La nostalgia di terre incontaminate non toccate dal discorso umano, trova perfetta corrispondenza nel film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino, presentato nel 2021 alla Mostra del Cinema di Venezia.
Esso sorprende con un tuffo al cuore tanto è imponente e maestosa la natura che offre al nostro sguardo per mezzo di spettacolari riprese cinematografiche.
Spazi e cieli sconfinati attraverso i quali giungono suoni attutiti e lontani di campanacci, cinguettii, vento e richiami di pastori.
Tra giochi di luci e colori, che variano con il lento scorrere del tempo, questo lungometraggio sembra incoraggiare più alla contemplazione estatica che all’attesa della narrazione di una storia.
Eppure una storia c’è, ma tra le sue pieghe sembrerebbe di scorgere un significato più profondo di quanto possa apparire a prima vista. Profondo almeno quanto lo è la cavità sotterranea esplorata dal gruppo di speleologi milanesi in onore dei quali è stato creato il film.
Ci addentriamo in un viaggio nel silenzio dove l’unica parola, articolata in un discorso, viene dalla televisione che mostra l’ostentata saccenteria del mondo milanese, produttivo e operoso, o le luci scintillanti di spettacoli di varietà, in antitesi con l’innocenza quasi infantile degli abitanti di un paesello dell’entroterra del Pollino, abbracciato da una culla di montagne, che raggruppati sulla strada la guardano rapiti.
Troviamo che la storia più che svilupparsi dal prima al dopo, si espande su piani sovrapposti che ci fanno intuire l’infinita piccolezza dell’uomo eppure piena di dignità quando accetta senza egocentrismi la sua parte nel tutto.
E parte del tutto con cui si fonde, è il vecchio pastore, frammento dell’immota natura, dal volto quasi intagliato nel legno, così simile al tronco che gli è accanto.
Uomo dallo sguardo innocente e pacato, di chi si è lasciato attraversare dalla vita anziché appropriarsene con tracotanza, egli sembra osservare con preoccupazione l’impudenza rumorosa con cui il torpedone, rappresentanza del mondo civilizzato, compie la sua incursione all’interno delle montagne.
Insieme al vecchio pastore godiamo, dall’alto, dello sguardo di Dio e per antitesi, come sotto una lente di ingrandimento, ci addentriamo tra le strette insenature del corridoio sotterraneo che gli esploratori percorrono risoluti e certi dei loro mezzi.
La loro smania di andare sempre più giù per misurare la profondità della caverna, illuminandola passo a passo, forse simboleggia il bisogno dell’uomo di fare luce sul mistero della vita, di trovare una spiegazione alla sua esistenza, avendo dimenticato di gettare lo sguardo un po’ oltre il buco, proprio come il regista fa nella prima sequenza.
E allora diventa necessario spingersi nelle viscere nodose e sdrucciolevoli, negli antri acquosi, illuminati da fogli, lasciati bruciare. di riviste dai contenuti effimeri, come la vita degli uomini nelle città. Sempre un po’ oltre, a vedere dove sia il limite e come dimenticarsi della morte che a questo punto può solo far paura.
Ed è la paura della morte che trasforma la sacralità della natura nel culto religioso di umani che si confortano così della loro fragilità. Uomini e donne, visti dal refettorio accanto, radunati nella chiesa a pregare la Madonna, in cerca di protezione dinanzi al mistero angoscioso della vita.
Ma il mistero non si pone senza il linguaggio: laddove la parola è muta non c’è nemmeno la domanda.
E l’uomo preso dalle sue esplorazioni, misura e delinea, disegna e classifica e infine accumula perdendosi nel suo buco, novella caverna di Platone, mentre contemporaneamente il vecchio pastore muore, dopo essersi semplicemente abbandonato alla terra.
L’incomunicabilità tra Dio e l’uomo si fa sempre più profonda se questo dimentica da dove proviene.
Di pari passo la mente razionale, col suo sapere sempre più dettagliato, prende il sopravvento. Ma la misura di 683 metri nel sottosuolo sembra rappresentare il limite con cui essa dovrà sempre e comunque scontrarsi.
L’ultima parola spetta quindi alla natura e lo vediamo quando il vento, indifferente, sparpaglia sull’erba i fogli, prima ordinati, sui quali era delineato ogni tratto del mondo di sotto. Tra essi appare in primo piano l’immagine quasi fiabesca di un uomo che, forte dei suoi strumenti: torcia casco e scala di corda, sembra il conquistatore della caverna.
Questo foglio giace sull’erba mentre accanto passa un insetto delle stesse dimensioni dell’eroe che vi è disegnato.
Assistiamo infine al lavoro paziente e minuzioso dello studioso che dopo aver nuovamente assemblato i fogli esce dal suo riparo, forse attirato dal rumore del vento. E, sgomento per l’arrivo silenzioso di una immensa nuvola bianca, lo vediamo in una ripresa dall’alto che lo fa rimpicciolire e poi dissolvere in essa.
La vita immota e senza tempo riprende il sopravvento e il suo corso, noncurante dei sogni e delle ambizioni dell’uomo che si perde in una nebbia di incomprensione quando crede di essere il Dio di se stesso.
Gli ultimi risalgono più o meno all’epoca delle scuole superiori, quando in estate ti consigliavano alcuni testi da leggere.
Ricordo “la buona terra” di Pearl S. Buck che ho veramente amato oppure “Se questo è un uomo” di Primo Levi e tanti altri.
Poi il mio interesse si è orientato a letture legate al lavoro e quindi prevalentemente psicoanalitiche.
Tuttavia ogni tanto, qua e là un romanzo di quelli classici mi capitava tra le mani con nostalgia.
E di recente, devo ammettere che il desiderio di trovare qualche autore non ancora letto, che potesse appassionarmi quanto quelli di allora, si è rifatto vivo.
Ho avuto fortuna.
Trovare quella meraviglia che è “Il Giovane Holden” di J.D. Salinger è stata un’esperienza entusiasmante. Entusiasmante e commovente.
Non ci si crederebbe che esista un libro capace di tenerti incollato dall’inizio alla fine neanche fosse un giallo mozzafiato.
Meglio di un film premiato o di un concerto rock.
Sicuramente meglio di certi libri, dove è l’estetica a farla da padrona, di autori autoreferenziali, alla perenne ricerca dell’espressione perfetta ma così ingombrante da farti perdere subito di vista il soggetto.
Alla fine, ammazzato di belle espressioni, desisti dal cercarlo.
Certi scrittori a volte sono un po’ fastidiosi. Vogliono mostrare quanto sono intelligenti.
Ma l’intelligenza ostentata diventa il suo contrario.
Per questo ho esultato nel leggere il giovane Holden (il cui titolo originale poi è “The Catcher in the Rye” che è bellissimo già da sé).
Perché ti fa sentire meno solo. Perché l’occhio critico nei confronti dell’ipocrisia della gente ce l’ha anche il protagonista.
E’ come se un vecchio amico ti strattonasse per le braccia dicendo “oh sveglia, siamo in due”.
Il bello è che Salinger per bocca del suo Holden lo dice che ci sono scrittori che, una volta finito di leggerli li vorresti come migliori amici. E si, lui è uno di quelli. E guarda caso pare che lui non ne volesse sapere della gente e preferiva di gran lunga la solitudine. Lo apprezzo anche per questo. Altro che scrittori prezzolati e prezzemolini che sfornano libri leziosi quanto superflui.
Che per restare sulla cresta dell’onda e non lasciarsi sfuggire una larga tiratura di copie sfruttano solo temi alla moda.
Mi domando sempre se ci sono o ci fanno. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro.
Proprio come i personaggi di Holden spesso così pomposi, da diventare delle macchiette. Tutti sottoposti a quel suo sguardo innocente e spietato. Spietato perché non nasconde nulla e non mente su nulla, nemmeno su se stesso.
Eppure quanta comprensione per le persone che soffrono davvero, lui che riconosce dietro le maschere i poveracci che vi si nascondono e quelli che invece ormai non sono altro che maschera e basta.
Accetta tutti Holden, così come sono, anche se ne vede i lati più sgradevoli.
Ma quanta solitudine, quanto disagio. Nessuno con cui riesca a parlare veramente perché nessuno ha voglia di ascoltare.
Ognuno, preso dal suo interesse personale, mira alla propria sopravvivenza sulla pelle degli altri.
Lo impara presto Holden, nelle scuole che frequenta e puntualmente abbandona, perché proprio non riesce ad adattarsi all’ipocrisia di giovani o adulti, e alla loro violenza. Nessuno a cui rivolgersi nemmeno i genitori. Solo al mondo dell’infanzia che nella sua mente è ancora salvo, puro, bello. Di una bellezza struggente e viva. Un’infanzia in bilico sul burrone dove Holden come un catcher potrebbe prenderla al volo.
In un mondo di ombre grigie Holden sembra l’unica figura a colori.
Con un ritmo descrittivo che incalza incessantemente ognuno è passato al vaglio di un occhio che descrive scene esilaranti e grottesche. Che lasciano l’amaro in bocca e lo stupore. La rabbia e la desolazione. Che sfiorano spesso la tragedia per poi risollevarsi in un carosello di eventi fatti di tutto e di nulla.
E ogni volta che speri che il prossimo incontro sarà quello buono, quello che solleverà le sorti della sua esistenza e della nostra insieme, ti devi ricredere e riprendere il viaggio insieme a Holden, sempre più stremato.
Eppure lui è lì a descrivere tutto senza posa, come se alla fine valesse la pena di farlo. Il suo cinismo, la sua voglia di farla finita cedono il passo a un disperato bisogno di andare almeno un pò più in là per vedere che succederà e se valga ancora la pena di vivere. Di aspettare in attesa che il tempo presente, così ossessivamente vuoto, passi o dia una tregua alla depressione.
Sembra di sentire le urla di un animale agonizzante dietro il parlare esagitato.
Holden è un eroe, l’eroe del quotidiano, della normalità più bieca. Dell’uomo che affronta l’abisso del non senso di un’esistenza alienata, all’interno di una società opulenta e corrotta fino al midollo. Dove tutti sono anestetizzati dal ruolo che recitano, come ombre su uno schermo.
Verrebbe da stringergli la mano a Holden o tenderla per confortarlo. Holden è ciascuno di noi, è il parlare incessante di una mente in bilico. E’ l’inflazione del pensiero sovraeccitato dall’incomunicabilità. Perché nessuno capisce, nessuno sente veramente. E’ colui che non molla e ci prova ancora una volta, nonostante la voglia di farla finita o fuggire non si sa dove. E’ la girandola di sentimenti contrapposti che nessuno è lì per accogliere dandoci un senso.
E il paradosso è che leggerlo dà conforto. Il conforto di scoprire che il dolore che si prova ad essere al mondo non è senza significato ma piuttosto la testimonianza, in una messa in scena di manichini, del fatto che dopotutto si è ancora vivi, proprio come lo è Holden.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Bibliografia: J.D. Salinger “Il giovane Holden” 2014 Giulio Einaudi editore, titolo originale “The Catcher in the Rye”, 1945.
Alcuni pazienti chiedono fin dall’inizio e per tutto il tempo di durata del trattamento, la garanzia che il lavoro del professionista che hanno di fronte sia efficace e utile, sottoponendolo ad un costante “controllo qualità”.
Ma naturalmente i parametri per decidere se i loro test di controllo sono superati con successo, ce li hanno in mano loro.
Creano così un autentico circolo vizioso, dato che invece di affidarsi alla cura e al curante, si affidano ancora una volta a sé stessi e al proprio modo di giudicare le cose che però è quello che andrebbe curato.
In pratica generano essi stessi l’ostacolo all’efficacia che tanto stanno cercando, pronti a svalutare il terapeuta alla minima deflessione.
E a poco vale il fatto che fino a quel momento il loro giudizio sia stato magari favorevole.
Questo occhio giudicante non riposa mai e attacca il valore del loro sé e di chi si appresta ad allearvisi con una vera e propria propaganda terroristica.
Essi nella loro vita quotidiana sono tormentati dal bisogno del controllo al punto che tutto il loro spazio mentale ne viene occupato fino all’angolo più recondito. Ciò si traduce di fatto in una follia ossessiva che prende la forma di una voragine senza fine.
Ed è proprio tale funzionamento che impedisce loro di lasciarsi andare alla dipendenza dal terapeuta, che invece è conditio sine qua non, affinché una cura possa aver luogo.
Il paradosso del controllo: influenze sociali
Certamente questi pazienti soffrono di un disagio importante ma mi domando se questo non venga intensificato, per non dire sostenuto da una società che avalla proprio tale modo di funzionare.
Si perché se non siamo sempre al massimo della nostra efficienza in tutti gli ambiti della nostra vita, e non raggiungiamo i nostri obiettivi, da quello professionale a quello personale, nel più breve tempo possibile, siamo da buttare, da evitare come la peste, quasi potessimo essere contagiosi.
E allora vai con il pensiero positivo, con le strategie per raggiungere ciò di cui abbiamo bisogno in una settimana e mezza, con la coscienza della nuova era.
Ci sono fior di corsi che spaziano trasversalmente attraverso le varie discipline, dalla medicina (tradizionale, omeopatica, olistica o naturale che sia) alla psicologia, dalla religione alla filosofia ma solo rigorosamente orientale.
E le tecniche che vanno per la maggiore, quasi tutte mutuate dalla grande corrente di prodotti cognitivo comportamentali, promettono benessere ed efficienza. Come la mindfulness, una rivisitazione della meditazione yogica, resa fruibile per le esigenze del consumatore occidentale medio.
E nel frattempo i percorsi scolastici delle scuole superiori (o secondarie di secondo grado) sono sempre più all’insegna di una formazione adatta alle richieste del mercato, con buona pace dei licei classici sempre più snobbati per la loro pretesa anacronistica di far perdere tempo con lingue morte come latino e greco.
Mentre fin dalla più tenera infanzia siamo bombardati da test con i quali veniamo misurati rispetto ad un mitologico gruppo standard.
Test d’ingresso, test in uscita, prove di livello, questionari di efficienza, di efficacia, di soddisfazione del cliente. Siamo prodotti da vendere, basta vedere i profili social che altro non servono se non a vendersi come cose.
Ma l’amore? La pazienza? L’essere anziché l’avere dove li mettiamo? Suppongo nel cestino come facciamo con un semplice click per eliminare documenti dal nostro computer e relazioni interpersonali dalla nostra vita.
E intanto corri, corri, corri, ma per andare dove? E chi lo sa? Non c’è neanche il tempo per porsi questa domanda in fondo. Verso la tanto agognata felicità no di certo, e nemmeno verso il successo, se per successo si intende una vita fatta di soddisfazione duratura.
Ma cosa conta la soddisfazione duratura quando possiamo far credere al mondo intero che siamo vincenti?
E così torniamo all’argomento iniziale: come posso dire io a questi pazienti che c’è da aver pazienza, che per guarire ci vuole tempo, che i risultati veloci la maggior parte delle volte non durano; che sarebbe meglio dimenticare l’obiettivo di liberarsi subito dai sintomi, (il senza memoria e desiderio di Bion penso che qualche volta potrebbe valere non solo per il terapeuta) che c’è qualcosa di più profondo e significativo della guarigione che loro hanno in mente ed è l’esperienza del viaggio insieme all’analista: un viaggio di cui si conosce la meta ma non la strada per arrivarci; che nel frattempo su questa strada ci saranno varie tappe per conoscere il Sé e che in ultima analisi la conoscenza del Sé, o consapevolezza è l’unica cosa che conta davvero?
Utopia bella e buona, forse un po’ colorata di delirio di onnipotenza.
In fondo le argomentazioni sono che la vita costa, che le sedute costano e che il tempo che ci vuole, quando è troppo è sprecato.
In fondo la pensiamo un po’ tutti così e i soldi spesi per risvegliare la propria consapevolezza non valgono quelli investiti in una bella vacanza o in un cellulare. E potrei anche essere d’accordo, se di queste cose non si fosse schiavi.
Quindi che senso ha una terapia analitica in un mondo di terapie a pacchetti sempre più brevi, specifici ed altamente performanti? (Almeno così dicono).
Che l’uomo di oggi sia bene integrato, adattato e resiliente. Inclusivo, green e capace di far soldi. Giovane o eternamente giovanile, atletico, cosmopolita e in perenne movimento. Se poi riesce a non morire mai…
Di tutto il resto che ci importa? Non pretendiamo di curare questi nostri pazienti perché la società gli dà ragione.
Cosa può accomunare l’aggressività con il sentimento di esistere?
Di fronte a persone aggressive, oppositive, rivendicative, provocatorie e manipolatorie, siamo tentati probabilmente di pensare che si tratti di carnefici capaci solo di rendere la vita impossibile agli altri.
D’altro canto persone che lamentino il fatto di essere perseguitate da relazioni difficili le vediamo spesso come vittime.
Eppure sia il primo caso che il secondo, possono essere accomunati da una stessa matrice che rimanda ad un profondo senso di inutilità che obbliga a cercare inconsciamente situazioni conflittuali per sentirsi vivi.
Sentimento di esistere e falso sé: il pensiero di Winnicott
A questo proposito viene in nostro aiuto D.W. Winnicott (1958), uno psicoanalista della scuola inglese.
Egli spiega che in una situazione ottimale, in ognuno di noi esiste un potenziale vitale, pronto a fondersi con la pulsione erotica.
Potenziale vitale e pulsione erotica insieme, costituiscono la forza propulsiva che l’individuo fin dai primi momenti dell’esistenza utilizza per scoprire il mondo a partire dal suo centro.
Così è possibile per il neonato crescere con il sentimento di esserci, differenziando un Me da un non Me.
In un ambiente non sintonico però, le pressioni esterne sono tali da obbligare il neonato a proteggersi tutto il tempo da esse, attraverso una risposta di opposizione.
L’individuo finisce con l’identificarsi con l’esterno (l’involucro), cioè la parte che attacca.
L’aggressività allora è una reazione del neonato ad un ambiente che “preme” in modo eccessivo, impedendogli di fare esperienza autentica di sé.
Si crea un falso Sé con cui l’individuo si relaziona col mondo, mentre interiormente sperimenta un sentimento di inutilità e assenza di significato.
Per questo l’aggressività, come unico elemento che rimanda alla mobilità o vitalità primigenia, diventa essenziale.
Aggressività e senso di vuoto: effetti sulle relazioni
Dunque ora il sentimento di esistere è confermato solo dall’aggressività. Ma appunto perché si possa sperimentare aggressività è necessario disporre di un ambiente esterno in grado di sollecitarla e se non c’è, l’individuo lo crea attraverso distorsioni, provocazioni e forme di opposizione che porteranno ad un senso di persecuzione.
Tale sentimento, per quanto penoso, è sicuramente più tollerabile di sensazioni di nullità, inutilità, vuoto e assenza di significato.
Una conseguenza di questo processo è che nelle relazioni stabili queste persone si sentono annoiate, insoddisfatte.
Cercano allora relazioni caratterizzate da una conflittualità costante. Il che fa si che la relazione prenda una piega sadomasochistica.
Il sadomasochismo non è altro che il risultato della fusione di una prorompente aggressività con elementi erotici, che di per sé stessi, a questi individui, apparirebbero privi di significato.
Winnicott ci permette di capire che persone litigiose, aggressive, o masochiste cercano attivamente tale condizione per poter sopravvivere, pena uno schiacciante sentimento di non senso.
Queste persone in casi estremi non esistono realmente ma sono solo la manifestazione di un ambiente che ha esercitato una eccessiva pressione.
Il Sé autentico di queste persone non si è mai formato.
Nella relazione con questi individui si può avere spesso la sensazione che cerchino di provocare lo scontro, in modo diretto o indiretto, o viceversa che creino relazioni idealizzate che servano a tenerli in vita, per poi trasformarle in relazioni persecutorie e/o svalutate.
A volte sembrano aderire completamente al modo di essere dell’altro per poi scostarvisi bruscamente e disinvestire il valore della relazione. Il disinvestimento, come dice Winnicott è un tipico meccanismo difensivo di questa organizzazione psicologica, e nei casi più gravi non basta neanche quello.
Sentimento di esistere: l’ambiente ottimale
Che tipo di ambiente è necessario perché ciò non avvenga? Per Winnicott ci vuole una madre sufficientemente buona.
Una madre che almeno all’inizio sia in grado di sintonizzarsi perfettamente con il suo piccolo per poi gradualmente aiutarlo ad accettare anche la frustrazione.
Perché una madre sia sufficientemente buona, aggiungerei, è necessario che il suo ambiente psicologico, interno ed esterno siano favorevoli.
Quindi condizioni di relativa serenità, una buona relazione col marito, e con i propri genitori.
Una mamma che non sia depressa o mentalmente oberata da agenti negativi interni ed esterni, e che quindi non sia costretta a sovrastare con le proprie angosce la mente del suo piccolo.
Aggressività e sentimento di esistere: conclusioni
Un individuo autenticamente esistente ha una vitalità piena di interesse e amore per il mondo esterno.
Al contrario un individuo che abbia sopportato pressioni eccessive, avrà trasformato il naturale impulso vitale in una reazione aggressiva dalla quale sarà fuggito solo nel sonno e nel disinvestimento per tornare a sentire sé stesso.
E nei casi più gravi l’urto eccessivo dall’esterno avrà impedito lo svilupparsi di un Sé autentico diventato ora un falso Sé reattivo con nulla al centro.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Bibliografia: D.W. Winnicott, 1958, “L’aggressività ed il rapporto con lo sviluppo emozionale” in “Dalla pediatria alla psicoanalisi”,Psycho- G. Martinelli & C. – Firenze, 1975.
Oggi vorrei parlare dello shifting, una pratica che a quanto pare, complice il social Tik Tok, si sta diffondendo rapidamente tra gli adolescenti più giovani.
Lo shifting consiste nello spostarsi con la mente in una realtà parallela ritenuta più gratificante di quella attuale ( a questo proposito qualcuno invoca il concetto di multiverso teorizzato dalla fisica quantistica tanto in voga ai nostri giorni).
Per creare questa realtà fittizia, è possibile utilizzare immagini presenti nel proprio subconscio e programmarle in modo da creare una Realtà Desiderata (DR).
L’espressione realtà desiderata, mette per l’appunto l’accento sulla possibilità di costruire un mondo che soddisfi ogni più recondito desiderio, senza limiti di sorta (una delle aspirazioni più diffuse ad esempio nella comunità dei tik tokers, sembra essere l’incontro con Draco Malfoy, personaggio della saga di Harry Potter).
Tale realtà parallela viene raggiunta non attraverso qualche supporto tecnologico, come succede nel “metaverso”, ma semplicemente addestrando la propria mente a raggiungere una specie di trance, attraverso una sorta di autoinduzione ipnotica.
A questo scopo, ci sono due tecniche principali relative alla presenza o meno di uno stato di sonno, che sono spiegate con dovizia di particolari da ragazzini esperti, in vari video o blog pronti all’uso .
I sentimenti che i giovani utenti esprimono nei commenti ai video sono un misto di eccitazione, curiosità, timore ed ansia. Ciononostante tutti sembrano decisi a provare l’esperienza indipendentemente dall’alone vagamente diabolico che la circonda.
A questo riguardo infatti nel suo blog una ragazzina afferma con assoluta sicurezza e padronanza che lo shifting appartiene alle arti della stregoneria a pieno titolo, e cita con estrema competenza una serie di aspetti tecnici a supporto della sua tesi.
Non mancano anche gli effetti avversi descritti con una nonchalance che lascia disarmati.
Questi piccoli esperti dell’argomento, assicurano che non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Che vale la pena sopportare acuti mal di testa, spossatezza, disidratazione, alterazioni del ritmo sonno veglia, vertigini, nausea, tremori, allucinazioni, ecc. ecc. per poter fare un’esperienza che, a loro dire, non deve essere assolutamente trascurata.
Shifting e frammentazione
Bene, anzitutto vorrei fare una breve premessa: l’evoluzione della mente nel corso dello sviluppo, avviene attraverso una progressiva integrazione delle sue varie parti, tanto che il concetto di salute mentale, a mio parere, si potrebbe identificare con il concetto di integrazione.
Quanto più una mente o una personalità è disintegrata, cioè frammentata, tanto più essa è a rischio di crollo psicotico.
Di fronte ad esperienze estremamente frustranti la mente del bambino molto piccolo si scinde in modo da tenere separate e distinte quelle buone che devono essere protette dalla contaminazione di quelle cattive.
Se il grado di frustrazione supera la tollerabilità, l’invasione di contenuti distruttivi provoca ulteriori scissioni che portano ad una vera e propria parcellizzazione della mente.
Questa frammentazione può essere considerata come qualcosa di equivalente alle crepe in un vaso di cristallo, pronto ad andare in mille pezzi al minimo urto.
Quanto più, quindi, le esperienze dolorose e spiacevoli della prima infanzia possono essere assimilate all’interno di una struttura di personalità coesa, tanto più essa risulta forte.
Fatta questa premessa, quello che mi domando è cosa significhi per un giovane, cercare soddisfazione in una fantasia schizoide che altro non è se non una realtà scissa della mente in cui ci si rifugia per evitare stress e frustrazione derivanti da relazioni conflittuali, ricorrendo ad un vero e proprio diniego temporaneo della realtà.
Di sicuro tra le due realtà, quella reale e quella di fantasia, non ci può essere integrazione.
I giovani e lo shifting: una fuga schizoide che confonde le idee
Semmai, per costruire questa realtà immaginaria vengono mutuati contenuti dal mondo subconscio. Come spiegano alcuni: sogni e fantasie che però potrebbero sfuggire al proprio controllo.
A questo scopo nei tutorial si esorta alla stesura di uno “script”: un copione che permetta di avere una certa padronanza del mondo che si vorrà creare.
I ragazzini più esperti avvertono: non c’è alcun pericolo che la situazione sfugga di mano ma meglio essere prudenti. Si potrebbe non essere più in grado di tornare indietro.
A me vengono in mente quei racconti come “Peter Pan” o la “Storia infinita” dove i protagonisti raggiungevano realtà fantastiche volando o semplicemente entrando in un libro che faceva da portale.
Quando il film terminava i giovani spettatori, che si erano temporaneamente identificati con il protagonista della storia, tornavano alla propria realtà sentita come ricca e interessante se non altro perché propria: arricchita cioè delle proprie proiezioni.
Mettevano quindi rapidamente da parte i sogni, che parlavano della lotta tra bene e male e della fatica di diventare grandi, e affrontavano le frustrazioni della realtà quotidiana per fare pace con gli inevitabili aspetti deludenti di essa.
Ora invece le storie fantastiche si sono trasformate in realtà in cui ad essere protagonisti anziché spettatori, sono i ragazzini stessi.
Diventa perciò difficile, complice la fascinazione dell’onnipotenza, distinguere quale sia quella vera: la DR (realtà desiderata) o la CR (realtà corrente)?
Ed ecco che il fantasma di non saper tornare indietro, credo rappresenti il timore di perdersi in una progressiva alienazione del sé.
I giovani e lo shifting: onnipotenza e diniego
Quindi c’è una specie di irrefrenabile onnipotenza, favorita dalla comunità giovanile del mondo virtuale dei social, che porta questi ragazzini a pensarsi come Dio, in grado di creare dei mondi e di viverci per periodi di tempo progressivamente più lunghi.
Basta un pò di costanza e di esperienza.
Ragazzini che hanno eliminato la figura del padre e della madre (e perfino dei pari) sostituendosi a loro.
In un mondo dove il problema di diventare adulti, integrando quindi dentro di sé queste figure con pregi e difetti, è bypassato e risolto magicamente attraverso l’allucinazione del desiderio.
La realtà esterna, che comprende l’altro e la relazione con lui, è denegata. L’altro, con le proprie caratteristiche indipendenti da noi, scompare e viene sostituito da un oggetto di propria fantasia, sempre disponibile e soddisfacente.
Praticamente una regressione alla fase allucinatoria del neonato, di freudiana memoria, quando, inconsapevole della separazione tra sé e la madre, è convinto di essere lui a creare il seno. Ma, guarda caso, lo sviluppo della sua mente avviene proprio nel momento in cui si accorge che così non è.
Che tipo di crescita potrà mai essere possibile quindi se si finisce a tempo indeterminato nella risacca stagnante della soddisfazione tossicomanica?
I giovani e lo shifting: confusione
E come se non bastasse si aggiunge un alone misticheggiante alla già davvero confusa situazione. Si, perché pratiche di meditazione come lo yoga, potrebbero essere utili a favorire il viaggio “transliminale”.
E così, al posto di una scissione cui segua una buona integrazione tra aspetti contrapposti della realtà, abbiamo un gran pasticcio dove bene e male, magia e spiritualità, scienza e superstizione, coraggio ed incoscienza, conoscenza di sé e alienazione dal sé, sono tutti mescolati, al punto che nemmeno loro, questi giovani, sanno più di cosa si sta parlando.
Ed è per questo che dall’eccitazione, trapela l’ansia, e dietro la voglia di sperimentare ed esplorare sembra nascondersi la disperazione di non trovare modi migliori, che attingano alla realtà reale, per ottenere qualche soddisfazione.
E intanto i ragazzini che si fanno promotori di questa via di fuga, novelli pifferai magici e profeti di un nuovo modo di vivere, hanno da guadagnarci se non altro per la visibilità che ottengono sui social, grazie alla loro ostentata esperienza di un mondo che promette felicità a costo zero.
I giovani e lo shifting: quale responsabilità degli adulti?
In tutto questo mi domando quale sia la responsabilità di noi adulti.
Quanto siamo stati incapaci di occuparci delle ferite dei nostri figli, troppo presi forse dalle nostre?
Quanto li abbiamo illusi di poter risolvere facilmente ogni problema, senza dover fare i conti con il dolore che probabilmente noi per primi abbiamo denegato in noi stessi?
Quanto li abbiamo danneggiati concedendo loro troppo facilmente la possibilità di evadere attraverso il mondo offerto dal cellulare che altro non ha fatto se non alimentare l’illusione di avere il controllo su tutto e tutti?
Un po’ come quando lo stregone aveva lasciato Topolino in balia di poteri magici che poi però gli erano sfuggiti di mano.
Ma la differenza tra lo stregone e noi genitori è che nel momento in cui ci siamo accorti che i nostri figli si appropriavano di un potere più grande di loro, non siamo più stati capaci di riportarli nei ranghi.
Abbiamo troppa paura di scontentarli e farli soffrire. Del resto così fan tutti.
Condividiamo con loro la ricerca spasmodica di gratificazioni a buon mercato, soprattutto raggiungibile col denaro, e con una buona immagine sociale.
Quanto crediamo di sapere e saper gestire la nostra realtà, al punto tale da perdere la consapevolezza di quanto invece non lo sappiamo fare?
Quanto li abbiamo lasciati soli, noi per primi sconosciuti a noi stessi, inconsapevoli al punto da non saper più sentire nemmeno l’ordine naturale delle cose?
Quando abbiamo perduto tutti la strada?
Quanto è oscura la caverna del Bianconiglio di cui si parla nei video e nella quale siamo precipitati con loro?
E che grado di sofferenza collettiva è stato raggiunto per rendere possibile una scelta su così larga scala che renda preferibile la rottura totale con il mondo reale, la fuga lontano da esso in un mondo di relazioni preconfezionate, anziché poter godere di quelle reali per quanto imprevedibili e dolorose possano essere?
Quale livello di violenza e di crudeltà, di cecità e sordità ai sentimenti degli altri, di appiattimento affettivo devono essere stati raggiunti nel mondo sociale dei giovani perché si preferisca fuggire da tutto senza cercare una mediazione o un confronto?
E quanto questo mondo è lo specchio del malfunzionamento di quello adulto?
Spero che queste domande déstino un senso di allarmante minaccia. Perché penso che mai come adesso siamo a rischio di perdere i nostri figli e quando saranno perduti loro, saremo davvero perduti anche noi.
Da quando circolano concetti come emergenza sanitaria, obbligo vaccinale e green pass mi accorgo di come si sia istituita una nuova religione che, in quanto tale, ha le sue divinità e i suoi fedeli.
Nella società dei consumi in cui ci troviamo a vivere, basata sull’investimento delle proprie energie sul benessere, sulla salute e sulla soddisfazione di ogni possibile esigenza (per non dire capriccio) individuale; sul successo e sulla condivisione di un’immagine di sé che sia approvata dal maggior numero di persone, non avrei mai pensato di arrivare a rendermi conto che ancora una volta la massima istanza dietro tutto questo sia un disperato bisogno di credere in un qualche tipo di dio.
Ci siamo progressivamente liberati di tante rigidità della religione cattolica, ci siamo aperti a tutte le religioni.
Abbiamo raggiunto progressi inimmaginabili in ambito sociale con il femminismo, con la lotta agli atteggiamenti fobici nei confronti delle minoranze.
Abbiamo inneggiato alle nuove economie green basate su principi ecologici e sostenibili ed ora di fronte alla minaccia della morte che, nonostante il meraviglioso progresso tecnologico e sociale, torna a farla da padrona nel nostro immaginario, cadiamo in preda al terrore, come se ci fossimo del tutto dimenticati che essa fa parte del pacchetto.
Come è possibile che il potere delle nostre nuove divinità (tecnologia, medicina, e progresso culturale e scientifico), ci deluda a tal punto?
Ed ecco allora che per non cadere nella disperazione di un vuoto senza fine, (quello che si cerca di occultare alla coscienza) o di un terrore senza nome, per dirla con Bion, ci si aggrappa unghie e denti con ancora maggior determinazione, con pervicace ostinazione, con incomprensibile euforia alla terra promessa del dio vaccino e del suo messaggero il green pass.
Allora mi torna alla mente il primo comandamento e la sua valenza profonda.
Se togliamo di mezzo l’unico Dio, mettendo al suo posto il nostro narcisismo, finiamo con il diventare succubi di attitudini luciferine inseguendo, come Icaro, un cielo sfuggente, fino a precipitare sotto i raggi del sole.
Non sto parlando di fede ma di consapevolezza del limite.
Il narcisismo, virus dilagante in questa società, impedisce di accettare le conseguenze del limite imposto dall’esistenza: primo fra tutti la morte e con essa tutti gli altri limiti naturali quali il confine tra realtà e fantasia e tra mondo interno ed esterno.
Ma quando Lucifero ha la pretesa di mettersi al posto di Dio finisce col precipitare all’inferno.
E così noi che abbiamo messo le istanze del nostro Io al primo posto ora ci troviamo soli in un mondo terrificante, dove imperversano demoni di ogni genere, non ultimo il famigerato virus con tutte le conseguenze che ne derivano.
I nostri dei sono strumentali.
Molto simili al vitello d’oro costruito ad hoc dagli ebrei durante l’esodo, perché potesse mascherare il vuoto della loro fede.
E allora ci inginocchiamo come loro ai nostri idoli, indossando mascherine, iniettandoci sacre misture, assoggettandoci alle nuove pratiche dal tampone al green pass, tanto più mistiche quanto più oscure ed incomprensibili.
E quanto più il parlare dei sacerdoti di questa religione è poco chiaro e privo di prove oggettive, tanto più si dimostra come il credere alle loro parole assuma tutto l’aspetto di una fede.
Perfino i giovani che fino ad ora avevano disertato le chiese e gli altri valori tradizionali borghesi, dalla patria alla famiglia, si sentono adesso investiti di un compito quasi sovrannaturale, quando si mettono in fila per assumere il sacro liquido che li renderà eroi e santi per la salvezza del popolo tutto (o forse vittime sacrificali, degne dei più spaventosi culti religiosi).
Una nota interessante potrebbe essere quella della motivazione profonda che spinge tanta gente a diventare seguace acritico del nuovo culto.
Si tratta di un senso di minaccia che impera da quando siamo stati messi tutti agli arresti domiciliari e che è alla base di tanta obbedienza.
Esso è stato fatto passare per senso di responsabilità. Ma tant’è: quando una delle principali istanze è quella di salvaguardare la propria immagine pubblica, non vi può essere senso di responsabilità, quanto piuttosto una colpa oscura da cui si è minacciati per giudizio sociale, qualora disobbediamo al comando dei nostri sacerdoti/padroni.
E allora tutti a darsi da fare a mettere sotto gli occhi della collettività giudicante, video e immagini che colgono in flagrante delitto il dissidente, l’ateo, l’impenitente peccatore.
O con altrettanta solerzia a postare le proprie foto atte a testimoniare la fedeltà al culto.
Laddove non arrivano le minacce al proprio portafoglio, hanno la meglio, dall’interno di ciascuno i sensi di minaccia da parte degli altri.
Ancora dunque una caratteristica del narcisismo dominante.
Perché nello stato mentale narcisistico, la colpa persecutoria è sempre dietro l’angolo.
Infatti tipica di questo assetto psichico è la separazione netta tra aspetti buoni e cattivi della realtà (scissione). La scissione è un meccanismo di difesa cui l’individuo ricorre, quando non è in grado di integrare aspetti opposti e opposti sentimenti nei confronti dell’altro.
Klein la chiama posizione schizo-paranoide appunto perchè viene scissa la realtà di cui la parte cattiva, proiettata all’esterno, torna indietro sotto forma di aspetti minacciosi e persecutori.
Sto dicendo dunque che dilaga il narcisismo, dove l’individuo diventa il dio di sé stesso e per questo motivo fa della realtà esterna e degli altri, dei mostri persecutori pronti ad attaccare dall’esterno e dall’interno.
E tutti si difendono da tutti ricorrendo ad un mistificato senso di responsabilità che è invece senso di persecuzione.
Sto dicendo che tipico del narcisismo è il fraintendimento per cui la volontà di conoscere chiamata da Bion legame k (knowledge) viene sostituita dal legame -k cioè appunto il fraintendimento.
Ed è così che il senso di persecuzione prende il nome di senso di responsabilità. Il desiderio di capire ciò che sta accadendo diventa complottismo o negazionismo, la coercizione ricattatoria diventa giustizia e la minaccia atteggiamento protettivo.
Sto dicendo che fino a quando ci rifiuteremo di evolvere verso una maturità che si avvicini alla cosiddetta posizione depressiva, quella in cui cioè cominciamo a renderci conto dei nostri limiti , accettando che l’altro e il mondo esterno siano imperfetti, comprensivi di aspetti buoni e cattivi, che la vita ha in sé la morte, e quindi ipotizziamo l’idea di saper amare tutto l’intero e non solo una sua parte, fino ad allora resteremo nel nostro mondo, dove noi siamo dio, ma un dio minacciato da ogni lato, sempre sull’orlo del precipizio, di un vuoto incolmabile che ci porta disperatamente ad asservirci ad ogni regime dispotico che ci illuda di essere in un mondo sicuro e protetto e che invece ci rende schiavi, ciechi, lontani dal vero e unico Dio che è in noi, nel nostro stesso spirito, di cui restiamo totalmente all’oscuro fino a che ci rifiuteremo di osservare quel primo comandamento.
Per qualcuno la tristezza è da sfuggire come la peste e da trattare come un sottoprodotto della mente che a sua volta è un attributo patologico e nefasto del genere umano.
In questa accezione il pensiero diventa qualcosa di negativo e dannoso indipendentemente dalla sua qualità.
Tali convinzioni spesso si avvalgono di argomentazioni apparentemente legate a pratiche zen o buddiste, che mirano tutte all’assenza di pensiero e al vuoto mentale.
Sono la prima a sostenere che per la mente ci voglia una sana pulizia, come quella che facciamo a casa nostra, verso Pasqua, per liberarla dallo sporco e da cianfrusaglie vecchie.
In questo caso il silenzio meditativo avrebbe una funzione analoga a quella di detergenti e spazzoloni.
Ma per l’appunto se vogliamo liberare la mente dai pensieri dobbiamo presupporre che una mente ce l’abbiamo, così come liberare la casa dallo sporco e dal ciarpame, non significa mandare a fuoco la casa.
Tra l’altro, la convinzione di dover eliminare il pensiero e con esso l’azione (che inevitabilmente deriva dal pensiero) potrebbe essere una difesa. Una specie di fuga da una realtà vissuta come intollerabile in una forma di rassegnazione passiva e rabbiosa.
Esistono forme di schizofrenia in cui, in una sorta di “inaccessibilità autistica”, vengono inconsciamente attaccati il significato e il pensiero oltre alla capacità di creare esperienza e di pensare, in quanto fonte di dolore e conflitto incontrollabile (Ogden, 1980)
Dovremmo dunque dire che in esse è stata trovata la soluzione ideale alla sofferenza della vita?
Per arrivare in paradiso, Dante ci insegna che è necessario passare per l’inferno.
Non si può pensare di eludere certa parte della realtà come il proprio inferno interiore, eredità dei nostri genitori e della società tutta, attraverso pratiche volte a disfarsi in fretta, di ogni elemento di disturbo.
Sa tanto di sistema tipico della società dei consumi.
Si applica alla vita la stessa mentalità sfruttatrice, fondamentalmente guidata da un atteggiamento rabbioso e ri-vendicativo.
La mente può essere occupata da forme di pensiero deteriori ma non c’è nulla di male se ne siamo consapevoli.
E tanto basta.
Non occorre dare la caccia al condizionamento e ai comportamenti “sbagliati” da un lato, o arrivare all’estremo opposto eliminando pensiero e azione dall’altro.
E’ più che sufficiente osservare ed essere consapevoli.
Possiamo essere a nostro agio allora con tutti i nostri condizionamenti lasciandoli là dove sono fino a che non saranno loro ad andarsene da sé, proprio perché non gradiscono di essere guardati.
Ma a quel punto il risultato non avrà più importanza.
Dunque senza accusarci di niente (spesso ci battiamo il petto proprio come alibi al mantenimento attivo dei nostri sistemi di pensiero cui siamo a tal punto affezionati da farne una bandiera), senza fare sforzi da fachiri sui chiodi, ma semplicemente lasciando che le cose avvengano da sé.
E il cambiamento avviene quando è tempo che avvenga.
Come quando si piantano dei semi ed essi crescono indipendentemente da noi.
Accettare questo è umiltà. E forza interiore.
Trovare la via stretta credo significhi proprio essere in equilibrio tra l’eccesso di zelo tipico del fanatismo, e l’accidia o il nichilismo che così come non cerca il cambiamento però anche lo rifiuta inibendolo.
Elogio della tristezza
Dunque veniamo alla tristezza.
Perché elogiarne la presenza?
In virtù di quanto detto sopra, ritengo che rifiutare i sentimenti negativi sia superfluo e dannoso in quanto serve solo a coltivare l’illusione onnipotente di poter dirigere a piacimento il proprio destino, con la convinzione di fondo tipica del consumatore/sfruttatore, che la vita mi debba qualcosa e che sia di mio gradimento altrimenti non pago.
Se invece accogliamo quel che passa il convento, ci accorgeremo che la tristezza può insegnarci qualcosa.
Si tratta di un sentimento profondo in grado di mostrarci la differenza tra sé e l’altro, tra realtà e fantasia, tra dentro e fuori. In altre parole ci dà l’occasione di prendere coscienza del limite. Non possiamo infatti usare l’altro (o il mondo esterno, il che è lo stesso) come un oggetto per il nostro piacere e la nostra soddisfazione, impunemente.
Non perché sia un peccato.
Ma perché stiamo andando fuori come dei balconi!
Fuori dalla realtà, fuori dalla verità delle cose, insita nella legge naturale.
Possiamo crearci finché vogliamo il nostro personale paradiso fatto di illusioni. Anzi di un’unica illusione: quella che il mondo sia un immenso parco dei divertimenti per il nostro trastullo, sul quale noi abbiamo il pieno controllo.
Ed ecco allora che ci adoperiamo per essere invincibili nella mente e nel corpo.
Una mente piena di nozioni e priva di sentimenti sgradevoli e un corpo forte bello e muscoloso o seducente e privo di brutture e debolezze.
Ma presto o tardi ci compariranno le orecchie d’asino come è successo a Lucignolo e Pinocchio.
E l’omino di burro delle illusioni che tanto ci aveva sedotto, ci venderà al miglior offerente, per farci ballare in qualche circo a suon di frusta (sempre secondo la stessa mentalità sfruttatrice che noi stessi condividiamo).
Morale della favola: se coltiviamo illusioni, da esse saremo puniti per contrappasso.
E allora a cosa serve la tristezza?
A sentire il richiamo di ciò che è vero!
Non esiste un seno bello pieno di latte, da noi creato, e sempre disponibile.
Esiste una madre che lo ha messo a disposizione, cioè un individuo separato da noi nello spazio e nel tempo, che può darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma può anche deluderci, frustrarci, lasciarci da soli, farci provare dolore e rabbia.
Si spera che tali esperienze negative non siano superiori a quelle positive naturalmente, sennò sono guai.
Ma se odiamo questa nutrice e ci vogliamo vendicare del dolore che ci infligge, la tristezza ci avverte: – guarda che l’essere che stai odiando fino a sperarne la distruzione, è lo stesso che ami, da cui dipendi e che ti nutre –
Si chiama posizione depressiva, di kleiniana memoria, in opposizione alla posizione maniacale.
Allora se siamo fortunati imparando dalla tristezza che proviamo, invece di debellarla come una seccatura imbarazzante, torniamo sui nostri passi, accettiamo la dipendenza, cerchiamo di riparare al danno che volevamo infliggere, e recuperiamo il legame con l’altro.
Consapevoli della sua imperfezione ma anche del suo immenso valore. E lo facciamo naturalmente e senza sforzo. E questa è la crescita insita nello sviluppo della persona.
E cresciamo così, avvicinandoci un pochino di più al paradiso o alla strada che conduce ad esso.
Liberarsi dalla tristezza, secondo un mistificante narcisismo onnipotente, significa tornare al neonato che siamo stati, quando, nella posizione maniacale, vivevamo di allucinazioni: convinti di essere noi padre e madre di noi stessi, artefici del seno pieno di dolce latte, ma che rapidamente si trasforma nel suo rovescio sotto forma di una rabbia invidiosa e divorante.
Melanie Klein la sapeva lunga: a noi la scelta.
Di Marina Mollica
e-mail: info@psicoterapia-eta-evolutiva.it
Bibliografia
Klein, M. Contributo alla psicogenesi degli stai maniaco depressivi (1936) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.
Klein, M. Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946) in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri, 1978.
Ogden, T.H. (1980) On the nature of schizofrenic conflict. Int. J. Psycho-Anal., 61, pp. 513-533
Oggi illustrerò il concetto di “insight” con una storiella realmente accaduta. A volte quando siamo alle prese con un problema o ci troviamo in una situazione frustrante che si ripete sempre allo stesso modo, può accadere che improvvisamente, come dal nulla, sorga, attraverso una specie di intuizione, una prospettiva nuova che porta in sé la soluzione parziale o totale del problema che tanto ci aveva assillato.
Perché ciò avvenga è spesso necessario saper convivere con quella capacità negativa di cui parlava il poeta John Keats e che è alla base dello stare in una condizione di non sapere, tipica dell’ascolto psicoanalitico.
Mentre la mente cosciente è in uno stato di apparente cecità, a livello inconscio e preconscio essa lavora per la ristrutturazione del problema secondo un’altra visuale, tanto inaspettata quanto creativa.
Quando la risposta alle nostre domande emerge da questa fucina di pensieri e idee, ciò che avvertiamo è un liberatorio senso di sollievo. La mente razionale può osservare con stupore, come tutti i pezzi del puzzle si siano messi insieme in una nuova configurazione coerente ed armoniosa, che possiede una intrinseca bellezza pacificante. Si ha come l’impressione di trovarsi ad un livello evolutivo superiore.
Ciò accade spesso durante il processo psicoanalitico, perché la mente dell’analista è predisposta all’ascolto ricettivo di ciò che avviene nella relazione col suo paziente, senza che siano imposte delle interpretazioni precoci e rigidamente costrittive.
Ma talvolta accade anche spontaneamente nella vita quotidiana.
Un esempio di insight
Era qualche tempo che meditavo sul modo di impedire che la mia cassetta delle lettere fosse riempita quotidianamente da inutili volantini pubblicitari. Li trovavo accartocciati alla rinfusa, debordanti al di fuori della fessura, esposti così alle intemperie, tanto che ogni volta mi trovavo come minimo a dover raccogliere un pasticcio di carta accartocciata per terra, o fogli svolazzanti in giro per la strada.
Avevo pensato alle soluzioni più fantasiose. Tra le tante, una clava pronta ad uscire dalla cassetta per colpire il povero malcapitato distributore. Se solo fossi stata come l’inventore Archimede Pitagorico!
Una volta ho avuto perfino la fortuna di incontrare il buon uomo e subito ho cercato di fargli capire con grandi cenni della testa e della mano, che proprio non doveva riempire la mia cassetta sulla quale era scritto in evidenza: NO PUBBLICITA’.
Con un sorriso imbarazzato faceva segno di si, correndo via in bicicletta, mentre lo guardavo, consapevole che il giorno dopo avrei trovato ancora una volta il malloppo dei vari supermercati dei dintorni.
Ma non mi rassegnavo e mi dicevo che ci doveva essere un modo per porre fine al sopruso.
Ebbene un giorno, passando davanti ad una casa ho notato che a differenza di tutte le altre, dove si susseguivano cassette delle lettere con la solita scritta, qui invece c’era una seconda cassetta a forma di ampio recipiente aperto, su cui si leggeva PUBBLICITA’. Dentro erano appoggiati comodamente gli incriminati volantini.
Beh devo dire che quella vista, sulla quale al momento avevo posto uno sguardo distratto, poi si è trasformata in un “ah ha!” e quindi in un “aaah!”.
Ed ecco il cambio di prospettiva radicale e la soluzione: invece di un rifiuto in posizione difensiva, uno spazio più ampio per accogliere.
Il concetto di seno-gabinetto e la capacità di discernere
Questa soluzione pratica mi è apparsa utile non solo per il problema dei volantini spazzatura, ma anche per altre possibili situazioni legate soprattutto al mondo relazionale.
Uno spazio ampio e predisposto ad accogliere ma distinto dal resto.
E’ il concetto di seno-gabinetto di Meltzer (1967).
Spesso uno psicoterapeuta deve svolgere la funzione di “gabinetto” cioè una funzione atta a raccogliere i prodotti di scarto della mente del paziente, in modo che diventi possibile per lui “nutrirsi” con la funzione analitica.
Perché ciò avvenga, un paziente deve poter operare una chiara distinzione tra ciò che per lui è buono e ciò che è cattivo, così come il neonato deve poter scindere le esperienze frustranti da quelle appaganti in modo che queste ultime non siano contaminate e rovinate dalle prime.
Solo a patto che sia avvenuta una buona scissione, è possibile successivamente che avvenga una integrazione tra aspetti opposti, fino al raggiungimento di una ulteriore maturazione, che M. Klein chiama posizione depressiva.
In tale fase il bambino è in grado di rendersi conto dell’altro come persona separata e distinta da lui, dotata di caratteristiche complesse alcune delle quali gradevoli altre meno e verso la quale può provare sentimenti contrapposti di amore e odio la cui coesistenza dovrà essere tollerata ed elaborata fino a forme sempre più evolute di capacità relazionali.
Dunque per tornare alla cassetta ed ai volantini tale episodio è stata l’occasione per una ristrutturazione generale del mio pensiero.
Dinanzi a situazioni in cui sembra inevitabile fare i conti con “materiale spazzatura” si può cercare di non lasciarsene sopraffare creando uno spazio di accettazione che può essere la premessa per attendere soluzioni ulteriori in un contesto di elaborazione sempre più ampio e complesso e che permetta di scegliere consapevolmente quando e cosa accettare o rifiutare.
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