione.
Le sciccherie sono degli strozzini, che finché ti illudono di aiutarti a pagare il debito, in realtà lo amplificano generando dipendenza.
E tuttavia Francesca, con immensa forza vitale, rinasce in Anna: identificazione del sé femminile cui Francesca aspira e che la porta ad un’esplosione di creatività.
Anna un modello materno ideale, ma anche potenzialmente raggiungibile, in quel mondo creato da sé, che porta a sentirsi ricchi e solidi.
Ognuno di noi è un creatore e dalla creatività è possibile sviluppare la capacità di amare prima di tutto sé stessi.
Quella capacità che Francesca crede di non avere, ma la cui chiave ha compreso a fondo e che la porta al movimento verso un perfezionamento continuo.
Se questo movimento non diventa vessatorio a sua volta e non esige un tributo all’insaziabilità, Francesca può illustrare ad ognuno, come creare l’infinita varietà dei mondi possibili , tanti quanti sono le persone.
Il suo è un invito ad uscire dalla condanna dell’omologazione, che porta alla paura e all’odio reciproco e fa diventare spietati e disumani.
L’eleganza ritmica dei suoi testi, perfettamente amalgamati alla musica e carichi di una intrinseca bellezza che trascende le immagini crude e il turpiloquio, si eleva su un mondo di “rametti secchi”, per portare, come il “mazzetto di primule”, una speranza di rinascita e integrazione definitiva del brutto, che addolora e ferisce, in un tutto armonioso e nuovo.
In questo articolo voglio fare un esempio di come può avvenire la violenza familiare.
Parlo di violenza familiare quando tutti i membri di una famiglia sono complici di un abuso compiuto su una vittima designata, la quale per sopravvivere è costretta a sviluppare comportamenti gravemente patologici.
Quando uno dei due genitori sottopone a qualche forma di violenza un figlio, l’altro genitore può assumere solo due posizioni, quella di essere consenziente oppure quella di ribellarsi.
Ma non è sempre facile optare per quest’ultima possibilità.
Infatti se un coniuge è normalmente abusante nei confronti di un figlio, l’altro membro della coppia lo ha scelto, inconsciamente, proprio per questa caratteristica.
Ciò significa che nella propria famiglia di provenienza c’era una situazione analoga e con il nuovo legame si cerca di risolvere una problematica tramandata attraverso le generazioni.
Il primo componente: la madre e la sua famiglia di provenienza
Così per esempio se una donna, poniamo di nome Elisa, ha avuto un padre violento, è probabile che scelga un marito altrettanto violento.
Se la madre di Elisa era a sua volta vittima del proprio marito, la figlia, può trovare impossibile ribellarsi all’attuale marito che rappresenta il proprio padre, e così via.
E’ possibile che Elisa sia depressa, anche se non in maniera conclamata e quindi incapace di prendere in mano la sua vita e modificarne l’andamento.
Una donna che non sia stata protetta, non sarà in grado di proteggere adeguatamente se stessa e i suoi figli (lo stesso dicasi per un uomo naturalmente).
Per poterlo fare, dovrebbe prima entrare in contatto con il dolore del sé infantile e sofferente che porta dentro, ma questo potrebbe costarle parecchio.
La via più facile, naturalmente inconscia, è quella di non accorgersi di ciò che sta veramente accadendo e questa potrebbe essere il tipo di difesa scelta quando da bambina non era in grado di proteggersi e nemmeno la madre era in grado di farlo per lei.
Vedete come un problema si perpetua di generazione in generazione finché non trova risposta.
Così arriviamo all’ipotetica famiglia attuale: abbiamo un uomo violento, una moglie che non vede o se vede non riesce a reagire, un figlio/a bersaglio della violenza, eventuali fratelli che sono vittime in uguale misura ma con diverse modalità che corrispondono ai diversi ruoli attribuiti dai genitori, in base alle proprie caratteristiche e a come queste si intrecciano con quelle dei figli.
Ora, la violenza dei genitori si può esprimere in diversi modi.
Il più visibile e anche perseguibile per legge è quello della violenza fisica. Purtroppo però ci sono forme di violenza molto più subdole che non sono visibili agli occhi altrui e che quindi, se possibile, lasciano le vittime ancora più indifese.
Il secondo componente: il padre e la sua famiglia di provenienza
Poniamo che un padre ipotetico di nome Roberto, prenda di mira il proprio figlio minore e decida di preferire il maggiore.
Questo può succedere perché lui stesso era il fratello maggiore nella propria famiglia e aveva sofferto di gelosia nei confronti del più piccolo che magari era il preferito di un padre gelido e duro.
Non potendo prendersela con il fratellino protetto da un padre così minaccioso, Roberto porta dentro di sé una rabbia irrisolta che è come una bomba non ancora disinnescata e che potrebbe esplodere al momento opportuno.
Nessuno lo ha consolato perché la madre ha accettato il sistema autoritario del marito, perciò Roberto non sa come metabolizzarla.
La moglie di Roberto, Elisa, è, come abbiamo visto, depressa e incapace di senso critico di fronte ad eventuali violenze sui figli, dato che ne ha subite anche lei e nessuno l’ha protetta. Per questo ha sviluppato una cecità (diniego) rispetto agli abusi sui figli e addirittura una tendenza a colludere con l’aggressione (identificazione con l’aggressore).
Ora ci sono tutti i presupposti perché la violenza si propaghi.
La violenza familiare attuale
Ad esempio Roberto oggi è irritato da alcune frustrazioni subite sul lavoro.
Qui ha un capo che lo sfrutta, ma siccome ha interiorizzato un senso di impotenza verso figure maschili autoritarie, che gli ricordano il padre, non riesce a ribellarsi, né a prendere dei provvedimenti che cambino la sua situazione.
Torna a casa carico di rabbia e non avendo sviluppato la capacità di contenerla, dato che quando era piccolo subiva le pretese di un padre esigente e intollerante, sente il bisogno di scaricarla su qualcuno.
Ci sono la moglie e due figli a disposizione. La scelta cade sul figlio minore Franco che gli ricorda il fratello invidiato. Coglie così il primo pretesto per fare dell’ironia sul comportamento da “imbranato” di Franco.
Il figlio maggiore, che sa di essere il preferito e che coltiva il timore di perdere privilegio, si aggrega al padre e così si fanno una bella risata sulla pelle del più piccolo.
Questo prova a ribellarsi e allora interviene la madre che gli dice di non essere sempre così permaloso.
Il bambino a questo punto si sente completamente isolato, confuso, dato che ciò che sente è in contrasto con ciò che i genitori dicono, e pieno di rabbia e vergogna.
E’ in un vicolo cieco perché se ricorre ad un atteggiamento di rabbia violenta subisce la repressione da parte del più forte, se invece si arrende al pianto viene deriso ulteriormente ricevendo altri giudizi gratuiti sulla sua persona.
Se infine non manifesta reazioni per proteggersi, è costretto ad ingoiare veleno, cosa che non può non avere ripercussioni sul corpo e sulla mente.
Un’ultima alternativa è quella scelta dalla madre. Fingere di niente, negando che ci sia un problema e identificarsi con il padre violento, assumendo così lo stesso comportamento con i più deboli.
Se questo tipo di abuso si perpetua nel tempo, diventa inevitabile assumere in modo definitivo il ruolo ricevuto.
Conseguenze della violenza familiare
Così a seconda della scelta difensiva ci saranno diverse conseguenze per Franco.
La scelta potenzialmente più sana sarà quella della ribellione che però non portando ad un riconoscimento del suo significato provocherà un perenne senso di rabbia nei confronti dell’autorità e dell’adulto.
Se si sarà trasformato in una vittima disperata e incompresa potrà diventarlo anche nel suo contesto sociale allargato, finendo così per essere preso di mira anche lì.
Se si sarà chiuso in un silenzio difensivo svilupperà disturbi psicosomatici e/o mentali per far fronte all’accumulo di rabbia.
Infine se avrà evitato il problema fingendo che non esista, potrà sviluppare una depressione e/o diventare un bullo nei confronti di tutti quelli simili alla parte debole di sé e rifiutata.
In tutti i casi i risultati per lui e per chi lo circonda, quindi per la comunità in cui Franco è inserito, saranno disastrosi.
Questa è solo una delle infinite varianti possibili e un esempio molto schematico e semplificato di come tre generazioni contribuiscano al passaggio di una violenza cieca.
Un problema che ha origine all’interno di una famiglia si estende oltre i suoi confini, all’interno del tessuto sociale.
Con questo articolo voglio mostrare come l’unica possibilità di fermare questo dispendio di energia e salute mentale, che danneggia noi stessi e chi ci circonda, dipenda dalla nostra disponibilità a comprendere le dinamiche delle relazioni interiorizzate nell’inconscio e agite nelle relazioni familiari e sociali.
In questo articolo parlerò di una delle difficoltà che, come psicoterapeuti, ci troviamo ad affrontare. Essa riguarda il trattamento di quei pazienti che non sembrano fare progressi nonostante anni di psicoterapia psicoanalitica. Descriverò una delle possibili tipologie di comportamento con cui si esplica la problematica di questo tipo di pazienti, tenuto conto che ce ne sono molte altre.
Pazienti che non fanno progressi
Alcuni pazienti, pur apparentemente desiderosi di curarsi, portano il terapeuta a convincersi che per loro nulla è possibile fare e per questo sembrano rientrare nella categoria del paziente inguaribile.
E’ nota la storiella della psicoanalisi come quel tipo di trattamento interminabile, dove si parla per anni ed anni delle proprie vicende passate e presenti e alla fine ci si trova sempre al punto di partenza e alle prese con i soliti eterni problemi.
Premesso che nessun tipo di cura può avere la pretesa di rendere la vita di un essere umano perfettamente felice e libera da problemi e che forse aspettarsi che la vita sia unicamente rivolta al versante della felicità e della soddisfazione è a dir poco irrealistico, qui però ci troviamo di fronte ad una questione molto specifica.
Soprattutto nel trattare pazienti gravi ci si rende conto che esistono delle forze psichiche nascoste, che hanno lo scopo precipuo di distruggere e rendere vano ogni tentativo di guarigione e cambiamento profondo nel funzionamento complessivo della personalità.
Tali forze sono presenti in varia misura in ciascuno di noi, ma sembrano avere un potere di attrazione irriducibile nelle forme di psicopatologia grave.
Comprendere questo è quindi utile per accrescere la nostra consapevolezza di noi stessi ed eventualmente anche per aiutare chi ci è vicino.
Infatti a volte ci troviamo ad avere a che fare con persone che stanno molto male, ma che sembrano fare di tutto per boicottare ogni soluzione e sono in grado di sollevare, nel tempo, un notevole grado di rabbia fino all’esasperazione e al rifiuto totale nei loro confronti.
Equilibrio e cambiamento psichico
Come spiega Betty Joseph nel suo libro “Equilibrio e cambiamento psichico”(1989), questo tipo di persone utilizza un meccanismo difensivo perverso che le porta a trionfare inconsciamente, quando riescono a distruggere ogni possibilità di speranza per se stesse.
Ciò avviene perché in questo modo mantengono un equilibrio psichico, per quanto patologico.
Infatti entrare in contatto con le angosce che muovono questo tipo di difese, che in alternativa offrono una potente gratificazione di tipo masochistico, potrebbe rivelarsi devastante.
Tali angosce sono legate alla dipendenza estrema e all’invidia nei confronti di oggetti significativi.
Tuttavia queste difese finiscono col dominare la parte di personalità potenzialmente sana seducendola e attraendola in un gioco tossicomanico dal quale la personalità trae sollievo momentaneo, ma che porta lentamente all’autodistruzione.
Cosa sperimentano i parenti e gli amici
Poiché questo tipo di persone tenderà ripetutamente ad assumere comportamenti autodistruttivi di varia natura, chi si troverà ad essere vicino a loro si sentirà sollecitato ad intervenire per correggere la situazione.
Tali comportamenti potranno andare dall’incapacità, nonostante gli sforzi apparenti, di investire le proprie energie in qualche progetto (vi saranno allora fallimenti scolastici, abbandono degli studi, difficoltà a trovare o mantenere un lavoro) fino al ritiro sociale.
Potrà esserci abuso di sostanze psicotrope.
Nonostante spesso queste persone manifestino apertamente e a volte platealmente il proprio disagio, esse sembreranno allegramente impermeabili a tutti i tentativi di aiuto, anche se in certi casi daranno l’impressione immediata di essere disponibili a riceverlo.
Per contro potrà capitare che accusino chi le circonda di essere la causa del loro malessere, o di non darsi abbastanza da fare per aiutarle, senza riuscire mai a farsene carico in prima persona.
Le relazioni allora saranno di natura conflittuale e caratterizzate da alternanza di richieste d’aiuto, con manifestazioni di importante disagio psicofisico da un lato e ipercritica rivendicativa fino ad una litigiosità tirannica e perfino violenta dall’altro.
Non sono escluse le minacce di suicidio.
I parenti e gli amici si troveranno a provare preoccupazione crescente, sgomento, impotenza, rabbia e infine desiderio di sbarazzarsi del peso troppo gravoso di queste richieste.
Si sentiranno coinvolti in ripetuti tentativi di aiutare materialmente o emotivamente la persona sofferente, che ora sarà vittima disperata, ora giudice accusatore.
Di conseguenza chi cercherà di aiutarle proverà senso di colpa per non essere adeguato nel farlo, o per aver mancato in qualcosa e si sentirà parassitata da richieste infinite, alla lunga soffocanti, sfibranti.
La persona sarà sempre infelice, scontenta, arrabbiata o angosciata per qualcosa. In situazioni estreme raggiungerà il collasso psichico.
Quindi si riprenderà, darà ad intendere che tutto è risolto, per poi ricominciare daccapo poco dopo.
In alcuni casi seminerà zizzania tra parti coinvolte diverse. Tra chi si dà da fare e chi non lo fa. Tra i buoni e i cattivi.
Cosa fare
Ci troviamo di fronte a personalità con tratti perversi dove le gratificazioni sadomasochistiche diventano più rilevanti della speranza di una vita costruttiva.
Non è certo utile arrabbiarsi con loro pensando di scuoterle per aiutarle a reagire ma neanche assecondare il loro gioco asservendosi alle loro manipolazioni.
Utile invece, è comprendere fino in fondo di fronte a cosa ci troviamo: non si tratta di poca buona volontà, pigrizia o capricciosità, né tanto meno si tratta di calcolata malizia anche se in certi casi vi possono essere intenzionali manipolazioni che ottengono un tornaconto secondario.
Tali manipolazioni sono comunque al servizio di forze distruttive di cui sicuramente il portatore, non è conscio.
Dunque difese inconsce insorte precocemente come baluardo difensivo contro un’esperienza di dolore terrificante, intollerabile e potenzialmente disgregante e che assumono l’aspetto di una silenziosa e subdola aggressività distruttiva che evacua la rabbia violenta di cui sono portatrici.
Tale rabbia è evidentemente un’esperienza più vitale e rassicurante rispetto all’annientamento della mente, qualora dovesse sperimentare quel “terrore senza nome” di cui parla Bion (1962).
La sfida per lo psicoterapeuta
La sfida che si trova ad affrontare lo psicoterapeuta è quella di non lasciarsi ingannare dall’apparente volontà di questi pazienti di ricevere una cura e di comprendere ciò che accade nella loro mente.
Ci si può trovare a passare anni ad elaborare e sviscerare con loro avvenimenti interni ed esterni, stati mentali, sogni, pensieri e così via.
E non ci si accorge che si sta dando qualcosa che il paziente non è in grado di assimilare, dato che ci troviamo di fronte all’assenza dell’apparato per pensare, anche se apparentemente non è così.
In altri termini questi pazienti hanno un funzionamento del tutto fittizio e ingannevole, caratterizzati come sono da un pensiero concreto di tipo psicotico, dietro l’apparente capacità di utilizzare il pensiero simbolico.
Se ci si sofferma sul contenuto dei loro discorsi spesso del tutto ragionevoli, invece di osservare l’impatto che queste persone hanno sul nostro modo di sentirci, ci si trova a vagare per anni in un territorio sempre più intricato.
Possono aver fame (di comprensione, conoscenza, consapevolezza) ma la loro fame non si può risolvere donando loro del buon cibo, dato che nel tempo il loro apparato digerente, a causa delle gravi carenze nell’accudimento primario, ha sviluppato una specie di reazione di rigetto.
Un pò come in quelle malattie autoimmuni, dove difese ipertrofiche finiscono con l’attaccare il corpo ancora sano, invece di proteggerlo dagli agenti patogeni.
Ci si può quindi illudere che raggiungendo l’interpretazione perfetta rispetto a ciò che si osserva in seduta si offrirà al paziente qualcosa di molto utile alla comprensione del funzionamento della propria mente, ma tale interpretazione, lungi dal portare ad un progresso nella cura, sortisce l’effetto esattamente opposto.
Avremo quindi diversi tipi di risposta tutti con un denominatore comune: quello di boicottare il successo della cura.
Comportamento di questi pazienti
In quanto terapeuti, come dice la Joseph ” … ci si trova di fronte ad un assalto alla propria personalità, al proprio corpo e alla propria mente” (1991).
Questo “assalto” avviene in maniera inconscia ed ha lo scopo di impedire al terapeuta di destabilizzare l’equilibrio psichico faticosamente tenuto in piedi.
Tutto ciò che farà o dirà il paziente servirà a rendere l’analista cieco rispetto a quanto sta veramente accadendo dietro l’apparente collaborazione.
Allora il paziente potrà apparentemente trovarsi d’accordo con le osservazioni dell’analista e addirittura farne tesoro, ma successivamente avere una ricaduta e un aggravamento proprio di quegli aspetti di sé che sembrava aver compreso maggiormente.
Oppure lascerà cadere nel vuoto le parole del terapeuta, proseguendo con le proprie lamentele. Lasciando all’analista la responsabilità di sollecitare il paziente.
O ancora potrà mettere in discussione quanto detto introducendo il discorso con un “si ma…” attirando l’analista in discussioni infinite.
In alternativa potrà riferire le cose in modo da provocare un atteggiamento di disapprovazione, soddisfacendo così le proprie aspettative masochistiche.
Ci saranno dei casi in cui il paziente si approprierà del sapere dell’analista anticipando le interpretazioni che immagina di ricevere, come se presumesse di sapere già tutto di lui e di ciò che farà o dirà, dandolo così per scontato in una sorta di subdola sottovalutazione, altri in cui sembrerà dimenticare o fraintendere o banalizzare o non capire affatto in una vera e propria aggressione passiva.
Potrà perfino capitare che il paziente critichi l’analista perché ha fornito un’interpretazione sentita come corretta ma data troppo tardi. Il paziente cioè sperimenterà non gratitudine per la comprensione ricevuta su di sé, ma al contrario rabbia per non averla ricevuta prima.
Oppure farà di tutto per indurre l’analista ad allearsi con lui in qualche questione per poi dubitare della sua approvazione una volta ottenuta.
Potrà cercare anche di indurre il suo terapeuta a tollerare o addirittura mettere in atto tutta una serie di infrazioni alle regole da lui date, rendendolo cieco di fronte a tali infrazioni.
Il vissuto del terapeuta sarà di volta in volta di frustrazione, rabbia, sollecitudine estrema, giudizio morale e così via.
E in ogni caso la relazione assumerà i contorni di un rapporto sadomasochista, dato che in alternanza, ad uno dei due membri della coppia sarà assegnato un ruolo di controllo e all’altro di vittima passiva.
Se il terapeuta, invece di osservare queste sottili manipolazioni all’interno della relazione, si impegna sempre più tenacemente nel seguire il paziente, quest’ultimo lo avrà neutralizzato.
Il movente segreto
In questo modo si realizza l’intento inconscio del paziente di ottenere una gratificazione immediata di natura tossicomanica e perversa e al tempo stesso di preservare un equilibrio psichico ottenuto al prezzo della salute mentale.
L’analista viene perciò messo nell’impossibilità di raggiungere l’obiettivo della cura cioè la consapevolezza.
L’alternativa per il paziente sarebbe quella di essere costretto ad affrontare un terrore arcaico contro cui tali baluardi inconsci si sono schierati.
Ma la vera vittima di questo attacco non è l’altro bensì una parte del sé, quella per l’appunto potenzialmente sana e desiderosa di collaborare a livello cosciente, ma troppo debole per farcela.
Vissuto con i pazienti che non fanno progressi
Il terapeuta deve combattere contro il senso di impotenza, disperazione e stanchezza che una tale situazione provoca e che è poi la stessa che il paziente sente dentro di sé e non è detto che alla fine non venga sconfitto da essa.
Inoltre deve essere vigile di fronte alla facile seduzione del fraintendimento.
Infatti con questo tipo di pazienti è inconsciamente indotto ad adeguarsi a determinate aspettative altrettanto inconsce del paziente.
Si troverà ad assumere allora vari ruoli: il maestro onnisciente, il genitore severo e punitivo, la madre ipercomprensiva, l’intellettuale erudito, e così via.
Spesso l’analista scoprirà di essere l’unico a pensare e desiderare un progresso nella comprensione, laddove il paziente sembrerà del tutto passivo.
In tutti i casi sarà perduta la possibilità di procedere perché tali ruoli saranno quelli prestabiliti dal copione inconscio e garantiranno la staticità della situazione, nonché l’equilibrio consolidato e patologico del paziente.
Non è certamente facile dunque riuscire ad individuare tali attacchi al lavoro dell’analista e allo stesso tempo promuovere nel paziente la comprensione di essi.
Per questo quando si parla dei trattamenti psicoanalitici come di qualcosa che ha a che fare con tempi interminabili, non ci si rende conto del fatto che, a volte, si fa riferimento a questo tipo di disturbi con cui gli psicoanalisti si misurano, le cui insidie sono molteplici sia per il paziente che per il terapeuta.
Aiutare queste persone
Se si vuole aiutare questi individui che non migliorano dunque, è fondamentale comprendere la sottile manipolazione in atto e al tempo stesso la reale angoscia sottostante.
Si deve avere la lucidità sufficiente per osservare gli effetti che la relazione con loro induce su di noi e su tutto l’entourage che le circonda, per non essere trascinati involontariamente all’interno dei ruoli assegnati, compresi quelli di coloro che si schierano a favore o contro l’aiuto alla persona.
Dato che l’impatto emotivo della relazione con loro è molto potente ed ha un effetto narcotizzante, ci si può sentire forzati ad agire.
Ciò significa che è in atto una manipolazione e se ci si sente fagocitati è tempo di porre un limite.
D’altro canto accade spesso che il comportamento patologico di queste persone sia sostenuto dai familiari, di solito almeno uno dei due genitori, che condividono, più o meno attivamente, lo stesso sistema di funzionamento manipolatorio.
Si tratta di genitori che mantengono un legame simbiotico e distruttivo con la persona in questione e che non tollerano una sua emancipazione verso la salute perché potrebbero subire esse stesse un crollo depressivo.
Così, anche se a volte chiedono aiuto per i propri figli, in realtà, appena questi fanno qualche progresso fanno in modo di farli retrocedere.
Non è raro che questi genitori spesso attacchino proprio il terapeuta sentito come una minaccia per la simbiosi, invece di sostenere il suo già improbo lavoro.
Dunque la situazione è molto complessa e non ci si deve lasciare indurre a credere illusoriamente nelle facili soluzioni e nel potere di una zelante buona volontà.
Non ci si deve neppure lasciar trascinare ad esprimere un facile giudizio nei confronti del malato o di chi gli è vicino, spesso messo in cattiva luce, in modo più o meno sottile, dal malato stesso.
Il modo migliore per aiutare queste persone è cercare di osservare il tipo di relazione che si instaura con loro piuttosto che lasciarsi ingannare dalle loro parole.
Inoltre è essenziale rimanere neutrali nei confronti delle varie parti in gioco ed eventualmente agire solo dopo aver esaminato accuratamente tutti gli aspetti della situazione che comprendono: la persona in questione, il suo entourage e le relazioni reciproche tra le parti.
E’ bene mantenere un rapporto di dialogo collaborante con le varie parti in causa, terapeuta compreso.
Questo vale anche e soprattutto per noi terapeuti che siamo chiamati costantemente a vigilare sulla modalità con cui si esplica la relazione con i nostri pazienti, prima ancora che ad analizzare i contenuti portati in seduta, come se questi riguardassero loro, ma non noi.
Ancora una volta in queste situazioni gravi, consapevolezza e integrazione delle varie parti in gioco, interne o esterne al paziente, sono le armi più efficaci per sperare di promuovere il cambiamento.
Oggi si assiste alla proliferazione di problematiche psicopatologiche di tipo narcisistico, mentre in passato prevalevano quelle nevrotiche.
Cosa significa questo?
Che è molto più rilevante per le persone riuscire ad offrire un’immagine di sé socialmente adeguata, che non occuparsi del rapporto con la propria coscienza morale.
Ciò implica che non contano tanto i comportamenti messi in atto, né le loro reali intenzioni sottostanti, quanto il fatto che essi appaiano corretti e lodevoli agli occhi dei più.
In questo senso si può cercare una popolarità a buon mercato, sfruttando e manipolando le emozioni altrui.
Ad esempio azioni legate alla beneficenza e all’aiuto del prossimo possono nascondere una volontà di potenza o desiderio di prestigio sociale.
Grandi ideali possono mascherare interessi personali o fughe da sensi di inferiorità.
Senso di colpa e vergogna
Se in passato il senso di colpa era il principale artefice della sofferenza psichica, adesso il problema verte intorno al sentimento di vergogna per non valere abbastanza e non apparire adeguati.
Tale sentimento acquista un sapore arcaico, di persecutorietà estrema, che si traduce nel timore di ricevere un giudizio negativo dal gruppo, rappresentativo di un’imago materna molto persecutoria.
Un banalissimo esempio dell’asservimento generale al giudizio della collettività lo ritroviamo nel meccanismo dei like sui social, che rappresenta la fatiscente sicurezza dell’approvazione sociale e del sentirsi ok.
Purtroppo in alcuni casi ciò comporta anche che un’azione approvata dal gruppo diventi lecita indipendentemente dal fatto che lo sia davvero e senza che ciò susciti alcun tipo di conflitto all’interno dell’individuo che la compie.
Viceversa si può arrivare ad un obnubilamento della propria coscienza per timore della disapprovazione sociale. Ciò sta alla base della collusione con i comportamenti delinquenziali di chi gode di una posizione di potere nel gruppo di riferimento
Il cosiddetto Super-io individuale freudiano perciò è stato sostituito da una sorta di istanza critica a matrice gruppale e quindi estremamente regressiva.
Se non si è all’altezza delle aspettative del proprio gruppo e degli standard da esso proposti nei più svariati ambiti, si è a rischio di depressione persecutoria che si esplica con l’angoscia di ostracizzazione.
I giovani adolescenti sono particolarmente soggetti a queste pressioni per la loro implicita condizione dovuta alla fase evolutiva.
Tuttavia spiegare queste dinamiche che portano sempre più frequentemente al suicidio o ad atti autolesivi, con la fase dello sviluppo è limitato e fuorviante.
Manipolazione e narcisismo
Le strutture di personalità narcisistiche sempre più diffuse, a fronte di una società che incoraggia l’uso sfrenato delle apparenze e della soddisfazione immediata, sono più facilmente soggette a questo tipo di angosce.
Per questo fanno un uso massiccio della manipolazione della realtà quale meccanismo difensivo.
Essa funziona in modo molto simile al linguaggio pubblicitario diffuso dai media allo scopo di vendere il prodotto e fa leva sui bisogni emotivi inconsci dell’altro (siano essi riferiti a desideri o paure).
Proprio nel momento in cui non si è consapevoli di un bisogno si diventa vulnerabili alla manipolazione.
Se si è sottoposti a manipolazione può essere difficile mantenere un sufficiente senso critico e molte sono le vittime che non vedono i molteplici inganni di chi sa sfruttare i luoghi comuni del senso morale.
Un esempio lo abbiamo nel rapporto tra narcisista perverso e vittima co-dipendente, la cui situazione di abuso è invisibile agli occhi dei familiari e degli amici i quali sono abbagliati dal comportamento esteriormente perfetto del narcisista.
Un altro esempio, lo troviamo in famiglie apparentemente funzionanti, in cui uno dei due genitori o entrambi occupano ruoli socialmente approvati e che all’interno del nucleo familiare portano avanti più o meno consapevolmente comportamenti che si configurano come vere e proprie violenze di natura psicologica, quando non fisica, nei confronti di uno o più figli.
Spesso in queste famiglie uno dei figli è la vittima designata e l’altro il pupillo di uno dei due genitori, cosa che mette sotto scacco tutti i membri della famiglia.
Quello che è essenziale notare qui è la compresenza di comportamenti contraddittori a seconda del contesto relazionale e sociale.
Tale contraddizione nasce dalla necessità di nascondere agli altri ma anche a se stessi l’estrema fragilità interiore percepita come minaccia alla propria sopravvivenza psichica.
Il nucleo della problematica narcisistica
E qui si manifesta il nucleo della problematica narcisistica, basato su una estrema dipendenza dall’altro, una dipendenza invidiosa e carica di rabbia che porta l’individuo a distruggere sistematicamente ogni buona relazione con i propri oggetti interni ed esterni, rendendo impossibile la costruzione di una personalità solida.
La conseguenza è la percezione di estrema fragilità del sé e l’utilizzo di meccanismi difensivi compensatori quali onnipotenza, svalutazione, scissione e proiezione.
Tali meccanismi portano a distorsioni sistematiche della realtà relazionale, che viene sottoposta a massicce manipolazioni volte a tenere l’altro sotto controllo.
Tutti gli aspetti rifiutati del sé (sentimenti, stati d’animo, intenzioni, bisogni, desideri, angosce) vengono separati dal resto della personalità (scissione) e attribuiti all’altro (proiezione), che per questo diventa oggetto di un attacco feroce.
I genitori di questi individui hanno personalità spesso caratterizzate da nuclei narcisistici, tratti depressivi, aggressivi e profonda anaffettività.
Essi nutrono aspettative di successo sociale da parte dei figli e sono indifferenti nei confronti dei loro bisogni, spesso perchè non sono nemmeno in grado di percepirli, data l’urgenza soffocante di pressioni interne.
I bambini di tali genitori soffrono di pesanti carenze affettive, si sentono non visti, non considerati nei loro reali bisogni ma sottoposti a richieste esigenti e tiranniche.
Sentono di meritare l’affetto solo se in cambio soddisfano le attese genitoriali. Un affetto vincolato dunque a un ricatto.
Questo costituisce la base dell’apprendimento alla manipolazione e della rabbia rivendicativa perennemente presente nei loro rapporti e li espone al bisogno estremo di approvazione altrui per meritare la quale sono disposti a fare carte false, spesso non preoccupandosi di passare sul cadavere di qualcuno, purché questo qualcuno non disponga di alcun potere sociale e si presti perciò a diventare il ricettacolo degli aspetti di sé rifiutati.
Si tratta di un ciclo di violenza che si perpetua in maniera più o meno velata e che miete sempre più vittime nei vari strati sociali.
Diventare consapevoli
Fondamentale quindi è imparare a sviluppare la consapevolezza degli stati d’animo che muovono le nostre azioni più che il grado di approvazione che sono in grado di riscuotere.
Imparando a vigilare sul bisogno coatto di offrire un’immagine brillante e socialmente accettata si può entrare in contatto con i timori di dipendenza che indeboliscono la nostra personalità.
Sempre di più oggi siamo chiamati a monitorare accuratamente ogni segnale di insoddisfazione, rabbia o inadeguatezza proveniente dal nostro mondo interno, senza tacitarlo con le facili “droghe” offerte dal mercato e dai rapporti sociali.
Questo allo scopo di imparare a non colludere con soggetti manipolatori e pericolosi, che entrano in risonanza con il nostro narcisismo.
In sintesi se ci siamo liberati dalla tirannia di una coscienza morale rigida e obsoleta che, in una società di tipo patriarcale, imponeva tabù sessuali e religiosi e provocava conflitti interni laceranti, ora in un’apparente libertà di costumi, dobbiamo imparare a fare a meno della forse ancora più grave tirannia delle aspettative sociali che ci obbligano ad apparire vincenti, buoni e capaci.
Azioni apparentemente lodevoli, qualora siano mosse, in maniera più o meno cosciente, da intenti volti ad ingrandire il proprio ego, in ultima analisi non potranno sortire effetti realmente positivi, se non altro perché avranno contribuito ad aumentare il livello di inconsapevolezza collettivo, cioè la confusione tra ciò che è e ciò che appare.
Una società dove tutto va bene ad ogni costo, è il terreno migliore per la proliferazione parassitaria di abusi nascosti che nessuno vede perché nessuno li vuole vedere.
Abbiamo il dovere di proteggere le vittime di tali abusi a partire da noi stessi.
Quando si viene abbandonati da una persona significativa ci si trova di fronte ad una situazione che provoca delle tensioni altamente regressive.
Si viene cioè esposti alle angosce primarie che hanno caratterizzato il percorso evolutivo di ciascuno.
O per dirla in termini più semplici, a livello emotivo e affettivo si è sbalzati all’indietro di parecchi anni e si attivano stati mentali tipici del bambino molto piccolo.
I Parte
L’impatto del primo anno di vita
Facciamo un discorso generale: il rapporto del bambino con la propria madre è caratterizzato da una serie di tappe evolutive che, anche quando si svolgono senza particolari intoppi, prevedono un certo grado di frustrazioni prodotte dal fatto che la madre non è sotto il suo controllo e può per questo disattendere le sue aspettative.
Ogni volta che il grado di frustrazione supera una certa soglia di tollerabilità, nel bambino dei primi mesi di vita, insorgono angosce di morte percepite in forma persecutoria.
Ad esempio: il neonato ha fame e reclama il nutrimento che deve arrivare entro un certo tempo. Oltre questo tempo la frustrazione può rapidamente trasformarsi in angoscia dato che egli sperimenta un grado di eccitazione psico fisica impossibile da elaborare senza l’aiuto materno (tralascerò il caso in cui la soddisfazione avvenga troppo precocemente rispetto alla richiesta, sulle cui conseguenze mi soffermerò in altri articoli).
Tale eccitazione viene sentita come potenzialmente distruttiva.
Le esperienze frustranti e perciò cariche di angoscia quindi provocheranno stati di eccitazione rabbiosa vissuta come pericolosa.
Il bambino per proteggersi dalle conseguenze di tali esperienze impara a separarle difensivamente da quelle buone e soddisfacenti.
A tale suddivisione corrisponde una equivalente separazione tra aspetti buoni e cattivi di sé e dell’oggetto-mamma (si veda per questo il mio articolo “psicoterapia del bambino e capacità di amare).
Se la situazione rientra in un tempo utile, grazie all’intervento della madre, il bambino vive alla fine una sensazione di contenimento (esperienza buona).
Su esperienze ripetute di contenimento si costruiscono le basi della struttura del sé e una adeguata fiducia di base.
Più nel dettaglio, potendo contare su una certa solidità delle esperienze buone di sé e dell’altro, (dapprima con la madre e in seguito con entrambi i genitori) il bambino sarà in grado di integrarle con le esperienze cattive senza pregiudicarne la bontà di fondo.
A questa maggiore capacità di integrazione corrisponderà una maggior creatività e capacità di riparare ad eventuali danni e in definitiva di amare.
In altre parole la struttura del sé diventa abbastanza forte da reggere di fronte a potenziali situazioni di frustrazione superandole in modo tale da risultarne arricchita e rinforzata.
Quando le cose si complicano…
Le cose si complicano invece, quando queste prime fasi dello sviluppo sono state caratterizzate da un eccessivo grado di frustrazione, quindi di distruttività e di conseguente angoscia di morte. La struttura del sé ne risulterà danneggiata.
In cosa consiste questo danno? Anzitutto nel fatto che sarà più difficile tenere separate esperienze buone e cattive.
Come conseguenza l’immagine buona di sé e dell’altro sarà più facilmente attaccabile dalle parti cattive di sé e dell’oggetto.
In parole povere il mondo esterno diventerà nemico e la mente sarà facilmente invasa da senso di persecuzione e angoscia per la potenziale distruzione di tutto ciò che è buono.
La speranza di riparare i danni sarà minore, così come minori saranno le capacità creative e di amore.
Per riassumere…
In generale dunque di fronte a situazioni della vita molto frustranti, come nel caso di un abbandono, si tornerà a sperimentare la medesima angoscia, nel medesimo grado, delle primissime tappe dello sviluppo.
E diventerà molto più difficile farvi fronte qualora le spinte distruttive siano state più potenti di quelle costruttive.
In questo caso il rischio di essere esposti ad una depressione sarà maggiore.
Perciò l’abbandono da parte di una persona amata può assumere diverse connotazioni a seconda della propria storia evolutiva.
II Parte
Quando si viene abbandonati: cosa succede
Faccio due premesse.
La prima: descriverò le cose in modo volutamente schematico e semplificato per facilitarne la comprensione.
La seconda: quanto sto per descrivere accade secondo modalità che, per ciascuno, saranno distribuite lungo un continuum i cui poli saranno caratterizzati da esperienze di intensità devastante da un lato ed esperienze dolorose ma gestibili, al polo opposto. Il punto in cui ci si troverà su questo continuum dipenderà dalla struttura di personalità, che, come ho spiegato, a sua volta è determinata in gran parte dalla storia evolutiva.
accettare la realtà
Cosa fare se una persona amata ci abbandona?
Qui è da capire una cosa fondamentale: non ci si può fare niente.
E’ proprio questa l’esperienza più angosciante: scoprire che si è completamente impotenti di fronte al libero arbitrio dell’altro.
Dunque la prima titanica impresa è quella di arrivare ad accettare questa semplice verità dei fatti.
Essere abbandonati da un oggetto amato equivale ad un vero e proprio lutto, anche se la perdita avviene su un piano ideale. La persona non è morta ma è andato perduto il suo amore.
Il necessario distacco dall’oggetto sul quale vi era stato un forte investimento affettivo avviene lentamente e con grande fatica, infatti “tutti i ricordi e le aspettative con riferimento ai quali la libido era legata all’oggetto vengono evocati e sovrainvestiti uno a uno, e il distacco della libido si effettua in relazione a ciascuno di essi”(Freud, 1915).
L’ambivalenza
Una seconda impresa da giganti consiste nell’accettare il fatto di essere attraversati da stati mentali opposti che ci rendono simili ad una fogliolina sbattuta di qua e di là da un vento capriccioso e alterno.
L’abbandono da parte di un oggetto amato infatti porta con sé l’intensificarsi dell'”ambivalenza”.
Sentimenti contrapposti, concomitanti ed estremi di amore e di odio, di struggimento e rabbia mettono a dura prova la capacità di integrarli tra loro, in una sintesi finale che abbia esito positivo.
Anche se sembra che l’odio o la rabbia prevalgano a causa del fatto che si è stati abbandonati e quindi traditi, tuttavia quello che paradossalmente complica le cose è che c’è ancora una dose di amore inestricabilmente intrecciata con l’odio e al tempo stesso inconciliabile con esso, nei confronti di quello stesso oggetto.
Ecco perché si è tentati di svalutare completamente l’altro in modo da non dover fare i conti con la trappola dei sentimenti opposti a causa dei quali diventa ancora più difficile liberarsi dalla dipendenza nei suoi confronti.
La retrocessione alla posizione schizoparanoide
L’autrice M. Klein ci spiega che le due posizioni fondamentali dell’essere umano e poste in sequenza nel primo anno di vita, caratterizzeranno in alternanza tutte le tappe fondamentali del ciclo di vita (Klein, 1935).
Ogni qualvolta infatti, ci troveremo ad affrontare situazioni critiche sarà più difficile mantenere l’assetto mentale tipico della posizione più evoluta cioè quella depressiva, caratterizzata da capacità di integrare aspetti opposti di sé e dell’altro, con le conseguenti capacità di creare e amare.
Ogni situazione difficile della vita comporta uno stato di crisi che rimanda al senso di minaccia originario nel quale ci si sente aggrediti dall’interno e dall’esterno da qualcosa che va ad intaccare la sicurezza di parti buone del sé.
L’abbandono da parte di una persona prima amata e ora odiata è a tutti gli effetti un attacco alla stabilità delle buone relazioni interiorizzate. Tale attacco potrebbe rendere necessario difendersi ricorrendo al primitivo meccanismo della “scissione” tra aspetti buoni e cattivi dell’esperienza.
Gli aspetti cattivi verranno espulsi e proiettati nelle relazioni del mondo esterno.
L’altro diverrà un nemico e si intensificherà in generale il senso di persecuzione.
Il vuoto
Il rimpianto nei confronti di chi ci ha abbandonato può portare a sentirsi svuotati e privi di valore e questo quanto più avevamo riposto nell’altro parti buone di noi stessi.
Anche qui ci viene in aiuto M. Klein (1946) quando ci spiega che il neonato mette, letteralmente, dentro la madre i propri stati d’animo intesi come parti di sé.
La madre, dal canto suo, essendo in totale contatto col proprio bambino dà un significato alle esperienze caotiche dei primi mesi di vita restituendogliele in forma digeribile e comprensibile e contribuendo così alla costruzione della sua mente (Bion, 1962).
In questo modo si strutturano e definiscono i confini della mente del piccolo umano, con la conseguente capacità di differenziare il sé e l’altro, il mondo interno dal mondo esterno.
Se per qualche ragione questo processo subisce degli intoppi il bambino continuerà a proiettare disperatamente nella madre stati mentali, bisogni e parti di sé sentendo che esse non gli appartengono più.
La conseguenza sarà un progressivo svuotamento della personalità, un impoverimento percepito appunto come vuoto incolmabile oltre che come un ingigantirsi della minaccia persecutoria.
Quindi nel momento in cui si viene abbandonati si è soggetti ad una esperienza percepita a diversi gradi, come perdita di significato e di valore.
L’attacco all’immagine di sé
Chi viene abbandonato, percepisce tale abbandono come un rifiuto della propria persona.
Quindi non abbiamo a che fare solo con la perdita dell’oggetto amato, cosa già di per sé complicata da elaborare, ma con un attacco alla propria immagine di sé, al proprio narcisismo. L’angoscia di morte riguarderà anche se stessi: morte della propria identità.
L’identità di ciascuno di noi inizia a costruirsi attraverso lo sguardo materno. Se la mamma ci ha guardato con sguardo amorevole, noi abbiamo avuto la fortuna, specchiandoci, di vedere un’immagine riflessa arricchita dal suo sguardo(Mc Dougall, 1982).
Questa esperienza, assieme a quella vissuta con altri oggetti significativi, a poco a poco è divenuta la nostra immagine di noi stessi. Dai primi abbozzi di identità fino ad una identità ben strutturata.
Ora, quando l’altro ci abbandona, noi interpretiamo questo fatto come se fosse un rifiuto equiparabile a quello da parte della figura primaria che ha dato origine alla nostra stessa persona.
Questo perché il valore del nostro sé e la nostra identità si sono costruiti nella relazione con l’altro.
I sentimenti di colpa, indegnità e svalorizzazione del sé
Sentimenti di colpa e svalorizzazione del sé possono tormentare la mente di chi viene abbandonato, specialmente se la relazione primaria con la madre è stata carente.
Freud nel saggio “lutto e melanconia” (1915) descrive cosa accade quando l’attaccamento all’oggetto perduto è di tipo narcisistico e quindi basato sulla permanenza inconscia del legame simbiotico originario.
Ogni forma di investimento “libidico” si stacca dall’oggetto amato ma invece di essere gradualmente re-investito in nuovi interessi, come avviene nell’elaborazione del lutto normale, viene riportato dentro l’Io.
In altre parole la persona abbandonata si identifica completamente con l’oggetto perduto e per questo rivolge a sé l’odio riservato ad esso.
Tale odio è quello originario riservato ad una madre gravemente insoddisfacente durante le prime poppate. In esse vi erano tutta la fame e la voracità accentuate dalla frustrazione.
L’oggetto amato diventa un pasto divorato e distrutto e il sé identificato con esso subisce lo stesso destino. Questo processo è all’origine delle depressioni più gravi (Abraham, 1924).
III Parte
Quando si viene abbandonati: sfatare un mito
Anzitutto è fondamentale differenziare chi siamo da ciò che ci è successo.
L’altro ci abbandona per la propria situazione interna ed esterna e per il modo con cui essa si è intrecciata con la nostra.
Perciò possiamo interrogarci sul contributo che abbiamo dato, coscientemente o meno, a quanto ci è accaduto, senza però trarne un giudizio di valore su noi stessi.
In secondo luogo la sensazione di non poter sopravvivere senza l’altro è quella del neonato che non sarebbe sopravvissuto senza la mamma.
Si tratta di un passato remoto che si ripete nell’attualità della nostra esistenza almeno finché non facciamo luce su di esso.
Gran parte del dolore viene dal sentire che l’altro porta via con sé tutto ciò a cui si dava valore, mentre l’immagine di noi si sgretola.
Questo è un dolore originario perché rimanda alle prime esperienze, quando lo sguardo della madre era tutto per capire chi fossimo e un suo volgerlo lontano da noi significava non esistenza del sé. Quando la perdita della sua attenzione significava timore di non esserci più, una sua inaccessibilità emotiva voleva dire assenza di significato e una sua assenza fisica significava potenziale rischio di morte…
Ma ora non è più così.
La sfida da affrontare
Ritengo che la sfida per ogni essere umano consista nello scoprire chi siamo al di là delle esperienze biologiche e psicologiche legate alla nostra ontogenesi.
Ma per farlo dobbiamo prima comprendere dove ci collochiamo all’interno di esse.
Ora in questo ammasso di lavoro per la psiche che stenderebbe Maciste, c’è una buona notizia: se si riesce a non farsi prendere dal panico è possibile fare un’esperienza unica di rimaneggiamento radicale del proprio sé.
Da soli o, se necessario, con l’aiuto di qualcuno, questa è l’opportunità che si offre quando si viene lasciati.
Il segreto è comportarsi come Ulisse quando voleva ascoltare il canto delle sirene. Legato all’albero maestro della sua nave è rimasto immobile a sentire ogni nota di quella musica mortale.
Ma proprio perché legato non è morto.
Ed ecco la metafora: rimanere immobili ad osservare. Il che equivale a dire: non lasciarsi trascinare ma confidare in questa incredibile capacità a disposizione di ciascuno di noi di osservare ciò che accade.
In questo senso la psicoanalisi offre un’opportunità enorme di praticare questa disciplina e di prepararsi ad essa.
All’inizio infatti è il terapeuta che mette a disposizione le sue funzioni osservative, analitiche e di contenimento mentre gradualmente verranno acquisite dal paziente.
La capacità di fare silenzio e di sostare in esso è indispensabile a qualsiasi psicoanalista se vuole essere in grado di ascoltare ciò che accade tra lui e il suo paziente, in attesa che affiori un significato cui dare voce.
Praticare l’osservazione
Ma se vi sentite in grado potete provare a mettere in pratica l’osservazione da soli, anche se sconsiglio di farlo alla leggera e senza alcun tipo di guida, specialmente se sentite di stare molto male.
Prendete in ogni caso tutte le informazioni possibili sulla vostra situazione, confrontatevi con persone che sappiano di cosa state parlando, leggete libri, guardate video. Insomma trovate tutto ma proprio tutto quello che c’è da fare e da sapere in modo da non essere colti alla sprovvista.
Come quando si affronta un territorio sconosciuto, bisogna raccogliere le osservazioni di chi lo ha già esplorato per non attraversarlo da sprovveduti.
Ma l’informazione non basta. Essa serve a dare un’idea dei nomi da dare a quanto troveremo, nel momento in cui ci lasceremo attraversare dalle più o meno violente turbolenze emotive che passeranno dalle nostre parti.
Quando l’altro se ne va è come se portasse via con sé delle parti di noi. Quanto maggiore è stato l’investimento da parte nostra, tanto più ci sarà la percezione di essere svuotati. Come se dentro di noi e nella nostra vita non rimanesse niente di significativo e tale da meritare la nostra attenzione e il nostro desiderio.
Allora questo è il mito da sfatare, la percezione distorta, l’illusione più potente e dannosa.
L’amore come crescita spirituale
Anche quando si viene abbandonati stiamo confrontandoci con un’esperienza che riguarda la relazione con il nostro oggetto d’amore. Comunque essa si configuri nel momento presente, ci dice qualcosa di noi e di come ci siamo strutturati.
In questo senso è una cartina di tornasole per capire a che punto ci troviamo nella nostra evoluzione personale.
Si può individuare il percorso da seguire e la meta da raggiungere solo se si conosce il punto in cui ci si trova in un determinato momento.
Per questo vale la pena di utilizzare l’esperienza della perdita della persona amata per conoscersi a fondo e quindi ridefinire la propria identità, autodeterminandosi.
Nell’atto di osservare essendo pienamente presenti a sé stessi, ci si dona uno sguardo amorevole e compassionevole, cioè privo di giudizio. Questo sguardo lo paragonerei alla bellezza dell’incontro degli occhi della madre con quelli del suo bambino.
Quando la madre non sia assorbita da urgenze interne prevaricanti, questo incontro dà al bambino la sensazione di esistere e di avere valore.
Così quando attraverso l’osservazione liberiamo la nostra mente dai suoi pressanti bisogni e la accogliamo nel silenzio, possiamo sentire di esserci al di là della situazione contingente e questo gradualmente ci libera dal peso della nostra vecchia identità, donandoci una consapevolezza capace di andare oltre la nostra storia e la nostra percezione soggettiva.
Ed è questo che costituisce il fondamento dell’amore universale.
Quell’amore che, libero da attaccamenti contingenti e soggettivi, si può dare nella libertà perfino a chi ci ha abbandonato.
Bibliografia
Abraham, K. (1924) Perdita dell’oggetto e introiezione nel lutto normale e negli stati psichici anormali, in Opere, vol. I Torino, Boringhieri 1975
Bion, W. R. (1962) Learning from Experience, trad. it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1988.
Freud, S. (1915) Trauer und Melancholie, trad. it. Lutto e melanconia, in Opere, vol. VIII Torino, Boringhieri, 1967-1980.
Klein, M. (1935) Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressivi, in Scritti 1921-1958, Torino, Boringhieri, 1978.
Klein, M. (1946) Alcuni meccanismi schizoidi, in Scritti, 1921-1958, Torino, Boringhieri,1978.
Mc Dougall, J. (1982) Teatri dell’Io, Cortina, Milano, 1988.
Un argomento che mi sta a cuore è quello che riguarda il rapporto con i genitori dei bambini in terapia.
Questo argomento è molto vasto perciò sarà opportuno sviscerarlo in più articoli.
Per prima cosa mi soffermerò sulle grandi difficoltà che devono affrontare i genitori quando portano il loro figlio da un terapeuta.
Ci vuole molto coraggio e molta generosità ad affrontare anche solo l’idea di affidare i propri figli alle cure di qualcun altro.
Questo è tanto più vero quanto più i bambini sono piccoli e quindi ancora legati da un rapporto di natura simbiotica soprattutto con la propria madre.
Un genitore deve sentire che affidare il proprio bambino allo psicologo è la soluzione migliore per lui.
Questo spesso accade perché tutte le altre soluzioni sono state fallimentari.
In genere quando i genitori arrivano a rivolgersi allo psicoterapeuta sono in questo tipo di condizione mentale: sentono che le loro risorse si sono esaurite e quindi sono disposti a farsi guidare da una persona “esperta”.
Quando hanno il loro primo incontro con questa persona sono pieni di dubbi, timori, insicurezze e angoscia, ma anche di aspettative e speranze.
Temono di aver sbagliato tutto, di essere giudicati, di mostrare le loro pecche. Si sentono prevalentemente in colpa, ma anche arrabbiati ed esasperati.
Tutto questo li mette nelle condizioni di provare un iniziale sollievo quando finalmente riescono a mettere in parole pensieri e sentimenti confusi e a fare chiarezza con una persona che sentono capace di dare dei contorni più definiti ai loro fantasmi.
Ed è così che in fondo al tunnel sembra farsi un pò di luce.
Ma questo stato mentale dura poco.
Le difficoltà dell’alleanza con i genitori dei bambini in terapia
La breve durata dell’entusiasmo iniziale è uno dei problemi dell’alleanza con i genitori, su cui oggi mi vorrei soffermare.
Passato il primo momento, carico di buona volontà, poco per volta subentra lo stato di affaticamento dovuto al fatto che le cose non vanno praticamente mai secondo le aspettative.
Queste aspettative riguardano i tempi e i modi in cui il bambino dovrebbe cambiare.
I genitori, anche in questo contesto, fanno l’esperienza dell’ imprevedibilità della vita e della sua naturale tendenza a sfuggire ad ogni tentativo di ridurla al proprio controllo.
Pensano che il terapeuta, essendo un esperto, produca un cambiamento in tempi brevi e nella direzione da loro immaginata.
E laddove le cose sono sfuggite loro di mano, si illudono che non succeda ad un terapeuta sicuramente dotato di capacità quasi magiche.
Di fatto questo non accade perché in genere la questione che si va ad affrontare è di solito più complessa di quanto si riesca a comprendere al momento della presa in carico, e questa complessità si dispiega un pò alla volta.
E a poco servirebbe anticipare le varie tappe del cammino con accurate spiegazioni.
Un tale resoconto introduttivo, nonostante venga puntualmente fatto, sarà presto dimenticato perché non accompagnato dal supporto dell’esperienza concreta.
I genitori perciò, sono praticamente costretti, insieme al terapeuta, a fare esperienza di quella che il poeta inglese John Keats (1817-1818), poi ripreso dallo psicoanalista W. Bion (1970), chiama “capacità negativa”.
Essa consiste nella capacità di sostare nell’incertezza, nella cecità della mente razionale, nell’assenza di risposte, confidando che col tempo esse arriveranno in un modo o nell’altro.
Per poter fare questo, il terapeuta deve avere fiducia nel processo terapeutico, e i genitori devono avere fiducia nel terapeuta.
Un problema in terapia: l’aggravarsi dei sintomi
Una cosa difficile da accettare ad esempio è quella di assistere, dopo un iniziale miglioramento, ad un aggravarsi dei sintomi del bambino o al fatto di vederne comparire di nuovi.
Questo può succedere perché il paziente, con il procedere della terapia, ha finalmente l’occasione, di regredire alla fase in cui il suo sviluppo ha subito una battuta d’arresto.
Ciò significa che, come in un viaggio a ritroso nel tempo, ci troviamo improvvisamente ad avere a che fare con un bambino di età molto inferiore a quella attuale, ad esempio l’età in cui non aveva ancora raggiunto il controllo degli sfinteri.
E’ terribile per un genitore che porta il figlio in terapia nella speranza che si liberi, poniamo, di un disturbo oppositivo, trovarsi con lo stesso bambino che ora si mette a bagnare il letto.
Naturalmente questo può sembrare un segno di fallimento del trattamento e ciò, nonostante sia stato spiegato in varie maniere che prima di arrivare ad una soluzione definitiva del problema è probabile che si debba passare attraverso delle fasi critiche.
Perciò quello che sembra un aggravarsi o approfondirsi del problema non è altro che uno dei passaggi necessari per arrivare al nocciolo della questione.
Di fatto si tratta di un progresso dal punto di vista evolutivo.
Questi sono i momenti in cui è fondamentale che i genitori facciano la loro parte, che in sostanza consiste nell’avere il coraggio di fare il primo vero salto nel buio, affidandosi alle parole del terapeuta anche se possono risultare piuttosto aliene.
Bambini in terapia: un’ occasione per una terapia dei genitori
E’ evidente che in questo senso, la terapia del bambino è in realtà una terapia familiare, dato che obbliga tutti ad allargare i confini di quanto è risaputo, per ribaltare, a volte completamente, la prospettiva.
In certi casi, gli incontri previsti per i genitori non bastano.
Specialmente in situazioni gravi, nelle quali si possono verificare condizioni acute di disagio, ingestibili con le sole sedute a disposizione, può essere necessario per i genitori fare un lavoro a parte, di tipo individuale o della coppia genitoriale.
In alcuni casi è necessaria una presa in carico farmacologica del paziente designato e un lavoro con tutta la famiglia.
Ma a parte queste situazioni estreme, normalmente quella che è richiesta è una buona dose di perseveranza e la capacità di aprire la mente a ciò che è nuovo e inaspettato.
Inoltre è necessario entrare nell’ordine di idee che la persona del terapeuta è destinata a diventare parte, in qualche modo, del sistema familiare, accettando la necessaria dipendenza da lui come da un genitore.
In questo senso si risveglieranno i vissuti dei genitori nei confronti dei propri genitori e questi stati mentali influenzeranno la loro capacità di allearsi con il terapeuta.
Il terapeuta dovrà avere la pazienza di contenere le angosce dei genitori che spesso potranno manifestarsi come dei veri e propri attacchi rabbiosi nei suoi confronti dato che sembrerà diventare improvvisamente la causa di tutti i mali, come se in precedenza tutto fosse stato migliore.
La tendenza a fare del terapeuta un capro espiatorio potrà essere uno dei rischi da considerare.
E la propensione al facile giudizio, alla sfiducia e alla delusione potranno essere gli ostacoli da superare.
Il terapeuta di fatto si troverà a svolgere contemporaneamente il ruolo di un genitore ma anche di un figlio, oggetto di aspettative genitoriali.
In questo senso sperimenterà sulla sua pelle ciò a cui anche il bambino è sottoposto.
Tutto questo dovrà essere trasformato in qualcosa di utile e utilizzabile sia per proteggere la terapia del bambino, che per aiutare i genitori a comprendere meglio se stessi.
Se tutti questi ostacoli saranno superati, la terapia avrà a sua disposizione alcuni degli indispensabili presupposti per risolversi positivamente.
Riferimenti bibliografici
Bion, W. R. (1970), Attenzione e interpretazione, Armando, Roma, 1973.
Keats, J (1817-1818), Letters of John Keats, a c. di R Gittings , O.U.P., Oxford 1987, trad it. Lettere sulla poesia, Feltrinelli, Milano 1984.
Uno dei compiti della psicoterapia del bambino è quello di aiutarlo a ripristinare i normali processi evolutivi in modo che avvenga un recupero della sua capacità di amare che è alla base di una vita interiore ricca e soddisfacente.
La capacità di amare può sembrare a prima vista una conquista ovvia e scontata ma in realtà essa è il frutto di vicissitudini estremamente complesse e travagliate della vita psichica infantile.
Cercherò di descrivere i principali passaggi che, nel primo anno di vita, sono all’origine di queste vicende interiori facendo riferimento a due autori fondamentali del pensiero psicoanalitico in ambito infantile quali Melanie Klein e Donald Winnicott.
La posizione schizo-paranoide nel pensiero di M. Klein
M. Klein descrive le primissime fasi dello sviluppo del bambino come organizzate intorno ad impulsi, fantasie, angosce e difese.
Tra il 1935 e il 1948, individua precisamente due tipi di organizzazione psichica: la posizione schizo-paranoide e la posizione depressiva, che caratterizzano il primo e il secondo semestre di vita.
Con il concetto di “posizione” la Klein sottolinea l’assetto mentale in cui si trova il neonato nella sua relazione con la mamma.
Tale relazione è influenzata da fantasie legate ad impulsi sia libidici che aggressivi.
In altre parole la madre fin dalle prime esperienze del bambino è oggetto di fantasie e desideri di natura sia costruttiva (libidica) che distruttiva (aggressiva).
Winnicott in seguito descriverà molto bene le insidie insite ad esempio in una semplice poppata quando l’istinto pulsionale della fame produce voracità e aggressività nel bambino e la sua soddisfazione, lungi dal portare esclusivamente ad un senso di sazietà e quindi di quiete, può provocare anche un senso di vuoto o di “truffa” dovuto al fatto che “una fonte di godimento della vita è bruscamente scomparsa, ed egli non sa che ritornerà” (1954).
Nel periodo antecedente al sesto mese di vita dunque il bambino non è in grado di integrare tra loro queste esperienze relazionali di segno opposto. Per questa ragione nella sua vita psichica coesisteranno ma accuratamente separati, aspetti positivi e negativi di sé, della madre, e della relazione con lei.
In questo modo il bambino può proteggersi dalle conseguenze dei propri impulsi distruttivi derivanti dalla propria aggressività innata e dalle esperienze frustranti, ponendole in un oggetto cattivo che sarà vissuto come un vero e proprio nemico.
Questa situazione intrapsichica viene chiamata dall’autrice: “posizione schizo-paranoide (1946).
La posizione depressiva come tappa dello sviluppo normale
In seguito il bambino comincia a sviluppare gradualmente la comprensione che immagini opposte della madre appartengono in realtà alla stessa persona.
Questa progressiva consapevolezza dipende da una sempre maggiore capacità di integrare esperienze relazionali positive e negative che coinvolgono il sé e l’oggetto materno.
Poco a poco l’immagine di sé e dell’oggetto diventano complesse e intere.
Ora, se in precedenza tutta l’aggressività dovuta ad esperienze relazionali frustranti, era riversata sull’oggetto “cattivo” separato dall’oggetto “buono”, questa distinzione non è più possibile proprio perché, con il procedere dello sviluppo, intorno alla seconda metà del primo anno di vita, il bambino comprende che mamma buona e cattiva non sono due ma una sola.
Come dirà Winnicott nel suo articolo del 1954, “il bambino fa l’addizione e incomincia ad accorgersi che uno più uno fa uno e non due”
All’angoscia “paranoide” della fase schizo-paranoide in cui il bambino si sente come se fosse perseguitato da un nemico esterno, si sostituisce l’angoscia “depressiva”che consiste nel timore di aver distrutto l’oggetto d’amore da cui dipende interamente, con la propria aggressività.
Siamo nel pieno della “posizione depressiva”, che nulla ha a che vedere con la depressione clinica del bambino.
La posizione depressiva è considerata dalla Klein come una fase dello sviluppo normale in cui il bambino diventa capace di un’autentica preoccupazione per il destino dell’oggetto e da un profondo desiderio di porre riparo, con il proprio amore, agli eventuali danni fatti.
Tutte le spinte creative nonché la capacità di amare nel bambino e in seguito nell’adulto hanno origine da questa fase cruciale.
Se il bambino sente che i suoi tentativi di rimediare al danno inflitto hanno successo, può sviluppare un senso di speranza nelle sue capacità ricostruttive e generative.
Di conseguenza può gradualmente sviluppare un’immagine di sé integra e una personalità sana, capace di dare e di ricevere amore.
L’elaborazione di Winnicott
Nel suo articolo Winnicott riprende questi concetti e sottolinea l’importanza fondamentale della presenza di una madre che possieda caratteristiche ben precise, affinché il bambino possa “conquistare” la posizione depressiva e superarla felicemente in modo da garantirsi uno sviluppo sano.
La posizione depressiva è in effetti una conquista, dal momento che, qualora prevalga nel bambino la sensazione di non essere in grado di riparare la madre dopo i suoi attacchi distruttivi, il senso di disperazione sarà tale da indurlo a regredire alla posizione schizo-paranoide.
Si tratterebbe di una retrocessione difensiva.
Nella clinica è infatti frequente trovare pazienti che si trovano in un assetto mentale caratterizzato da senso di persecuzione, (dove il mondo esterno è vissuto esclusivamente come minaccioso e ostile) che nasconde e in definitiva protegge da un profondo senso di impotenza e disperazione per non essere stati capaci di restaurare dentro di sé l’immagine di una madre intatta.
Questi pazienti hanno rinunciato o forse non hanno mai raggiunto la speranza di poter salvare dal massacro il proprio oggetto d’amore.
Dunque, secondo Winnicott la madre deve avere due caratteristiche specifiche che aiuteranno il bambino a completare il suo sviluppo in una direzione costruttiva.
Si tratta della capacità di fornire “cure materne sufficientemente buone” e di “resistere nel tempo”.
Questi due aspetti sono di fatto fondamentali anche in un trattamento di psicoterapia psicoanalitica volto a rimaneggiare le prime fasi della vita dei pazienti, quando queste, per svariate ragioni si siano svolte in modo particolarmente travagliato.
La psicoterapia del bambino come recupero della possibilità di amare
Quando Winnicott parla di cure materne sufficientemente buone e di capacità della madre di sopravvivere per un certo periodo di tempo, possiamo comprendere come non sia necessaria la perfezione per garantirci che tutto vada bene.
Tuttavia la solidità della madre nel contenere angosce proprie e del bambino è una conditio sine qua non perché l’infante possa costruire dentro di sé quello spazio mentale atto a contenere ed integrare esperienze psichiche distanti tra loro.
Non sempre questo è possibile. Vi sono mamme che per la propria storia personale o per circostanze contingenti non favorevoli possono vivere con grande angoscia, rabbia e frustrazione le tappe fondamentali dello sviluppo del proprio bambino.
Se la loro situazione interna o esterna inibisce la capacità di offrire al bambino un ambiente sufficientemente solido e stabile, ovvero al riparo da vissuti emotivi intollerabili, il bambino sarà invaso dalle proprie angosce che torneranno indietro a boomerang assieme a quelle della madre.
Il compito dello psicoterapeuta infantile
Il compito del terapeuta infantile è quello di creare un ambiente supportivo e facilitante che darà alle madri in difficoltà l’opportunità di gestire stati penosi come ansia, rabbia, inadeguatezza o colpa e di riprendere in mano il proprio ruolo.
Potranno così iniziare a comprendere cosa succede nella relazione con il loro bambino nel vivo della seduta in modo da sviluppare la consapevolezza di eventuali difficoltà per poi superarle.
Un lavoro di questo tipo è possibile quando il bambino è molto piccolo.
Per questa ragione sarebbe auspicabile avviare un trattamento in fasi precoci della vita, al primo comparire di disturbi della sfera psicosomatica come ad esempio disturbi del sonno, dell’alimentazione o del controllo sfinterico.
Si possono in questo modo prevenire maggiori complicazioni.
Se il bambino è più grande, diciamo già intorno ai 18 mesi, può diventare necessaria una psicoterapia individuale, anche se non è escluso un periodo di trattamento in presenza della mamma o di entrambi i genitori.
Quindi il tipo di intervento sarà diverso a seconda dell’età del bambino.
In ogni caso proprio come una madre, il terapeuta ha il compito di essere sufficientemente buono e di resistere nel tempo.
Durante il processo terapeutico infatti si sviluppa una relazione che altro non è se non la riedizione di quelle relazioni significative del bambino con i suoi primi oggetti d’amore.
Il terapeuta non dev’essere perfetto, non è richiesto che non faccia mai errori. E’ un essere umano come lo è la madre col suo neonato.
Al tempo stesso dev’essere però in grado di reggere agli attacchi cui sicuramente sarà sottoposto dal suo paziente.
Quest’ultimo infatti metterà alla prova la capacità di resistenza del suo terapeuta per essere certo della sua tenuta.
E durante lo svilupparsi della relazione il paziente sperimenterà nuovamente quelle condizioni psichiche caratteristiche della posizione schizo-paranoide in cui presumibilmente si è arrestato lo sviluppo.
Il terapeuta potrà essere visto ora come nemico ora come oggetto d’amore idealizzato e sarà di conseguenza apprezzato o svalutato e attaccato.
La capacità di resistere nel tempo è un requisito fondamentale che si traduce nella possibilità di continuare ad utilizzare la funzione del pensiero anche in condizioni di pressioni emotive estremamente intense, senza restituire al paziente odio o vendetta.
Contemporaneamente dovrà riconoscere e sostenere ogni più piccolo segno di spinta evolutiva senza risentimento, invidia o ritorsione per quanto subito in precedenza.
Solo così il paziente potrà forse interiorizzare delle buone esperienze relazionali.
Esse verranno gradualmente assimilate in una nuova struttura del sé e costituiranno la base per sviluppare la fiducia nella propria capacità di amare.
Indicazioni bibliografiche
Klein, M. Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco depressivi (1936) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.
Klein, M. Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.
Winnicott, D. W. La posizione depressiva nello sviluppo emozionale normale (1954) in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975.
Oggi vorrei soffermarmi sull’impatto che il narcisismo patologico ha sulla vita di una persona che ne è affetta, sul grado di dolore mentale che esso provoca ma anche sull’opportunità che questo grado estremo di sofferenza offra.
Opportunità per il “narcisista”*, qualora fosse in grado di arrivare ad una sufficiente consapevolezza del suo disturbo tanto da voler cambiare attraverso un lavoro di psicoterapia.
Opportunità per la sua “vittima”( inconsciamente consenziente e perciò catturata da una ragnatela mortale), nel momento in cui il dolore diventasse a tal punto insopportabile da desiderare di uscirne diventando consapevole degli innumerevoli inganni del sistema di pensiero narcisistico che la domina.
E infine opportunità per tutti coloro che direttamente o indirettamente venissero a contatto con questo dramma.
* [Per convenzione mi riferirò, parlando del narcisismo, al genere maschile, beninteso ovviamente che tale patologia riguarda anche il genere femminile. Inoltre userò le virgolette per designare colui che soffre di tale patologia, allo scopo di sottolineare come spesso vi si pensi in termini squalificanti e denigratori e come invece egli si trovi a vivere coattivamente in una tragica vicenda umana].
Non voglio fare una trattazione clinica del disturbo narcisistico di personalità. Quello che mi interessa invece è descriverne l’aspetto di grave sofferenza mettendo l’accento sul fatto che esso potrebbe essere visto come una delle manifestazioni estreme del disagio profondo in cui versa la nostra società. Manifestazione che si situa lungo un continuum dove il narcisismo di ciascuno è presente in varie misure.
Penso che il confine tra narcisismo sano e narcisismo patologico sia diventato molto sottile nel sistema in cui ci troviamo a vivere, tanto da portarmi ad avere l’impressione che la confusione tra l’uno e l’altro sia piuttosto diffusa.
Per questo, osservare la modalità con cui si esplica una relazione basata sul narcisismo patologico e il danno che essa infligge a tutti coloro che ne sono implicati, può essere un’occasione unica per risvegliare le coscienze assopite.
La vita “normale”
Ognuno di noi si identifica con un’idea di sé legata ai vari ruoli che occupiamo nell’area affettiva, professionale e sociale. L’attaccamento all’immagine che abbiamo di noi stessi è tale da condizionare profondamente la nostra vita.
Se tutto funziona secondo i piani, le varie tappe socialmente condivise devono essere raggiunte entro determinati limiti di età e questo fa sentire narcisisticamente al sicuro.
A volte capitano degli imprevisti e l’immagine che si ha di sé ne viene minacciata.
Se si è abbastanza abili, o fortunati o entrambi si riesce a riportare il fiume al suo normale decorso e questo comporta un incremento della forza interiore che si manifesta come autostima.
Naturalmente la vita non ci lascia mai in pace e quando siamo riusciti a raggiungere qualche importante obiettivo o i maggiori traguardi prefissati, ne svela il lato effimero, se non altro attraverso l’invecchiamento, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Tuttavia ogni fase della vita ha le sue crisi, le sue difficoltà e le sue necessarie elaborazioni e questo sembra far parte del pacchetto.
Siamo avvezzi all’idea che presto o tardi invecchieremo, ci ammaleremo, qualche persona cara verrà a mancare e così via. E’ nell’ordine naturale delle cose, anche se poi cerchiamo di allontanare da noi tale pensiero e ci illudiamo inconsciamente che queste eventualità non riguardino noi.
Dunque tutto questo è parte del vivere quotidiano, e giorno per giorno ci facciamo i conti più o meno consapevolmente.
La società occidentale poi ha inventato milioni di modi per rendere il nostro soggiorno sulla terra quanto più gradevole possibile, in modo che possiamo dimenticarci della nostra vulnerabilità almeno per un pò.
“Ricordati che devi morire!” diceva un religioso nel film di Troisi intitolato “Non ci resta che piangere” e lui rispondeva: ” E mò me lo segno!”.
Ma si trovavano a ridosso del medioevo.
Allora fin qui tutto bene.
La relazione con il “narcisista patologico”: un baratro infernale
Se non che la nostra società, tra le altre cose, produce su larga scala le guerre, il terrorismo, le manipolazioni di massa, i vari tipi di estremismo, i fanatismi, le ideologie più aberranti e, su “piccola” scala, il narcisismo perverso.
E qui per qualcuno cominciano guai seri perché ci troviamo sull’orlo della follia, di fronte ad un baratro oscuro che dà le vertigini, che non ha fine, come non c’è fine al grado di sofferenza che tale patologia infligge.
Nel narcisismo patologico, tutti i terrori più ancestrali, arcaici ed incontrollabili prendono le sembianze di demoni che assumono il controllo dell’intera esistenza.
Fame, bramosia, abbandono, impotenza, rabbia, odio, disgregazione e morte sono i nomi di questi demoni di cui “il narcisista” cerca costantemente di disfarsi, portandoseli dentro come una orribile compagnia a lui stesso nascosta.
Assieme alla sua distruttività essa viene precocemente trasformata in una specie di “gang mafiosa” (Rosenfeld, 1971), o di setta clandestina che ne controlla e ne domina la personalità ridotta ad un fatiscente fantoccio, minacciandolo costantemente di morte e torture indicibili, se non farà quanto gli viene comandato, ma anche, come descrive Meltzer (1968), promettendogli di proteggerlo contro il terrore in cambio della sua fedeltà.
A questo punto la scelta è tra la propria sopravvivenza ad ogni costo o quella dell’altro.
Si perché l’altro diventa la vittima designata, l’agnello sacrificale, da fornire periodicamente al famelico mostro, alla minacciosa congrega.
Egli oscilla tra il sentirsi fedele al patto omertoso con la sua società segreta identificandosi con i suoi valori: onnipotenza, controllo, supremazia, superiorità, dominio, e la disperata ricerca di un’isola felice che gli permetta di sfuggire alla sua schiavitù.
Per questo cerca una partner ideale, perfetta con cui creare una simbiosi salvifica e inebriante, che per un pò allontani e anestetizzi dal dolore del cancro già diffuso.
Ma non passa istante che ogni perfezione, non venga contaminata, ogni ideale non venga intaccato e messo in dubbio, così da trasformarsi velocemente nel suo contrario: un misero feticcio da buttare perché incapace di proteggere dalle nuove pressanti richieste della “gang” che si pone come unico, vero, intramontabile ideale a cui asservirsi
L’ infelice si salva agli occhi dei suoi persecutori interni scaricando la colpa sulla vittima, già colpevole di non essere stata in grado di salvarlo da essi.
E’ così che sorge un odio devastante nei confronti dell’altro sentito come traditore e al contempo minaccia per la sopravvivenza della propria identità.
L’altro, con la sua semplice presenza che è alterità, è causa di un conflitto insanabile.
Ogni differenza, ogni distinzione proposta nella relazione, è un attacco all’esistenza psichica di questo sventurato, dato che la percezione di una coesione del senso di sé è mantenuta faticosamente attraverso la costruzione di un’immagine tanto grandiosa quanto labile.
Sentimenti positivi o negativi sortiscono il medesimo effetto: quello di fargli sentire il rischio intollerabile di una potenziale dipendenza. Ciò potrebbe smascherarlo ed esporlo in prima persona alla vendetta dei suoi persecutori.
E’ per questo che non si fa scrupolo di mentire, manipolare, raggirare, pur di impedire all’altro di scoprire il suo punto debole: il terrore di diventare lui stesso vittima sacrificale in luogo di quella da lui designata.
Ed è per questo che la relazione con lui si pone in termini di “mors tua vita mea”.
Le regole della relazione narcisistica potranno suonare più o meno così:
Se entri in relazione con me non ne puoi più uscire.
Se ne esci è solo da morta.
Se non muori ti ritroverò.
Se ti ritroverò ti considererò colpevole di tradimento e perciò ti torturerò prima di finirti.
Se sei in relazione con me è per la mia unica soddisfazione.
Ma se mi soddisfi ti odio perchè mi controlli.
Se mi controlli lo farò per primo.
Se non mi soddisfi ti disprezzo.
Se ti disprezzo ti tormento per farti pagare la delusione che mi infliggi.
Se continui a stare con me a queste condizioni sei più miserabile di me e questo mi autorizza ad approfittare di te che non vali niente.
Se il motivo per cui stai con me non è la tua inferiorità, allora trami qualcosa
Potresti essere più pericolosa e perfida di me.
Ma se ti metterai contro di me perderai.
Se vincerai, prima o poi te la farò pagare a carissimo prezzo.
Perché non puoi fare a meno di me e non farai a meno di me.
Da questa specie di decalogo risulterà chiaro che egli si pone come unico dio dell’altro, coltivando al contempo l’illusione di una totale autonomia, una vera e propria autarchia nella quale l’altro non può avere spazio.
Il sentimento di solitudine ed incomunicabilità è dilagante ma ancora più devastante è quello di una totale inconsistenza di sé e della relazione, che viene denegata costantemente attraverso varie misure difensive.
La rabbia è lo stato mentale prevalente, una rabbia debordante, incontrollabile a volte, che può esplodere violentemente o essere evacuata in maniera strisciante attraverso aggressioni più o meno nascoste.
Tuttavia l’origine interna di tale rabbia non viene da lui riconosciuta. Se lo fosse, dovrebbe fare i conti con una immagine di sé fallimentare.
Dunque per giustificarne l’esistenza deve attribuirne la causa proprio all’altro, che diventa nemico pericoloso e perciò odiato, o disprezzato quando le circostanze lo permettano.
Egli vive in una costante minaccia di assedio da parte del suo presunto nemico esterno, ne immagina i pensieri, cerca di prevederne le mosse, anticipandole con operazioni strategiche incredibilmente sofisticate, attaccando e contrattaccando di continuo.
Vive nella costante ossessione di essere vinto, umiliato, smascherato, dominato, deriso, punito, violentato e questo inferno personale da lui costruito lo fa sentire in diritto di difendersi infliggendo le medesime umiliazioni e punizioni che teme da parte dell’altro o che crede di aver ricevuto.
Tenta di far cadere l’altro in situazioni relazionali claustrofobiche, senza via di uscita. Lo costringe a comportarsi in modo tale che questo si conformi quanto prima alle sue nefande aspettative, quasi a provarne sollievo.
Ma qualora il malcapitato cadesse nel tranello, provocherebbe una trionfante punizione e ulteriori macchinazioni da parte del suo perseguitato persecutore.
Ogni tentativo di far ragionare questo prigioniero di sé stesso, sarà vissuto come un tentativo di controllo su di lui o come una manipolazione simile a quelle che lui mette continuamente in atto per costruire, volente o nolente, lo scenario infernale che ha in mente.
Ogni tentativo di conciliazione sarà vissuto come una resa a volte perfino sospetta e strumentale.
I significati saranno sistematicamente distorti. Le migliori intenzioni annullate. Qualsiasi azione da parte della vittima risulterà sbagliata. Non ci sarà modo di uscirne. Né con le buone né con le cattive.
Ogni ribellione diventerà una violenza perpetrata ai suoi danni .
Ogni presa di distanza un abbandono e di conseguenza una illegittima, inaccettabile, terrorizzante punizione inflitta ad un essere inerme.
In questo senso essa sortirà l’effetto temporaneo di calmare la belva inferocita che sente in sé stesso, trasformandola in un animale spaventato e momentaneamente messo all’angolo ma poi per questo ancor più carico di odio profondo, viscerale, violento, presto trasformato in bramosia di vendetta che passerà sotto il nome di giustizia.
Ogni mezzo sarà lecito per ottenere un risarcimento.
E ad aggravare la pena di questo girone d’inferno il dubbio ossessivo, devastante, logorante, di essere lui stesso, la fonte di tutto questo orrore, il mostro, il colpevole.
Un dubbio sedato per l’appunto attraverso la continua ricerca delle prove a favore della colpevolezza dell’altro e della sua indegnità.
Una volta ottenute tali prove, estorte con ogni genere di manipolazione, scatterà la fase punitiva. Ma la violenza sarà tale da travolgere lo stesso giudice insieme alla vittima. In una totale confusione tra sé e l’altro. Riproponendosi così daccapo il ciclo del dubbio.
Rimarrà un’unica via di fuga, quella di cercare una nuova relazione, una nuova vittima, intatta, vergine, da idolatrare per tenere il più a lungo possibile lontano, il fantasma mostruoso della devastazione che presto travolgerà anche lei.
Se tale è l’inferno del “narcisista”, non lo è da meno quello della sua controparte.
In un rapporto di specchi che si riflettono l’uno nell’altro, la confusione è il tema dominante, dove la domanda assillante: “sono io o è lui”, finisce per trovare la tragica, ancorché paradossalmente liberatoria risposta, in un semplice:”sono io”. In questo modo sarà preservato il legame d’amore cui la “vittima” non riesce a rinunciare.
Il senso di colpa e di inadeguatezza sono dunque gli altri due aspetti ineludibili della relazione narcisistica, in un progressivo svilimento di sé.
Il senso di intrappolamento e angoscia poi derivano dal fatto che si desidera risolvere un enigma che non ha soluzione se non nell’auto annientamento.
Il desiderio onnipotente di cambiare le cose e di controllare a propria volta fa da contraltare al controllo subito. In una spirale distruttiva che non ha fine.
Come uscire dunque da questo labirinto mortale?
Dietro al narcisismo il dolore: il crollo delle illusioni
Quella del “narcisista” e della sua “preda”, schiavi l’uno dell’altro e a un tempo di se stessi, è una relazione emblematica, che ricorda quella che intercorre tra il servo e il suo padrone.
In quanto tale mi sembra che potrebbe riguardare ciascuno di noi, quando siamo invischiati in vari tipi di dipendenze illusorie, tutte facenti capo al bisogno di salvaguardare il nostro fragile ego.
Oserei dire che il narcisismo come sistema di pensiero e modalità di funzionamento è a tal punto generalizzato e inflazionato nella nostra società, a tal punto nutrito ed alimentato e parte del vivere comune, da sollevare il sospetto che si tratti di una forma molto pericolosa di illusione collettiva, capace di stravolgere i significati, di mistificare la realtà e così di annientare ogni nostra capacità critica.
Prendiamo ad esempio l’immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro mondo, come costrutto solido ed intoccabile. Che si tratti di convinzioni politiche o ideologiche, di adesione ad un certo gruppo sociale o religioso, o di idee su come dobbiamo sentirci e apparire, ci aggrappiamo ad esso e vi restiamo attaccati con tutte le nostre forze, al punto da cadere spesso in varie forme di alienazione pur di salvaguardarlo dinanzi ai nostri occhi e soprattutto a quelli degli altri.
Gli obiettivi che ci proponiamo nella vita diventano più importanti della vita stessa, specialmente se fin dalle prime battute della nostra presenza qui, non siamo stati proprio fortunati.
Lottiamo perennemente per un risarcimento, per lo più senza saperlo e ci tuffiamo a capofitto nel futuro, nella speranza di cancellare il passato.
Dimentichiamo così l’innocenza del bambino estatico dinanzi ad un oggetto che cattura tutta la sua attenzione, in pace quando non sa che un futuro lo aspetta e un passato lo ha condizionato.
“Se non ritornerete come bambini…”
Ma non siamo in grado di farlo o non siamo abbastanza motivati per farlo e quindi ci concediamo brevi momenti di fuoriuscita dalla morsa della mente adulta, nei ritagli di tempo e con modi codificati dalla nostra previdente società.
Tutto sommato un disagio che sta sullo sfondo delle nostre esistenze è tollerabile, ci facciamo i conti come fosse una tassa da pagare e ci conviviamo civilmente. Ma è proprio questa abitudine quiescente e passiva di sopportare a volte l’insopportabile che ci allontana dalla possibilità di entrare in contatto con l’essenza della vita, la parte più vera di noi stessi.
Ed ecco che osservare il funzionamento narcisistico proprio e altrui (meglio se attraverso un lavoro terapeutico), può diventare un’occasione unica per liberarsene e comprendere il contagio ipnotico cui la mente socializzata ci sottopone.
Tutti i suoi idoli cui diamo tanta importanza: potere, successo, controllo, reputazione da un lato, ma anche amore, felicità, bellezza, perfezione, bontà dall’altro, devono essere gettati via in un sol colpo, se non si vuole essere sgretolati da quel tritacarne che è il pensiero narcisistico.
Quando si è imbrigliati nella rete soffocante della relazione narcisistica infatti si può diventare acutamente consapevoli del fatto che il dolore cui si è sottoposti non ha giustificazione, nemmeno se motivato dalla necessità di proteggere tutto ciò che riteniamo più prezioso.
Niente come il dolore obbliga a tornare in se stessi. E’ come una domanda implacabile alla quale si deve per forza trovare risposta. Non c’è più modo di fuggire, non ci sono più palliativi che fungano da anestetici.
Esso è tale da scuotere così profondamente le fondamenta dell’essere di un individuo che diventa impossibile rimanere nel torpore. O ci si sveglia o si soccombe.
Ci si trova di fronte ad un bivio: cedere al ricatto degli attaccamenti o lasciar andare tutto e arrendersi.
Non essere più ricattabili: la resa e il risveglio
E la resa è un vero atto d’amore nei confronti di se stessi. Abbandonare tutto per amore di se stessi. Di quella parte autentica di sé la cui essenza è assoluta, perché in essa risiede la vita.
Come dicevo la vita non ha valore solo a condizione che le cose vadano come ci aspettiamo. La vita è un assoluto cioè ab- solutus “libero da ogni vincolo ” e in quanto tale un mistero.
Abbandonare tutto non significa scappare su un’isola deserta o ritirarsi nella tipica roccaforte narcisistica del silenzio. Non significa nemmeno rinunciare a ciò in cui crediamo, ai nostri sogni o desideri.
Abbandonare significa abbandonarsi, cioè accettazione completa, totale di ciò che è per come è, per fare spazio. Per dare spazio al nuovo. Alla possibilità di creare.
E questo equivale a distacco. Distaccarsi smettendola di identificarsi con il groviglio di pensieri ed emozioni che ci caratterizzano, che sono il nostro tanto idolatrato patrimonio.
Il risveglio può solo avvenire entrando in contatto con il qui ed ora, riscoperto come unico momento, unica realtà capace di dare consistenza e solidità, pur nel suo fluire.
Eckart Tolle, un maestro spirituale dei nostri tempi, ci ricorda il potere insito nel momento presente.
Non c’è dubbio ossessivo, pensiero tormentoso, angoscia, dolore o paura che non possa essere dileguato attraverso la consapevolezza della propria presenza.
Volgere l’attenzione interamente, intensamente e profondamente al momento presente porta ad un graduale consolidamento della percezione del proprio Essere che inizia a brillare come un astro nascente.
Ci si accorge della nobiltà dell’essere umano e della infinita bellezza di cui è parte. Al contempo si accresce il senso di pace, grazie alla capacità di fare silenzio.
E la vita umana si riscopre come sacra. Non solo se è in grado di offrire qualcuna delle gioie che siamo abituati a desiderare, ma in se stessa, in assoluto.
Ciascuno di noi è un assoluto, indipendentemente dal fatto che sia stimato apprezzato o amato da qualcuno.
Ciascuno di noi è.
Se non ce ne dimentichiamo, se lo riscopriamo possiamo salvarci dal ricatto mortale ed alienante del narcisismo quale che sia la sua forma o il grado della sua presenza.
Possiamo allora fare qualcosa per evitare il prodursi di quelle condizioni che favoriscono tale patologia, come quando invece di accogliere con amore i nostri figli, ci aspettiamo da loro ogni genere di soddisfazioni, trattandoli come trofei, immolandoli all’implementazione del nostro ego, anche se mascheriamo tali intenzioni con la giustificazione che quanto facciamo è per “il loro bene”.
Che ne sappiamo noi del loro bene, dal momento che non conosciamo nemmeno quale sia il nostro!
Rispettiamoli per la vita e l’infinita saggezza che portano in sé e godiamo della loro presenza senza aspettarci nulla se non che siano se stessi.
Non aspettiamo che sia il loro disagio a farci ricordare del nostro e non anneghiamo un eventuale malessere sotterraneo nel lavoro, nelle relazioni sociali, negli hobbies o perfino nei corsi di crescita personale.
Non aspettiamo che sia una depressione conclamata a farci occupare della nostra interiorità.
Non convinciamoci che una crisi di coppia, preceduta da innumerevoli conflitti o incomprensioni sia dovuta al partner sbagliato.
Non permettiamoci di guardare davvero i nostri figli nel momento in cui una loro sofferenza grave ci faccia accorgere che non sono quello che immaginavamo.
Non facciamoci delle domande su noi stessi solo quando loro sono nella disperazione.
Non guardiamo agli altri come a dei prolungamenti di noi stessi, secondo la relazione “che il corpo di un organismo ameboide ha con gli pseudopodi che emette” (Freud, 1914).
Il narcisismo patologico rende inconsapevoli dell’altro in quanto persona intera e separata da sé.
L’altro è un vero e proprio oggetto, una cosa messa lì per il proprio uso e consumo, un cestino da riempire con i propri contenuti interni. Un utensile da gettare qualora la sua funzionalità dovesse venir meno.
Ma quante volte ci accade lo stesso? Con che occhi guardiamo all’altro se dalla relazione con lui non possiamo averne un tornaconto? Quante volte lo guardiamo a partire dai nostri schemi fatti di bisogni, desideri, emozioni e quindi lo guardiamo senza vederlo veramente? Quante volte cerchiamo di forzare la relazione dentro questi schemi?
Cerchiamo di rimanere sensibili e desti, di non lasciarci travolgere dalle abitudini insensate e folli della nostra società che ci dispongono in uno stato di obnubilamento costante accompagnato però da inquietudine e bramosia compulsiva.
Cerchiamo di sviluppare la consapevolezza attraverso una visione di profondità, fatta di studio, di lavoro su sé stessi, di ricerca, ma al contempo di accettazione incondizionata di ciò che è.
E’ un paradosso all’interno del quale trovare l’equilibrio è possibile se si conserva una mente vigile, attenta e non vorace.
E ne vale la pena. Perché è in gioco la nostra libertà e la libertà di tutti.
Indicazioni bibliografiche
Freud, S., ZurEinfuhrung des Narzissmus, trad. it. Introduzione al narcisismo, in Opere , vol. VII.
Meltzer D., Terror Persecution and Dread (1968).
Rosenfeld H.A., A Clinical Approach to the Psychoanalytic Theory of the Life and Death Instincts: an Investigation into the Aggressive Aspects of Narcissism, Int. J. Psycho-Anal., vol. 52 (1971a) cit. in Steiner J., “Le relazioni oggettuali narcisistiche e le organizzazioni patologiche della personalità: una rassegna in letteratura”, ne “I Rifugi Della Mente”, Bollati Boringhieri ed. pp73-78 (1996) .
Tolle E., The Power of now (1999), trad it. Il Potere di Adesso, ed. My Life (2013)
Immagini prese da Pixabay e da Pexels (pexels photo, Johannes Plenio)
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.